Apri il menu principale

Dai paesi dell'anarchia

Ceccardo Roccatagliata Ceccardi

1894 D saggi letteratura Dai paesi dell'anarchia Intestazione 23 agosto 2009 75% saggi

EPUB silk icon.svg EPUB  Mobi icon.svg MOBI  Pdf by mimooh.svg PDF  Farm-Fresh file extension rtf.png RTF  Text-txt.svg TXT

Impressioni sui moti del 1894 nel carrarese.


Victor Hugo, nel poema I castighi, dove egli lumeggia così foscamente Napoleone il piccolo, parla con tristezza dei lamenti sordi che avevano i fiotti dell’Atlantico quando trasportavano sul dorso verso la nuova Caledonia, i pontoni sdruciti pieni zeppi di coloro che avevano tentato di difendere la repubblica dagli artigli del triste Cesare la notte del due dicembre. Piangeva il vecchio Oceano solitario con l’anima del poeta Guernesey.

E a me pareva così doloroso, quando qualche settimana fa, alla vecchia stazione di Massa fischiavano i treni in partenza tra i primi sbuffi di vapore e il lento cigolio delle assi, i treni che portavano lontano dai borghi natii, lontano dalle madri, dalle spose, dai figli, dalle sorelle, ai reclusori del Piemonte, ai reclusori del Mezzogiorno, coloro cui la legge militare e un tribunale di giberne avevan detto insorti anarchici, e ferrei avevan colpito senza pietà, senza riguardi, senza coscienza: senza saper neppure bene come colpissero, chi colpissero, perché colpissero.


Erano scene strazianti. Per lo più quei tristi condannati, quasi tutti giovanetti, erano fatti partire coi treni del mattino. L’alba si levava lentamente sulle Apuane, i monti delle cave dove forse i loro padri, i loro fratelli erano morti schiacciati da un masso rotolante per un ravaneto, o sotto lo scoppio orrendo di una mina, per guadagnarsi un tozzo di pane. La luce scendeva lentamente e gettava dei lividori sulle facce pallide, smarrite dei condannati, sul filo delle baionette. Qualche madre, qualche sposa li attendevano talvolta. E si slanciavano piangendo tendendo loro le braccia disperatamente, prese da un invincibile desiderio di ribaciare coloro che avevano allattato, o baciato dolcemente un giorno di nozze, figli, mariti, coloro che, come vecchi assassini, andavano a marcire le carni in una segreta.

E perché sperare di rivederli?

Ragazzi di diciotto o venti anni assuefatti all’aria ossigenata dei loro monti, al sole delle loro cave, devono scontare dieci, dodici, diciassette anni di galera, due, tre, quattro anni di segregazione cellulare continua. E potranno resistere! Perché sperare di rivederli?

Si slanciavano, si ripiegavano respingendo bruscamente, qualche volta anche cadendo a terra, dalle mani brutali della forza, lo stridulo riso e il ghigno dei gallonati presi di meraviglia che quelle madri, quelle spose di supposti anarchici, avessero, intendete bene, un cuore che palpitasse, che piangesse, e potesse anche gridare: misericordia!


Partivano i figli, i mariti pei lontani reclusori, ed esse ritornavano alle loro case, cui gli usci, nei tristi giorni delle perquisizioni e degli arresti erano stati sfondati dalla furia dei carabinieri e degli alpini, col calcio del fucile, o a colpi di baionetta, alle loro case dove altre donne ed altri figli piangevano con lo spettro del futuro negli occhi, lo spavento della futura fame nell’anima.

Verrà l’estate, ritorneranno l’autunno e l’inverno, ma essi, mai mai, per molti anni ed anni, forse mai più. E beate quelle madri cui è rimasto un figlio; quelle figlie cui è rimasto uno sposo a consolarle! Non son rare le madri che hanno tutti i figli e i mariti in prigione, non son rare le giovinette spose da due o tre mesi che hanno il giovinetto consorte condannato a vent’anni di galera.


Che vita! Quante esistenze infrante, quanta vitalità perduta!

Nel paese di Ortonovo - una bianca borgata su un colle di olivi fittissimi, tre ore dalle cave di marmo dove giornalmente molti uomini con molto sperpero di forze si recano a lavorare - si possono senza fallo contare, tra un migliaio di abitanti ed una quarantina di condannati, nove o dieci spose - giovinette di sedici o diciassette anni - vedove per dieci, dodici, diciassette anni dei loro giovanissimi sposi.

Leggete i resoconti dei processi che si stampano a Carrara da un editore assai conservatore e che fa l’apologia di quei tristi tribunali - leggete dico - quei resoconti di cui - nonostante ciò pubblicheremo qualche numero interamente per eternare maggiormente la sapienza militare - e vedrete: sono cose che fanno orrore. Dario Papa ha ragione: neppur l’Austria osò tanto.

E ciò tanto ributta, se si pensa che i burattinai di questa dolente epopea sono coloro che consacrano marmi al Pellico e ai Confalonieri e affermano: Mazzini è con noi!


Si condanna perché uno fu arrestato, perché un brigadiere dei Reali, un poliziotto afferma che sa - egli - e da sue private informazioni esser l’accusato un anarchico; si leggono deposizioni di testimoni non firmate, come le denuncie che si gettavano nella bocca del Leone a Venezia ai tempi dell’Inquisizione di Stato; si vieta agli imputati di scrivere a casa per trovare testimoni e provare l’alibi, e se la famiglia se ne occupa appena due ne son concessi, mentre prima in prigione a forza di pugni - lo dicono le madri, le spose che sono state a trovare i condannati prima del loro invio ai reclusori - si è fatto loro confessare come ai tempi dell’inquisizione domenicana il misfatto che non avevano commesso ed accusare compagni e fratelli. Oh, non per nulla s’inquarta un motto in uno stemma!

Se entrasse in una sala di quel tribunale militare uno che fosse assente dall’Europa da trenta o quarant’anni, ignorerebbe completamente dalle resultanze del processo di che vengono accusati, perché si condannano sempre, così mostruosamente. Se egli potesse entrare soltanto quando vien letta la sentenza potrebbe chiedersi: quante case hanno bruciato quei malfattori? Quanti soldati uccisi? Deve essere durata molto la lotta!

M’è caro di non essere stato ad ascoltare i testimoni! Dev’essere stato un vero orrore... Ebbene, sarebbe forse meglio, avrebbe ancora la coscienza in pace, non avrebbe ancor conosciuto quante infamie commette la società in cui vivrebbe, in cui viviamo.

E potrebbe ancora pensare: essi avevano molti fucili, delle mitragliatrici, della polvere... della dinamite... Orrore!

Essi invece non hanno ucciso nessuno, eccetto un carabiniere che li ha assaliti, non hanno bruciato neppure una capanna, devastato neppure un campo, rubato neppure un chicco di grano... Essi non avevano che qualche centinaia di fucili in due o tre mila, poca polvere, neppure una bomba di dinamite.

È vero volevano fare una rivoluzione, erano stanchi di essere sfruttati, di morire per pochi centesimi al giorno - ignoti - sotto i massi e le mine delle cave, ma i più non sapevano neppure cosa fosse una rivoluzione, quanto coraggio e abnegazione ci vogliono a farla; e la prima sera della rivolta in quattrocento o cinquecento, si sono sbandati come tante pecorelle dinanzi a due carabinieri, uno già morto, uno quasi moribondo.

Vergogna! Oh, non così, non così, ritorneranno la pace e l’amore in quelle regioni!

Il popolo non dimentica; questo è certo; come è legge fatale che dalla rivoluzione succeda la reazione, e da questa, più grande e potente una seconda rivoluzione.

Vico pel primo intuì questa terribile armonia nelle sorti dell’umanità. State pur certi quel che succedette nessuno cui importi anche una quisquiglia dimenticherà.

Si starà zitti per adesso, ma col tempo...

Oh! quelle donne, quei fanciulli di condannati, quelle vedove, quelli orfani si diranno in cuore eternamente: Oh! deve essere assai ingiusta la società per cui lavoriamo, se colpisce tanti uomini che non hanno mai rubato come un Tanlongo, né mai assassinato come... ricordate il dramma della Regia? se colpisce tanti uomini perché hanno pensato a un sogno d’amore e di pace, a un giorno in cui non ci sarebbero più sfruttati e sfruttatori, e ognuno potrà dire con sicurezza: stasera cenerò, avrò un poco di fuoco, due lenzuoli... deve aver molta paura di quel giorno la società presente... e in fondo poi, perché? non è giusto? deve essere ben giusto e grande se i ricchi ricorrono all’ingiustizia... e all’inganno per colpire chi appena lo pensa, timidamente lo sogna!

E forse più di tutto a quelle donne e quei fanciulli rimarrà in cuore l’inganno con cui furono imprigionati tanti fratelli, tanti padri. Io me lo rammento bene.

Non tutti i condannati vennero arrestati dai soldati. Molti negli ultimi di gennaio erano i fuggitivi sulle montagne, tra le pinete e gli olmi onde son fitte l’ultime propaggini montane dell’Alpe Apuana; costoro vivevano fuggitivi dalle loro borgate, dalle famiglie, ai venti ai freddi, alle piogge invernali. Ebbene, lo credereste? Il comando militare fece predicare dai prevosti, dai parroci delle borgate in parola, fece predicare dai preti, alle famiglie, alle spose, alle fidanzate degli accusati che se essi si fossero arresi nelle mani degli ufficiali, presto tutto sarebbe finito; tolto lo stato d’assedio pochi mesi di carcere agli insorti, e poi... soprattutto la grazia sovrana.


I preti non si accontentarono di ciò, andarono di casa in casa, e dissero alle madri, alle spose: fate che i vostri figli si arrendano nelle mani della forza, tutto andrà bene. E molti accusati spontaneamente discesero dalle loro montagne impervie e sono andati da un brigadiere dei carabinieri, da un sottufficiale degli alpini ed hanno detto: io sono il tal dei tali, io sono innocente e poi spero in quello che avete fatto dire alla mia famiglia... io sono innocente, lo ripeto, ma mi arrendo... E il tribunale rispose un giorno: voi vi siete arreso, bene, invece di quindici... dodici anni di galera! Pochi, ahimè, sono stati gl’increduli, pochi sono rimasti e pochi rimangono nelle loro montagne, poveri fuggitivi, con la taglia feudale sul capo, la fame nel petto, il desiderio di rivedere la famiglia nell’animo... e alle famiglie di costoro, irritati che il dolo non valesse, ufficiali e sbirri hanno invaso le case nelle notti di febbraio non curando grida di pargoli spaventati ed hanno arrestato vecchi padri di famiglia cui l’amore del sangue, che anche la legge rispetta, vietava di dire ove fossero i figli fuggenti: ufficiali si sono introdotti nelle stanze di donne che appena da cinque o sei giorni si erano sgravate di un bambino e con voce assordante han minacciato le puerpere se non avessero rivelato dove era, che mai pensasse di fare, qual audacia ancora avesse il fuggitivo consorte. E basta, è vero? Basta perché dir qualcosa di più sarebbe troppo.

Io sono stato sui monti delle cave sotto il folgorio del sole, che acceca riverberando sul bianco dei marmi. Tra il turbinio della polvere mossa dal vento, tra gli schianti delle mine, tanti uomini salgono dalle verdi campagne lunigiane a guadagnare di che sostentare la famiglia, la famiglia che vive quietamente in un bianco casolare laggiù perduto tra macchie di pioppi e filari di viti.

Io sono stato lassù a Fantiscritti e a Ravaccione, le supreme cave e dinanzi all’immensità della natura che si estrinseca in una strana forma di paesaggio roccioso, dalle tinte ciclopiche dinanzi alla mostruosità convulsa dei monti e all’orridezza dei ravaneti, all’audacia dei picchi svettanti nell’azzurro, o perdendosi in una bianca nube velata che acceca col suo riverbero, ho detto: gli uomini qui lavorano, ben si guadagnano il pane. Tanto il piede affonda nel ravaneto, tanto sulla testa è sospeso il masso che continuamente rotola, tanto la vita è fragile se attaccata ad una fune appesa ad un semplice piuolo che colui che qui lavora dev’essere un titano, od almeno lasciatemelo dire, o borghesia, un eroe, sì, un vecchio eroe!

Egli non aspetta né monumenti, né ricordo glorioso in pagine di storia; egli lavora per la famiglia che cresce modestamente nella natia campagna e se un giorno, come spesso succede, la canapa della lizza si romperà, e il masso che scende dalle cave ai piazzali della marmifera, devii, se la polvere bianca di un giorno di vento lo acciechi e un blocco di marmo slanciato da una mina lo percuota, egli non avrà, se ferito, che primo letto una scala, quattro pezzi di pino incrociati, e se morto, appena un sacco d’onde si asportò già polveri piriche, e mine, fragile cassa alle sfracellate membra. Nei cimiteri di Torano e di Miseglia, son comuni queste sepolture d’ignoti e la famiglia ancora li attende al piano verde col sogno nell’anima di rivederli alla sera come sul dilucolo dell’ultima mattina, quando dopo aver salutato la madre, o baciato la sposa, essi inconsci del loro fato s’avviarono colà donde mai più ritorneranno.

Chi non ha veduto una cava, chi non ha osato salirci non può davvero farsene un’idea. E pensare che nelle vallate di Canal Piccinino e di Canal Bianco, esse si contano a centinaia, una dietro l’altra, una sovra l’altra. Sul diffuso grigio delle montagne arrugginite esse paiono enormi ferite candide. Cigli di rupi irte, scannellature di righe s’aggrottano sopra ed hanno un color di sangue sbiadito colà dove la ruggine manca nel bianco. E cosí via via, su su finché non si giunga al vertice supremo inaccessibile, irta punta che la nebbia circonda quasi fosse il Nume del luogo. Sul piano della cava s’ammucchiano i massi. Là lavorano gli squadratori, gli scalpellini, ma su per la parete bianca, sulle creste delle rocce, legati ad una fune, il piede su una tavola tremante, i cavatori scavano le mine. Talora su un gruppo altissimo, è necessario fare in breve una profonda mina; allora si uniscono molti pali di ferro, si costruisce una specie d’impalcatura a vari piani con rozzi pini od elci, là sopra sale qualche dozzina d’uomini ed allora comincia, lento e monotono il lavoro; ogni colpo della ferrea stanga nel calcare è accompagnato da un triste e cadenzato: Oh! Oh! Io ho ascoltato lungamente quel richiamo onde tutti i lavoranti, in un sol momento, abbiano intente le forze ad un medesimo atto. È un accordo lamentoso, che gli echi rimandano, e affievolendolo rendono qualche volta più dolente e fantastico, onde l’anima commossa pensa: dunque anche qui vivono gli uomini? Dunque anche qui soffrono? In terra non è luogo dunque ove non sia dolore?

Sotto il piazzale poi delle cave scende rovinosamente il cumulo dei detriti di marmo che l’escavazione continuamente aumenta. Scende colmando insenature, sfaldandosi per i versanti dei balzi, ammucchiandosi in fondo alla vallata o contro un ciglio enorme di rocce a mezzo monte. È il ravaneto. In esso sono tracciate le vie delle lizze. Per queste vie dal piano delle cave si fanno scendere i massi già squadrati ai carri enormi tirati da bovi che li attendono a certi luoghi meno ardui, o alle stazioni della ferrovia marmifera. Enormi piuoli sono piantati per queste vie che hanno sempre il cinquanta o il sessanta per cento di discesa, e servono a fissarvi le canape della lizza - specie di slitta di legno, su cui i marmi van posti - onde scenda lentamente, senza mine. Diversi uomini, detti lizzatori, posti sul davanti, dispongono sotto il blocco in discesa, dei travicelli di legno detti parati, che ne attutiscono lo sfregamento contro la scabra via e ne agevolano il viaggio.


Quanto pericolo! La canape spesse volte si spezza e il masso enorme - se gli uomini non son pronti a fuggire - rotola loro addosso e si vendica, uccidendoli: uccidendo essi piccoletti, che con piccoletti mezzi tentarono di portarlo via dal suo santo luogo natale.


Tutti i giornali d’Italia - rara avis un’eccezione - hanno detto che quei cavatori sono uomini rozzi, ubriaconi.

E la calunnia fu ribadita anche da una parte di coloro che dovevano assumerne la difesa. Di ciò fu un eroe, si sa bene, anche qualche pseudo socialista, il quale credendo che fosse anche poco, intinse un suo certo pennelletto in vasi di negro fumo, e di rosso scarlatto ne pennelleggiò, con l’entusiasmo di un salvatore della patria, tutta quanta la Lunigiana.

Ahimè non tutti i pittori impressionisti trionfano: gli sgorbi rimangono e per la consumazione dei secoli.


È vero quegli uomini, quei cavatori che oggi s’arrampicano per le rocce, dove appena salgono le capre e domani ne precipitano sfracellati, al sabato sera, alla domenica hanno l’uso del bere.

Qualche volta s’ubriacano anche. Ma è la loro vita faticosa che lo richiede. Hanno bisogno di rinvigorirsi, hanno bisogno di obliare fosse pure per due o tre ore, la giovinezza sciupata al sole, la carne arsa, gli occhi sanguinanti pei bianchi riverberi; hanno bisogno di dimenticare che domani forse come il fratello, come lo zio un masso li sfracellerà e che avranno venduto la loro vita o almeno saranno ridotti impotenti per pochi centesimi; due, due e cinquanta, tre lire quotidiane che bastavano appena a sostener la famiglia.


È inutile: finché il diritto alla vita sarà calpestato si penserà a un miglioramento, si spererà d’ottenere qualche cosa che sia più conveniente ai nostri bisogni: finché ci saranno dei reietti e dei paria si guarderà sperando nell’avvenire e forse un giorno maledicendo si insorgerà.

Ecco perché l’Utopia, sia Marx o Bakunin l’apostolo, si diffonde maggiormente nelle classi che soffrono, nelle officine, tra le motrici urlanti, nelle miniere dove il "grisou" scoppia, nelle cave donde si asportano i marmi che faranno belle le case della città.

E forse, nessuna signora quando si tuffa, palpitando, in una vasca di masso lunense, ha mai pensato che forse quel masso un giorno rotolando dal picco dove la forza plutonica dell’Eocene lo aveva sollevato, si bagnò del sangue dell’audace che lo staccò, terribile battesimo, come forse non penserà mai che le perle onde si adornerà qualche momento dopo uscendo, son costate la vita ad un povero negro affamato nelle profondità misteriose dell’azzurro Oceano.

Mario Lazzoni scrisse: "I grassi borghesi non vi ricordano, o forti pugnaci di Spartaco, non vi ricordano o precursori ignoti, non vi ricordano voi vittime di Caltavuturo e Conselice... È da Platone a Campanella, da Buonarroti a Saint-Simon che una rivoluzione lenta si prepara maturata dagli ingegni di tutti i popoli, resa indispensabile sempre più dall’evoluzione dell’umano pensiero. [...] Hai gli uomini ignoranti perché miseri, hai i pregiudizi di casta perché c’è chi li benedice in nome di Dio, hai dei vili perché putrida, perché corrotta, perché mefitica è la società borghese".


Già dissi di essere stato a Fantiscritti, uno dei supremi picchi delle cave. Sotto larga la vallata e profonda, fra pareti scabre di rocce ferruginose, aggrovigliantesi le une sulle altre, con un disperato desiderio di toccare il cielo. Qua e là filoni di ravaneti bianchissimi, qua e là immani rovine di cave, dove gli uomini che battono le mine paiono file di soldatini di carta tanto la distanza è enorme. Sotto l’orrido: ma sovra, il cielo azzurro infinito e lontano, il mare scintillante come i sogni umanitari di Shelley che vi morì.


La solitudine della natura ispira: si diventa più buoni; certe cose che vi son parse utopia - dice Gian Giacomo Rousseau - crederete realizzabili, o uomini se vi allontanerete dalla città...

Ed io ho pensato ed ho compreso. Tutto passa.

Chi rammenta un Aronte che di qui speculò le stelle e predisse guerre civili?

Chi rammenta più un Cybo che regnò un dì al pian verde, o il Piccinino che ne incendiò i borghi? Tutto passa, tutto diventa.


Qui duemila anni fa salirono fra i vigili astati i primi cristiani, i discepoli di Paolo e di Pietro, condannati dai Cesari a scavar marmi per tutta la vita, rei d’un sogno.

Roma era potente, le aquile aleggiavano sul Reno e sulle sponde britanne, i marmi scavati andavano ad adornare i triclini dei pretori e gli ortoli dell’etere. Ed essi, i poveri sognatori, che morirono ignoti condannati a Fantiscritti, appena appena lasciando sulle rocce un timido segno delle loro aspirazioni e del loro martirio, oh! certo non credettero al Trionfo: che il sogno luminoso di Cristo sarebbe diffuso (ed ahimé sfruttato!) un giorno su tutta la faccia della terra.