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Tomo Terzo - Capitolo Settimo

../Cap VI ../Cap VIII IncludiIntestazione 9 novembre 2008 75% Romanzi

Tomo Terzo - Cap VI Tomo Terzo - Cap VIII

In un disegno qualunque o di pensiero o di azione (quando sia di quei disegni che hanno a riuscire) dopo superati alcuni ostacoli, dopo avute certe arre di buon successo, giunge un momento in cui le idee diventano più sicure e più vigorose, la cosa appare più fattibile, il già fatto conforta, e indica nello stesso tempo quello che resta a farsi, la probabilità di ottenere lo scopo ne rinnova il desiderio che la vista degli ostacoli aveva indebolito, e lo spirito acquista quasi una placida sveltezza, una risoluzione pronta che governa gli avvenimenti.

Il disegno di salvare un uomo debb’essere uno di quelli che danno in sommo grado all’animo di chi l’ha conceputo e lo sta eseguendo questa alacrità, questo vigore intenso, questa gioja crescente. La morte e lo scampo, le angosce estreme, e un sollievo inaspettato, i tormenti, e il riposo, un cadavero sfigurato in cui nulla più appare che l’insulto fatto all’immagine di Dio, e l’aspetto d’un vivente che si ricompone alla speranza, alla vita, alla riconoscenza, debbono essere incessantemente presenti a quell’animo, fargli sentire vivamente che l’una delle due sta per avverarsi; intendere tutte le sue potenze a fare che il bene s’avveri, e sia cessato lo spaventoso irreparabile.

La porta, quando la carrozza vi si fermò, era in uno stato miserabile: i gangheri in parte scassati fuori del muro, le imposte scheggiate, ammaccate, forzate nel mezzo e scombaciate l’una dall’altra, lasciavano tra loro una fessura dalla quale si vedeva un pezzo di catenaccio torto e quasi divelto con gli anelli, che teneva ancora insieme quelle imposte, a un di presso come già Romolo Augustolo teneva insieme l’impero d’occidente. Dinanzi a questa porta si tenzonava tuttavia tra quelli che volevano abbatterla ed entrare di forza, e gli altri che volevano ch’ella fosse aperta soltanto al gran cancelliere. L’arrivo di questo, attestando in certo modo l’assenso della folla alla sua missione, e facendone vedere il compimento probabile e vicino, sconcertò i disegni violenti dei primi, i quali finalmente si rimasero.

«Giustizia! giustizia!» si gridava. «Giustizia», rispondeva Ferrer, «in castello, in prigione». Uno di quegli amici della quiete si avvicinò allo sportello, e disse al gran cancelliere: «Faccia presto, e con coraggio, ché siamo qui molti galantuomini a darle ajuto». «Bravi», rispose Ferrer: «fate far largo, statemi intorno, e fate in modo che la porta s’apra tosto, e ch’io entri solo». «Lasci fare», rispose quello, e intanto egli ed i suoi compagni rispinsero i furibondi, e occuparono tutto lo spazio fra la carrozza e la porta, si divisero quindi a rispingere e a contenere a destra e a sinistra la folla, e lasciarono così una picciola piazzetta tra la carrozza e la porta. Uno di essi intanto s’era posto alla fessura, e procurava di fare intendere a quei di dentro che quegli che parlava era un amico, che era giunto un soccorso, il gran cancelliere, che si aprisse o si finisse di aprire la porta: che il Vicario stesse pronto per entrare in carrozza ed esser salvo. Quei di dentro intesero, respirarono, e risposero che aprirebbero; e che si correva a cercare il padrone.

Un altro aperse lo sportello della carrozza, e il vecchio Ferrer, in gran toga discese.

Da una parte e dall’altra gli affollati stavano in punta di piedi per vederlo, mille facce, mille barbe s’alzavano per sopravanzare quegli che erano davanti. Il momento di curiosità e di attenzione generale produsse un momento di generale silenzio. Ferrer appoggiato a due benevoli pose piede sul predellino, e quivi fermatosi un momento, e dato uno sguardo a destra e a sinistra, come da una bigoncia, salutò la moltitudine, indi posta la destra al petto gridò: «Avrete pane quanto ne vorrete: lo prometto io: vengo a far giustizia, vengo a prenderlo prigione»: e a queste ultime parole, stese la destra in atto severo verso la porta di quella casa, come accennando che veniva a portarle un rigoroso giudizio, e pose piede in terra fra le acclamazioni che n’andavano alle stelle.

La porta fu tosto aperta, o per meglio dire quei di dentro fecero uscire a stento il catenaccio incurvato dagli anelli squassati, e allargarono la fessura, badando bene a ragguagliarla appuntino allo spazio che occupava il gran cancelliere.

«Presto presto», diceva egli, «signori, aprite bene, ch’io entri, e voi ritenete la gente per amor di Dio», diceva agli altri, «ch’io entri solo... Così, così state», diceva ancora a quei di dentro, «non ispingete... eh! raccomando le mie costole... chiudete ora... no, eh! eh! la toga, la toga».

La toga sarebbe rimasta acchiappata fra le imposte se Antonio Ferrer non ne avesse ritirato con molta disinvoltura lo strascico, che sparve come la coda di una biscia che si rintana, inseguita.

Le imposte furono ravvicinate, e appuntellate per di dentro, mentre di fuori la porta era difesa dai benevoli, i quali andavano però gridando: «presto presto».

«Presto presto», diceva pure Ferrer ai servitori: «dov’è quest’uomo benedetto? venga venga, son qui per salvarlo». Il Vicario scendeva le scale mezzo guidato e mezzo tirato dai suoi, i quali gli persuadevano ch’era giunta la salute. Quand’egli vide il gran cancelliere, mise un gran respiro, si sentì scorrere un po’ di vita per le gambe, e affrettò il passo incontro al suo salvatore. «Stia di buon animo ch’io vengo per salvarla», disse Ferrer. «Son perduto, son perduto», rispose il Vicario: «come uscire di qui? la strada è piena di gente che mi vuol morto». «Ho qui la mia carrozza: venga tosto, e confidi in Dio», disse Ferrer; e presolo per mano lo condusse verso la porta.

«Guardate un po’, come stanno le cose là fuori», disse egli allora ad un servo: si tolsero i puntelli, si separarono un po’ le imposte, e un servo, facendo capolino, disse a quelli che facevano guardia al di fuori: «Siamo a tempo?...» «Sì, sì, ma tosto, tosto», risposero quelli: il varco fu aggrandito, e Ferrer uscì col Vicario, dicendo: «Qui sta il busillis: Dio ci ajuti».

Quei della guardia, colle mani, colle cappe, coi cappelli, fecero come un velo, una rete, una nuvola, per togliere il Vicario alla vista della moltitudine: il Vicario entrò, Ferrer gli tenne dietro, lo sportello fu chiuso; la moltitudine seppe, indovinò quello che era accaduto, e sollevò un grido confuso di viva e d’imprecazioni.

In tutto questo frattempo una parte di quelli che volevano salvo il Vicario, s’era impiegata a preparare un po’ di via alla carrozza facendo ritirare la moltitudine: il cocchiere stava pronto, e si mosse cautamente però, tosto che sentì chiudere lo sportello, e dirsi: «Andiamo».

Ferrer voleva raccomandare al Vicario di tenersi rincantucciato nel fondo della carrozza, ma vide che il suo consiglio era stato prevenuto: egli si affacciava ora a destra ora a sinistra, rispondendo alle mille grida, e di tempo in tempo passando colla faccia accanto all’orecchio del Vicario gli diceva qualche parolina che doveva essere intesa da lui solo.

«Sì sì, lo prometto, in castello, in prigione! un esempio, una giustizia esemplare. Tutto questo per bene di Vossignoria. No no, non iscapperà, è in mano mia, si farà un buon processo, un processo severo, e se è reo... voglio dire... sarà castigato rigorosamente. Sì sì uno scellerato, un birbante; ma si farà giustizia. Vossignoria perdoni. Lo faremo saltar fuori il frumento, lasciate fare; a buon mercato, brava gente, fedelissimi vassalli. Il re nostro signore non vuole che si patisca la fame. Avete ragione. La passerà male, se ha fallato, la passerà male. Stia di buon animo; che siamo quasi fuori».

In fatti la carrozza era giunta in capo alla via, ad ogni passo la folla diveniva più rada, e la carrozza cominciava a scorrere liberamente. Fra i più avanzati alcuni avevano presa la corsa e battevano la strada alla carrozza per vedere se la s’avviava al castello davvero; altri la seguivano lentamente, altri si rimanevano addietro.

Quivi il Ferrer vide quei soldati, che erano stati spettatori oziosi del tumulto, e stavano ancora lì ritti e ordinati, come per imporre alla moltitudine, per mantener l’ordine, ma in vero per non saper che farsi: Ferrer guardò all’ufiziale con un cenno del volto, che voleva dire: — bell’ajuto che m’avete prestato —: l’ufiziale fece un inchino, e si strinse nelle spalle: Ferrer, in un momento di vanagloria, mormorò fra sè: — oggi è proprio il caso di dire Cedant arma togae —.

Quando la carrozza ebbe preso il largo affatto, il Vicario, riavuto un po’ il fiato, rese grazie umili, e sincere prima a Dio poi al vecchio Ferrer che lo aveva cavato d’un bel fondo.

«Eh! eh!» diceva Ferrer, al quale i pensieri della vanagloria erano stati interrotti dai pensieri d’una politica nella quale era incanutito. «Eh! Che dirà il re nostro signore? Che dirà il Conte Duca?» — Il Conte Duca, — soggiunse tra sè a bassa voce — che non vuol romori, che s’adombra se una foglia fa un po’ più strepito del solito.

«Ah! per me», disse il Vicario: «non voglio più saperne, me ne lavo le mani, rassegnerò il mio posto, e andrò a vivere in una grotta, sur una montagna, a far l’eremita, lontano, lontano da questa gente bestiale». «Vossignoria farà quello che sarà più conveniente al servigio del re nostro signore», disse Ferrer.

«Ah! il re nostro signore non mi vorrà veder morto», rispose il Vicario: «lontano, lontano da costoro: in una grotta».

In pochi momenti la carrozza fu in castello, e il Vicario respirò davvero quando sentì alzarsi dietro di lui un ponte levatojo, e si trovò in luogo, dove non si vedevano che soldati.

Gli storici originali contemporanei non parlano più nulla di lui; ma noi valendoci del privilegio che hanno gli storici di seconda mano, di inventare qualche cosa di verisimile per rendere compiuta la storia, e supplire alle mancanze dei primi, affermiamo sicuramente, come se ne fossimo stati testimonj, che il Vicario uscito dal castello quando la sedizione fu affatto compressa, continuò ad essere Vicario pel tempo che gli rimaneva a compiere la sua carica, e da poi procurò di diventare tutto quello che potè.

Dobbiamo pur notare un’altra reticenza più importante e che dà luogo ad indovinare con minor timore d’ingannarsi. Non si trova scritto che il processo del Vicario, che il Ferrer aveva promesso dugento volte in quel giorno, sia stato fatto; e si può scommettere che non sia stato fatto. Su di che non possiamo lasciare di dire il nostro parere, perché avendo noi accompagnato il Ferrer coi nostri voti e coi nostri applausi in quella spedizione, non intendiamo per nulla di aver lodata una gherminella, un raggiro. Ferrer fece molto bene a promettere che il Vicario sarebbe giudicato, perché quella era una promessa ragionevole, e che poteva impedire un delitto. Ma fece molto male o Ferrer o chiunque si fosse quegli o queglino che non si curarono di fare o impedirono che si facesse una cosa la quale era stata promessa solennemente, e avrebbe pure dovuto esser fatta quand’anche non si fosse promessa. Poiché, o il Vicario era reo, non dico delle pazzie che gli venivano apposte, ma di qualche cosa, ed era bene punirlo: o egli era del tutto innocente, ed era cosa ottima mettere in chiaro la sua innocenza, convincere la moltitudine della sua spaventosa credulità, e farle sentire, farle confessare che le era stato risparmiato una stolida atrocità. Invece si mentì, le prevenzioni della moltitudine non furono tolte, le fu dato per sopra più il rancore d’essere stata ingannata, e col fare di questo mezzo di salute un inganno, si tolse, per altre occasioni simili, al mezzo la sua efficacia, la quale consisteva tutta nella fede data alle parole.

— Ma, sento dirmi, queste cose non vanno giudicate con questa misura: non sono come le parole che si danno tra privati: si trattava d’impedire un male, e ogni parola era buona: passato il pericolo, l’attenere quella parola era cosa difficile, pericolosa, strana; si avrebbe dovuto propalare molte cose che dovevano stare segrete, insomma tutto il sistema era un ostacolo.

— Tanto peggio per un sistema che mette i suoi autori, e i suoi agenti in impicci, dai quali non si possono cavare che dando una parola, che il sistema poi impedisce di mantenere. Dovremmo noi dunque ammettere che i primi falli scusino, anzi santificano quelli che vengon dopo?

— Eh! con questi argomenti, non si farebbe nulla. Il fondamento della vera sapienza pratica consiste nel prendere gli uomini come sono. — Queste parole proferite così spesso, e sempre così a proposito, queste parole nelle quali i sapienti devono certamente intendere un senso, poiché le pronunziano con tanta sicurezza che passando tanto per le bocche degli uomini non hanno mai perduta la loro forza, e sciolgono tutte le questioni, troncano a maraviglia anche la presente, e ci dispensano dall’internarci in una digressione la quale sa il cielo quanto avrebbe durato. Prendiamo dunque gli uomini come sono, raccontando quello che hanno fatto.

La folla che al moversi della carrozza, s’era tutta messa in movimento, per tenerle dietro, cominciò a sparpagliarsi, quando la carrozza, vincendo della mano, si allontanò e disparve. Ad ogni crocicchio per cui si passava, ad ogni via che metteva capo sulla via per dove procedeva la folla, una parte di essa se ne scompagnava e ne usciva a destra o a sinistra: chi per andarsene a casa o ai fatti suoi per la più breve, chi per voglia di scialarsi un po’ al largo, dopo tante ore di pressa. Di quegli che rimanevano addietro, alcuni si stavano come trasognati, pensando alle imprese di quel giorno, non sapendo bene render conto a se stessi se dovessero essere soddisfatti o no, parendo loro che la cosa fosse imperfetta, che si fosse terminato senza conchiuder nulla di serio, e guardandosi intorno per vedere se la cosa voleva continuare in qualche modo. Altri si riunivano in piccioli crocchj, e procedendo lentamente, e talvolta sostando, tenevano ragionamento sul fatto e sull’avvenire. Si disputava del supplizio che sarebbe dato al Vicario di provvisione: chi gli pronosticava le forche, chi il taglio della testa, perché era cavaliere; i più moderati si contentavano del bando. Si stabiliva il prezzo del pane, si facevano leggi ancor più severe contra gli accapparratori, e contra i fornaj, si benediceva Ferrer, e si maledicevano tutti gli altri magistrati. In questi crocchj s’inframmettevano di quei pescatori nel torbido che avevano dilatata e tenuta viva la sommossa in quel giorno, e gettavano accortamente i germi per l’indomani, ora mostrando di fidarsi poco delle promesse fatte in un momento di terrore, e facendo intendere che le promesse non sarebbero attenute, se non fossero rimasti uniti quelli che le avevano fatte uscire con la forza; ora asserendo che nel tal luogo, alla tale ora dell’indomani vi sarebbe gran concorso, e preparando così un concorso al quale nessuno aveva pensato ancora. Quelle tali facce, delle quali già al mattino ne aveva riconosciuta alcuna quel prudente le cui parole avevano dato da pensare a Fermo, andavano ora in ronda più che mai, origliando, sguaraguatando, intromettendosi ai discorsi per andare a riferire qualche cosa ai magistrati, i quali tra la battisoffia e la stizza stavano consultando, e aspettando di conoscere un po’ meglio lo stato delle cose, di vedere le acque un po’ abbassate per piantare un qualche argine.

Fermo, dopo avere finché potè, seguita la carrozza che aveva salvato il Vicario dal furore del popolo e lo conduceva legalmente in prigione, si fermò a riaversi un poco, a ricapitolare, a riconoscere i suoi pensieri, che erano tutti esultanti. Quel disgusto che gli avevano recato le grida del sangue e i preparativi della carnificina, aveva dato luogo alla gioja di vedere la giustizia, e l’umanità vittoriose, il delitto punito senza delitti, e la dignità del magistrato, il potere legale unito col voto pubblico, e divenuto suo amico, e suo ministro.

Fermo vedeva aprirsi il secolo dell’oro, e durava fatica a rinvenire dallo stupore di una tanta mutazione, avvenuta negli affari del mondo, e nei suoi, come egli credeva. Ieri sera fuggitivo a cercare un nascondiglio, perché? perché aveva ragione; senza forza, senza altro soccorso che di consigli, di consolazioni, e di buona volontà: oggi in mezzo ad una moltitudine di uomini che parlavano come lui, e parlavano alto, e soli, oggi egli aveva esercitato con gli altri la giustizia e la clemenza, aveva cooperato a far punire un colpevole potente, a salvarlo da una pena ingiusta e crudele, aveva gridato tutto il giorno, aveva detto sempre il suo parere, e se pure aveva trovato contraddizione, alla fine il suo voto aveva trionfato. Pieno di entusiasmo pel passato, e di più grandi speranze, egli si mischiò ad uno di quei crocchj, e dopo essere stato uditore per qualche momento, si fece interlocutore, e poco stante divenne predicatore.

«Signori miei cari», diss’egli perché al forese sono signori tutti i cittadini che non domandano l’elemosina. «Signori miei cari, sentano un poco anche me, che ho delle cose giuste da dire. Ecco se non è vero che oggi si è veduta la prova che a saper fare si ottiene più giustizia in un giorno che in cento anni a star lì senza muoversi. Come sarebbe andata se non ci fossimo trovati insieme tanti galantuomini? Si sarebbe tirato innanzi allo stesso modo fino a che fossimo tutti morti di fame. Per lungo tempo fanno mostra di non intendere, e poi per darvi un osso in bocca mettono fuori una buona grida che dice di sì, e pochi giorni dopo viene un’altra grida che dice di no: e intanto passa il tempo, e i cenci vanno all’aria. È una lega malandrina: e i galantuomini che si trovano fra quelli che menano la polta, anch’essi non ponno parlare; come quel bravo Ferrer, sia benedetto! che è tutto dalla nostra, eppure non poteva far niente; e oggi l’abbiamo veduto come era contento di poter dire la sua ragione, e di vedersi sostenuto; come parlava col cuore in mano, e che faccia ridente aveva per trovarsi in mezzo ai galantuomini. Dunque ha potuto fare le cose giuste, e mettere in prigione un tiranno; ma eh! eh!... ce n’è tanti altri; e la cosa è chiara, perché lo dicono anche le gride: che il mondo è pieno di tiranni che fanno il Decalogo al rovescio, che vogliono tutte le cose a modo loro, ed è un modo da cani, che vanno in volta coi loro bravi, il fiore della canaglia, con certi uomini che cominciano in questo mondo a farsi la faccia che avranno a casa del diavolo, e con questi fanno e disfanno, e tiranneggiano la povera gente, e se un povero figliuolo cerca di maritarsi onestamente, signor no, essi non vogliono perché... perché... birboni, birbononi! E se uno non vuol fare a modo loro lo fanno bastonare, e se dice — ahi! — i bastoni si cangiano in coltelli; e quando un povero figliuolo s’imbatte in colui che lo ha tiranneggiato, bisogna che gli faccia di cappello, e che metta la testa fino in terra, come se passasse dinanzi al suo Santo protettore. Eppure le gride cantano chiaro, ed io lo so, che ne ho sentito leggere una da un avvocato,... una buona lana, anch’egli, tutti d’accordo; perché anche i giudici, a che cosa credete che guardino i giudici? alla ragione? Eh! guardano ai calzoni, e se sono di seta quegli che li porta ha ragione, se sono di fustagno ha torto. Dunque dico io, siccome le gride non servono a nulla bisogna finirla; e dirlo al Ferrer, ma dirglielo in piazza, e in molti, che faccia fare il processo a tutti costoro, e poi, perché ci vuol altro che una carrozza a condur prigione tutti costoro, bisognerà far venire oltre tutti quelli che maneggiano, e che sono come Ferrer, che hanno il timore di Dio e vogliono le cose giuste: e condurli alle case di questi tiranni, loro signori li conosceranno meglio di me, e farli metter tutti allo scuro, e far loro un buon processo, e giustizia sommaria, e poi far lo stesso anche fuori dalle porte di Milano, che vi so dir io che il bisogno è grande. Dico bene, signori miei?»

«Dite bene, benissimo!» risposero molte voci: «parla come un libro»: disse uno. «Eh! eh! che tabella hanno questi di fuora!» disse un altro. «Poh! poh!» mormorava un altro, crollando le spalle, «non bisogna metter troppa carne a fuoco: ci siamo mossi pel pane; e se si mettono in campo altri piati, non avremo più nemmeno i pani».

La proposta divenne l’oggetto d’una discussione generale: il crocchio si suddivise in piccioli crocchj, dove altri narrava fatti di tiranni, altri proponeva i mezzi di porre ad esecuzione il disegno di Fermo, altri faceva obiezioni. Intanto il sole era caduto, il barlume andava cedendo il luogo alle tenebre, e molti stanchi già di deliberare, e non raffigurando più la faccia dei loro interlocutori (cosa che scema molto il diletto del conversare) si spiccavano a uno a due a tre; e se ne andavano con la promessa di rivedersi. Quei che s’erano aggruppati intorno a Fermo, ed erano i più affetti al suo disegno, si separarono quando uno ebbe detto; «Buona sera, io vado a casa»: «anch’io», disse un altro: «anch’io, anch’io: a rivederci domani: da buoni fratelli: non mancate: addio: addio: buona sera, buona sera».

Fermo, rimaso solo pensò ai casi suoi. Quando si dice che l’amore, le speranze, i timori, lo sdegno, l’ambizione, ed altri divertimenti di simil genere, tolgono la fame, la sete, la stanchezza, si deve intendere che le tolgono temporariamente, che le sospendono, perché a torle realmente e in modo utile, sono necessarj ingredienti di tutt’altro genere, come per esempio, cibo, bevanda, riposo. Fermo aveva passata vegliando la notte antecedente su un barroccio disagiato, la mattina su la via da Monza a Milano, e il resto di quel giorno a girare per le vie, o a dimenarsi per la calca; aveva mangiati in tutto il giorno due di quei pani che aveva trovati su le sue orme come la manna nel deserto, e di liquido non aveva gustato pure una goccia. E siccome dopo esser stato qualche tempo, osservatore silenzioso, aveva poi schiamazzato la parte sua per qualche ora, così la sua gola era come d’aprile un campo che sia in grande necessità di pioggia, e invece vi abbia tirato un gran vento. Quindi le immagini grandiose di assembramenti, di deliberazioni publiche, di carrozze, di prigioni, di Don Rodrigo in fuga, diedero luogo nella sua mente, e vi si presentò in vece una scranna, un fiasco, un po’ di companatico, e un letto; e dietro alle immagini tosto il pensiero del come procacciarsi le cose.

In tutt’altra occasione Fermo balzato dai suoi monti nella città, di notte, senza conoscenti sarebbe stato impacciato assai, ma l’attività e i successi di quel giorno gli avevano data una gran fiducia nelle sue forze, e avevano fatto di lui un uomo assai più disinvolto dell’ordinario.

— Osterie in Milano ce n’è, — diss’egli fra se medesimo: — e con la lingua in bocca, e con quattro soldi in tasca non si perisce in nessun luogo. Oh! e la lettera da dare al Padre Bonaventura? È tardi, a quest’ora il convento sarà chiuso, e sa il cielo quanto è distante, e avrei a domandare forse venti volte la via prima di giungervi: e poi... quand’anche fosse giorno chiaro, che andrei a fare ora dal Padre Bonaventura? Se è tanto amico del Padre Cristoforo, sarà un santo anch’egli: buona gente nel confessionale, al letto d’un moribondo: ma delle cose di questo mondo... so ben io, non s’intendono niente. So già quello che mi direbbe: «figliuol mio, sono tempi cattivi, statevene fuori, non andate nella gente». Poh! se tutti dovessero dar retta a chi dà di questi pareri, non si farebbe mai nulla a questo mondo. Non sono poi un ragazzo. Vediamo se saprò trovare un’osteria.

Così pensando Fermo andava innanzi lentamente guardando in su a destra e a sinistra per iscoprire qualche insegna, qualche frasca spenzolata che indicasse l’ospitalità venale di cui egli aveva bisogno.

Ma quando Fermo si era mosso, si era pur mosso su la sua traccia un uomo che aveva intesa la sua predica, e da poi gli era sempre stato a canto in modo da osservarlo senza esserne osservato: questi appena Fermo ebbe dati venti passi cogli occhi in aria, gli si accostò, si fermò a considerarlo un momento come se lo vedesse in quel punto per la prima volta, e gli disse: «Buon giovane, voi mi sembrate forese: avete bisogno di qualche cosa, posso servirvi?»

«Oh! che brav’uomo», rispose Fermo: «appunto ho bisogno di trovare un’osteria per bere un tratto, e per dormire questa notte».

«Ve ne insegnerò io una a proposito, e v’accompagnerò», disse lo sconosciuto.

«Vi sarò bene obbligato», replicò Fermo: «ma mi spiace del vostro...»

«Eh! burlate», disse l’altro: «si può fare meno? Una mano lava l’altra, è un proverbio che l’avrete anche nel vostro paese: quale è il vostro paese? non per cercare i fatti vostri, ma perché mi parete stanco, e dovete aver fatto viaggio assai».

«Sono infino, infino da Lecco», rispose Fermo.

«Per bacco! venite ben da lontano, povero giovane», disse la guida; «ma l’osteria è vicina, e potrete riposarvici a momenti. Siete fortunato, non dico per farmi valere, ma siete fortunato d’essere incappato in un galantuomo che vi condurrà bene».

«Vi sono obbligato», rispose Fermo: «e vi fermerete a bere un tratto con me».

Il resto della via fu speso in rifiuti cerimoniosi dello sconosciuto, ai quali Fermo replicava con istanze sempre più forti; tanto che entrarono insieme in una picciola osteria, e attraversato un cortiletto, lo sconosciuto, come sperto del luogo, s’accostò ad una porta, e alzato il saliscendo aperse, e introdotto Fermo, entrò con lui nella cucina.

Due o tre lucerne appese ad altrettanti staggi appiccati ai correnti della soffitta, illuminavano la stanza, nella quale erano sparse cinque o sei tavole: su alcune si mangiava, si giocava su alcune altre, e si gridava dappertutto: e si vedevano correre danari, i quali se avessero potuto parlare, avrebbero detto probabilmente: — questa mattina noi eravamo nella ciotola d’un fornajo —. Sotto la cappa del camino stava seduto l’oste il quale stava ad udire, non parlava che quando era chiamato, evitava tutti i discorsi delle cose del giorno, e se pure veniva stimolato a dire il suo parere, rispondeva per lo più: «non so niente; io faccio il mio mestiere». Quando egli sentì muovere il saliscendo, guatò a chi entrava, riconobbe tosto la guida, e fissò gli occhi scrutatori in faccia del guidato.

«Vi conduco un bravo avventore», disse la guida, «trattatelo bene».

«È mio impegno», disse l’oste: «che cosa comandano questi signori?»

Fatta questa solita interrogazione, egli esaminò ben bene il volto e la persona di Fermo, dicendo fra sè: — tu vieni con un cacciatore: o cane o lepre sarai; ma non sono l’oste della luna piena, se non ti conosco alla prima parola che dirai —.

«Avete del vino sincero, sano, fatto in coscienza?» disse Fermo.

«Quanto a questo», rispose l’oste: «potete star sicuro: non ne ho mai tenuto altro: ne ho del più e del meno caro; ma per la sincerità, tutto il mio vino è lo stesso: se venisse un ragazzo lo tratterei come tratto voi». Così disse l’oste; e aggiunse fra sè: — ho inteso: tu sei lepre; va che sei caduto in buone mani —.

«Dunque portate del buono», disse Fermo: l’oste partì, e un momento dopo tornò con un boccale.

«Che vogliono da mangiare questi signori?» diss’egli, riponendo il boccale sur una tavola.

«Che cosa avete?»

«Per esempio un buon pezzo di stufato?»

«Portate lo stufato», disse Fermo.

«Ma!» disse l’oste già in atto di partire, e sostando, «pane non ne ho in questa giornata».

«Eh! al pane ha pensato la Provvidenza», disse Fermo; e in aria di trionfo si cavò di tasca il terzo ed ultimo di quei pani raccolti sotto la croce di San Dionigi.

«Va bene», disse l’oste, e partì. Fermo allora, preso per un braccio lo sconosciuto guidatore, gli fece forza perché sedesse, e bevesse con lui. Poco stante l’oste portò da mangiare; e Fermo astrinse il guidatore a fargli compagnia, e si pose a mangiare con un appetito, che si fece sentire molto grande quando la prima sete fu ammorzata.

A tutte quelle tavole si gridava: quindi la conversazione era divenuta come generale: perché molti discorsi, facendosi sentire dall’una tavola all’altra, provocavano risposte, le quali facevano poi nascere dei dialoghi continuati. Come poi il soggetto di tutti quei colloquj separati era un solo, le vicende di quel giorno, così in poco tempo anche il colloquio divenne comune a tutti quelli che ivi si trovavano riuniti a caso. Fermo parlò assai, perché come abbiam detto era giunto quivi con una gran sete, e il vino non mancava.

Lo sconosciuto aveva già intese dalla bocca di Fermo, e registrate attentamente nella memoria molte cose che erano per lui tesori; ma gli mancava una notizia importante, e pensò a procacciarsela. Disse dunque a Fermo: «converrà che voi avvisiate l’oste che avete intenzione di dormir qui affinch’egli vi prepari la stanza».

«È vero», rispose Fermo, e chiamato l’oste: «avete», disse, «una buona stanza, un buon letto da darmi? da povero figliuolo, ma una cosa pulita».

«Starete da principe», disse l’oste, e fattosi ad un armadietto che era appeso ad una parete ne tolse un pezzetto di carta, un picciolo calamajo, e una penna, quindi accostatosi a Fermo: «in grazia», disse, «il vostro nome?»

«Il mio nome?» rispose Fermo, a cui il vino sincero dell’oste aveva portate tutte le passioni ad un grado lirico. «Che cosa volete fare del mio nome? Avete paura ch’io non vi paghi? Se fossi un tiranno con dieci bravi al mio servizio potreste dubitare, ma sono un povero figliuolo, e non son uomo da dare un canto in pagamento a nessuno».

«Boh! non dico per questo», rispose l’oste: «ma v’è una grida molto severa che «ordina ed espressamente comanda» sono parole della grida, e la so a memoria: «comanda» dice «a tutti gli osti e tavernaj, camere locande etc. che ogni notte,» dice «giorno per giorno, dia notizia e relazione di tutte le persone che alloggeranno etc. specificando» dice «il giorno dell’arrivo di ciascuno, nome e cognome, e di che nazione sarà, a che negozio viene,» dice...

«Questa è bella», interruppe Fermo: «ecco se non è per sapere i negozj degli altri. Vengo per un negozio briccone, senza mia volontà, vengo per un negozio che a raccontarlo ci vorrebbe una sera; ma colui che mi ha fatto venire, si è tessuto il capestro, e presto presto desidererà di non essersi mai impacciato nei fatti miei».

«Onde, non per mia curiosità, ma per cagione della grida», continuava l’oste; ma Fermo l’interruppe ancora dicendo:

«Questa è una grida che non conta, perché non è mica buona, è fatta contra la povera gente, per sapere i fatti dei galantuomini, ed è una di quelle che s’hanno a disfare: dunque non ne parliamo più, e vi assolvo io. Riempitemi invece un’altra volta questo boccale, che il vino lo trovo a mio genio, e lo riconosco per galantuomo senza domandargli il nome».

«Ma io sono obbligato...» ricominciò l’oste, dando allo sconosciuto un’occhiata che voleva dire: — siatemi testimonio ch’io faccio il mio dovere.

«Via, via», gridarono in un punto molte voci: «quel giovane ha ragione: sono tutti balzelli, angherie, legge nuova, legge nuova oggi!»

L’oste si strinse nelle spalle, e guardò ancora allo sconosciuto, il quale disse pure: «via non vedete che è un galantuomo? andate a preparargli la stanza».

«Bravo compagno! bravi amici!» sclamò Fermo, «adesso vedo proprio che i galantuomini si danno la mano e si sostengono». Partito l’oste, si parlò della grida e delle gride, e poi ancora del pane e dei tiranni. Lo sconosciuto che fino allora non aveva presa gran parte alla conversazione, uscì in campo anch’egli con le sue riflessioni, e con le sue proposte.

«Per me», diss’egli, «se dovessi comandare io, troverei tosto il mezzo di fare stare gli ammassatori, e i fornaj, e di far trovare pane per tutti. Ecco come vorrei fare. Vorrei che si pensasse alla povera gente che non ha frumento e che deve provvedere pane di giorno in giorno, e che non ne avessero a mancar mai, che ognuno avesse la sua razione fissata. Vi dovrebbero essere dei galantuomini, dei signori, ma buoni, e caritatevoli, che tenessero conto di tutti, e stabilissero ad ognuno la sua porzione secondo il bisogno, e a prezzo fisso. Per esempio io andrei a farmi notare», e così parlando, preso un coltello rivolse la punta verso la tavola e la dimenava, come se scrivesse: «e si dovrebbe scrivere: — Ambrogio Fusotto: — di che professione? — Spadaio. — Maritato? — signor sì: — quanti figli? — quattro. — Tante libbre di pane al giorno, e darmi un buon viglietto, col quale io andrei tutti i giorni a prendere il mio pane da un fornajo, a prezzo fisso. Ma bisognerebbe fare le cose giuste, senza parzialità, e in proporzione della famiglia. A voi per esempio dovrebbero scrivere: tanto pane tutti i giorni per... il vostro nome?»

«Fermo Spolino».

«Bravo: la professione?»

«Lavoratore di seta».

«Benissimo; ma avete moglie?»

«Non l’ho», disse Fermo, «ma se Dio vuole...»

«Dunque», disse lo sconosciuto, «abbiate pazienza; ma voi dovete avere una porzione più picciola».

«È giusto», rispose Fermo, «ma poi quando io pigliassi moglie, che sarà presto, come spero...»

«Razione doppia», disse lo sconosciuto.

«Così va bene», rispose Fermo.

Lo sconosciuto aggiunse ancora poche parole, poi si avvisò tutto ad un tratto che la moglie e i quattro figli sarebbero stati in pensiero pel suo ritardo, e si levò per partire: tre volte era egli sorto in piedi, e tre volte Fermo presolo per le falde del mantello l’aveva fatto ripiombare sulla panca: ma alla quarta egli alzandosi saltò al di sopra della panca, e se ne andò tra le istanze, e i ringraziamenti, e i saluti, invero un po’ affoltati del nostro povero Fermo.

Questi, rimasto solo alla sua tavola, (ci duole raccontarlo, ma la cosa fu così) vuotò solo in varie riprese il fiasco che aveva fatto riempire di nuovo per due bevitori, lo vuotò, alternando i sorsi con le parole, e ponendoselo a bocca ogni volta che l’idea la quale s’era presentata splendida e risoluta alla sua mente si oscurava e fuggiva tutto ad un tratto, o la frase per vestirla non voleva lasciarsi trovare; a quel modo che uno scrittore, nelle stesse angustie, ricorre alla scatola, piglia una presa in furia, la porta al naso, chiude la scatola, la riapre, e ricomincia lo stesso giuoco. Pure, siccome allo scrittore infervorato nelle sue idee, vengono talvolta nel maggior calore della composizione certi lucidi intervalli, nei quali una voce interna dice ad un tratto: — e se fossero minchionerie? — così anche il nostro poveretto, in mezzo a quella baldanza di pensieri, in quella crescente esuberanza di forze, sentiva di tempo in tempo che a quelle forze mancava un certo fondamento, e che appunto nel momento della più grande intenzione parevano pronte a cadere.

Quel po’ di senno che gli era rimasto lo faceva accorgere che il più se n’era ito; a un dipresso come l’ultimo lumicino rimasto acceso dopo una grande illuminazione fa intravedere gli altri spenti. Sentiva Fermo un bisogno di trovarsi coricato, e di dormire, e qualche cosa nello stesso tempo lo avvertiva che gli sforzi necessarj per arrivare a quel punto di riposo divenivano più difficili di momento in momento. Fece dunque una risoluzione in uno di questi lucidi intervalli: appoggiò ambe le mani spalancate sulla tavola, si sollevò alquanto, diede un sospiro, tentennò alquanto, e finalmente fu in piedi.

«Presto, presto oste», diss’egli: «conducetemi alla mia stanza, perché... io sono un buon figliuolo... e mi piace far le cose con giudizio... e gli stravizzj:... quando il sole è andato a letto... tutti i galantuomini... mi diceva mio padre...»

L’oste che desiderava questa risoluzione di Fermo, non si fece aspettare: staccò una di quelle lucerne, e tenendola alzata con la sinistra, e preso con la destra il braccio di Fermo: «andiamo», disse, e si avviò reggendo e traendosi dietro il suo ospite. Fermo, però s’arrestava di tratto in tratto, e, gettandosi verso la brigata, col braccio che gli rimaneva libero andava iscrivendo nell’aria certi saluti, a guisa d’un nodo di Salomone, ai quali le braccia e le voci della brigata rispondevano in modo poco dissimile. Ma l’oste scotendolo, lo tirava verso una porticina, tanto che potè entrarvi e mettersi su una scaletta angusta di legno, per la quale dando a Fermo un avviso ad ogni scalino, lo tirò nella stanza. Quivi Fermo si guardò intorno, e disse: «bene! bravo! galantuomo! son contento». Poscia forzandosi di fissare in faccia all’oste due occhietti che luccicavano e si oscuravano a vicenda come lucciole, appoggiandosi sul destro piede per chinarsi verso l’oste, e ricadendo poi indietro sul sinistro, stendendo verso la faccia dell’oste la mano coll’indice e col medio tesi piegati al mezzo, e aperti, per farle quella carezza di protezione amorevole che in milanese si chiama una mezz’oncia, senza però poter mai giungere ad afferrare quella guancia liscia e rubiconda dell’oste, disse con una cera tra amichevole e corrucciata:

«Ah! oste, oste! furbaccio! tu mi hai voluto fare un tiro da nimico... ma, la ti è venuta busa, perché... perché io sono un mariuolo... e tu però non hai trattato bene, perché... tu dovresti tener la parte dei buoni figliuoli... e non di quelli che fanno le gride, perché... quelli che fanno le gride, non vengono a bere il tuo vino... povero minchione che tu sei... e non ti danno un becco d’un quattrino perché... sono superbi, e avrebbero paura di sporcarsi la tonaca e... non sono gente di buona compagnia... che basta veder il Ferrer, che è il meglio di tutti e pare... un dottore di medicina ammalato... dunque chi ti fa andare la bottega... chi è, chi non è... sono i buoni figliuoli».

L’oste, il quale non avrebbe creduto che Fermo fosse ancora in caso di mettere insieme tante parole con un senso tal quale, pensò di approfittare di quel momento lucido per fargli intendere la ragione, e schifare un impaccio a tutti e due, e gli disse:

«Sì, sì, io son tutto pei buoni figliuoli; ma vedete bene...

quelli che comandano, vogliono essere obbediti; mi capite... abbiate giudizio, facciamo le cose qui fra noi da buoni amici; ditemi tosto il vostro nome, la patria, la professione, il negozio per cui siete venuto: in un momento è finita, e poi andate a letto e buona notte».

«Ah! cane!» disse Fermo levando la voce; «tu mi torni in campo col negozio... adesso capisco tu sei della lega... aspetta, aspetta...»

Così gridando Fermo, si avviava barcollante verso la scala ma l’oste lo rattenne: e vedendo che s’egli insisteva Fermo avrebbe gridato sempre più e sarebbe stato inteso dalla brigata, la quale certamente avrebbe prese le parti di quello, ricordandosi che in quel giorno il potere era nelle mani di quelli che erano soliti obbedire, e non si poteva prevedere quando sarebbe loro ritolto, pensando che quand’anche al ritorno della tranquillità un ordine revochi e dichiari nulli tutti gli atti della rivolta, le busse toccate una volta sono irrevocabili, stimò che la faccenda più pressante era di acquetar Fermo; e con voce più sonora di quella di Fermo gli gridò: «ho detto per ridere: non lo avete capito, che ho detto per ridere?»

«Ah! ora tu parli bene, da buon figliuolo», rispose Fermo, acquetandosi tosto: «per ridere;... sono proprio cose da ridere... dunque le gride».

«Dunque, andate a dormire», disse l’oste, «che troverete un letto da galantuomo. Via spogliatevi, presto, da bravo».

E mentre andava così facendo animo a Fermo con la voce, il malandrino diceva fra sè: — pezzo di minchione! se vuoi affogare, affoga, per me son certo di cavarmene, ma tu, resterai solo nell’impaccio —.

Fermo intanto si andava spogliando, e interrompeva questa operazione con mille ciancie, e con mille atti strani, che l’oste sofferiva pazientemente per una buona ragione. Quando Fermo s’ebbe tratto il farsetto, l’oste lo prese, pose le mani su le tasche per vedere se v’era la postema, e fatto certo del sì, volle tentare di avere il suo conto prima di abbandonar Fermo quella sera, prevedendo che l’indomani probabilmente Fermo avrebbe avuti altri affari, e la postema sarebbe stata in deposito presso a gente che non si sarebbe data premura di pagar l’oste. Disse dunque, tenendo il farsetto: «Voi siete un buon figliuolo, n’è vero? volete le cose giuste?»

«Buon figliuolo...» rispose Fermo. «Dunque», replicò l’oste, «saldate ora il vostro conterello, perché domattina, io debbo correre qua e là per mie faccende». «Oh! questo sì», disse Fermo, «questo è giusto: son mariuolo, ma galantuomo». L’oste si diede fretta di domandare quello che gli veniva, ajutò Fermo a cavare i danari dalla tasca, a noverarli, tolse il suo pagamento, e dato delle mani a Fermo per ajutarlo a salire sul letto, gli disse, «buona notte». Fermo si lasciò cadere sul letto, mormorò fra i denti: «buoni figliuoli», e cominciò a russare.

L’oste, stirata la coltre di sotto il corpo di Fermo, gliela accomodò indosso alla meglio; quindi, ripresa la lucerna con la sinistra, gliela sollevò sul capo, e stesa la destra contra il lucignolo perché la luce cadesse sul dormente, si fermò a contemplarlo un momento, nell’atto che vediamo dipinta Psiche quando sorge a spiare furtivamente le forme del consorte sconosciuto: e disse: «Matto minchione! tu l’hai voluto: sei andato proprio a cercarla col lanternino; tal sia di te».

Dette queste parole come per isfogo, e per una apologia anticipata, si mosse, abbassò la sua lucerna, e la pose dinanzi a sè, uscì, volse la chiave nella toppa, e chiuse così Fermo nella stanza, e s’avviò per la scala verso la cucina. Ma nel fare tutte queste operazioni, e nello scendere, continuava tra sè la allocuzione che aveva cominciata dinanzi a Fermo, favellando con l’assente come aveva fatto coll’addormentato.

— In un giorno come questo — proseguiva egli — colla mia prudenza, io era venuto a capo di salvare la capra e i cavoli, di passarmela liscia; e il diavolo doveva mò proprio portarti alla mia osteria per guastarmi il mestiere. Se tu fossi venuto solo, avrei potuto lasciarti addormentare su la tua panca, e quando tutti fossero partiti, portarti fuora, e collocarti in un canto della strada al fresco, e domattina poi ti saresti svegliato un po’ ingranchito, ma fuor d’impicci tu ed io. Ma tu invece, pezzo d’asino, hai pensato anche a condur teco un testimonio.

A questo punto della sua arringa mentale, l’oste si trovò in cucina, girò un’occhiata per vedere se tutto era in regola, fece un cenno con l’occhio all’ostessa che nella sua assenza presiedeva con la prudenza e con l’imparzialità del mestiere la brigata procellosa; e quindi staccò il mantello da un cappellinajo, e se lo pose indosso, continuando tuttavia:

— E che testimonio! Pare che tu avessi paura di passartela senza impicci; volevi proprio far le cose a dovere per tirarti una tegola sul capo. — Qui staccò pure il cappello, e lo pose in capo. — Va che sarai servito: tua colpa: tangheri, che volete girare il mondo, senza saper da che parte nasca il sole.

Qui tolse da un canto un buon randello, s’avviò alla porta, e uscì nella via, sempre continuando la sua orazione.

— Io ho fatto quello che ho potuto per salvarti, e tu bestia, in ricompensa, per poco non mi hai messa a romore l’osteria. Ora cavatene come potrai: per me, chi che sieno per essere i pazzi che comanderanno domani, io sono a cavallo: faccio la mia deposizione, e sono in regola: quelli che hanno comandato così, sono soddisfatti; e quelli a cui non piace non ne sapranno niente.

Le vie brulicavano ancora di gente, che andava e veniva in troppa; come le onde del mare quando il più sperto pilota non saprebbe affermare, se la burrasca sia sul finire, o sul ricominciare: ma l’oste cercando il largo fra gli scogli, camminando a sghembo tra una brigata e l’altra, ponendo cura di non urtare nessuno, e dissimulando gli urti che riceveva, se ne andava al suo cammino, continuando intanto fra sè. — E tu prega il cielo che domani tiri l’aria d’oggi, se no, stai fresco. Hai voluto affogare, affoga; ma afferrar me per una gamba, per trarmi sott’acqua con te... ah! non era azione da galantuomo. Tu mi volevi esporre, se nol sai, a trecento scudi di pena, o a cinque anni di galera, o a maggior pena pecuniaria o corporale, ad arbitrio di Sua Eccellenza. Obbligatissimo alle sue grazie.