Apri il menu principale

Il Guerriero Prudente di Galeazzo Gualdo Priorato e gli Aforismi dell’Arte Bellica di Raimondo Montecuccoli

Bernardo Morsolin

1882 D letteratura letteratura Il Guerriero Prudente di Galeazzo Gualdo Priorato e gli Aforismi dell’Arte Bellica di Raimondo Montecuccoli Intestazione 23 maggio 2009 25% letteratura

EPUB silk icon.svg EPUB  Mobi icon.svg MOBI  Pdf by mimooh.svg PDF  Farm-Fresh file extension rtf.png RTF  Text-txt.svg TXT


Nell’anno 1876 usciva in Firenze una larga e ben particolareggiata Monografia di Raimondo Montecuccoli, il più classico degli scrittori italiani, che trattassero mai di cose militari. Quello, che vi si desidera in vano, è un esame pieno e accurato delle opere. Meglio che lo scrittore vi si delinea, anche ne’ particolari più minuti, il conduttore degli eserciti. La stampa italiana e straniera accoglieva, ciò non pertanto, con parole di vera lode il nuovo lavoro, rallegrandosi che l’insigne capitano si fosse incontrato finalmente in chi ne avesse saputo rilevare degnamente le rare prove della mano e del senno. Era l’autore dell’opera quel Cesare Campori di Modena, che tenne per quasi mezzo secolo un posto onorato tra’ cultori più appassionati delle lettere italiane e in particolar della storia.

Il dotto scrittore, parlando degli Aforismi dell’Arte Bellica, lamentava senz’ambagi che non fosse noto, quanto si conveniva, il nome d’un valentuomo, autore di scritti congeneri, contemporaneo al Montecuccoli. E di lui ricordava specialmente un’opera, “che meriterebbe, dic’egli, d’essere conosciuta più che non sia”. Lo scrittore, al quale alludeva, era Galeazzo Gualdo Priorato di Vicenza; l’opera, il Guerriero Prudente; alla quale “non parmi impossibile, soggiungeva, che traesse Raimondo l’idea, che in più ampia forma svolse ne’ suoi Aforismi”1.

Il voto del Campori era troppo nobile, perch’esso mi potesse sfuggire inavvertito. Non che del Gualdo, morto già più che due secoli, si desideri ancora un biografo. Volgono oltre cent’anni che della vita e delle opere di lui hanno scritto con una tale quale diligenza il Zorzi2 e il Calvi3, due vicentini, studiosi quanto pochi altri delle cose concernenti la lor terra natale.

Ma que’ lavori, del pari che le notizie sparse nelle opere di autori italiani e stranieri, son troppo monchi e imperfetti, perché valgano a mettere il Gualdo nella sua vera luce. Né una monografia, che risponda pienamente all’esigenze della critica moderna, potrassi avere di lui, finché con le carte di famiglia, possedute dal conte Aicardo Gualdo, e con le copiose opere, già pubblicate, non si consultino gli scritti inediti, che si custodiscono in qualche biblioteca italiana, e d’oltr’alpe.

La mia attenzione non s’è fermata sinora che sul Guerriero Prudente. E più che a far conoscere la dottrina dell’opera, già messa in evidenza dall’illustre Ferdinando Cavalli nella sua Scienza politica in Italia4, mi sono studiato rilevare quanto il Guerriero Prudente possa aver contribuito all’idea degli Aforismi del Montecuccoli. E’, se così si può dire, lo svolgimento del concetto, buttato là, non di proposito, ma per incidenza dal Campori.

Il Guerriero Prudente non è uno scritto d’arte militare; è invece un trattato di scienza essenzialmente politica. Il Gualdo, più che l’arte di guidare gli eserciti sul campo di battaglia, addita la maniera di provedere a ciò che si esige dall’offesa e dalla difesa dello stato. Cause della guerra sono, secondo lui, “il pretesto della vendetta, la ragione dello stato e il desiderio di gloria”.

Prima di por mano alle armi è indispensabile avere in pronto tutto il bisognevole alla guerra, il denaro cioè, i soldati, le munizioni ed i viveri.

Il principe accorto prediligerà il denaro, accumulato co’ risparmi, al raccolto con improvvise estorsioni, sorgente di tumulti e d’impoverimento tra’ sudditi. Della milizia sarà migliore la tolta dalle provincie soggette, che non la mercenaria, sollecita unicamente del proprio tornaconto, o i soldati ausiliarii, intesi ad avvantaggiarsi sopra tutto della vittoria.

La leva vuolsi fare, in qualunque caso, con somma prestezza e scegliere per capitani uomini esercitati e d’ottima fama.

Le munizioni ed i viveri stieno in ragione del numero de’ soldati, né si commettano alla custodia d’amministratori avari o infedeli. Allestito il necessario alla guerra, sarà bene conoscere l’indole de’ nemici, la fedeltà al loro signore, la quantità delle forze che si vogliono affrontare, il numero e la natura de’ soldati, il valore de’ capitani, la topografia e il clima del paese designato alla conquista. O i popoli, contro a’ quali si marcia, son vili, o sono feroci.

Si userà una guerra ingegnosa con gli uni, prudente con gli altri. Prima però di por mano alle armi conviene conoscere le forze non solo del nemico, ma de’ collegati ad un tempo; convien badar bene se i capitani sieno uomini d’esperienza, o preposti all’esercito dall’affetto del principe; se nobili o plebei, ricchi o poveri, sudditi o stranieri, amati o temuti da’ militi. Mettasi uguale studio a ben conoscere le leghe; assai formidabili, se pubbliche, meno degne di considerazione, se occulte; ma non difficili a disarmarsi nell’un caso e nell’altro con grosse pensioni a’ consiglieri del principe nemico.

procedere poi con sicurezza gioveranno grandemente i disegni e le carte topografiche de’ paesi avversari, atte sopra tutto a metter sott’occhio i passi stretti, i luoghi forti, i fiumi, i monti e i boschi.

Delle fortezze converrà conoscere, oltre il sito, i presidii, se di milizie proprie o straniere, esperte o nuove, inermi o guerriere, di soli fanti o anche di cavalli. Nella marcia dovrassi ordinare l’esercito a seconda del fine proposto, che sarà o di traversare il paese nemico venendo, ove occorra, a battaglia, o di soccorrere qualche piazza, o di portar l’assedio a qualche fortezza.

Dichiarata la guerra, vuolsi distinguere e considerare con particolare accortezza ciò, che si richiede avanti, durante e dopo la battaglia. Non diasi mano alle armi senza aver prima conosciuto le condizioni delle forze nemiche, dove fidi maggiormente l’avversario, con che ordine proceda, quali condottieri e quali soldati tenga al suo stipendio, a che miri sopra tutto ne’ suoi disegni.

Cominciata la battaglia, si osservi in qual punto spieghi il nemico le forze maggiori per raddoppiarvi l’opposizione, s’occultino gli eventi sinistri, si propalino e magnifichino i prosperi. O si vinca, o si perda, badisi, dopo la battaglia, a ciò che può tornar maggiormente proficuo; e sia che tu prosegua la vittoria, o che tu cerchi una salvaguardia in luoghi riparati, non lascerai, nell’un caso e nell’altro, di ristorare il difetto de’ soldati e delle munizioni. Ne’ rovesci di fortuna s’invigili sopra tutto il contegno de’ sudditi e in modo particolare il governo de’ magistrati. Dove trattisi di fortezze, pongasi mente che mezzi a conquistarle sono il tradimento, la sorpresa, l’espugnazione e l’assedio.

Ne’ due primi casi giova anzi tutto la segretezza, la speditezza, il valore; ne’ due secondi la comodità de’ siti e la conoscenza de’ presidii e de’ capi.

Nulla è di così grave importanza quanto la difesa degli stati. A riuscirvi è forza non istancarsi di tenere in buono assetto gli strumenti di difesa, gli eserciti cioè e le fortezze

Con gli eserciti si guardano le frontiere, o si trae profitto dalle diversione a danno del nemico; con le fortezze, bene approvvigionate e sorvegliate da governatori e da ingegneri valenti, si proteggono, a seconda de’ casi, o le sortite, o le ritirate. Nulla può tornare più utile o più dannoso della neutralità, o delle alleanze; d’onde la necessità di procedere con somma cautela nelle risoluzioni; tanto più che gli stati neutri non possono non risentirsi dei conflitti degli esteri. Ciò, contro cui sta bene premunirsi, sono le simulazioni e le finte amicizie, ma non così per altro da rifuggire dall’adulazione con gli adulatori, dalla doppiezza co’ doppii, dalla tristizia co’ tristi. Alle sorti d’uno stato giova, quanto forse nessun’altra cosa, la capacità dei ministri. Dall’opera loro, buona o cattiva, dipende sopra tutto la prosperità o l’infelicità de’ soggetti.

Sia prima cura distogliere gl’animi dall’ozio, rovina de’ soldati e dei regni; né tu ricorrerai alle minaccie o alla forza per frenare le lingue de’ sudditi.

Eccidio degli stati non si fa la depressa fortuna, né scapito al credito la povertà dignitosamente onorata. Sarà, conchiude il Gualdo, ben condotto quel principato, cui si faranno scudo “valide forze, accorto consiglio e ferma riputazione!”5

Gli Aforismi dell’Arte Bellica non escludono la politica. I precetti di questa scienza vi s’incontrano, si può dire, ad ogni piè sospinto. Risulta anzi dall’insieme dell’opera che non può darsi guerriero perfetto, ove si desideri in grado notevole la scienza di stato. Più per altro che il contegno politico, suggerito dal Guerriero Prudente, vi s’insegna la maniera di ben capitanare un esercito. Gli ammaestramenti politici rimangono subordinati, se così si può dire, a’ precetti più copiosi dell’arte della guerra.

Gli Aforismi, in una parola, trattano, nella loro sostanza, di quest’ultima. La guerra è interna o esterna, offensiva o difensiva, marittima o terrestre. A chi aspira alla vittoria è forza por mente anzi tutto all’apparecchio. Gli uomini, assoldati non dalla feccia, ma tra’ migliori, vogliono ordinarsi secondo le ottime norme della scienza militare. Negli ufficiali, e più ancora ne’ generali, si esigano sopra tutto le qualità, naturali o acquisite, indispensabili in chi deve preporsi a un esercito.


Uguale studio porrai nella scelta delle armi così difensive, come offensive. Escluderai quelle soltanto, che riescono d’impedimento al corpo, o sono cadute in disuso, quali le corazze intiere, l’archibugio e la lancia. Di nulla s’abbia tanto cura, quanto degli esercizi. Alle manovre individuali s’alternino indefessamente le simultanee e in tutte le maniere, volute dalle dottrine militari.

E sempre e dovunque sia viatico la disciplina, senza cui “la gente armata è più dannosa che utile, più a’ suoi che al nemico formidabile”. Non piccola destrezza esige la scelta e il maneggio dell’artiglieria.

E’ a preferirsi ad ogni altra la fusa negli arsenali moderni, purché tanto i pezzi dall’anima uguale e cilindrica, quali i cannoni e le colubrine, quanto gli altri dall’anima inuguale e incamerata, i petrieri cioè, i mortari, i petardi e gli organi, non soverchino in grossezza o in leggerezza, in brevità o in lunghezza. Cura non punto minore esigono le munizioni da guerra, la polvere cioè, la miccia, le palle; esigono le munizioni da bocca, quali il pane, il sale, il biscotto, l’aceto, la carne fresca, il cacio, il burro, il lardo, il tabacco, i pesci salati, i legumi per gli uomini; l’orzo, il fieno, l’erba, la biada e la paglia per i cavalli. I magazzini sieno in luoghi forti e salubri non solo, ma comodamente accessibili.

A menomare gl’imbarazzi nelle marcie e sul campo, si riduca “al minor piede possibile” il bagaglio; né si estorca il denaro, necessario alla guerra, con modi, che sembrino cozzare con la giustizia, l’uguaglianza e la proporzione geometrica. All’apparecchio deve seguire immediatamente la disposizione, o “l’ordine che si dà alle cose secondo la loro qualità e quantità”. La disposizione è o universale, o particolare. L’universale riguarda la somma della guerra e ne prescrive, per le generali, il maneggio e l’indirizzo.

Prima cura d’un capitano sia pertanto il ragguagliare le proprie alle forze dell’inimico. Se tu prevarrai nella cavalleria, cerca i luoghi larghi ed aperti. Gli stretti e montuosi sono preferibili da chi confida maggiormente nella fanteria.

Di fronte a un esercito nuovo e inesperto si oppongano le file de’ veterani: prediligasi l’arte del campeggiare dove sia più forte il nemico. Nell’un caso e nell’altro badisi però alla natura del paese. Quando ti sia dato di resistere con pochi a’ molti, non ommettere d’operare per diversione. A nulla si tenga d’occhio quanto al disegno. La guerra è offensiva, difensiva, o di soccorso.

Nell’offensiva richiedesi prima di tutto forze superiori a quelle del nemico, attenzione alle congiunture, instancabilità nel dar battaglie, umanità co’ vinti, requisizioni di viveri, edificazioni di propugnacoli, presidio de’ luoghi forti. Nella difensiva si opponga resistenza da una o più fortezze, sostenute da un corpo volante. Alle sedizioni civili facciasi fronte mantenendo la guerra fuori del paese; e solo nella necessità di combattere con poche forze si distrugga tutto quello, che non può raccogliersi nelle fortezze, si allarghino le fortificazioni, si muti posto, s’eviti ogni sito, che possa circondarsi dal nemico.

Nelle guerre di soccorso, che si devono fare con la congiunzione delle forze, con la diversione e con la somministrazione di denaro, di munizioni e d’altri requisiti militari, non dimenticherai di farti cedere una o più fortezze, quali pegni di fedeltà, valide sopra tutto per la ritirata. La disposizione particolare riguarda ciascun membro della milizia e in modo particolare la ricognizione, la condotta e l’esecuzione.

Compiuta la disposizione, non s’indugi l’operazione. L’incertezza e gli scrupoli possono riuscire assai spesso fatali. Commessa a un solo la condotta e proveduto a tutto ciò, che può contribuire al buon esito dell’operazione, si confidi senz’altro nell’aiuto di Dio. Le cose trattate fra molti si risolvono con pochi o da soli. A mantener meglio la segretezza si tengano d’occhio le spie, si custodiscano i prigionieri, si respingano i vagabondi, si gastighino i delatori, non diasi retta a’ disertori, s’usi finzione col nemico. Alla segretezza gioverà grandemente la celerità nel sorprendere all’improvviso l’avversario, lasciando in luogo munito i bagagli e gli altri impedimenti, e affrettando, ove occorra, anche di notte il cammino.

Nella marcia s’avverta anzi tutto il luogo, il tempo, il sospetto e il disegno; né si ommetta di modificare, a seconda dell’uno o dell’altro, l’ordine dell’esercito.

E in ragione del sospetto si abbia riguardo all’alloggio, che si farà separatamente in paese amico, unitamente in campo formato o in battaglia, di fronte all’avversario. Nell’alloggio separato si assegnerà la piazza d’armi al quartier generale da collocarsi possibilmente nel centro; nell’unito in campo formato, o in battaglia si baderà alla comodità del sito e a sì fatta disposizione dell’esercito, che si trovi sempre sull’armi. Il combattimento si fa o intorno alle fortezze o all’aperto. Le piazze o sono forti per natura, o per arte, o per l’una o per l’altra insieme. In entrambi i casi giova, ch’esse sieno poche, ma buone, situate alle frontiere, a’ passi, a’ porti di mare, ne’ luoghi di residenza, provedute d’acqua e d’aria eccellenti, comode al commercio e al ricevimento de’ soccorsi, capaci d’una guarnigione atta a sostenere un assedio reale. Edificate regolarmente o irregolarmente, esigono un accesso difficile per frequenti ostacoli, e uno spazio largo alla difesa, angusto all’offesa.

L’attacco o è occulto per intelligenza o per istratagemma; o è manifesto e subitaneo per impeto aperto e per assalto, o lento per blocco e per ossidione; o tra il subito e lento per assedio formale ed a forza. Nell’attacco per intelligenza si esigano dai corrispondenti, che introducono nella fortezza, tali pegni di sicurezza, che allontanino ogni sospetto di tradimento; in quello per istratagemma, che può attuarsi in più modi, non si ommetta di porre in iscritto l’ordine della esecuzione.

L’assalto per impeto aperto si faccia “vigorosamente da tutti i lati con ogni genere di strumenti in tempo, che la guarnigione sia indebolita, o vi sia diserzione, o terror panico o altra mancanza”.

Del blocco e dell’ossidione s’usi con le piazze assai forti, ben popolate e di vasta circonferenza, e allora specialmente che vi si faccia sentire la penuria de’ viveri, o v’abbia concorso straordinario di gente.

Eseguirai l’assedio formale ed a forza col cinger la piazza, aprir le trinciere, condurre gli approcci, sforzare i di fuori, passare il fosso con gallerie, intaccare il vallo con mine, far breccia e dare in fine con furia l’assalto. Ove si tratta di difesa, espellansi dalla fortezza i sospetti, si muti il presidio, estraggansi a sorte le guardie, promettasi impunità e ricompensa agli scropritori di tradimenti, si separino e visitino i prigionieri, s’invigilino le carceri, concedasi a’ comandanti della cittadella indipendenza da’ governatori, e vi avverta di non affidare “i governi perpetui né a persone di fede non provata, né a corruttibili per soverchia ambizione o interesse”. Si aggiungano a queste tutte le precauzioni, atte a sventare i mali effetti degli stratagemmi, dei petardi, delle scalate, dell’impeto aperto, dell’attacco formale, degli approcci, delle batterie, delle mine, delle breccie e degli assalti.

Nelle guerre di soccorso badisi di prevenire il nemico accampando l’esercito di fianco alla piazza avanti ch’essa si serri, d’impedirne i viveri, di saccheggiarne il paese e attaccarne le fortezze. Faciliterà l’introduzione del soccorso il marciare di nascosto, il penetrare ne’ luoghi men fortificati, il provocare a battaglia in un sito piuttosto che in un altro, il giovarsi, a dir breve, di tutti quei mezzi anche nell’attacco del campo, i quali valgano a rompere le comunicazioni del nemico e a stringere possibilmente d’assedio gli stessi assedianti.

Ma i combattimenti non si danno soltanto intorno alle fortezze.

V’hanno, come pur s’è accennato, le battaglie in campo aperto, e questo o sono particolari con una porzione delle forze, o sono generali con tutte insieme le forze. A conseguire il maggior vantaggio possibile è necessario procedere in modo che, scelto un sito agevole al maneggio d’ogni sorta d’armi, i molti attacchino i pochi, i preparati gl’impreparati e più presto di fianco che di fronte. Ne’ combattimenti particolari, quali le scaramuccie, le sorprese, i riscontri impensati, le ritirate, lo sforzo o la difesa delle trincee, i passaggi e le riviere, tengasi d’occhio sopra tutto agli agguati. Del resto si prevenga, il più che si può, occultamente, oppur si combatta all’aperto e con impeto il nemico, a seconda della diversa natura dei casi.

Né ingaggerai mai la battaglia ove manchi la speranza della vittoria, o non lo esigano il soccorso agli assediati, l’ozio dell’esercito, la necessità d’impedire i rinforzi al nemico, o qualche utile congiuntura.

Nulla varrà a trar l’avversario a battaglia, quando l’assedio di una piazza, il guasto del paese, la sorpresa improvvisa, la chiusa tra due fuochi, o la finta ritirata. Si fugga dalla battaglia ogniqualvolta se ne preveda maggiore il danno che l’utile, o per inferiorità di forze, o per angustia di sito, o in attesa di soccorso.

Prima della battaglia sia tua cura invocare l’aiuto di Dio, esaminare i vantaggi del sito, prevenir l’inimico, animare i soldati, distribuir la munizione, dar la parola, avere alla mano ogni sorta d’armi, far conoscere il capo, congiungere in uno, o trammezzare, secondo le circostanze, i fanti, i cavalli, le artiglierie. Nell’insieme della disposizione provederai in modo da poter combattere più volte con forze fresche e senza che ne sorga confusione alcuna. I fianchi si assicureranno con l’appoggio a un bosco, a un dirupo, a un colle; la fronte sarà estesa così da sventare ogni giro dell’esercito nemico. Distribuirai in pari tempo i capi alle ale, al corpo della battaglia, alla riserva; porrai gente comandata a’ fianchi di ciascuno squadrone; apposterai i soldati, che uccidano il capitano; studierai il modo di far nascere qualche novità nel bollor del combattimento; torrai, ove occorra, ogni via alla ritirata; provederai i battaglioni di religiosi, di barbieri e di scrivani; collocherai l’artiglieria grossa tra la fanteria, e la leggera tra la cavalleria; designerai la forma della battaglia, assegnandone a ciascun ufficiale la parte propria; metterai in luoghi sicuri le munizioni e i bagagli. Nell’atto della battaglia studiati sopra tutto di prevenire il nemico nella carica, far prigionieri, occupare i luoghi più comodi, usar subito dell’artiglieria, incominciar la battaglia con le forze migliori, mantener le distanze prescritte, rinfrescare a tempo le genti stanche, non impegnar le riserve che in caso di somma necessità, sparare non a un tempo, ma successivamente e a intervalli, non inseguir tropp’oltre il nemico, faticarne il nerbo, ragguagliar incessantemente di quanto succede il generale, perseguitare il nemico sconfitto con la cavalleria.

Ottenuta la vittoria, non dimenticare di render grazie a Dio, seppellire i morti, pubblicar la prosperità del successo, esagerarlo, proseguirlo, incalzar le reliquie dell’esercito battuto, metter terrore nel paese col fuoco, col ferro, col sacco, usar minaccie, forza, lusinghe, sollevare i popoli, guadagnare i collegati, corrompere gli amici, espugnar piazze, piantar fermo il piede, divider l’esercito a più imprese in un tratto, non dare il guasto a provincie, che hai in animo di mantenerti in proprietà, o in quartiere.

Dove la sorte si fosse mostrata avversa, non si perda il coraggio, ma badisi a ritirar le reliquie dell’esercito, a rammassar le sbandate, a porre in armi le genti del paese, a far nuove levate, a gettarle dentro i luoghi forti, a provedere i passi, le frontiere e le piazze; a tagliar le selve, a rompere i ponti, inondar le campagne, ricorrere alle forze ausiliarie. In caso poi di ritirata si raccolgano le forze nel campo o in luogo vicino, s’invada la piazza più considerevole, s’ardano i bagagli, si rifacciano i passi preoccupati, si muniscano i luoghi stretti, si sacrifichi parte della retroguardia alla salute del resto, si proceda in quattro o cinque corpi, si carichi a testa bassa il nemico, si tendano imboscate, si marci speditamente in colonne, né si dispongano le file in battaglia, ove non lo esiga la necessità6.

Nel Guerriero Prudente e negli Aforismi dell’Arte Bellica si riflettono per la parte voluta, più o meno, dall’argomento, le discipline politiche e militari, professate nel secolo decimosettimo.

Risultano, se così si può dire, dalla quintessenza delle scienze degli antichi, corroborata di mano inmano dall’esperienza de’ moderni.

E gli scrittori, che le trattano, erano non già due dilettanti, ma due valorosi, che alla teorica avevano saputo accoppiare in bell’accordo la pratica. In pochi uomini è dato incontrare tanta somiglianza di natali, di studii, d’inclinazioni, di vicende, d’occupazioni e diciamo anche di scritti, quanto in Galeazzo Gualdo e in Raimondo Montecuccoli. Patrizi entrambi, l’uno di Vicenza, l’altro di Modena, esercitarono entrambi la penna a un tempo e la spada.

Devoti l’uno e l’altro agli stranieri, che con la libertà avevano soffocato nella Penisola ogni sentimento di dignità nazionale, fanno parte anch’essi a quegli Italiani fuor d’Italia, che si moltiplicarono senza paragone nel secolo decimo settimo, e la cui storia piena e magnifica era ne’ voti di Cesare Balbo7.

L’età stessa fu in essi contemporanea; uguale, puossi dire, il numero degli anni, vissuti dall’uno e dall’altro; comuni talvolta le fazioni, a cui presero parte. Il Gualdo, morto nel 1678, in età di settantadue anni, militò nelle Fiandre, in Francia, in Germania e in Turchia sotto le bandiere del principe d’Oranges, dell’Altariva, del conte di Mansfeld, dell’Horn e del Vallenstein; il Montecuccoli, vissuto dal 1608 al 1681, fece campo al suo valore la Slesia, i Paesi Bassi, il Magdeburg, la Sassonia, l’Alsazia, la Baviera, la Boemia, la Franconia, l’Iutland, l’Holstein, il Mecklemburg, la Pomerania, la Polonia, l’Ungheria e la Transilvania.

D’entrambi si giovarono talvolta e quasi ad un tempo gli stessi generali e gli stessi principi, il Wallenstein cioè, Maria Cristina di Svezia, Ferdinando terzo e Leopoldo primo imperatori di Germania; né l’uno né l’altro, comunque distratti dall’amor della gloria e dalla speranza degli onori e de’ premi, seppero dimenticare, nelle supreme necessità, la terra, in cui nacquero. Il Gualdo impugnò più volte la spada in favore della Repubblica di Venezia contro gli assalti de’ Turchi: al Montecuccoli piacque di lasciare talvolta la Germania per accorrere, desiderato, alla difesa di Modena. E vanto comune ad entrambi è l’avere affidato alla scrittura il frutto de’ loro studi e della loro esperienza.

Non che l’uno abbia trattato ad un tempo le identiche materie dell’altro. L’ingegno e la vita del Modenese si esercitarono di preferenza nell’armi, ove riuscì non grande, ma sommo; e campo agli scritti di lui fu, per conseguenza, la sola milizia. Non altra in fatti è la materia dell’Arte della guerra, della Tattica degli Svedesi ora smarrita, del Trattato della Battaglia e sopra tutto dei Commentari e degli Aforismi dell’Arte Bellica.

A nessuna di queste opere vuolsi pareggiare il Maneggio dell’armi moderno e l’Arte della guerra, i due scritti congeneri del Vicentino. I principii, a cui vanno informati, sono bensì gli stessi delle opere del Montecuccoli, ma la somiglianza non si rivela per questo, maggiore di quella, che corre tra un largo trattato e un succinto manuale. Gli spiriti militari, da’ quali fu animato per una gran parte degli anni, non tolsero al Gualdo d’attendere con alacrità fors’anco maggiore ad altri studi. I più de’ suoi scritti, maravigliosamente copiosi, trattano di materie alquanto diverse dall’arte militare. Vi primeggiano sopra tutto la storia, la politica e talvolta anche la statistica, nella quale il Gualdo fu de’ primi a porgere relazioni copiose e ordinate a espresso scopo scientifico. E pur tutto questo non basta a far disconoscere una certa affinità con le materie trattate dal Montecuccoli. Della storia e della politica, su cui versano per la maggior parte gli scritti del Gualdo, non può non tener conto e non giovarsi, dove occorra, la scienza delle armi, che ha pur tanta parte nell’incremento e nella prosperità degli stati. Sta in ciò anzi tutta quella comunanza d’idee, che si rivela di primo tratto nel Guerriero Prudente e negli Aforismi dell’Arte Bellica.

Ma questa, ch’io dirò affinità di concetto tra’ due scritti non basta da per sé a far pensare che il Montecuccoli attingesse l’idea fondamentale del suo lavoro dal Gualdo. Il critico discreto vi potrebbe ravvisare, tutto il più, uno sfoggio congenere di dottrine, professate nel secolo decimo settimo in Europa e avvalorate con prove d’uguale esperienza da due valent’uomini, contemporanei d’anni, d’educazione, d’esercizi e di vita. La comunanza dell’idea fondamentale si rivela piuttosto dal contesto, quale s’è venuto mano mano esponendo, del Guerriero Prudente e degli Aforismi dell’Arte Bellica.

L’uomo, di cui tanto il Gualdo, quanto il Montecuccoli si proposero di dare un modello perfetto, è, non v’ha dubio, il guerriero. L’uno e l’altro si accordano tacitamente nel concetto essenziale, che a ben condurre una guerra si rendono indispensabili del pari la scienza di stato e la scienza dell’armi. E delle due è largo veramente lo sfoggio in entrambi gli scritti.

L’unica differenza sta in questo, che il Vicentino vi fa primeggiare la politica, il Modenese invece la scienza militare. Né la prevalenza dell’una volge, come parrebbe, a scapito dell’altra. Di quella, che v’è trattata più in ristretto, non si desidera in nessuna congiuntura l’essenza.

Sicché il Guerriero Prudente e gli Aforismi dell’Arte Bellica si possono qualificare due trattati congeneri di politica e di scienza militare ad un tempo. E questa somiglianza, risultante dall’insieme, si rivela ancor più manifesta ne’ particolari. Alla chiarezza degli Aforismi giova, non v’ha dubio, la distinzione generale, che vi fa il Montecuccoli, dei requisiti principali, necessari alla guerra, l’apparecchio cioè, la disposizione e l’operazione8.

A chi è avvezzo spinger l’occhio oltre la buccia potrà forse parere che il Gualdo difetti d’una distribuzione della materia, che renda perspicuo sin da principio l’intendimento del libro.

Eppure una consimile partizione porge, ove ben si consideri, il Guerriero Prudente. Essenza infatti dello scritto sono, né più né meno, l’apparecchio e la distribuzione del bisognevole alla guerra e l’esecuzione del disegno9. In ugual modo la distinzione, che fa il Montecuccoli, della guerra in difensiva, offensiva e di soccorso, s’incontra là, dove il Gualdo mette in evidenza tutto quello che torna indispensabile alla difesa dello stato, alla marcia contro il nemico e al contegno con gli alleati10. Dicasi altrettanto delle teoriche, porte dagli Aforismi intorno alle fortezze e alle battaglie in campo aperto, le quali sono pure svolte con dottrina, se non pari, certo conforme, nel Guerriero Prudente11. E cosa più degna di nota è ancora che de’ capi, in cui va divisa la partizione generale della materia, parecchi han comune l’argomento. L’apparecchio, il denaro, la leva de’ soldati, le vettovaglie, le munizioni, le marcie, l’attacco, la difesa e il soccorso delle fortezze sono anzi gl’identici titoli d’appositi capitoli nell’uno e nell’altro de’ due trattati12. E nell’uno e nell’altro distinguesi a parte ciò, a cui si deve por mente prima, nell’atto e dopo della battaglia13.

Ma non è soltanto da queste generalità, che si rivela in modo evidente l’affinità de’ due scritti. La somiglianza si rende ancor più manifesta a chi si faccia a esaminarne alcuno poco i particolari.

La sostanza d’alcuni capitoli si presenta talvolta la stessa. Nessuna differenza corre in ciò che costituisce l’essenza dell’apparecchio. Nell’uno e nell’altro de’ due scritti è discorso con concetti quasi identici del denaro, de’ soldati, delle vettovaglie e delle munizioni. Uguali sono presso a poco le norme suggerite nell’esazione del denaro, dove inculcasi sopra tutto l’osservanza dell’equità e della proporzione14.

Altrettanto è a dirsi de’ soldati, che il Montecuccoli e il Gualdo vogliono scelti non dalla feccia, ma tra’ migliori15. Con medesimezza di concetti, per non dir di parole, sono tessuti gli encomii della disciplina, indispensabile anzi necessaria in un esercito16. Né in modo punto diverso si fanno le raccomandazioni intorno alla custodia delle vettovaglie e delle munizioni da affidarsi ad uomini diligenti, disinteressati e fedeli, che sappiano distribuirle proporzionatamente e con ordine sempre e risparmio17.

Non è raro il caso che t’incontri perfino in sentenze espresse con le stesse parole, quali le relative al denaro e alla fame18.

Molte sono del pari le teoriche, nelle quali s’accordano i due scrittori per ciò, che riguarda la disposizione. Vogliono entrambi che nella marcia precedano i guastatori con mandato di racconciare le strade; e gli seguano altri corpi, intesi ad occupare gli stretti, i boschi, i passaggi e a prender conoscenza piena de’ luoghi. Comune all’uno e all’altro è il consiglio di procedere in ordine di battaglia con la fronte estesa, in ragione de’ siti, e con nel mezzo, come in luogo sicuro, le munizioni e i bagagli19. In molto s’assomigliano pure i precetti per la diversione e per i sospetti che s’accompagnano talvolta alla marcia. Le stesse poi, perfino negli accessori, sono le avvertenze per il mantenimento dell’ordinanza, per le fermate e gli alloggi20.

Molto di comune v’ha ugualmente in ciò che si riferisce alle fortezze.

Tanto il Gualdo, quanto il Montecuccoli distinguono le costruzioni antiche dalle moderne, e s’accordano spesso nel suggerire i diversi modi d’assalto e di difesa.

La secretezza della marcia; la destrezza d’ingannare il nemico fingendo l’assalto in un punto per irrompere improvvisamente e con impeto maggiore in un altro; l’avvertenza di non dar mano all’assedio qualora v’abbia difetto d’acqua, di legna, di grani, di foraggi e di viveri, sono comuni all’uno del pari che all’altro. Uguali vi s’incontrano, almeno in una gran parte, le specie degli stratagemmi; consimili, in generale, le norme nella scelta de’ capitani e de’ governatori delle fortezze21.

Non molte di fronte alle numerosissime degli Aforismi sono le considerazioni suggerite dal Guerriero Prudente avanti, durante e dopo la battaglia. ma giova non per questo notare che parecchie s’accordano insieme. E’ comune cioè lo studio d’attingere informazioni delle condizioni dell’esercito nemico, il contegno del generale nel fervor della lotta, l’esagerazione de’ successi propizi, la continuazione, in dati casi, della vittoria, la imperturbabilità nella sconfitta e tutti, oserei dire, i requisiti necessari a una buona ritirata22.

E questa somiglianza nella sostanza e in parecchi particolari de’ due trattati si manifesta in pari tempo anche nella forma. Non già che il dettato del Gualdo si possa pareggiare sotto nessun rispetto a quello del Montecuccoli.

La differenza, che corre tra l’uno e l’altro, è anzi straordinariamente notevole. Nel Guerriero Prudente sta raccolto tutto quello sfoggio lussureggiante di forme, che costituisce la caratteristica degli scrittori del secolo decimo settimo. Vi si sente cioè il secentismo in tutta la sua esuberante pienezza. C’è, direbbe il Manzoni, “una grandine di concettini e di figure” espresse con la quintessenza dell’ampollosità e della goffaggine. Gli Aforismi invece non si risentono neppur di lontano de’ vizi del secolo. Quanto al dettato giova dir senz’ambagi che il Montecuccoli non si vergogna degli scrittori italiani più precisi e più corretti dell’età sua. Il concetto è in generale ben definito negli stessi contorni, la parola sempre facile e limpida. La somiglianza de’ due scritti sta invece in quel certo vezzo d’enunciare i pensieri in forma di sentenza e d’avvalorarli per esempi desunti dalle storie antiche e moderne. Si direbbe quasi che il titolo d’Aforismi si convenga del pari anche al Guerriero Prudente.

Dal detto finora in non mi farò certo a istituire uno di que’ paralleli, per il quale si vorrebbero parificare almeno sotto alcuni rispetti i due scritti. Il Guerriero Prudente usciva in luce la prima volta nel 1640.

Il Gualdo lo dettava dunque poc’oltre i trent’anni, quando s’era segnalato appena nei primi gradi della milizia. Le guerre, alle quali aveva assistito, erano state bensì gigantesche, ma non condotte con quelle mature innovazioni, delle quali incominciavansi appena le prime applicazioni.

Certi miglioramenti nella milizia, quali l’alleggerimento del corredo, l’introduzione de’ traini nell’artiglieria e una mobilità maggiore ne’ varii corpi dell’esercito si dovevano appena a Gustavo Adolfo di Svezia.

La voce, del resto, in cui erano saliti di capitani eccellenti lo Spinola, l’Horn, il Mansfeld, il Tilly, il Wallenstein ed altri si connetteva più al valore sul campo di battaglia, che a una scienza tutta lor propria dell’arte strategica. Era naturale pertanto che nel Guerriero Prudente si specchiassero e non più le discipline militari, praticate sino allora, senza che il Gualdo, non segnalatosi né prima né poi tanto da competere co’ grandi, vi potesse corroborare il dettato con le prove della propria esperienza.

In ben altre condizioni furono scritti gli Aforismi dell’Arte Bellica. Il Montecuccoli non gli ha dedicati all’imperatore Leopoldo prima del 1668. Quando finiva di dettarli aveva compiuti adunque i sessant’anni, ed erasi già esercitato, come dichiara egli stesso, “dall’imo dei gradi della milizia sino al supremo del comando degli eserciti”23. Vissuto di continuo agli stipendi dell’impero, s’era trovato in mezzo a una serie di guerre l’una più feroce dell’altra; s’era misurato più volte co’ capitani più grandi del secolo.

Dacché il Gualdo aveva dato in luce il Guerriero Prudente, non erano corsi ancora trent’anni; ma la scienza militare in que’ trent’anni, non per anco compiuti, avea progredito a passi di gigante. Le campagne condotte con rara maestria dal Condé e più ancora dal Turena vi aveano dischiusi nuovi orizzonti; mentre l’arte delle fortificazioni s’era, se così si può dire, interamente innovata a Sainte-Menéhould per opera del Vauban, giovane appena di circa vent’anni.

E oltreché di questi, gli Aforismi dell’Arte Bellica poterono avvantaggiarsi di altri miglioramenti, introdotti dal genio potente del Montecuccoli, il quale avrebbe delineato, secondo alcuni, sé stesso nel ritratto del sommo capitano, le cui doti vorrebbero essere “un genio marziale, un temperamento sano e robusto, un sangue pieno di spiriti, d’onde nascono la intrepidità ne’ perigli, la buona grazia nelle circostanze, in cui deve ad altri piacere, ed una instancabile sopportazione delle fatiche”.

Il Guerriero Prudente, stampato in Venezia nel 1640, ebbe, appena pubblicato, uno spaccio superiore forse all’aspettazione. In capo a un anno l’edizione era già bella e smaltita, tanto da sentirsene il bisogno d’una nuova, che fu condotta nel 1641 in Bologna. La fama del Gualdo, che avea partecipato a parecchie fazioni in Francia e in Germania, era già nota a non pochi tra gli uomini d’arme del tempo. Questo fatto trae naturalmente a pensare che gli esemplari del Guerriero Prudente si diffondessero rapidamente non solo in Italia, ma per tutta, oserei dire, l’Europa. Coglierebbe forse nel vero chi pensasse che a ciò avesse dovuto contribuire non poco il nome di Luigi decimoterzo di Francia, a cui intitolavasi il libro. Che questo poi cadesse sott’occhio anche al Montecuccoli, non inteso per anco a dar mano agli Aforismi dell’Arte Bellica, non mi par cosa da mettersi in dubbio, quando s’avverta che i due insigni uomini avevano militato, giovanissimi, sotto le bandiere del Wallenstein e dimorato insieme nella corte di Vienna, ove il Gualdo s’ebbe fino dal 1663 l’ufficio di storiografo dell’imperatore Leopoldo. Si aggiunga che il Vicentino era stretto d’ammirazione al Montecuccoli tanto da scriverne la vita e da citarne più volte gli esempi nel Guerriero Prudente; e che questi, innamorato dell’arte, ch’egli professava, non sapeva lasciarsi sfuggire scritto alcuno, che si riferisse ad essa. E’ anzi noto che sconfitto nel 1639 dal Bannier, profittava de’ due lunghi anni di prigionia per istudiar la teorica sui libri antichi e moderni. Ora chi vieta di credere che tra i volumi, de’ quali consolo gli ozi involontari del carcere, non gli venisse alla mano anche il Guerriero Prudente, uscito appena alla luce? O non gli cadesse per lo meno sott’occhio ne’ cinque e più lustri precorsi alla composizione degli Aforismi dell’Arte Bellica? L’insieme de’ due trattati si assomiglia di troppo; son troppo frequenti i luoghi, ne’ quali l’uno ritrae i concetti dell’altro, perché non s’abbia a sospettare, sia pur di lontano, che dal Guerriero Prudente togliesse il Montecuccoli l’idea prima dell’opera sua. Né fa per ciò meraviglia ch’egli, corredando in calce lo scritto di squarci, tolti agli antichi autori d’arte militare, ommettesse di ricordare lo scrittore vicentino. E’ noto che, vivente lui, non s’ebbe a pubblicare mai l’opera. Gli Aforismi uscirono la prima volta il 1704, quasi cinque lustri dopo la morte dell’autore. Ben desta non piccolo stupore, che ad Ugo Foscolo, a Giuseppe Grassi e a non so quale traduttore francese, illustratori solenni delle opere militari del Montecuccoli, sfuggisse per intero il Trattato del Gualdo.

E non per questo l’affinità del Guerriero Prudente toglie nulla al valore degli Aforismi. Il pregio artistico di un’opera più che dalla qualità della materia, emana, non v’ha dubio, dalla mano, che eppe foggiarla in una piuttosto che in un’altra maniera e ispirarvi, se così si può dire, il movimento e la vita.

Indagini e studi recenti han fatto conoscere a quali fonti attingesse l’Alighieri in buona parte l’idea, su cui modellò la sua meravigliosa visione; han condotto a pensare che dall’Adamo dell’Andreini derivasse il Milton il concetto primo del Satana. Ma chi osa detrarre per questo a’ pregi unici piuttosto che rari della Divina Commedia e del Paradiso Perduto?

Note

  • 1 Campori, Della vita e de’ tempi di Raimondo Montecuccoli, Firenze, 1786.
  • Zorzi, Vita del Conte Galeazzo Gualdo Priorato, Venezia, 1728.
  • 3 Calvi, Biblioteca degli Scrittori Vicentini, tom. VI, Vicenza, 1779.
  • 4 Cavalli, La Scienza politica in Italia, tom. III, Venezia, 1876.
  • 5 Gualdo, Il Guerriero Prudente, Venezia, 1640.
  • 6 Montecuccoli, Opere, vol. I, Torino, 1821.
  • 7 Balbo, Sommario della Storia d’Italia, lib. VII, 22. Firenze, 1856.
  • 8 Montecuccoli, Opere, vol. I, pag. 76.
  • 9 Gualdo, Il Guerriero Prudente, passim, Venezia, 1640.
  • Cnf. Montecuccoli, pag. 151 e seg. – Gualdo, pag. 39, 65, 137.
  • 11 Cnf. Montecuccoli, pag. 176 e seg., 224 e seg. – Gualdo, pag. 74 e seg., 115 e seg., 166.
  • 12 Cnf. Montecuccoli, pag. 75, 76, 128, 133, 160, 194, 208, 222 – Gualdo, pag. 5, 8, 17, 65, 68, 115, 136, 145, 153, 170.
  • 13 Cnf. Montecuccoli, pag. 233 – Gualdo, pag. 74, 91, 93.
  • 14 Cnf. Montecuccoli, pag. 133 – Gualdo, pag. 5.
  • 15 Cnf. Montecuccoli, pag. 76 – Gualdo, pag. 8.
  • 16 Cnf. Montecuccoli, pag. 115 – Gualdo, pag. 19.
  • 17 Cnf. Montecuccoli, pag. 129, 130 – Gualdo, pag. 17, 153, 154.
  • 18 Cnf. Montecuccoli, pag. 129, 133 – Gualdo, pag. 5, 18.
  • 19 Cnf. Montecuccoli, pag. 161, 162, 164 – Gualdo, pag. 66, 68, 69.
  • 20 Cnf. Montecuccoli, pag. 143, 164, 172 – Gualdo, pag. 70, 72, 142.
  • Cnf. Montecuccoli, cap. V, Delle fortezze – Gualdo, pag. 115 e seg.
  • 22 Cnf. Montecuccoli, cap. VI, Del combattere in campagna – Gualdo, pag. 74, 91, 93 e altrove.
  • Montecuccoli, Opere, vol. I, Dedica degli Aforismi, Torino, 1821.