Parte XI

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X XII

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Era già sera quando arrivarono a casa.

Tutto era chiuso e scuro; solo dal comignolo usciva furtivamente un filo di fumo che si sperdeva nel chiaro di luna.

I due uomini cercavano di rientrare il più chetamente possibile, frenando il passo ai cavalli: anche il puledro obbediva, [p. 55 modifica]adesso, stanco partecipe della tristezza dolce della sera.

Il portone si aprì come da per sè, lasciò entrare i due cavalieri, si richiuse silenziosamente; e la famiglia fu tutta dentro nella sua casa, al sicuro da ogni sorta di pericolo.

Il fuoco ardeva nel camino, la cena era pronta, zia Annia già andata a letto perchè accusava un dolore alle reni; e Zebedeo fu contento di non vederla. Ecco che tutto pareva tornato come prima quando non bisognava chiudersi dentro per scambiar due parole e cenare in santa pace: solo l’ombra delle donne così incappucciate di nero si stendeva più densa sul pavimento e sulle pareti.

Ma la serva diede un grido isterico un po’ esagerato e falso nel vedere la mano di Bellia mentre egli le porgeva la bisaccia tolta al cavallo.

— Che hai fatto a quella mano? Che animale ti ha morsicato!

— Va’ al diavolo: non è poi la tarantola che mi ha morsicato. [p. 56 modifica]

— Mi pare invece proprio il morso della tarantola.

La madre accorse a guardare col cuore che le batteva forte nel petto grasso; perchè Bellia era sempre un fanciullo per lei, ed era pur ieri che ogni spina ogni sasso rappresentava un pericolo per il suo timore di madre.

Egli cercava di nascondere la mano appunto come un bambino che si è fatto qualche male per sua colpa.

— Ma non è nulla: è un rovo che mi ha graffiato.

— Non sarà stato un cane a morderti, figlio mio? Di’ la verità.

— Vi giuro che non è stato un cane. Lasciatemi in pace e datemi da mangiare.