Il Parlamento del Regno d'Italia/Alessandro Della Rovere

Alessandro Della Rovere

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Giuseppe Saracco Antonio Gallenga
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Alessandro Della Rovere.

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Generale a più di un titolo distinto, egli si è più particolarmente segnalato come abilissimo amministratore, tanto che gli si ebbe affidata per molto tempo la direzione dell’intendenza dell’armata intiera.

Il barone Bettino Ricasoli, volle valersi della sua abilità per metterlo a capo del ministero della guerra, di cui gli consegnò il portafogli. Niuno può contestare al generale Della Rovere la saggezza e la previdenza colle quali ha saputo in tale circostanza, adempire agli obblighi dell’incarico assunto. Il generale non credeva potersi fare la fusione dell’esercito meridionale, con quelli del regolare, senza produrre una perturbazione, la quale avrebbe potuto cagionare, secondo lui, i più deplorevoli risultati. La fermezza colla quale egli si oppose adunque a quel progetto di fusione, gli valse moltissime avversioni dalla parte dei così detti garibaldini, e di coloro che ne sostenevano gl’interessi.

Il generale Della Rovere cadde insieme col ministero Ricasoli; ma tornò ad assumere di nuovo il portafogli della guerra quando venne al potere il gabinetto presieduto dal commendatore Farini. [p. 819 modifica]

Il marchese Della Rovere, che non sa troppo piegarsi all’opinione altrui, quando questa opinione non gli sembra utile e giusta, non essendo un oratore, si è lasciato talvolta trascorrere nella Camera ad esprimere il proprio avviso, di un modo alquanto brusco e perentorio, il che non ha fatto che attirargli sopra maggiori animosità ch’ei prima non avesse contro di sè.

Noi, per parte nostra, sappiamo che si deve scusare un buono e valoroso militare, se talvolta non sa troppo frenarsi quando si vede ingiustamente attaccato; e non ammettiamo che i più ostinati, ma onesti avversari del marchese Della Rovere, possano seriamente stimar giovevole allo Stato, che un uomo, tanto equo quanto abile amministratore, possa e debba essere allontanato dalla pubblica gestione, perchè non sa possiedere quel sangue freddo, e quella facilità e versatilità di eloquio, che costituiscono le doti principali dell’oratore.