Il buon cuore - Anno IX, n. 40 - 1º ottobre 1910/Religione

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Vangelo della domenica prima d'Ottobre


Testo del Vangelo.

Il Signore Gesù disse questa Parabola: Un uomo aveva un albero di fico piantato nella sua vigna, e andò per cercare dei frutti di questo fico e non ne trovò. Allora disse al vignaiuolo: Ecco che son tre anni che vengo a cercar frutto da questo fico e non ne trovo: troncalo adunque: perchè occupa egli ancora il terreno? Ma quegli rispose e dissegli: Signore, la. scialo stare ancora per qualche anno, fintanto che io abbia scalzato intorno ad esso la terra, e vi abbia messo del letame: e se darà frutto, bene, se no allora lo taglierai. E Gesù stava insegnando nella loro Sinagoga in giorno di sabato. Quand’ecco una donna, la quale da diciotto anni aveva uno spirito che la teneva ammalata, ed era curva e non poteva per niun conto guardar all’insù. E Gesù vedutala, la chiamò a sè e le disse: Donna, tu sei sciolta dalla tua infermità. E le impose le mani, e immediatamente fu raddrizzata e glorificava Iddio. Ma il capo della Sinagoga, sdegnato che Gesù l’avesse curata in giorno di sabato, prese a dire al popolo: Vi sono sei giorni nei quali sí convien lavorare: in quelli adunque venite per essere curati, e non nel giorno di sabato. Ma il Signore prese la parola e disse: Ipocriti, chicchessia di voi non iscioglie egli in giorno di sabato il suo bue, o il suo asino dalla mangiatoia, e lo conduce a bere? E questa figlia di Abramo tenuta già legata da Satana per diciott’anni,

non doveva essere sciolta da questo laccio in giorno di sabato? E mentre diceva tali cose, arrossivano tutti i suoi avversari; e tutto il popolo si godeva di tutte le gloriose opere che da lui si facevano.

S. LUCA, Cap. 13.


Pensieri.

Un signore andò nella sua vigna e s’appressò a una pianta di fico per coglierne i frutti. Osserviamo: il Signore non va in un parco, ove platani e querce crescon quasi da sè e dalle quali non si può pretendere che fresco ed ombra, ma va in una vigna, dove son piante che costano molto, che richiedono cure e lavoro e dalle quali non solo ombra e frescura si può pretendere, ma anche frutti, i quali frutti compensino del dispendio e della fatica.

Anche il Signore del mondo ha parchi nell’universo, ma ci ha anche la sua vigna, l’umanità, la cristianità, sopratutto, che gli deve dar frutti.

Diamo uno sguardo alla nostra vita spirituale e vediamo se noi rendiamo quel che dobbiamo o se, invece, non abbiamo che apparenza, che foglie!

Siamo santamente coraggiosi e leali in questo nostro esame interiore, entriamo nella nostra coscienza, investighiamola tutta, è importante.

Abbattiamo noi stessi le apparenze, le vane sembianze di bene, che del bene non hanno che l’esteriorità, ma che, forse, nella profondità del cuore, sono colpe, sono ipocrisie, sono menzogne.... Entriamo, scendiamo in noi e devastiamo tutto ciò che non resta fermo al soffio della verità, della carità....

S’ingannano gli uomini, non s’inganna il Signore: cadano davanti a Lui tutte le falsità, tutte le doppiezze.... Gli uomini, forse onoreranno, si lasceranno trarre in errore dalle apparenze di pietà, di zelo, di devozione... ma come giudicherà Dio, che legge nei cuori e scruta le coscienze? Mi pare che in tante anime, debba succedere qualcosa che fa pensare alla pianta di fico istantaneamente essicata alla parola di Cristo.... Che terrore!

Scuotiamoci a tempo: via le foglie, via le fronde; cerchiamo di dare frutti al Signore.

E riflettiamo che più abbiamo ricevuto e più dobbiamo dare. Le grazie divine sono il mistero di ogni singola anima, ma più abbiamo la consapevolezza d’essere stati beneficati e più abbiamo il dovere d’esser piante ricche di frutti e di compensi.

Riflettiamo seriamente a queste cose per carità di noi stessi!

11 padrone trova sterile il fico e dice: Questa pianta aduggia il terreno, tagliamola! In un parco una pianta che non produce è semplicemente inutile; in una vigna è nociva, essa ruba l’alimento alle altre piante.

Così l’uomo, il cristiano che non è morale, che non è virtuoso, non solo è pianta inutile, ma parassita, ma dannosa, che nuoce alla società spirituale alla quale appartiene.

E come la pianta infruttuosa, l’uomo cattivo, malvagio dovrebbe essere annientato. [p. 319 modifica] Perchè, invece, anche nella società religiosa, anche nella chiesa vivono le piante inutili, le piante nocive? Perchè anche noi viviamo con i santi, con i martiri della virtù e della fede? Mio Dio, noi, con la nostra malvagità, li mettiamo in croce; essi, sulla croce, si offrono per noi, ci benedicono.... La loro immolazione è l’elemento perturbatore di quel che dovrebbe naturalmente accadere. Noi li uccidiamo, essi ci salvano.

Il sacrifizio e la redenzione del Calvario son sempre attuali nel mondo!

Ad un eccezionale

festino di nozze

Dovevo ben dare questa dimostrazione di vivo interesse, di intervento, a Nozze come quelle che si celebrarono à Borghetto Lodigiano il 29 spirato settembre: le nozze Besana-Silvestrini.

Da Milano a quel laborioso simpatico Borgo fu tutta una volata in automobile, traverso praterie sconfinate, e avvolti nella gloria d’un sole che pareva vestito esso pure a festa per intonarsi alla cerimonia che si andava a celebrare.

Al nostro arrivo si può dire che tutta la popolazione, che da anni attendeva quel gesto di raro galantomismo, si riversò sulle vie per salutare lo sposo che veniva a impalmare una loro conterranea. Quella popolazione era soddisfatta, e partecipò alla festa come fosse tutta sua, salutando, sorridendo, assistendo alla Messa grande nella sua bella Chiesa tutta parata come pei giorni solenni, facendola risonare di canti religiosi d’una bellezza che di raro è dato sentire anche in città.

Lo svolgimento della cerimonia nuziale era davvero impressionante: un immenso cerchio compatto di centinaia di persone si formò intorno agli sposi, in un silenzio religioso. Io, dopo aver benedetto ai contraenti, lessi loro due parole che mi si disse colpirono nel modo più strano: sono le seguenti:


«Diletti Sposi! è giocondo per me trovarmi qui oggi a dividere le vostre gioie, dopo aver seguito per mesi — col più vivo interesse e colle trepidazioni che inspira la sorte di persone care — le diverse fasi del vostro matrimonio. Che per quanto non avessi mai dubitato, pure solo oggi mi permetto più libero il respiro e più piena la soddisfazione.

E dichiaro che mai come oggi, ad un festino di nozze, ho trovato il morale a maggior altezza, nè ho visto brillare più luminoso un ideale. Si direbbe di trovarci innanzi a quei giovani d’altri tempi, che saldi alla parola data, per anni accarezzano fra mille ansie un loro sogno dorato senza smentirsi mai, finchè a forza di costanza riescivano a condurre all’altare la fanciulla del loro cuore. Siamo innanzi ad una delle più gentili e poetiche pagine dell’antica cavalleria nei riguardi della donna.

Ed io mi congratulo con voi, diletti Sposi.

Ma mi felicito con voi anche per il compito glorioso che oggi assumete innanzi agli uomini e a Dio. Oggi voi rispondete entusiasti, generosi alla chiamata per riprendere il lavoro di Dio stesso, smesso da Lui in quel settimo giorno nel quale riposò; voi raccogliete l’invito di continuare quell’opera — il proseguimento della catena degli esseri umani, la continuazione della nostra specie — per cui occorre ciò che in noi è sdoppiato, ma in Dio creatore era unito, il fortiter et soaviter, la forza e la gentilezza, la testa ed il cuore, insomma un uomo ed una donna.

Diletti Sposi, la vostra felicità d’oggi è grande, è comunicativa, tanto che a noi lo spettacolo della vostra felicità è giocondo. Ma occorre che anche domani, dopo, per mesi ed anni, fino a quella tarda vecchiaia che la Chiesa tenerissima fra le madri augura a tutti gli sposi il dì delle loro nozze si estenda sempre uguale, per quanto in forma più pacata e raccolta.

Orbene, la cosa è possibile e lasciate che ve ne confidi il segreto: Prima di tutto siate profondamente, lealmente religiosi, e il timor santo - di Dio presieda e regni nel dolce nido che con tanto amore vi siete formato. Amatevi, ma non solo oggi, o finchè brilla la freschezza di gioventù, ma anche quando essa sfiorirà, anche negli anni maturi, anche sotto il gelo dei più tardi anni. Simile a quei monti che alle eccelse cime biancheggiano di nevi immacolate, ma nel loro seno custodiscono un fuoco inestinguibile. Rispettatevi; è così facile nella grande intimità coniugale trascorrere a libertà che finiscono col fare del matrimonio la società più banale e insopportabile. La sposa veda nell’uomo il capo della famiglia, il rappresentante di Dio, l’ombra del Cristo capo della sua Chiesa; ma anche l’uomo elevi il suo pensiero e veda nella donna, non un’essere inferiore, non una schiava, non lo strumento delle voluttà e d’una festa dei sensi, ma una compagna colla quale farsi innanzi ad affrontare i casi della vita; l’essere gentile destinato ad addolcire, a confortare le asprezze dell’esistenza, e mettere nella casa una nota più soave, più festosa, che dia il senso di placido ristoratore riposo alle stanche brutalmente urtate energie dell’uomo. Ad ogni modo cominciare a prevenire ogni ragione di mancarsi di rispetto, tenendo sempre alto il senso della dignità personale, non mai esponendola al pericolo di venir menomata, conservando sempre un resto di sostenutezza, di riserbo, di nobiltà che insinui, comandi il rispetto pur senza scemare affetto e famigliarità. E finalmente compatitevi. Siate grandi nel giudicare — nessuno è perfetto, la fragilità nostra non ha limiti, tutti si può mancare e a tutti saprebbe dolce che ai loro errori si passasse sopra — e siate generosi nel perdonare.

Questo per sommi capi il segreto della felicità; il resto e il più e il meglio lo potrete leggere in quello splendido Vade mecum degli sposi — I matrimonii scritti in Cielo, dell’abate Enrico Bolo, grande predicatore alla Maddalena di Parigi.

Questo poi doveva esservi detto dal sacerdote e dall’amico che venne a benedire alle vostre Nozze che vi augura felici per sempre».

L. Meregalli.