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IV

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III


Germana spalancò la finestra della sua piccola stanza per bagnarsi al sole e sentirsi rinascere. La sera innanzi al buio, rannicchiata sotto le coltri per farsi piccina e sentir meno il suo dolore, aveva creduto e invocato di morire; ma col tornare della luce un soffio di eroismo era entrato in lei, sollevandola al disopra della propria disperazione che, veduta così dall’alto, le era apparsa misera e deforme. A che cosa le serviva di essersi temprata sotto il maglio della volontà, se la passione riusciva così a travolgerla? No, voleva salvarsi, voleva che la ferita, ora aperta e sanguinante, da cui tutto il sangue delle sue vene pareva scorrere, si restringesse a poco a poco, si rimarginasse e la cicatrice restasse in lei come il segno di una suprema battaglia affrontata, e di una vittoria eccelsa conseguita.

Già riportava il premio del coraggio dimostrato la sera innanzi; il dolore cocente le maciullava tuttavia le carni; ma l’umiliazione se n’era andata e la malvagità non più le snodava in petto gli anelli freddi di piccoli rettili velenosi. Di fronte alla disperazione la giovinezza, circonfusa di raggi, sarebbe insorta a combattere ed il passato fosco si sarebbe sommerso a foggia di scoglio, che scompare agli occhi del navigante ardito, il quale superate le insidie dei vortici, si lancia alla conquista dello spazio, pronto a sfidare nuovi pericoli, pur di tentare l’approdo su lidi nuovi. Ma bisognava fuggire senza indugio, bisognava diffidare di sè. Per questo, dietro la scorta di un annunzio, era corsa all’albergo Exelsior ed aveva assunto impegno definitivo di recarsi a Shanghai, in qualità d’istitutrice, presso una ricca famiglia di commercianti milanesi. E adesso, immersa nel sole, si stringeva al petto le mani intrecciate, per trasfondersi vigore, e contemplava la colonna Traiana, che sotto la fissità del suo sguardo, sembrava innalzarsi lentamente per attingere il cielo, simile all’albero maestro di una nave prodigiosa solcante la vastità dell’azzurro.

La voce di Eva, morbida e piana, risuonò dall’attiguo salottino.

- Zeffira, preparami una limonata; ho sete.

Germana ebbe un brivido. Bisognava fuggire, bisognava fuggire se anch’ella, come gli altri, non voleva morire all’ombra dell’albero venefico, il quale non tollera nelle sue vicinanze nè vita di esseri, nè vegetazione di piante.

Eva la chiamò:

- Germana, Germana!

La ragazza si tolse il cappello e, opponendosi con la volontà agl’impeti del sangue in tumulto, rispose alla cognata entrando in salotto:

- Che cosa vuoi?

Eva la guardò stupita e le disse con sollecitudine sincera;

- Come sei pallida! Ti senti male?

- No, no, grazie. Ma che vuoi?

- Guarda; ti piace? - e spiegò una ciarpa frangiata di seta bianca ricchissima.

- Sì, è bella - Germana disse.

- Prendila, ne ho comperate due. Questa è per te.

Germana dette un guizzo all’indietro.

Di solito ella rifiutava i doni frequenti della cognata; li rifiutava con ira e disgusto; ma quel giorno volle imporsi di accettare per reazione contro la collera da cui si sentiva vincere, forse per la voluttà di assaporare sino alla feccia il calice del suo martirio. Allungò il braccio, prese la stoffa ondeggiante e disse con labbra contratte:

- Grazie.

Una contentezza infantile brillò sul viso bianco di Eva, la quale abbracciò la cognata con espansione.

- Sei gentile oggi, molto gentile - e la baciò sopra le gote, mentre Germana sentendosi agghiacciare, torceva lentamente il capo e chiudeva le palpebre.

Zeffira dalla porta disse:

- Ecco il signor avvocato.

- Quale avvocato? - Eva domandò.

- Il signor Salvatore. L’ho visto dalla finestra che arrivava in fretta.

- A quest’ora? - Eva esclamò con meraviglia e si recò ad aprirgli ella stessa.

Salvatore entrò difilato nel salotto e, vedendo Germana, le impose con fare insolito:

- Vai di là; devo parlare con mia moglie.

Germana uscì e Salvatore si lasciò cadere sul divano, forse per riprendere fiato, giacchè doveva essersi recato a casa a tutta corsa, tanto il respiro gli mancava.

- Che cosa ti è successo? - Eva gli domandò premurosa, appoggiandogli una mano sopra una spalla.

Salvatore sollevò le spalle con violenza per liberarsi dalla pressione, pur così dolce, di quella piccola mano gemmata e si mise due dita fra la gola e il goletto. Voleva parlare, interrogare, gridare, vituperare e non riusciva a staccarsi una sillaba dal palato.

Eva, presa da spavento, temendo un colpo di apoplessia, si avviò per chiamare Germana; ma Salvatore balzò come una tigre, l’afferrò per le spalle, la buttò riversa sul divano e, formidabile, le impose con la muta espressione delle ciglia di rimanere immobile e zitta.

- Misericordia! È impazzito! - Eva pensò e non osava tentare il più piccolo moto per divincolarsi dalla stretta di quelle dita che la tenevano inchiodata e riversa. Lo fissava con pupille dilatate, ipnotizzata dal viso irriconoscibile del marito, poichè il naso gonfio, gli occhi lagrimosi pel raffreddore mischiavano di grottesco la terribilità degli zigomi sporgenti, della fronte convessa, delle mascelle contratte, della bocca screpolata e arida fra le ciocche della barba scomposta. Si guardavano stupidamente, quasi fossero due estranei meravigliati di trovarsi insieme, e infatti si riscontravano a vicenda una fisonomia nuova, rivelazione in ciascuno di loro di una personalità intrinseca da entrambi non sospettata durante anni di convivenza. Ella scorgeva adesso un gigante bruto al posto del suo pacifico e bonario compagno; egli scorgeva un essere ibrido e viscido al posto dell’adorata divinità, eppure, sprofondando le pupille accese nelle smarrite pupille di lei, premendole con le dita adunche la massa cedevole delle carni, provava dalla nuca ai calcagni il diffondersi di un leggerissimo calore, che lo dissolveva. Questo raddoppiò la sua collera.

- Voglio sapere tutto o ti ammazzo.

- Di che? - ella chiese tentando sollevarsi col busto.

- Non ti muovere -- egli comandò. - Voglio saper tutto.

- Ma di che? - Eva chiese ancora con voce di pianto.

- Che cosa facevi con Aldo?

- Io? Quando?

- Sempre.

- Ma quando?

- Sempre; da mesi.

- Non è vero, non è vero - ella esclamò, divincolandosi con forza, poichè cominciava a raccapezzarsi.

- Bugiarda, sta ferma.

- Non è vero.

Salvatore gustò per ogni vena la voluttà di un benessere immenso; rallentò la stretta ed Eva si alzò indignata.

- Per questo ti riduci così che mi sembri pazzo furioso?

Egli si lasciò cadere senza più forze sopra una seggiola; i ginocchi gli si piegavano per l’impeto della commozione suscitata in lui dalla speranza.

- Dunque tu giuri che non è vero? - le domandò supplice, già quasi vinto.

Eva nemmeno gli rispose; la collera le divampava in petto col furore di un incendio. Aveva le braccia ammaccate, le vesti sgualcite, il torace indolenzito, le reni quasi spezzate, il sangue sospeso per il terrore, il cuore impietrito per un pericolo di morte e tutto questo a causa di fanciullagini insignificanti.

Era atroce, era una ingiustizia ignobile che la rivoltava.

- Sei stato sul punto di ammazzarmi, capisci? Sei stato sul punto di finirmi - e, camminando in furia dalla finestra al divano, si accarezzava amorosamente le braccia, si palpava ansiosa per constatare che nulla in lei fosse distrutto.

Salvatore l’afferrò per un lembo della gonna e se la trasse accanto riluttante e torva.

- Senti, senti, Eva. Ho creduto d’impazzire. Ma adesso vedo che hai ragione tu. La verità è sulla tua faccia.

Eva lo guardò con lo sguardo tuttavia intimorito e già dominatore del bimbo, il quale veda ammansata la grossa bestia, che poco prima lo aveva fatto urlare di spavento.

A poco a poco le ciglia aggrottate si spianarono, la bocca si dischiuse ad un sorriso d’ironico trionfo. Il vedersi amata così la inorgogliva. Da incriminata diventò giudice ed a sua volta interrogò, diritta davanti al marito seduto, tenendolo sottomesso con la sola forza delle fragili dita posate appena sopra le spalle atletiche.

- È stato lui, non è vero, a mettertelo in testa?

- Chi lui? - Salvatore domandò, alzandole contro la faccia.

Essa ebbe un moto d’impazienza col piede.

- Sì, sì, non mentire; è stato lui, lui, quel bugiardo, quel miserabile.

- Perchè dici così? - domandò Salvatore incerto, come chi, camminando al buio in una grotta, senta ventarsi in faccia un soffio gelido e rimanga col piede sospeso nel presentimento di una voragine ignorata.

- Perchè è un bugiardo, perchè è un miserabile. Glielo dissi ieri sera.

Salvatore, senza nemmeno tirare il respiro, attendeva. Oramai l’esistenza della voragine diventava certezza; ne percepiva il rombo sordo, ma non giungeva ancora a misurarne la profondità. Si fece astuto e rise bonariamente.

- Ah! glielo hai detto ieri sera? Mentre io ero a teatro?

- Già, quando tu eri a teatro.

- Durante il terzo atto allora; uscì dal palco con la scusa di andare in casa un momento per vedere il bambino.

- Bugiardo! Vedi quant’è bugiardo?

Salvatore la prese per i polsi dolcemente e, sempre più benevolo, faceva atto di ridere con volto tranquillo, poichè voleva giungere carponi, strisciando con mille cautele, fino all’orlo dell’abisso, e scrutarlo almeno, avanti di rimanerne inghiottito.

- Ah! dunque tu lo credi un bugiardo? - egli le chiese.

- Bugiardo, falso, egoista, ipocrita. Ah! tu non lo conosci - e strinse i pugni.

Salvatore glieli prese, così stretti, nelle mani e se li chiuse dentro le palme pian pianino per tenerla avvinta senza darle sospetto.

- Adesso capisco! È ipocrita. Con me fa il santo.

- Già, con te fa il santo; con me invece sfodera le unghie e mi tiene schiava.

Salvatore ebbe una risata sonora di scherno e squassò Eva, come preso da un accesso di allegria.

Anche Eva si dette a ridere, buttandosi indietro col busto, poi si ripiegò in avanti con mossa felina e, curva sopra di lui, gli bisbigliò lusinghiera, tutta rosea nel volto e luccicante negli occhi.

- Ma lui sa che il mio cuore è tutto per te e si rode, si consuma; ha rabbia della nostra pace e vuole il tuo male. Anche ieri sera mi disse: io aprirò gli occhi a tuo marito - e si arrestò di schianto, diventò livida al suono delle sue parole, che produssero in mezzo a quei due l’effetto di una frana improvvisa e scrosciante.

Salvatore si aggrappò con impeto disperato ai piccoli pugni chiusi di Eva, come per non precipitare; Eva indietreggiò quasi per non rimanere schiacciata sotto il cumulo delle macerie e così divisi, quantunque allacciati, si fissarono storditi, indugiando a riaversi.

Ma quando la coscienza in essi tornò si erano compresi definitivamente. Egli non aveva più nulla da chiedere; ella non aveva più nulla da confessare.

Salvatore si alzò con mossa faticosa come liberandosi a fatica da un peso immane; Eva a capo chino, senza più energia per mentire o lottare, attendeva.

- Da quanto tempo? - egli chiese.

- Da quattro anni.

- Poco dopo sposati allora?

Eva chinò il capo di più e inchiodò il mento sul petto.

- E regali ogni giorno, è vero?

Volse la testa in giro, gli occhi iniettati schizzarono fiamme, perchè la rabbia cieca e folle lo riprendeva. Afferrò un vaso del Giappone e lo buttò in terra, ghermì un portafiori di argento cesellato e ci sputò dentro a più riprese, scaraventandolo poi; fece ruzzolare dal divano un cuscino di cuoio e si dette a calpestarlo, strappò dalla parete la vecchia incisione, mentre sfondava col piede un piccolo paravento di seta. Pareva un toro ferito, reso cieco dal terrore, che giri intorno a sè, poi galoppi pesantemente. Eva, per istinto, si teneva immobile nell’angolo più buio della stanza, ed egli l’andava cercando senza vederla. Se l’avesse trovata l’avrebbe accoppata senz’altro.

Al fracasso Germana e Zeffira accorsero.

Germana fece scudo di sè al corpo della cognata; Zeffira si dette a gridare aiuto; ma Salvatore si arrestò improvvisamente e si strinse la testa nelle mani.

- Non gridare - egli impose alla domestica con voce strozzata.

Germana supplicò:

- Per carità, non gridare, non facciamo scandali.

Zeffira, per un attimo rimase in silenzio con la bocca spalancata, poi fuggì a mettersi in salvo.

Il Tindari scansò con un urtone la sorella e disse alla moglie, senza toccarla, senza guardarla:

- Via, via; non voglio immondizie qui dentro; vattene.

Germana provò ad intervenire: ma vide la faccia del fratello così terribilmente minacciosa, ch’ella disse piano alla cognata:

- Eva, per carità, fa presto.

Eva, abbrutita dalla paura, corse nella propria stanza e ritornò subito, appuntandosi meccanicamente il cappello. Cercava qualchecosa con l’occhio intorno a sè. Germana comprese e le indicò sul tavolo il piccolo portamonete di bulgaro, che Eva afferrò. A un tratto si mise a piangere e, calzandosi un guanto, se ne andò, ripetendo desolatamente fra i singhiozzi:

- Povero Salvatore! Povero Salvatore! Come farà a vivere senza di me?

La porta di casa fu aperta, rinchiusa e poco dopo si udì nella piazza il rumore di una vettura, che arrivò, si arrestò, ripartì di carriera.

Salvatore allora si asciugò la fronte e sedette di peso, come chi abbia sostenuto una fatica erculea e senta il bisogno di riprender lena.

Germana gli si avvicinò e lo chiamò per nome dolcemente.

- Salvatore, Salvatore.

- Tu sapevi e non mi dicevi. Tutti contro di me.

Ella avvampante di rossore, gli cinse il capo nelle braccia:

- Che cosa avrei potuto dirti? Mi pareva impossibile che tu non vedessi.

Egli si liberò dalla stretta amorosa di Germana e disse con rassegnazione amara:

- È giusto. La mia cecità è incomprensibile. Tutti avranno pensato di me quello che non era.

- Tutti no, no - esclamò Germana con terrore.

- Chi ti conosce ti stima.

- E tu allora?

- Io soffrivo, ero ingiusta.

- È vero - Salvatore disse, come ricordandosi - Il tuo matrimonio - e tacque non riuscendo ad attribuire importanza alla catastrofe sentimentale di Germana di fronte alla catastrofe piombata sopra di lui.

- Io andrò a Shangai come istitutrice: dovrei partire fra una settimana; ma se tu vuoi, se hai bisogno di me, io rinuncio.

Egli si strinse nelle spalle con indifferenza - No, no, ti ringrazio. Pensa a te.

- Le condizioni sono eccezionali - ella disse con l’egoismo inconsapevole e legittimo di chi non trova logico partecipare all’altrui rovina, non essendo partecipe delle altrui colpe.

«Quando le condizioni sono eccezionali perchè vorresti rinunciare? sarebbe una sciocchezza! D’altronde che cosa puoi farmi tu?» E non trovarono altre parole da scambiarsi, spiritualmente estranei, dopo che Eva diventata elemento essenziale nella vita di Salvatore si era frapposta tra i loro due cuori fraterni e li aveva divisi.

La sera scendeva, l’ombra si ammassava nella stanza in disordine; la desolazione entrava dal vano delle due porte spalancate. A Salvatore la casa pareva deserta da anni ed egli guardava intensamente nell’attesa che il giocondo fantasma di Eva entrasse da un uscio, scomparisse dall’altro, empiendo la stanza col fruscio delle sue gonne e gli effluvî del suo profumo. Germana aprì la chiavetta della luce elettrica e raccolse gli oggetti sparpagliati sul tappeto, appoggiò il quadro su di una seggiola e rimase vicino alla finestra senza saper che dire o fare in aiuto del fratello che, a sua volta, soffriva di impaccio per la presenza di lei.

Gli pareva che, restando solo, sarebbe forse riuscito a placarsi. Ella si rese conto di ciò e con una infinita pietà nella voce, con rammarico infinito per l’impotenza sua a portargli lenimento, disse:

- Se hai bisogno di me, io sono qui nella mia stanza.

Egli assentì con un gesto e respirò a lungo con sollievo nel trovarsi finalmente solo.

Non si muoveva, accasciato e ripiegato sopra di sè, facendosi puntello al mento con le mani intrecciate, vagando con l’occhio incerto dalla punta rilucente del suo stivale alla gamba intarsiata della seggiola che gli stava di fronte. La vecchia incisione gli fermò lo sguardo per un momento, come attraverso un velario. Lembi di pensiero gli vagavano per il cervello, disperdendosi subito; le memorie apparivano, scomparivano prive di fisonomia, addossate le une alle altre, informi e ondeggianti. Rammentava di avere interrogato un dizionario di botanica, il giorno in cui la vecchia incisione era stata portata in casa. Era di festa e nevicava un poco; sua moglie, per contemplare lo spettacolo insolito della neve, lo aveva chiamato alla finestra e gli si teneva stretta al fianco. Più tardi, egli aveva scartabellato il dizionario, mentre l’avvocato Brizzi giuocava a dama con Eva e Germana bisbigliava con Aldo dietro il paravento. Tali figure gli tremavano adesso dentro il pensiero come figure di una cinematografia, poi si dileguarono improvvise; ma egli, volendo tenersi fermo in una idea qualsiasi, si ostinava a fissare la incisione. Sicuro! Essa rappresentava un albero! Upas autiaris! Albero del veleno, albero della morte! Confusamente, percepiva un’analogia fra la sua propria sorte e la sorte degli uomini in parrucca, giacenti all’ombra mortifera di quelle fronde. Ma egli non era morto, non era nemmeno agonizzante. Poteva muoversi, parlare, urlare, imprecare, piangere; eppure in fondo alla sua coscienza un cadavere forse giaceva, avvertendo egli in sè come una decomposizione, come una verminaia; si decomponeva la sua fierezza, brulicavano i bassi istinti, poco fa inesistenti, ora già innumerevoli e voraci. Tese l’orecchio ad ascoltare con trepidazione e sentì risuonarsi dall’imo la eco di un canto fievole e dolce, che gli leniva lo spasimo e gli sedava il tumulto dello spirito.

- Povero Salvatore! Povero Salvatore! Come farà a vivere senza di me? - La voce, il pianto, le parole di Eva.

- Povero Salvatore! - egli ripetè a se stesso con un singhiozzo e cominciò a piangere. Grondavano le lacrime, il dolore si ammansiva, la viltà si ringagliardiva. Non avrebbe egli potuto riedificare la sua vita? Abbandonando lo studio del Brizzi, non gli riuscirebbe facilissimo trovare altre occupazioni anche più lucrose? Oh! certo, certo! Germana partiva, andava oltre il mare ed egli provava sollievo all’idea di eliminare, per l’avvenire, un testimonio accusatore del passato. Una parentesi nella sua esistenza, un viaggio, un’assenza di qualche settimana, i fili delle abitudini spezzati, poi riannodati in altra guisa, e poi la casa avrebbe potuto tornare ariosa, libera, luminosa, lieta di effluvi e di fruscii. Intanto perchè non uscire? Perchè non recarsi là dov’egli sapeva che la fuggitiva era corsa a rifugiarsi, nella casa paterna, e dov’egli era atteso con sospiri e lacrime, dove sarebbe stato accolto con amplessi e giuramenti? forse aveva inteso male; forse la verità era altra. Si alzò, spalancò la finestra e guardò fuori. In alto le stelle scintillavano a miriadi, intorno alla piazza le fiammelle risplendevano immobili nell’aria quieta; la colonna serbava la sua rigidità secolare, le tramvie si incrociavano con gioioso fracasso, una frotta di giovani popolani facevano schiamazzo, un cane abbaiava in lontananza dentro una casa, le finestre, tutte aperte, diffondevano luce e gaiezza sopra le facciate dei vecchi palazzi.

Nulla era cambiato! Il mondo esisteva come ieri, e, come ieri la gente camminava svelta, aspirando con letizia il fresco odore della primavera. Sospirò più volte, traendosi dalle profondità del petto i sospiri, simile a un adolescente che sogni di amore e, mentre la viltà trionfante gli rideva dentro e si dilatava, egli con volto accigliato, con movimenti bruschi per ingannare se stesso, prese il cappello ed uscì.

L’avvenire si apriva dinanzi a lui senza più luce, nè orizzonte, circoscritto, grigio, come viottolo campestre nelle vicinanze di uno stagno durante un crepuscolo di novembre, e Salvatore intanto affrettava il passo per dissolversi, con voluttà, in nebbia fra quella nebbia.