Il giro del mondo in ottanta giorni/Capitolo XXX

Capitolo XXX

../Capitolo XXIX ../Capitolo XXXI IncludiIntestazione 27 dicembre 2022 25% Da definire

Capitolo XXIX Capitolo XXXI
[p. 238 modifica]

CAPITOLO XXX.


Nel quale Phileas Fogg fa semplicemente il suo dovere.


Tre viaggiatori, compreso Gambalesta, erano scomparsi. Erano stati uccisi nella lotta, od erano prigionieri dei Siù? Non si poteva saperlo ancora.

I feriti erano in numero considerevole, ma nessuno era colpito mortalmente. Uno dei più gravemente colpiti era il colonnello Proctor, che si era valorosamente battuto, e che una palla all’inguinaia aveva atterrato. Fu trasportato alla stazione con altri viaggiatori, il cui stato richiedeva cure immediate.

Mistress Auda era salva. Phileas Fogg, che non s’era certo risparmiato, non aveva neppure una graffiatura. Fix era ferito al braccio, d’una ferita senza importanza. Ma Gambalesta mancava, e calde lacrime scorrevano dagli occhi della giovane signora.

Intanto tutti i viaggiatori avevano lasciato il treno. Le ruote dei vagoni erano macchiate di sangue. Dai mozzi e dai raggi pendevano informi brandelli di carne. Si vedevano sulla bianca pianura, fin dove l’occhio poteva giungere, delle lunghe strisce rosse. Gli ultimi Indiani sparivano allora nel sud, dalla parte di Republican-River.

Il signor Fogg, con le braccia incrociate, [p. 239 modifica]rimaneva immobile. Egli aveva una grave decisione da prendere. Mistress Auda, vicino a lui, lo guardava senza pronunciare una parola.... Egli comprese quello sguardo. Se il suo servo fosse prigioniero, non doveva egli arrischiar tutto per istrapparlo agl’Indiani?

«Io lo ritroverò morto o vivo, diss’egli semplicemente a mistress Auda.

— Ah! signor.... signor Fogg! esclamò la giovane donna, afferrando le mani del suo compagno ch’ella coprì di lacrime.

— E vivo! aggiunse il signor Fogg, se non indugiamo un minuto!»

Con questa risoluzione, Phileas Fogg si sacrificava tutto intero. Egli pronunziava la sua rovina. Un sol giorno di ritardo gli faceva mancare il piroscafo a Nuova-York, e la scommessa era irrevocabilmente perduta. Ma davanti a questo pensiero: «È il mio dovere!» egli non esitava.

Il capitano comandante il forte Kearney era presente. I suoi soldati — circa un centinaio d’uomini — si erano posti sulla difensiva pel caso che i Siù movessero un attacco diretto contro la stazione.

«Signore, disse il signor Fogg al capitano, tre viaggiatori sono scomparsi.

— Morti? domandò il capitano.

— Morti o prigionieri, rispose Phileas Fogg. Ecco un’incertezza che urge di far cessare. È vostra intenzione d’inseguire i Siù.?

— Faccenda seria, signore, disse il capitano. Gli Indiani possono fuggire fino al di là dell’Arkansas! Io non posso abbandonare il posto che mi è affidato.

— Signore, ripigliò Phileas Fogg, si tratta della vita di tre uomini. [p. 240 modifica]

— Senza dubbio.... ma posso io arrischiare la vita di cinquanta per salvarne tre?

— Io non so se lo potete, signore, ma lo dovete.

— Signore, rispose il capitano, nessuno qui m’insegna qual sia il mio dovere.

— Sia, disse freddamente Phileas Fogg. Andrò solo.

— Voi, signore! esclamò Fix che erasi avvicinato, andar solo ad inseguir gl’Indiani!

— Volete dunque che lasci morire quel disgraziato, a cui quanti vivono qui devono tutti la vita? Io andrò.

— Ebbene no, non andrete solo! esclamò il capitano, commosso suo malgrado. No! Voi siete un intrepido cuore. Trenta uomini di buona volontà! aggiuns’egli, voltandosi verso i suoi soldati.

Tutta la compagnia si avanzò in massa. Il capitano non ebbe che a scegliere fra quella brava gente. Trenta soldati vennero designati, e un vecchio sergente si pose alla loro testa.

— Grazie, capitano! disse il signor Fogg.

— Mi permetterete di accompagnarvi? domandò Fix al gentleman.

— Farete come vi piacerà, signore, gli rispose Phileas Fogg. Ma se volete rendermi un servigio, rimarrete presso mistress Auda. Nel caso m’incogliesse disgrazia....

Un pallore subitaneo coprì il volto dell’agente di polizia. Separarsi dall’uomo che aveva seguito passo a passo e con tanta persistenza! Lasciarlo avventurare in quel deserto! Fix guardò attentamente il gentleman, e quantunque pertinacemente combattuto dalle sue prevenzioni, egli abbassò gli occhi dinanzi a quello sguardo calmo e franco.

— Rimarrò, di [p. 241 modifica]ss’egli.

Da lì a pochi istanti, il signor Fogg aveva stretto la mano della giovine donna; indi, dopo averle consegnato il suo prezioso sacco da viaggio, partiva col sergente e la sua piccola brigata.

Ma prima di partire, aveva detto ai soldati:

— Amici, vi sono mille sterline per voi, se salviamo i prigionieri!

Era allora mezzodì e qualche minuto.

Mistress Auda si era ritirata in una camera della stazione, e là, sola, ella aspettava, pensando a Phileas Fogg, a quella generosità semplice e grande, a quel tranquillo coraggio. Il signor Fogg aveva sacrificato la sua sostanza, ed ora giocava la vita, tutto ciò senza esitazione, per dovere, senza frasi. Phileas Fogg era un eroe agli occhi di lei.

L’ispettore Fix non la pensava così, e non poteva contenere la sua agitazione. Passeggiava con passo febbrile sulla piazza della stazione. Soggiogato per un momento, egli ridiventava quel di prima. Partito Fogg, comprendeva la stoltezza che aveva fatto di lasciarlo partire. Che! quell’uomo che aveva fin allora seguito intorno al mondo, egli aveva consentito a separarsene! La sua indole ripigliava il disopra, egli s’incriminava, s’accusava, faceva tutta la parte del direttore della polizia metropolitana, quando strapazza un agente colto in flagrante delitto d’ingenuità.

— Sono stato uno stolido! pensava egli. L’altro gli avrà detto chi ero! È partito, non ritornerà! Dove ripescarlo adesso? Ma come mai ho potuto lasciarmi affascinare a questo modo, io, Fix, io che ho in tasca il suo ordine d’arresto! Decisamente non sono che una bestia! [p. 242 modifica]

Così ragionava l’ispettore di polizia, mentre le ore trascorrevano lente per lui. Egli non sapeva che fare. A volte, gli veniva voglia di dir tutto a mistress Auda. Ma comprendeva come sarebbe stato ricevuto dalla giovine donna. Qual decisione pigliare? Egli era tentato di porsi a scorrazzare le lunghe pianure bianche, alla caccia di quel Fogg! Non gli pareva impossibile di rintracciarlo. I passi del distaccamento erano ancora impressi sulla neve!... Ma da lì a poco, sotto un nuovo strato, ogni impronta fu scancellata.

Allora lo scoraggiamento invase Fix. Egli risentì come un’infrenabile voglia di abbandonare la partita. Ora, precisamente, l’occasione di lasciare la stazione di Kearney e di proseguire quel viaggio sì fecondo di fiaschi, gli venne offerta.

Infatti, verso le due dopo mezzodì, mentre la neve cadeva a larghi fiocchi, si udirono lunghi fischi che venivano da est. Un’enorme ombra preceduta da una luce rossastra si avanzava lentamente, considerevolmente ingrandita dalle nebbie che le davano un aspetto fantastico.

Eppure non si aspettava nessun treno che dovesse arrivare dall’est. I soccorsi, richiesti per telegrafo, non potevano giungere così presto, e il treno da Omaha a San Francisco non doveva passare che la domane.

Presto si ebbe a capire la cosa.

La locomotiva, che camminava a piccolo vapore gettando grandi fischi, era quella che dopo essere stata disgiunta dal treno, aveva continuato la sua strada con spaventevolissima celerità, portando seco il fuochista e il macchinista svenuti. Essa aveva corso sulle rotaie per parecchie miglia; indi [p. 243 modifica]il fuoco era scemato per mancanza di combustibile; il vapore si era allentato, e un’ora dopo la macchina si fermava finalmente a dieci miglia al di là della stazione di Kearney.

Nè il macchinista nè il fuochista erano morti, e, dopo uno svenimento alquanto prolungato, essi avevano ripreso i sensi.

La macchina era allora fermata. Quando si vide nel deserto, con la sola locomotiva, non avente più vagoni al suo seguito, il macchinista comprese quel che era accaduto. In che modo la macchina fosse stata disgiunta dal treno, egli non potè indovinare, ma era fuor di dubbio per lui che il treno, rimasto indietro, si trovasse in pericolo.

Il macchinista non esitò su ciò che doveva fare. Continuare la strada nella direzione di Omaha era prudente; ritornare verso il treno che gli Indiani saccheggiavano forse ancora, era pericoloso.... Non monta! Palate di carbone e di legna furono affastellate nel fornello della caldaia, il fuoco si rianimò, la pressione salì di bel nuovo, e verso le due dopo mezzodì la macchina ritornava indietro verso la stazione di Kearney. Era dessa che fischiava nella nebbia.

Fu una grande soddisfazione pei viaggiatori, quando videro la locomotiva porsi in testa al treno. Essi potevano dunque continuare quel viaggio tanto disgraziatamente interrotto.

All’arrivo della macchina, mistress Auda aveva lasciata la stazione, e rivolgendosi al conduttore:

— Ripartite subito? gli chiese ella.

— All’istante, signora.

— Ma quei prigionieri... i nostri disgraziati compagni... non potete proprio aspettare? [p. 244 modifica]

— Io non posso interrompere il servizio, rispose il conduttore. Abbiamo già tre ore di ritardo.

— E quando passerà l’altro treno proveniente da San Francisco?

— Domani sera, signora.

— Domani sera! ma sarà troppo tardi. Bisogna aspettare.

— È impossibile, rispose il conduttore. Se volete partire, salite in vagone.

— Non partirò, rispose la giovane donna.

Fix aveva udito quel dialogo. Pochi minuti prima, quando ogni mezzo di locomozione gli faceva difetto, egli era deciso a lasciare Kearney, ed ora che il treno era là, pronto a slanciarsi, che egli non doveva far altro che rioccupare il suo posto nel vagone, una irresistibile forza lo incatenava al suolo. Quello scalo della stazione gli scottava i piedi, eppure non poteva staccarsene! La lotta ricominciava in lui. La collera dell’insuccesso lo soffocava. Egli voleva lottare sino all’estremo.

Frattanto, i viaggiatori ed alcuni feriti, — fra gli altri il colonnello Proctor, il cui stato era grave, — avevano preso posto nei vagoni. Si udiva il ronzìo della caldaia soprariscaldata, e il vapore si sprigionava dalle valvole. Il macchinista fischiò, il treno si pose in cammino, e disparve in brev’ora, frammischiando il suo fumo bianco al turbinìo della neve.

L’ispettore Fix era rimasto.

Alcune ore trascorsero. Il tempo era pessimo, il freddo vivissimo. Fix, seduto sopra una panca, nella stazione, rimaneva immobile. Pareva che dormisse. Mistress Auda, ad onta della raffica, lasciava ad ogni poco la camera che era stata posta a sua dispo [p. 245 modifica]sizione. Ella andava all’estremità dello scalo, cercando vedere attraverso la tempesta di neve, volendo squarciare quella nebbia che le restringeva intorno l’orizzonte, tendendo l’orecchio al menomo rumore. Ma nulla. Ella rientrava allora, tutta irrigidita, per ritornare da lì a pochi momenti, e sempre inutilmente.

Venne la sera. Il piccolo distaccamento non era di ritorno. Dove trovavasi in quel momento? Aveva esso potuto raggiungere gli Indiani? C’era stata lotta, o quei soldati, smarriti nella nebbia, erravano a casaccio? Il capitano del forte Kearney era molto inquieto, quantunque non volesse far trasparir nulla della sua inquietudine.

E venne la notte, e la neve cadde meno abbondantemente, ma l’intensità del freddo si accrebbe. Lo sguardo più intrepido non avrebbe considerato senza spavento quella buia immensità. Un assoluto silenzio regnava sulla pianura. Nè il volo di un uccello, nè il passaggio di una belva, ne turbava la calma infinita.

Durante tutta quella notte mistress Auda, con la mente piena di presentimenti sinistri, il cuore colmo d’angosce, errò sul limitare della prateria. La sua immaginazione la traeva lontano, e le mostrava mille pericoli. Ciò ch’ella sofferse durante quelle lunghe ore non si può esprimere.

Fix era sempre immobile allo stesso posto, ma neppur lui dormiva. Ad un certo momento un uomo erasi avvicinato e gli aveva parlato anzi; ma l’agente lo aveva rimandato, dopo di aver risposto alle sue parole con un segno negativo.

La notte trascorse così. All’alba, il disco mezzo spento del sole si alzò sopra un orizzonte nebbioso; però lo sguardo poteva estendersi ad una distanza di due [p. 246 modifica]miglia. Era verso sud che Phileas Fogg e il distaccamento si erano diretti.... Il sud era assolutamente deserto. Suonavano allora le sette del mattino.

Il capitano, sommamente impensierito, non sapeva qual partito pigliare. Doveva egli mandare un secondo distaccamento in soccorso del primo? Doveva sacrificare altri uomini con sì poche probabilità di salvare quelli che forse a quell’ora erano già sacrificati? Ma la sua esitazione non durò a lungo; chiamando con un gesto uno dei suoi luogotenenti, gli dava l’ordine di spingere una ricognizione nel sud, — allorchè si udirono alcuni spari. Era un segnale? I soldati si precipitarono fuori del forte, e ad un mezzo miglio scorsero un piccolo drappello che ritornava in buon ordine.

Il signor Fogg camminava in testa, e vicino a lui Gambalesta e i due altri viaggiatori, strappati dalle mani dei Siù.

C’era stato combattimento a dieci miglia al sud di Kearney. Pochi momenti prima dell’arrivo del distaccamento, Gambalesta e i suoi due compagni lottavano già contro i loro guardiani, e il Francese ne aveva accoppati due a furia di pugni, allorchè il suo padrone e i soldati si precipitarono al loro soccorso.

Tutti, i salvatori e i salvati, furono accolti con grida di gioia, e Phileas Fogg distribuì ai soldati il premio che aveva loro promesso, mentre Gambalesta andava ripetendo a sè stesso, non senza qualche ragione:

— Bisogna confessare che io costo caro al mio padrone!

Fix, senza pronunciare mezza parola, guardava il signor Fogg, e sarebbe stato difficile l’analizzare le impressioni che lottavano allora in lui. Quanto a mistress Auda, ella aveva preso la mano del g [p. 247 modifica]entleman, e la stringeva nelle sue, senza poter pronunciare una parola!

Intanto Gambalesta, appena giunto, aveva cercato il treno nella stazione. Egli credeva trovarlo lì, pronto a partire, e sperava che si potrebbe ancora riguadagnare il tempo perduto.

— Il treno, il treno! esclamò egli.

— Partito, rispose Fix.

— E il treno successivo, quando passerà? domandò Phileas Fogg.

— Non prima di stasera.

— Ah! rispose semplicemente l’impassibile gentleman.