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Mario Rapisardi

1907 I saggi letteratura Idealismo e positivismo Intestazione 18 settembre 2008 75% saggi

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(Risposta ad un referendum bandito dalla rivista «La Nuova Parola», nel 1907)

Se per rinascita dell'Idealità si vuole intendere il ritorno dello spirito alle vecchie forme religiose (e indizio di tale ritorno si giudica il misticismo che invade alcuni spiriti contemporanei) io non ho che augurare alla nuova generazione quella robustezza di fibra e quella coltura scientifica che sole possono liberarla da si morbosa idealità.

Ma, se per Ideale s'intende quello stato di perfezione a cui tende l'uomo naturalmente, e il cui desiderio, non mai pienamente soddisfatto, ci affatica in perpetuo verso un orizzonte di giustizia, di libertà e di pace, io non capisco davvero lo scoraggiamento di quei generosi intelletti che vedono l'eclissi e temono il tramonto dell'Ideale a' dì nostri.

Che gli Dei se ne vadano, e con essi parecchie di quelle idee che hanno ingombrato il cammino dell'uomo nella sua perpetua ascensione da carne a spirito, è fenomeno logico e naturale di cui ogni animo spregiudicato ha da rallegrarsi.

Ma che il nuovo concetto scientifico della vita nell'universo ci allontani dagli intenti più alti e più nobili dell'esistenza, è opinione che può essere soltanto scusata in grazia di quell'affetto che lega la mente ed il cuore dell'uomo al passato; giustificata dalla ragione e dai fatti non mai.

Certo, il positivismo non ha risoluto nessuno di quei problemi che travagliano la vita sentimentale dell'umanità; i problemi dell'origine e del fine della vita. I problemi del male, del dolore, della morte rimangono insoluti.

Ma, se le soluzioni che le altre scuole filosofiche ne han date non hanno appagato finora la mente umana, devesi riconoscere al positivismo il merito di avere rimosso dal campo scientifico i problemi ch'eccedono la nostra ragione e di avere abbandonato alle «morgane» della fede ciò che la mente umana non può assolutamente comprendere.

Il positivismo appare fallito soltanto a coloro che chiedono ad esso, e non tutti in buona fede, ciò che nessuna scienza può dare. Le conseguenze di esso, in ogni caso, non possono, nell'ordine morale e politico che agevolare ed affrettare l'emancipazione dello spirito umano da tutti gl'inciampi opposti dalla fede, dal sentimento, dall'autorità.

Che il positivista abbia distrutto troppo? Non credo; parmi anzi che la lentezza del suo cammino e della sua vittoria per la coscienza provenga dal non avere distrutto abbastanza, e dall'avere adottato certi palliativi, che pensatori come lo Spencer e il Darwin non hanno avuto il coraggio di abbandonare.

Che il positivismo sia buono a demolire, non a edificare? Menzogna.

Alla volontà creatrice esso ha sostituito la necessità naturale; al miracolo l'evoluzione; alle rivelazioni soprannaturali la lotta per l'esistenza e l'eredità fisiologica; al privilegio del regno umano le trasformazioni zoologiche; all'anima immortale l' eternità della forza; all'annullamento delle cose l'eterna circolazione della vita; alla degradazione dell'uomo il continuo perfezionamento della specie umana; alla morale della speranza e della paura, la morale senza obbligazione nè sanzione; alle religioni mutevoli secondo i tempi i luoghi le razze, il sentimento universale dell'Infinito.

Certo, il cozzo delle vecchie e delle nuove idee genera ancora la confusione, lo smarrimento, la vertigine in molti cervelli. Fra il crepuscolo d'un mondo che ruina e il crepuscolo d'un mondo che sorge molti non si raccapezzano, non distinguono il tramonto dall'aurora. Il sentimento religioso si aggrappa disperatamente al passato, s'illude di trovar la vita là dove regna la morte.

Le istituzioni sedicenti inviolabili ed immortali, sentendosi nella colonna vertebrale i brividi della morte, allargano le gambe, pontano i piedi, strabuzzano gli occhi e si lusingano con la posa terribile d'impaurire la moltitudine: spauracchi di carta pesta, non riescono neppure a spaventare gli uccelli. Si odono qua e là dei vocioni grossi, dei balbettamenti senili; si fanno propositi sconclusionati; si sognano ritorni impossibili; si tentano imprese da manicomio.

I mestieranti, i ciurmadori, i prestigiatori profittano, s'intende, del buon quarto d'ora per alzar banco; gridano e strombazzano i loro specifici; ipnotizzano la folla, truffano applausi e quattrini, scroccano facilmente quella efimera celebrità, schivata e dispregiata dagli animi probi e dagl'intelletti sublimi.

Ma chi può meravigliarsi di questo fenomeno che si ripete a ogni nuovo orientamento del pensiero, una volta almeno, ogni secolo? Il pensatore sorride mestamente ed aspetta.