Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta)/In quella parte dove Amor mi sprona

In quella parte dove Amor mi sprona

../Chiare, fresche et dolci acque ../Italia mia, benché 'l parlar sia indarno IncludiIntestazione 22 settembre 2008 75% Poesie

Chiare, fresche et dolci acque Italia mia, benché 'l parlar sia indarno

 
In quella parte dove Amor mi sprona
conven ch’io volga le dogliose rime,
che son seguaci de la mente afflicta.
Quai fien ultime, lasso, et qua’ fien prime?
5Collui che del mio mal meco ragiona
mi lascia in dubbio, sí confuso ditta.
Ma pur quanto l’istoria trovo scripta
in mezzo ’l cor (che sí spesso rincorro)
co la sua propria man de’ miei martiri,
10dirò, perché i sospiri
parlando àn triegua, et al dolor soccorro.
Dico che, perch’io miri
mille cose diverse attento et fiso,
sol una donna veggio, e ’l suo bel viso.

15Poi che la dispietata mia ventura
m’à dilungato dal maggior mio bene,
noiosa, inexorabile et superba,
Amor col rimembrar sol mi mantene:
onde s’io veggio in giovenil figura
20incominciarsi il mondo a vestir d’erba,
parmi vedere in quella etate acerba
la bella giovenetta, ch’ora è donna;
poi che sormonta riscaldando il sole,
parmi qual esser sòle,
25fiamma d’amor che ’n cor alto s’endonna;
ma quando il dí si dole
di lui che passo passo a dietro torni,
veggio lei giunta a’ suoi perfecti giorni.

In ramo fronde, over vïole in terra,
30mirando a la stagion che ’l freddo perde,
et le stelle miglior’ acquistan forza,
ne gli occhi ò pur le vïolette e ’l verde
di ch’era nel principio de mia guerra
Amor armato, sí ch’anchor mi sforza,
35et quella dolce leggiadretta scorza
che ricopria le pargolette membra
dove oggi alberga l’anima gentile
ch’ogni altro piacer vile
sembiar mi fa: sí forte mi rimembra
40del portamento humile
ch’allor fioriva, et poi crebbe anzi agli anni,
cagion sola et riposo de’ miei affanni.

Qualor tenera neve per li colli
dal sol percossa veggio di lontano,
45come ’l sol neve, mi governa Amore,
pensando nel bel viso piú che humano
che pò da lunge gli occhi miei far molli,
ma da presso gli abbaglia, et vince il core:
ove fra ’l biancho et l’aurëo colore,
50sempre si mostra quel che mai non vide
occhio mortal, ch’io creda, altro che ’l mio;
et del caldo desio,
che, quando sospirando ella sorride,
m’infiamma sí che oblio
55nïente aprezza, ma diventa eterno,
né state il cangia, né lo spegne il verno.

Non vidi mai dopo nocturna pioggia
gir per l’aere sereno stelle erranti,
et fiammeggiar fra la rugiada e ’l gielo,
60ch’i’ non avesse i begli occhi davanti
ove la stancha mia vita s’appoggia,
quali io gli vidi a l’ombra di un bel velo;
et sí come di lor bellezze il cielo
splendea quel dí, così bagnati anchora
65li veggio sfavillare, ond’io sempre ardo.
Se ’l sol levarsi sguardo,
sento il lume apparir che m’innamora;
se tramontarsi al tardo,
parmel veder quando si volge altrove
70lassando tenebroso onde si move.

Se mai candide rose con vermiglie
in vasel d’oro vider gli occhi miei
allor allor da vergine man colte,
veder pensaro il viso di colei
75ch’avanza tutte l’altre meraviglie
con tre belle excellentie in lui raccolte:
le bionde treccie sopra ’l collo sciolte,
ov’ogni lacte perderia sua prova,
e le guancie ch’adorna un dolce foco.
80Ma pur che l’òra un poco
fior’ bianchi et gialli per le piaggie mova,
torna a la mente il loco
e ’l primo dí ch’i’ vidi a l’aura sparsi
i capei d’oro, ond’io sí súbito arsi,

85Ad una ad una annoverar le stelle,
e ’n picciol vetro chiuder tutte l’acque,
forse credea, quando in sí poca carta
novo penser di ricontar mi nacque
in quante parti il fior de l’altre belle,
90stando in se stessa, à la sua luce sparta
a ciò che mai da lei non mi diparta:
né farò io; et se pur talor fuggo,
in cielo e’n terra m’ha rachiuso i passi,
perch’agli occhi miei lassi
95sempre è presente, ond’io tutto mi struggo.
Et cosí meco stassi,
ch’altra non veggio mai, né veder bramo,
né ’l nome d’altra né sospir’ miei chiamo.

Ben sai, canzon, che quant’io parlo è nulla
100al celato amoroso mio pensero,
che dí et nocte ne la mente porto,
solo per cui conforto
in cosí lunga guerra ancho non pèro:
ché ben m’avria già morto
105la lontananza del mio cor piangendo,
ma quinci da la morte indugio prendo.