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Giuseppe Mazzini

XIX secolo D letteratura letteratura Della Giovine Italia Intestazione 12 settembre 2008 75% letteratura

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Les jeunes gens de vingt à trente–cinq
ans ont grandi dans la révolution...
Eux seuls sont notre espérance.1
VICTOR COUSIN


Le parole di Cousin, poste in fronte all’articolo, racchiudevano, parmi, un alto senso politico, e compendiavano in certo modo la scienza del moto sociale nel secolo XIX. Egli le proferiva parlando allo Zschokke, e Zschokke, canuto, ma d’anima giovine e repubblicana, le raccoglieva con amore, e le registrava in fronte a un suo libro, intravvedendovi una profezia di vittoria e di civiltà.

Quando Cousin parlava quelle parole, la Francia era schiava a un dipresso, com’oggi noi siamo. I miracoli repubblicani tornati in nulla, le corruttele de’ governi nulli, intermedi fra la Convenzione e Bonaparte, la servilità dell’Impero, che trasparivano attraverso il manto di gloria steso dal genio dell’uomo del destino, poi la tirannide del ristoramento, le brighe sacerdotali e gesuitiche, le delusioni, e la cortigianeria prevalente aveano diffuso un sonno sulle menti degli uomini dell’89, una pace stanca, un silenzio di rovina, che vietava ogni speranza di meglio. Le forze della generazione nata fra i due secoli XVIII e XIX, s’erano consumate ne’ quaranta anni di guerra ostinata e di sacrifici, spesi a ricadere nel fango d’onde avea voluto levarsi. Gli uomini che aveano veduto il primo e l’ultimo giorno d’una rivoluzione destinata a mutare le sorti europee, disperavano del progresso. Tante credenze s’erano accumulate in quello spazio di tempo, e tante volte la prepotenza de’ fatti le avea soffocate, che gli animi erano giunti a rinnegare ogni fede, e gl’intelletti giacevano sconfortati, avviliti, sfiduciati dell’avvenire. Le teoriche filosofiche, perduta ogni attività d’esame, ogni eccitamento di contrasto, dormivano nel materialismo del secolo XVIII, e confinavano l’uomo nell’esercizio delle facoltà individuali. Letteratura non v’era, tranne nelle accademie, vendute al potere, qualunque si fosse, e inerti, per natura d’ogni collegio privilegiato. Era quel momento di riposo che segna l’ultimo moto d’una razza la cui missione è compiuta, e il primo d’un’altra che raccoglie le proprie forze a incominciare lo sviluppo di quella che ogni nuovo secolo affida a’ suoi figli.

Il secolo XIX sentiva la propria missione. I fatti accumulati dal secolo passato erano troppi, perché le conseguenze potessero cancellarsi con un trattato. L’elemento giovane fermentava tacitamente. Troppo debole ancora per combattere a visiera levata la tirannide politica ne’ suoi dominii, s’agitava intorno al vecchio edificio sociale novamente puntellato, avvezzandosi a guardarlo, a misurarlo senza paura e venerazione, studiandone il lato più fragile, logorandolo, poiché al centro non poteva, per ogni dove all’intorno. Mancava la unione, mancava la concordia in alcuni principii fondamentali allo sviluppo de’ quali si concentrassero gli sforzi individuali; mancava un simbolo alla religione che cominciava a farsi via tra le rovine d’un culto perduto, che i re tentavano rinvigorire col terrore delle baionette; ma lo studio, non foss’altro, che gl’ingegni nati col secolo ponevano nelle diverse molle sociali, la tendenza che spingeva le menti alle scienze storico–filosofiche, l’affetto che viveva nelle grandi memorie protestavano contro agli inetti, che negavano il progresso, o s’attentavano d’arrestarlo. Allora sorsero alcuni uomini, potenti d’intelletto e di dottrina, che avevano desunta dalle pagine di Vico e d’altri la teorica d’un perfezionamento progressivo indefinito, e si consecrarono apostoli del rinnovamento morale. Rinnegarono l’autorità, rinnegarono quanto d’esclusivo si racchiudeva ne’ mille sistemi, creazione e pascolo dello spirito umano. Guardarono con occhio d’aquila le linee storiche del passato, risuscitarono la idea spirituale, eressero un altare alla civiltà nel santuario della coscienza, e chiamarono la giovine Francia a sagrificare su quell’altare, salutandola speranza della patria, potente, rigeneratrice. La giovine Francia rispose a quel grido: la giovine Francia, ardita, impaziente, fiduciosa, e spronata dall’entusiasmo, non aveva raccolto del passato che i sommi principii, risultati de’ fatti, senza aver subìta l’iniziazione spesso funesta de’ fatti stessi, e si slanciò dietro a quella bandiera. Tentò quante vie s’affacciavano: assunse a tempo quante forme si offrivano interpreti del pensiero generoso. Fu romantica, ecclettica, protestante. Si arrestò, appassionandosi, intorno al medio evo, sulle teoriche trascendentali, nelle incertezze del misticismo. Ma sempre, attraverso tutte le fasi, sotto le varie gradazioni che avviavano l’intelletto alla verità, nelle lettere, nell’arti, nella filosofia, traspariva la coscienza d’una forza indipendente da’ vincoli materiali, traspariva lo spirito di libertà, solo eterno, solo onnipotente a mutare in meglio le condizioni civili; ma dietro a quella gioventù desiosa, insisteva una voce che gridava: innanzi! innanzi! - Protestantismo, Romanticismo, Ecclettismo erano tendenze di transizione: preludi ne’ quali l’intelletto sviluppava, esercitava le proprie forze, prima d’intraprendere dirittamente la via del rinnovamento. Bensì, quei primi che il caso avea cacciati a condottieri di tanta intrapresa, avevano forze ineguali all’ufficio. Più eloquenti che logici, più vasti che profondi nelle loro osservazioni, più ambiziosi forse che caldi veramente della fiamma santa che crea il genio protettore delle razze umane, avevano intravveduto un istante la missione del secolo, e s’erano smarriti davanti alla sua grandezza. Come Pietro Eremita, aveano sollevato lo stendardo d’una crociata senza ammetterne, senza intenderne le inevitabili conseguenze. Tentennavano fra diversi sistemi, malcontenti di tutto, non rifiutandone alcuno, senz’ardire per distruggerli, senza fede o potenza per crearne un nuovo. Rivelati alcuni principii, procedevano paurosi nelle applicazioni, titubavano nello sviluppo delle proposizioni che aveano prefisse a’ loro libri, a’ loro insegnamenti, a’ loro giornali. Volevano insomma rovinare il passato, ma senza creare l’avvenire, senza accettare l’eredità de’ padri, senza sacrificarsi per essa. -

Ma la eredità de’ padri era tale, e santa di tanta solennità di sventura, che i figli non potevano rinunziarvi per amor de’ maestri. Per venti anni d’eroismo e di sacrificio non v’è fiume d’obblio, e la gioventù ridestata una volta, trascorse oltre ai confini che le segnavano. I padri aveano predicata una fede, i padri l’aveano suggellata col sangue; ma, come il secondo Gracco, aveano cacciata una stilla di quel sangue verso il Cielo, sclamando: frutti il vendicatore! - Quel sangue ardeva nelle vene de’ figli, e la fede de’ padri s’affacciava ad essi raggiante, pura, più cara, perché incoronata dalla palma del martirio, bella di speranze e d’un’intera promessa. La rivoluzione dell’89 avea mostrata in compendio tutta la carriera di riforma che dovea corrersi. Una generazione l’avea divorata coll’ansia di chi scopre una nuova terra, a balzi, a slanci, senz’arrestarsi. I primi intraprenditori delle rivoluzioni sono vittime consecrate, e si muojono; ma i principii non muojono, e le generazioni che tengono dietro s’assumono d’educarli, di svolgerli, di trarre da’ primi contorni un quadro immortale, di ricorrere più lentamente, ma più stabilmente la via che i primi hanno segnata. La grande rivoluzione sociale, della quale la rivoluzione francese avea dato il programma, incominciava appena, quand’altri s’illudeva d’averla spenta. E la gioventù, fatta accorta della propria potenza, accettò la missione: si strinse, si raggruppò, stette attenta, vegliando il momento che dovea sorgere nello spazio. Il momento sorse, la gioventù lo afferrò. Il cannone dell’Hôtel de Ville tuonò la chiamata. La gioventù si levò come un sol uomo: la gioventù vinse. Cortigiani, baionette, trono, tutto rovinò davanti all’impeto d’un principio. Il sole del 27 avea diffusa la luce sovra ogni cosa: il sole del 29 non salutò che una bandiera: - la bandiera del secolo. Gli uomini, che alcuni anni addietro avevano comunicato l’impulso, senz’antivederne gli effetti, s’erano ritratti atterriti; poi, quando la gioventù riposò dalla sua creazione, si cacciarono addosso al cadavere d’una monarchia, usurparono la gloria d’averla morta, e giudicarono l’ossa de’ sette mila essere convenevole base al sistema ch’essi aveano predicato utilmente, viva e prepotente la tirannide. Ora, parlano tuttavia di progresso, - e vorrebbero che s’arrestasse dov’essi s’arrestano: magnificano le glorie del Luglio, - e vorrebbero che una nazione non si fosse levata se non a mutare un nome nella sua storia: protestano del loro amore alla libertà, - e l’hanno rivestita d’un manto d’infamia, - l’hanno cacciata ludibrio a’ re, sospetto mortale ai popoli. Due secoli, il XVIII e il XIX, li rinnegano: come que’ codardi che Dante pone alla porta del suo Inferno, si stanno tra l’infamia e l’obblio: l’obblio per la loro eloquenza che prima eccitava i giovani, oggi s’è prostituita al potere: - per la loro letteratura, campo di prova agli ingegni, ov’essi vorrebbero confinare per sempre l’anelito al moto perenne, che affatica lo spirito umano; - pel loro ecclettismo, sistema di transizione, che intendono perpetuare: la infamia per la gretta e fredda politica individuale, alla quale hanno sacrificate le grandi speranze sociali suscitate per essi - pel sangue de’ popoli che hanno pattuito coi re a mendicare una pace che non otterranno - pel loro trovato del giusto medio, ecclettismo politico, senza passato, senz’avvenire, senza logica, senza sviluppo, sistema paralitico, che non s’attenta rifiutare i principii rigeneratori, ma s’industria a strozzarli in fasce. E sia così, poi che vogliono! - Il secolo gli avea circondati dell’affetto giovenile e del plauso: poi tentarono sostituirsi al secolo, e il secolo gli affogherà. - Chi può cacciare un principio, e voler che non frutti? - Chi può dar moto all’intelletto, e gridargli: arrestati dov’io m’arresto? -

In Italia, siccome in Francia, la tirannide tanto più esosa, quanto più impudente, produsse il suo effetto di reazione, e l’anime inferocirono nell’odio, crebbero smaniose d’indipendenza. - In Italia prima che in Francia, gl’ingegni intolleranti di freno versarono nella scienza la idea di progresso che non potevano applicare agli ordini civili, e levarono il grido di libertà del pensiero nel campo delle lettere. - In Italia, siccome in Francia, gli uomini che cacciarono i primi semi di libertà furono oltrepassati da chi venne dopo, però che la sventura è maestra più potente d’ogni teorica, e ogni anno, ogni evento, ogni tentativo fecondò la Italia di nuova rabbia, di sangue e d’insegnamenti. Ed oggi, gli uni contendono per la eccellenza de’ metodi, che predominarono soli, e fruttarono negli anni addietro: gli altri, cresciuti col secolo, predicano la parola del secolo, e si assumono di esserne interpreti. Bensì la differenza sta in questo, che in Francia gli uomini ch’or vorrebbero arrestare il moto, addottrinarono la crescente generazione, e i loro sforzi furono talvolta coronati dalla vittoria: in Italia, le circostanze, avverse sempre e prepotentemente fin’ora, vietarono a ogni uomo di convalidare il proprio sistema coll’autorità del trionfo, e gl’Italiani non raccolsero ammaestramento a fare che dai rovesci, e da quel tanto di sviluppo che i fatti continui impongono all’intelletto. - Però, ogni questione s’agita fra due opinioni, nessuna delle quali ha generato finora risultati positivi. Noi siamo schiavi: per quali mezzi si riacquista da schiavi la libertà? - e stabile? - ed efficace? Quali principii hanno a reggere i tentativi? - Gli antichi, recentemente praticati, fallirono. Fu legge di cose, necessità di tempi, o vizio inerente al sistema, che mutati gli elementi, dovea mutarsi? Forse fu la prima cagione; non pare a ogni modo che a favorir que’ sistemi giovi il mal’esito. La tendenza del secolo ne predica altri; e le tendenze non nascono a caso, non prevalgono per capriccio di pochi: emergono da’ bisogni, trionfano col voto dei più.

A noi, dovendo spesso nelle pagine della Giovine Italia occorrere di combattere il sistema che i casi, - e non le nostre parole, - dimostrano ogni dì più sistema vecchio e impotente a rigenerare una nazione caduta in fondo, corre obbligo, corre necessità di spiegarci una volta per tutte sulle nostre intenzioni a riguardo d’un partito politico, che rappresenta cotesto sistema, e che pur numera, - forse a torto - ne’ suoi ranghi molti uomini puri, incorrotti e deliberati nemici d’ogni tirannide, a’ quali la Italia, comunque spinta dalla forza delle cose per altre vie, serberà gran tempo venerazione e affetto di gratitudine. Le denominazioni di Giovine Italia e d’uomini del passato increscono a primo tratto a que’ molti che non s’addentrano nelle cose. La mediocrità è sospettosa, e intravvede offese per ogni dove. Gli uomini che invecchiarono in un sistema d’idee, che hanno combattuto e sofferto per esso, mutano difficilmente. La educazione politica non si rifà, se non ne’ pochissimi creati a camminare fino alle esequie cogli anni, immedesimati col moto progressivo della civiltà; e l’affetto che si genera dall’abitudine è potente quant’altro mai: d’altra parte la gioventù, fervida, impaziente s’affaccia briosa alla vita dell’avvenire, si sente fremere dentro potente il concetto d’emancipazione, e rompe guerra al passato: nol guarda, o se il fa, guarda dispettosa, o sprezzando. Quindi l’ire aspreggiate dalla sventura. Quindi le accuse reciproche, e ciò che spesso è colpa di fatti attribuito all’una o all’altra opinione. Da siffatte guerre non esce che danno alla patria. E però vogliamo interpretare que’ termini, che potrebbero prestare alimento a gare funeste: vogliamo snudare tutta intera l’anima nostra, perch’altri non vi sospetti un pensiero che ogni Italiano rifiuta. È duro dover discendere a spiegazione di ciò che tutti dovrebbero intendere: è duro l’esser tratto a scolparsi di taccie che tra noi nessuno avrebbe sognato. Bensì, la unione anzi tutto - e v’hanno tali materie, nelle quali giova rimovere anche il nudo sospetto.

Noi lo dichiariamo solennemente: - Per Giovine Italia noi non intendiamo che un SISTEMA, voluto dal secolo: quando noi combattiamo la vecchia, noi non intendiamo combattere che un SISTEMA, rifiutato dal secolo! Le denominazioni giovine e vecchia Italia non sono nostre; e perché vorremmo noi gravarci l’anima d’un rimorso, creando una divisione, dove i fatti non ci sforzassero a riconoscerla, dove il progresso inerente alle umane cose non ci soggiogasse col mostrarcela inevitabile? Abbiamo dieci secoli d’oltraggi a vendicare: abbiamo a distruggere un servaggio di cinque secoli. I padri, i padri de’ padri e gli avi remoti ebbero tutti la loro parte in quell’oltraggio: tutti hanno bevuto a quel calice che Dio serbava all’Italia, e del quale la fortuna assegnava a noi l’ultime goccie - e le più amare forse. E noi gemiamo per tutti, fremiamo per tutti; e se a rigenerare una terra guasta da cinquecento anni di servitù muta bastasse levarsi e combattere, gli uomini del passato, quanti insorsero e morirono per la patria da Crescenzio fino al Menotti, sarebbero nostri fratelli alla pugna, dove alcuno potesse evocarli dalla loro polvere. - Ma il sangue solo santifica, non rigenera una nazione. Stanno contro di noi non le sole baionette straniere, ma le discordie cittadine inveterate per lunga memoria di stragi, rieccitate sordamente dalla tirannide, artificiosamente ineguale e corrompitrice: stanno i vizi che si generano nelle catene, e la intolleranza di freno, ottimo elemento per distruggere, pessimo per fondare, e più ch’altro sta la mancanza di fede: di quella fede che sola crea le forti anime e le grandi imprese, di quella fede che sorride tranquilla nel sagrificio, perché trae seco sul palco, o nel campo la promessa della vittoria nell’avvenire. Queste cagioni di servitù durano tuttavia prepotenti, e a superarle conviene giovarsi di quanti elementi, di quante forze fermentano tacitamente in Italia, ridurle a centro, calcolarle colla maggiore esattezza - e ogni anno le modifica, le tramuta, le aumenta - poi mormorare ad esse la parola di fede, spirarvi dentro l’alito d’una vita potente, animarle di quello spirito che dagli elementi inerti crea il moto d’un mondo, e vi stampa sopra l’orma di Dio. Ma il segreto del secolo sta nelle mani dei nati col secolo - né il linguaggio che suscita le passioni, e le dirige a grandi cose, e insegna a santificarle consecrandole coll’altezza d’un intento sociale, si rivela ad altri che a coloro i quali hanno sorbito col primo alito le passioni del secolo, e l’ansia di moto che affatica l’anime de’ fratelli. Or, perché illuderci, quando ogni illusione frutta rovine? - e che giovamento può nascere dal rinnegare la nostra potenza e dissimularci la missione d’intelletto che la natura ci assegnava, cacciando la nostra culla alla sorgente delle rivoluzioni, per paura che l’ossa de’ padri s’agitino irrequiete ne’ loro sepolcri, irate ai figli perché intraprendono franchi e deliberati la via ch’essi calcarono incerti e timidamente? - Oh! da que’ grandi ch’ora dormono l’ultimo sonno, non viene fremito a noi se non d’incoraggiamento e di conforto ad osare: - da que’ sepolcri non esce voce che non esclami: - "siate migliori di noi! siate grandi, come la vostra sciagura, come l’epoca nella quale vivete: grandi nell’atto come noi nel pensiero! Noi fummo a tempi ne’ quali il solo concetto di rigenerazione era un trionfo sulla tirannide; la rivoluzione sociale era un’alba, e noi, avvezzi alle tenebre, non potevamo misurare la luce del giorno venturo, né oprare risolutamente animosi, quando fiacchi e forti, tranne pochissimi, stavano contro di noi, e la esperienza era muta. Ma voi nasceste ne’ moti, e v’allevaste tra i moti: ammaestratevi nelle nostre disavventure: abbiate le nostre virtù, ma rinnegate i nostri errori". -

Le denominazioni Giovine e vecchia Italia non sono nostre: noi non le abbiamo create: le ha create una tal potenza, contro la quale non valgono né ciance d’uomini, che sentono sfuggirsi di mano una influenza già consumata da’ fatti, né rancori e sospetti d’inetti maligni, che vorrebbero occupare il secolo delle loro meschine ambizioni e della loro vita incognita al mondo. È la potenza de’ fatti: - la potenza che mutava alcuni anni addietro nella Germania il Tugenbund (fratellanza della virtù) in Jungenbund (fratellanza di gioventù): - la potenza che concentrava in Polonia, poco tempo avanti la rivoluzione, le molte società patriottiche nella grande associazione della gioventù, condotta da Lelewel: - la potenza, che commettendo alla giovine Francia l’impresa di luglio e i fati Europei, strappava di bocca a Cousin le parole che noi ponemmo in capo allo scritto - e Cousin, eccitatore un tempo della gioventù francese, è pure in oggi un di que’ tanti che s’industriano a distruggere l’opera loro, tentando confinare nel cerchio angusto d’una dottrina immutabile e inapplicata gli uomini del progresso; ma la verità vuole il suo dritto, e si fa via tra’ sistemi. La verità si rivela continua e progressiva attraverso gli eventi; e se gli eventi ci sono propizi d’ispirazioni politiche: - se il secolo ci suggerisce una nuova via di successo, perché rifiuteremo noi di seguirla? perché diremo al secolo: tu se’ diseredato di mente: trascorri inutile alla umanità? -

Bensì, dalla nostra credenza non esce spregio o biasimo assoluto alle vecchie credenze politiche, né, perché abbiamo opinione che le cose nuove debbano trattarsi con metodi nuovi, gittiamo l’anatema dell’ingrato alle teoriche applicate sin’ora. Quelle teoriche sono storia, e come storia le veneriamo: come storia vi leggiamo dentro una manifestazione del principio adattata a’ tempi e alle circostanze. Soltanto in oggi le vicende, le sciagure e gl’insegnamenti de’ fatti hanno svolti nuovi elementi, hanno messa in luce chiarissima l’idea, che prima giaceva oscura ne’ simboli. Allora conveniva accennare il principio; ora ci par giunta l’epoca d’una manifestazione solenne. - Ogni cosa ha il suo tempo: ogni sistema ha la propria necessità d’esistenza nella condizione morale dell’epoca. Chi schernisce, o maledice al passato, è stolto, o maligno: egli dimentica come dai vagiti e da’ modi informi e plebei di Guittone Aretino esciva la bella lingua dell’Alighieri, di Petrarca e Boccaccio; né senza quei primi e timidi tentativi politici, non parleremmo in oggi queste parole. - Ma noi non malediciamo al passato, se non quando c’incontriamo in uomini i quali s’ostinano a farne presente, e quel ch’è peggio, avvenire. Le rivoluzioni son tali fatti che non si compiono in un istante o con un solo sistema, perché non v’è momento nello spazio, o sistema nella mente umana, che valga a raccogliere, a concentrare in una unità potente d’azione tutti quanti gli elementi che mutano faccia agli stati. I sistemi politici non sono per noi che i risultati degli elementi d’azione che stanno a un dato tempo in un popolo, calcolati e ordinati pel meglio. Se ogni popolo potesse rassegnarsi ad attendere in pace il momento nel quale l’elemento morale rivoluzionario equabilmente diffuso e coordinato fosse giunto a tale un grado di potenza che assorbisse l’elemento materiale, le rivoluzioni non avrebbero che un sistema. - Ma la natura non ha voluto che dalla morte nascesse a un tratto la vita, e la rigenerazione d’un popolo non balza fuori nella sfera de’ fatti, potente e compiuta, come Minerva dal capo di Giove. La natura non ha voluto che le rivoluzioni si operassero senza lunghe fatiche, forse perché i popoli imparassero a gradi e attraverso le delusioni il prezzo della libertà; né una nazione cresce grande davvero, se non è consecrata all’eternità della missione sociale nel sacramento del dolore. E d’altra parte, la tirannide soverchiante, e inquieta per coscienza d’infamia, non concede che la guerra fra gli elementi del progresso e la inerzia si consumi sordamente e mutamente nella società, e l’urto non si manifesti che quando il trionfo è sicuro; ma inferocita nei sospetti e nei terrori che l’affaticano, caccia nell’arena, come un guanto a’ popoli, qualche testa di prode - e i forti di sdegno e d’audacia titanica traggono anzi tempo le moltitudini incerte al giudicio di Dio. Quindi le vittorie brevi, e le dubbie vicende, e gli errori. E dalle dubbie vicende e dai molti errori hanno vita, incremento e perfezione i sistemi. -

E v’è un periodo nella vita de’ popoli, come in quella degli individui, nel quale le nazioni s’affacciano alla libertà, come l’anime giovani all’amore: per istinto - per bisogno indefinito, e segreto - perché la natura creando l’uomo gli scrisse nel petto: libertà e amore! - ma senza conoscenza intima della cosa bramata, senza studio de’ mezzi, senza determinazione irrevocabile di volontà, senza fede. Allora la libertà è passione di pochi privilegiati a sentire e soffrire per tutta una generazione, a spiare il progresso e il voto de’ popoli, a intendere il gemito segreto che va dalle moltitudini al trono di Dio - a vivere profeti e morire martiri; per gli altri è desiderio, sospiro, pensiero, e null’altro. Allora le rivoluzioni si tentano artificialmente colle congiure: gli uomini liberi si raccolgono a metodi d’intelligenza misteriosa: s’ordinano a fratellanze segrete: costituiscono setta educatrice, e procedono tortuosi. Però che le moltitudini durano inerti, e i più vivono astiosi al presente, ma spensierati dell’avvenire - e se taluno rompe guerra al tempo, e tenta rivelarlo a’ milioni, i milioni lo ammirano onesto, ma lo scherniscono sognatore di belle utopie. Il sacrificio solenne è venerato anche allora, perché nel core degli uomini v’è un istinto di verità che mormora: quel sangue è sparso per voi: quelle vittime si stanno espiatrici delle vostre colpe; que’ martiri equilibrano a poco a poco la bilancia tra le creature ed il creatore. È venerato, perché v’è un sublime nel sagrificio, che sforza i nati di donna a curvare la testa davanti ad esso, e adorare; perché s’intravvede confusamente che da quel sangue, come dal sangue di un Cristo, escirà un dì o l’altro la seconda vita, la vita vera d’un popolo - ma la venerazione si consuma sterile e solitaria, nel profondo del core, nel gemito dell’impotenza: non crea imitatori: non risplende maestosa e fidente intorno al simbolo della nuova fede, ma soggiorna paurosa nelle iniziazioni d’un culto proscritto e piange d’un pianto che non ha conforto neppur di fremito. - La condizione de’ tempi impone allora doveri particolari ai pochi che s’assumono l’opera rigeneratrice. Allora il voler sanare gli estremi mali cogli estremi rimedi è più follia che virtù; perché dove il male è inviscerato nella società, e ti preme d’ogni lato predominante, o tenti struggerlo alla radice, e cadi tra via deriso da’ tristi, o fai guerra ineguale a’ rami, e tu sei gridato tiranno da’ buoni. - Allora l’ostinarsi a fondar la vittoria su forze proprie e sui miracoli del valor nazionale frutta disinganno amaro e talora pure rimorso, perché le nazioni si rigenerano colla virtù o colla morte; ma dove non è virtù di sacrificio, né furore di gloria, dove nei cuori non vive un’eco alle grandi passioni, i vasti concetti falliti e le molte vittime infondono la inerzia, non il coraggio della disperazione. Quindi la moderazione nell’applicazione de’ principii più scaltrezza che inconseguenza. Quindi la speranza e l’aiuto accettato dello straniero necessità deplorabile piuttosto che codardia; e l’arti diplomatiche usate a tempo, pericolose sempre, pure talvolta efficaci a smembrare le forze nemiche. Ad ogni operazione politica è base prima il calcolo delle proprie forze; e dove queste non reggono, è forza cercarne altrove, o ristarsi. Siffatti mezzi non danno libertà mai alle nazioni, bensì conquistano anime alla santa causa, e insegnano a intendere la libertà, ed amarla dolce, tollerante, incontaminata. - Poi le vicende ammaestrano a conseguirla.

Ma poi che il pensiero concentrato ne’ pochi s’è diffuso alle moltitudini, e la libertà è fatta sorella dell’anime, - quando il voto segreto s’è convertito in anelito irrefrenabile, e la speranza in fede, il gemito in fremito - quando il sangue delle migliaia grida vendetta agli uomini e a Dio, ed ogni famiglia conta un martire, o un iniziato alla religione del martirio - quando le madri non hanno più sonni, l’amplesso delle mogli ha il tremore e il presagio della separazione, e un pensiero di rancore, un pensiero di cupa vendetta solca le fronti de’ giovani nati all’amore, e al sorriso spensierato degli anni vergini sottentrano anzi tempo le cure e le gravi apparenze dell’ultima età - allora - l’ora di risurrezione è suonata. Guai a chi non si assume tutto il dolore, tutto il dritto di vendetta solenne, che spetta ai suoi fratelli di patria! - Guai a chi non sente il ministero che le circostanze gli affidano, e reca le idee mal certe del tentativo nella lotta estrema, decisiva, tremenda! - Allora la tirannide ha consumato il suo tempo; le transazioni, e i sistemi di transizione diventano passi retrogradi: la guerra è tant’oltre che tra la distruzione e il trionfo non è via di mezzo, e gli ostacoli che un tempo si logoravano coll’arti della lentezza vanno atterrati rapidamente. - Allora la iniziazione è compiuta - alla religione del martirio sottentra la religione della vittoria - la croce modesta e nascosta s’innalza nell’alto convertita in Labarum: la parola della fede segreta fiammeggia segno di potenza, scritto sulla bandiera de’ forti - e una voce grida: in questo segno voi vincerete!

E allora - la gioventù si leva: raggiante, concorde, serrata a una lega di pensieri e fatti magnanimi, aspirante un’aura di vittoria, spinta da una forza di progresso e di moto che insiste sovr’essa, che la purifica in un obblìo d’ogni affetto individuale, che la ingigantisce nella potenza d’un desiderio sublime. Salute a quella gioventù! - Date il varco alla generazione, che venne col secolo, e maledetto colui che la guardasse con occhio d’invidia, o gittasse dietro ad essa il motto dello scherno amaro, però ch’essa ha intesa la voce del passato e quella dell’avvenire, - ha raccolti gl’insegnamenti dell’esperienza dalla bocca o sulle tombe dei padri, e s’è ispirata al soffio della civiltà progressiva, all’armonia della umanità, che ogni secolo, ogni anno, ogni giorno rivela all’anime nuove un arco del proprio orizzonte!

Ora - è il tempo, o non è? Siam noi giunti al punto in cui una nuova rivoluzione politica dia moto alle menti, e gli antichi sistemi esauriti abbiano a cedere davanti a’ nuovi suggeriti dalla esperienza, voluti dai più, potenti a struggere ed a creare? -

La questione è codesta - e noi, uomini del secolo XIX, la riteniamo decisa.-

Noi stiamo sul limitare d’un’epoca, e non è l’epoca de’ sistemi di transizione, che gli uomini delle rivoluzioni hanno predicato finora. L’epoca dei sistemi di transizione è il gradino che la necessità impone alle nazioni, perché salgano dal muto servaggio alla libertà. La libertà è troppo santa cosa, perché l’anima dello schiavo la intenda, e il suo cuore possa farsene santuario, se prima non s’è riconsecrato alla vita morale nelle lunghe prove e nel lungo dolore. Ma noi l’abbiamo consumata quest’epoca: quaranta anni di tentativi, il battesimo del pianto e del sangue, e la vicenda europea che s’è svolta davanti a’ nostri occhi, hanno fruttato sapienza ed ardire; e noi siamo d’una terra che ha dato celerità singolare agli ingegni e un battito più concitato al cuore de’ suoi figli.

Noi guardammo all’Europa. Dappertutto è sorto un grido di nuove cose, un appello alle nuove passioni, una chiamata a’ nuovi elementi, che il secolo ha posto in fermento. Dappertutto due bandiere hanno diviso i combattenti per una medesima causa; e la guerra oggimai non riconosce altro arbitro che la vittoria, però che gli uni contendono per arrestarsi a’ primi sviluppi della idea rigeneratrice, gli altri per innoltrarsi e spingere i principii alle legittime conseguenze: i primi, avvalorati dal silenzio delle moltitudini, naturalmente cieche, naturalmente inerti, magnificano il riposo supremo de’ beni, non avvertendo che anche la morte è riposo; i secondi, forti di logica, e di fede negli umani destini, intimano il moto, come legge, necessità, vita delle nazioni. - La guerra è implacabile, perché tra il sistema che da noi s’intitola vecchio e la nuova generazione sta, come pegno d’eterno divorzio, una rivoluzione portentosa ed europea negli effetti, divorata in un giorno da pochi codardi e venali, ridotta a un mutamento di nome, e non altro - sta l’Associazione universale costretta a retrocedere d’un passo davanti a delusioni siffatte, che un secolo di strage non basterebbe a scontarle, se un’ora di libertà non avesse potenza di cancellare il passato. La guerra è implacabile, però che le sorti di mezza Europa sono strette al successo, e non v’è pace possibile, poiché l’Europa ha imparato fin dove meni la ostinazione d’un sistema d’inerzia a fronte d’una volontà irrevocabile. L’Europa ne ha lette le conseguenze al lume degl’incendi di Bristol, e scritte col sangue de’ Lionesi - e noi vorremmo, per la speranza d’una transazione possibile, dissimulare la verità ai nostri fratelli, rinnegare la bandiera che il secolo ci pone alle mani, contrastare ad un fatto universale, evidente, che sgorga da’ minimi incidenti, da’ giornali, da’ libri, dai tentativi, da ogni popolo, da ogni lato? La unione! noi la vogliamo; ma tra buoni, e fondata sul vero: l’altra, che alcuni, paurosi od inetti, gridano tuttavia, senza insegnare il come si stringa, è unione di cadavere colla creatura vivente: spegne il lume della vita dov’è, senza infonderlo dov’è morte.

Noi guardammo alla Italia - alla Italia, scopo, anima, conforto de’ nostri pensieri, terra prediletta da Dio, conculcata dagli uomini, due volte regina del mondo, due volte caduta per la infamia dello straniero, e per colpa de’ suoi cittadini, pur bella ancora di tanto nella sua polvere, che il dominio della fortuna non basta ad agguagliarle l’altre nazioni, e il Genio si volge a richiedere a quella polvere la parola di vita eterna, e la scintilla che crea l’avvenire. Guardammo con quanta freddezza d’osservazione può dare un desiderio concentrato, un bisogno di afferrarne l’intima costituzione - e il cuore ci batteva forte nel petto, perché abbiamo passioni giovani, e l’orgoglio del nome italiano ci solleva l’anima dentro; - ma noi imponemmo silenzio al cuore, e la vedemmo com’era - vasta, forte, intelligente, feconda d’elementi di risorgimento, bella di memorie tali da crearne un secondo universo, popolata d’anime grandi nel sacrifizio e nella vittoria - ma guasta, divisa, diffidente, ineducata, incerta fra la minaccia delle tirannidi e le lusinghe perfide dei molti, che adulandola dell’antica grandezza, l’addormentano sicch’ella non ne tenti una nuova - e tutta la forza de’ suoi elementi controbbilanciata, annientata dalla mancanza d’unione e di fede - due virtù, che né dieci secoli di sventura derivata dalle animosità provinciali, né potenza d’intelletto o fervore di fantasia hanno potuto ancora far predominanti tra noi - e a fondarle, volersi più che ogni altra cosa l’autorità d’un principio alto, rigeneratore, universale, applicabile a tutti i rami della civiltà italiana, che li riformi tutti purificandoli e dirigendoli ad un intento - d’un principio uno e potente a cui si concentrino tutti i raggi, tutti gli elementi di vita; nella cui fede l’anime si rinverginino, e la coscienza mormori una destinazione alle masse - perché in oggi manchiamo non di mezzi, ma d’accordo e di vincolo fra questi: non di materia, ma di moto che la sospinga: non di potenza, ma di convinzione che noi siamo potenti. Noi vedemmo la Italia, soffermata ai confini del mondo sociale dall’individualismo, rimanersi tuttavia sottoposta all’influenza del medio–evo. La idea personale, il sentimento radicato in ogni uomo della propria indipendenza, la ripugnanza a confondere l’unità singolare nella vasta unità del concetto nazionale, predominavano, elementi ottimi in sé, ma avversi, quando sono spinti tropp’oltre, al progresso comune. - De’ tristi non favelliamo; ma la tendenza individuale traspariva fin nella passione di libertà, che assumeva ne’ migliori aspetto d’odio a’ ceppi, di reazione forzata, di vendetta suscitata dalle lunghe offese. Pochissimi amavano la libertà per amore, perché fine prefisso all’uomo, perché mezzo unico di progresso sociale. Pochissimi mostravano coscienza dell’alta missione, che ogni vivente ha dalla natura verso la umanità. È la coscienza di questa missione che creava giganti Mirabeau, gli uomini della Convenzione, Bonaparte, Robespierre - e finché la seguirono, furono grandi - e perché mal si scerne il punto in cui svaniva davanti ad altri moventi, la posterità li griderà grandi. - Ma all’Italia, come noi la vedemmo, il materialismo, struggendo ogni dignità d’origine e di destino nell’uomo, disseccava la vita al cuore, o la indifferenza, sperdendo ogni sete di vero, rapiva molte di quell’anime, più frequenti in Italia che altrove, che vivono e muoiono martiri d’una idea. Quindi la mancanza di fede, di fede in sé, nel dritto e nell’avvenire, perché l’uomo, confinato dall’individualismo dominatore nel cerchio ristretto della propria influenza, schiacciato sotto la vastità del concetto, o si rassegna a vivere schiavo, o si fa libero colla morte sul palco. - E questi vizi, che il lungo servaggio e Roma imposero alla Italia, stavano contro ad ogni tentativo più tremendi delle baionette tedesche. -

E guardammo al passato a vedere se potesse trarsene il rimedio. - Ma il passato c’insegnava a non disperare: il passato c’insegnava quante e quali fossero l’arti della tirannide, e le reliquie del servaggio nell’anime - non altro. La scienza de’ padri s’era esercitata intorno ai principii, più che intorno alle applicazioni. Forse la fiamma di patria e di libertà, che gli ardeva, aveva illuminato ad essi quanto era vasto l’arringo. Ma le circostanze avevano affogato il concetto; e i tentativi non avevano assunta né la energia, né la vastità, né l’armonia che si richiedeva a tanta opera. Era necessaria una unità di principii e d’operazioni - e i moti prorompevano invece parziali, e provincialmente. Ma senza un moto universale, riescirà impossibile sempre il trionfo: senza la universalità dell’accordo precedente, il moto non proromperà simultaneo e veramente italiano mai - e per consumare ad un tratto le invidie e le animosità che vivono tuttora tra le provincie, vuolsi affratellarle tutte nella fratellanza del tentativo, del pericolo e della vittoria. Era necessario il diffondere lo spirito riformatore, il bisogno di rinnovamento sovra tutti i rami dell’incivilimento italiano - e limitavano la riforma a un ramo solo dell’umano intelletto, agli altri contendevano il progresso - e gli uomini che predicavano libertà politica, e indipendenza dalle vecchie abitudini di sommissione, bandivano la crociata addosso agli ingegni vogliosi d’emancipazione dalle teoriche antiche filosofiche e letterarie, rubavano agli Inglesi la bilancia de’ poteri e i principii della monarchia costituzionale, mentre vilipendevano schiavi del nord e traditori della patria quanti tentavano rivendicarsi negli studi e nelle composizioni quella libertà che non s’era mai perduta nel settentrione - né badavano alla necessità di educare all’indipendenza intellettuale gli uomini che volevano trarre al concetto dell’indipendenza politica; però che l’uomo è uno, e l’intelletto non s’educa a un tempo a due sistemi contrari. La grande rigenerazione alla quale intendevano avea bisogno d’alimentarsi di sacrificio sublime, di forti esempli, di rinnegamento totale dell’individuo a pro d’un principio. Conveniva levar l’uomo all’altezza d’una generalità, levarlo a un concetto partito d’alto tanto che potesse abbracciare tutta quanta la umana natura. Conveniva scrivergli dentro la tavola de’ suoi diritti e de’ suoi doveri, dargli la coscienza d’una grande origine, prefiggergli una missione sociale, e rivelargliela nell’azzurro de’ cieli stellati, nella grande armonia del creato, nell’universo fisico ridotto a simbolo d’un pensiero potente, nelle rovine del passato, nella idea generatrice delle religioni, nella profezia de’ poeti, nel raggio onde il genio solca la terra, ne’ moti inquieti del cuore, perch’egli da tutte le cose imparasse sé essere nato libero, gigante di facoltà e d’energia, re del mondo e della materia, non sottomesso mai ad altre leggi che alla eterna della ragione progressiva ed universale. Conveniva purificarne le passioni, animarle d’amore, cacciargli a fianco l’entusiasmo, ala dell’anima alle belle cose, e davanti a’ suoi passi la vergine speranza col suo sorriso che dura in faccia al martirio - ed essi lo trattenevano nel materialismo, credenza fredda, scoraggiante ed individuale, rifugio a ogni uomo contro alla prepotenza delle superstizioni e della tirannide sacerdotale, ma nella quale non può durare senza che gli s’inaridisca il fiore dell’anima: - lo indugiavano nello sconforto d’una lotta eterna, avvezzandolo a contemplarsi dominato alla cieca e inesorabilmente dai fatti, mentre bisognava convincerlo che v’era tal forza dentro di lui indipendente da’ fatti, padrona de’ fatti, dominatrice dell’istesso destino: - lo angustiavano in una vicenda alterna d’azione e di reazione, mentr’era d’uopo stampargli in petto una coscienza di progresso invincibile, e di trionfo. Irridevano le vecchie credenze, né tentavano sostituirne altre nuove: spegnevano l’entusiasmo, e volevano risvegliarlo con nomi: parlavano di patria alle moltitudini, e struggevano la fede, patria dell’anime: la fede in una legge superiore di miglioramento, in un concetto di moto perenne che abbracci e promova tutta la serie de’ fenomeni umani: - la fede che creò la potenza di Roma, la vasta dominazione del Maomettismo, i diciotto secoli del Cristianesimo, la Convenzione, Sand, e la Grecia risorta: - la fede che ridona la dignità perduta allo schiavo, e gli grida: Va! va! Iddio lo vuole! Iddio, che t’ha creato a immagine sua, e t’ha spirata una scintilla della sua onnipotenza! Questo avrebbero dovuto tentare i primi riformatori d’una nazione caduta in fondo, se i primi potessero far altro che intravvedere un rinnovamento e morire per esso. Poi, scendendo alle applicazioni, era necessario avere il popolo, suscitare le moltitudini; a farlo, bisognava convincerlo che i moti si tentavano per esso, pel suo meglio, per la sua prosperità materiale, perché i popoli ineducati non si movono per nudi vocaboli, ma per una realtà; e a convincerlo di queste intenzioni, bisognava adoprarlo, parlargli, cacciar nell’arena quel nome antico e temuto di repubblica, solo forse che parli ai popoli una parola di simpatia, una idea di utile positivo: - ed essi tremavano del popolo: disperavano - mosso che fosse - di poterlo dirigere, e lavoravano ad addormentarne il ruggito, o a moverlo, gli esibivano teoriche astruse di poteri equilibrati, idee metafisiche di lotta ordinata, sicché ne escisse quiete permanente allo Stato, e costituzioni accattate da altri paesi, provate oggimai inefficaci a durare, e non adattate ai costumi, alle abitudini, alle passioni. - Le rivoluzioni si preparano colla educazione, si maturano colla prudenza, si compiono colla energia, e si fanno sante col dirigerle al bene comune. Ma le rivoluzioni, a questi ultimi tempi, sorsero inaspettate, non preparate, artificialmente connesse; furono dirette al trionfo d’una classe sovra un’altra, d’un’aristocrazia nuova sovra una vecchia - e del popolo non si fece pensiero - poi, procedettero sulla fede di principii fittizi, lasciati all’arbitrio di governi astuti che gl’interpretassero, paurose di ogni cosa, disperate d’ogni soccorso che non venisse dalla diplomazia, o dallo straniero; l’una, arte essenzialmente menzognera, l’altro, essenzialmente sospetto, amico talvolta dei forti, non mai de’ fiacchi. Noi vedemmo uomini insultare a re, imponendo loro leggi e patti che insegnavano aperta la diffidenza, e dimezzavano il loro potere - e nello stesso tempo fidarsi illimitatamente nelle loro promesse, e ne’ loro giuri, come se i tiranni avessero un Dio nel cui nome giurare. Vedemmo assalita nelle costituzioni proposte l’aristocrazia, e non pertanto venir chiamata alla somma delle cose, come se le caste potessero mai suicidarsi. Leggemmo sulle bandiere il nome d’Italia, mentre si rinnegavano ne’ proclami e nelle operazioni i fratelli vicini e insorti per la stessa causa, nell’ora stessa, in forza di concerto comune. Udimmo gridare indipendenza di territorio, mentre il barbaro guardava alle porte; e intanto l’andamento de’ nuovi governi si fondava sulla speranza d’evitare una guerra, che la natura ha posta eterna fra il padrone e lo schiavo che rompe la sua catena - e si frenavano i giovani che volevano diffondersi in più largo terreno - e si decretavano toghe, non armi. - Errori che ci hanno fruttato taccia di codardia dagli stessi che ci hanno illusi vilmente e traditi: errori, figli forse più delle circostanze e della infamia de’ gabinetti europei, che degli uomini preposti alle cose nostre; ma tali che il sostenerli avvedimenti politici di profonda esperienza, è oggimai parte d’inetti, o di traditori. -

E allora - guardammo d’intorno a noi; allora ci lanciammo nell’avvenire. L’anima sconfortata dalle lunghe delusioni si ritemprò nella coscienza d’una eterna missione, si rinfiammò nel sentimento d’un furore di patria, d’un voto di libertà ch’è la vita per noi. Gli errori de’ padri erano voluti dai tempi: ma noi perché dovevamo insistere sugli errori de’ padri? Gli anni maturano nuovi destini: e noi, contemplando il moto del secolo, intravvedemmo una giovine generazione, fervida di speranze - e la speranza è il frutto in germoglio - commossa a nuove cose dall’alito spirituale dell’epoca - agitata da un bisogno prepotente di forti scosse e di sensazioni: e di mezzo ad essa, tra la incertezza de’ sistemi, tra l’anarchia de’ principii, dall’individualismo del medio–evo, dal fango che fascia la vita italiana, vedemmo sorgere qua e là uomini che vivono e muojono per una idea, levarsi anime che, come Prometeo, protestano contro la fatalità che gli opprime e l’affrontano sole, apparire aspetti che hanno una profezia d’avvenire sulla fronte: esseri d’una natura superiore che la natura caccia sempre sulla terra al finire d’un’epoca per congiungerla colla nuova - e tutta la generazione, e que’ pochi privilegiati non mancano, ad esser grandi, che d’un riconcentramento d’opinioni e tendenze, d’una unità nella direzione, d’una parola feconda, energica, incontaminata d’odio e paura, che riveli nudo e potente il voto del secolo. -

Questa parola noi la diremo. -

Questo voto noi tenteremo d’interpretarlo. Tutte le tendenze che ci parve intravvedere nel secolo, e che abbiamo accennate nel corso di quest’articolo, noi le svilupperemo nel nostro giornale coll’ardore di gente che né spera, né teme dai partiti politici, e non vede sulla terra se non uno scopo e una via per arrivarlo. E da queste tendenze ch’or sono in germe, da tutte le necessità che sgorgano innegabilmente dai fatti trascorsi, dalle ispirazioni dell’epoca, escirà, noi lo speriamo, un sistema che raccoglierà intorno a sé la generazione crescente. Non è che un sistema, ripetiamolo anche una volta, che noi abbiamo voluto accennare col nome di Giovine Italia; ma questo vocabolo noi lo scegliemmo, perché con un solo vocabolo ci parea di schierare innanzi alla gioventù italiana l’ampiezza de’ suoi doveri, la solennità della missione che le affidano le circostanze, perch’essa intenda come l’ora è suonata di levarsi dal sonno ad una vita operosa e rigeneratrice. - E lo scegliemmo perché, scrivendolo, noi avevamo in animo mostrarci quali siamo: combattere a visiera levata; portare in fronte la nostra credenza, come i cavalieri del medio evo la tenevano sullo scudo - però che noi compiangiamo gli uomini che non sanno la verità, ma disprezziamo coloro che sapendola non osano dirlo. -

Vergini di vincoli, e di rancori privati, con un cuore ardente di sdegno generoso, ma schiuso all’amore, senz’altro desiderio, fuorché di morire pel progresso dell’umanità e per la libertà della patria, noi non dovremmo essere sospetti d’ambizioni personali, o d’invidie. - La invidia non è passione di giovani. - Fra noi chi cura gli individui? chi move guerra a’ nomi? L’epoca de’ nomi è consumata: siamo all’epoca de’ principii; non difendiamo, né assaliamo che questi, non siamo inesorabili che su quel terreno. Là è il perno del futuro; là stanno le nostre più care speranze. - Le generazioni passano; i nomi e le battaglie intorno ad essi passeranno soffocate dal torrente popolare, che sta per diffondersi. Stendiamo un velo sui fatti che furono: chi può far che non siano? - ma l’avvenire è nostro; le teoriche del passato noi le rifiutiamo pel tempo che c’incalza. Noi cacciamo la nostra bandiera tra il mondo vecchio ed il nuovo - chi vuole s’annodi intorno a questa bandiera; chi non vuole, viva di memorie, ma non cerchi di sollevarne un’altra, caduta e lacera.

Che se tra gli uomini, a’ quali l’esser nati in un’epoca anteriore alla nostra ha stillato un dubbio nell’anima che si voglia per noi e per le nostre dottrine rimoverli dalla impresa, vi sono alcuni che abbiano la canizie sul capo, e l’entusiasmo nel core, uomini che procedendo col tempo veglino lo sviluppo progressivo degli elementi rivoluzionari, e modifichino a seconda di questo sviluppo il loro piano d’operazione, oh vengano a noi! guardino spassionatamente alle nostre teoriche, a’ nostri atti, ai nostri affetti - e vengano a noi! Vengano, e ci snudino le ferite onorate, che ottennero nei campi delle patrie battaglie: noi bacieremo quelle sante ferite; venereremo que’ capegli canuti; accetteremo il loro consiglio, e raunandoci intorno ad essi, li mostreremo con orgoglio a’ nostri nemici sclamando: noi abbiamo la voce del passato e quella dell’avvenire per la nostra causa! -

Sia dunque pace! - Pace è il voto dell’anime nostre. In nome della patria - in nome di quanto v’è di più sacro, noi gridiamo pace! - L’accusa di seminar la discordia ricada sulla testa degli uomini che si gridano liberi, e non ammettono progresso nelle cose umane - che parlano di concordia, e accumulano le interpretazioni maligne e i sospetti sulle parole proferite candidamente - che predicano la unione, e schizzano il veleno sulle intenzioni. - Con questi, non è via d’accordo possibile. -

Giovani miei confratelli - confortatevi, e siate grandi! - Fede in Dio, nel dritto, ed in noi! - era il grido di Lutero, e commosse una metà dell’Europa. Inalzate quel grido - e innanzi! I fatti mostreranno se c’ingannammo, dicendo che l’avvenire era nostro. -

Note

  1. L’Epigrafe è troppo assoluta, perché noi la ammettiamo senza riserva, e rimettiamo all’articolo. Ma non abbiamo potuto resistere al piacere di registrare in favore della gioventù un giudizio pronunciato da uno de’ primi padri della dottrina, che contende alla nuova generazione la facoltà di progresso. [Nota dell'autore]