Novella CXLIX

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CXLVIII CL

Uno abate di Tolosa con una falsa ipocrisia, facendo vita che da tutti era tenuto santo, fu eletto vescovo di Parigi, là dove essendo a quello che sempre avea desiderato, facendo una vita pomposa e magnifica, si dimostrò tutto il contrario, recando molto bene a termine li beni del vescovado.

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Ora mi viene a caso di dire come uno religioso, sotto coverta d’ipocrisia, frodò il mondo e capitonne bene quanto al corpo, ma quanto all’anima credo il contrario. Fu in Francia uno abate di Tolosa, il quale avea grandissimo desiderio di venire o gran vescovo, o altro grandissimo prelato, e di fuori mostrava tutto il contrario; però che parea a’ costumi suoi che la sua badía gli fosse troppo gran beneficio, dicendo spesse volte:
- E che è di bisogno questi grandi beneficii? niuno doverrebbe volere se non tanto quanto regolatamente gli fosse a bastanza.
E con questo, mangiava sottilmente, facendo vita piú tosto arida che delicata, digiunando tutti li dí comandati, e molti degli altri. E allo spenditore suo avea comandato che, quando andasse alla peschería, togliessi de’ minori pesci, e di meno valore che vi fossono: però che non era buono essemplio al mondo che li suoi pari andassino per loro vivere cercando le cose di vantaggio; e ’l fante cosí facea. Tanto che continuando questo abate questa astinente vita, per tutto era tenuto il migliore religioso che fosse in tutta Francia.
Avvenne per caso che ’l vescovo di Parigi morío; di che, pensando e gli elettori e la comunità di nuovo vescovo, tutti traevano nel segno con le voci a questo abate per lo piú santo uomo che fosse in Francia. E considerando la sua vita e la sua santità, a furore di populo fu eletto vescovo di Parigi. E andatagli la elezione confirmata dal papa, costui si mostrò di non la volere, e che avea troppo grande beneficio pur di quella badía ch’egli avea. E facendo questa archimiata mostra, allora piú accendendo gli animi di quelli che ’l voleano, convenne che consentisse a quello che lungo tempo avea desiderato. Di che lasciò la badía, e a Parigi andò a pigliare possessione e tenuta del detto vescovado; e come al piú cattolico e santo uomo ch’egli avessono mai, tutti l’andavono a vicitare, basciandoli le mani per grandissime reliquie.
Stando questo venerabile vescovo nella magione del vescovado, avvenne per caso che uno dí che non si mangiava carne, per lo antico suo spenditore furono comperati pescetti di poco valore al modo usato, come quando era abate; ed essendo a tavola per desinare, furono recati questi pescatelli in su la mensa.
Come il vescovo li vede, dice:
- E che vuol dire questo? non avea altro pesce alla peschería?
Dice lo spenditore:
- Signor mio, e’ v’erano di molti belli pesci e grossi d’ogni ragione; ma io comperai di quelli piccoli che solevate volere.
E ’l vescovo sorridendo, dice:
- O matto che tu se’, io pescava allora con quelli piccoli per pigliare de’ grossi. Io sono nel vescovado di Parigi, al quale si richiede troppo piú magnifica vita che all’abate di Tolosa; e però da quinci innanzi le migliori vivande abbi mente di comprare per la mia mensa, che tu puoi -; e cosí disse il suo famiglio di fare.
E se prima il detto vescovo digiunava o facea astinenza, ora non sapea o non volea sapere che cosa fosse digiuno, allegando la gran fatica che in quello beneficio li convenía avere. Li Parigini, veggendo li suoi costumi e la sua pulita vita, si maravigliorono forte di questa trasformazione in cosí poco tempo, dicendo in loro lingua un proverbio che spesso diciamo noi toscani: «Non ti conosco se non ti maneo». E ’l vescovo ne dicea un altro: «Piú non ti curo, domine, che uscito son del verno». E cosí stette, mentre che visse vescovo di Parigi, con sí fatta vita e con sí pomposa che quello che venne drieto poté dire:
- Io mi credea esser vescovo di Parigi, e io mi truovo abate della badía a Spazzavento.