Cap. XXVI

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XXV XXVII
Como lo senatore fu allapidato da Romani e delli magnifichi fatti li quali fece missore Egidio Conchese de Spagna, legato cardinale, per recuperare lo Patrimonio, la Marca de Ancona e Romagna.

Muorto papa Chimento, fu creato papa Innocenzio, lo quale fu ditto cardinale de Chiaramonte, dello abito de santo Pietro, preite seculare. Como papa Innocenzio fu creato, Dio li mustrao granne vennetta de quelli che·lli avevano tuoito lo senato. Curreva anno Domini MCCCLIII, de quaraiesima, de sabato de frebaro. Levaose una voce subitamente per mercato in Roma: «Puopolo, puopolo!» Alla quale voce Romani curro de·llà e de cà como demonia, accesi de pessimo furore. Iettano prete allo palazzo; metto a roba, specialemente li cavalli dello senatore. Quanno lo conte Bertollo delli Orsini sentìo lo romore, penzao dello campare e de salvarese alla casa. Armaose de tutte arme, elmo relucente in testa, speroni in pede como barone. Descenneva per li gradi per montare a cavallo. Lo strillare e·llo furore se converte nello desventurato senatore. Più prete e sassi li fioccano de sopra como fronni che cascano delli arbori lo autunno. Chi li dao, chi li promette. Stordito lo senatore per li moiti colpi, non li vastava coperirese de sotto soie arme. Puro abbe potestate de ire in pede allo palazzo dove stao la maine de santa Maria. Là da priesso per lo moito fioccare de prete la virtute li venne meno. Allora lo puopolo senza misericordia e leie in quello luoco li compìo li dìi, allapidannolo como cane, iettanno sassi sopra lo capo como a santo Stefano. Là lo conte passao de questa vita scommunicato. Non fece motto alcuno. Muorto che fu, lassato, onne perzona torna a casa. Senator collega turpiter per funem demissus, deformis pileo per posticam palatii obvoluta facie transivit ad domum. La cascione de tanta severitate fu ca questi doi senatori vivevano como tiranni. Ià erano infamati, ché grano mannavano per mare fòra de Roma. Era lo grano carissimo. La canaglia non comportava la fame e·llo deiuno. Non sao temere lo puopolo affamato. Non aspetta che dichi: «Fa’ questo». Questa connizione hao la carestia, che moiti potienti hao perterrata. Anco pòtera essere la cascione che Dio non consente che·lle cose della Chiesia siano violate. De ciò favellava Valerio Massimo. Dao lo esempio de Dionisio tiranno de Cecilia, lo quale tagliava li capelli e·lle varve de auro le quale avevano li suoi diei, e diceva ca·lli diei non deveano avere similitudine de becchi varvati. De questa onta la quale fece a suoi diei fu punito, ca in soa vita visse con paura e po’ la morte soa sio figlio venne in tanta miseria, che viveva de insegnare li guarzoni lo alfabeto. Forza più non sapeva. Vedi maraviglia! Saputa che fu la morte dello senatore lapidato, la carestia de sùbito cessao per lo paiese intorno e fu convenevole derrata de grano. Questo papa Innocenzio la prima cosa che se puse in core fu che·lli tiranni restituissero l’altruio, li bieni della Chiesia li quali avevano usurpati e sforzati. A ciò esequire mannao sio legato in Italia missore Egidio Conchese de Spagna, cardinale. Questo don Gilio quanto fussi sufficiente guerrieri l’opere soie lo demustravano. Esso fu in prima cavalieri a speroni d’aoro. Puoi fu arcidiacono de Conche. E fu de tanta industria, che fu fatto confallonieri dello re de Castelle. Esso perzonalemente se trovao alla rotta de Taliffa in Spagna, como de sopra ditto ène. Desceso lo legato don Gilio in lo Patrimonio, venne a Montefiascone. Aitro non trovao se non Montefiascone. Acquapennente, Bolsena, tutte le aitre terre teneva occupate Ianni de Vico, profietto de Vitervo. Anco teneva Terani, Amelia, Nargne, Orvieto, Vitervo, Marta, Canino. Era magno. Bussava per corrompere Peroscia. Lo legato, trovanno sì poche terre, forte li parze. Nientedemeno voize parlamentare collo profietto. Mannao per esso e fuoro insiemmora. Avea lo profietto in sé una mala natura, che ciò che omo li adimannava de sùbito li ammetteva e diceva. «Fatto serrà. Ben ce piace». Alla fine non servava le promesse. Quanto più te prometteva, peio tenevi. Per la moita usanza questa connizione servao allo legato. Non se ne sappe astenere. Como fuoro insiemmori, lo legato disse: «Profietto, que vòi tu?» Lo profietto disse: «Ciò che piace a ti». Lo legato disse: «Voglio che rienni alla Chiesia lo sio e tienghiti lo tio». Lo profietto disse: «Vogliolo fare volentieri. So’ contento». E in ciò puse lo sio seiello in la carta colli capitoli scritti. Deo la voita in reto a Vitervo. Delle promesse niente servava. Diceva: «Io non ne voglio fare cobelle». Aiogneva: «Lo legato hao cinquanta prieiti fra compagni e cappellani. Li miei regazzi bastano a contrastare alli prieiti suoi». Questa paravola non se potéo celare, che non pervenisse alle recchie dello legato. A ciò respuse lo legato e disse: «Bene se vederao che miei prieiti serraco più valorosi che·llo profietto con suoi regazzi». Puoi che lo legato conubbe l’animo dello profietto indurato, vidde la perverza mente ostinata, crociata non li bannìo sopra (no·lli pareva da tanto), ma abbe lo aiutorio della lega de Toscana, de Peroscia, de Fiorenza e Siena. Fece granne oste, in la quale fu esso perzonalmente. In quella oste fu Cola de Rienzi cavalieri, lo quale veniva assoluto de Avignone dallo papa, como s’è ditto. Poco curò lo profietto de oste de sollati. Allora iessìo fòra lo puopolo de Roma. Ianni conte de Vallemontone fu lo capitanio. Comenzao a fare lo guasto. Uno terzieri de Vitervo guastaro, vigne, oliveta e arbori. Onne cosa metto in ruvina. La iente sparlava dello profietto. Ranieri de Bussa lo molestava. Lo profietto, como tiranno dubitanno de suoi citatini, viddese male parato. Deliberato consilio saniori, mise lo capo in vraccio e in gremmio della Chiesia rennenno lo altruio. Rennéo Vitervo, Orvieto, Marta e Canino. Remaserolli soie castella nettamente. Remaseli anco Corneto, Civitavecchia e Respampano. Po’ non moito tiempo Iordano delli Orsini li tolle Corneto in mieso dìe. Lamentaose lo profietto allo legato e disse ca era ingannato, perché era cacciato de Vitervo. Respuse lo legato e disse: «Profietto, tu non pati tuorto». Mustraoli la cetola colli patti seiellata. La cetola diceva: «Io voglio restituire lo altruio e tenere lo mio proprio». Ciò odito, lo profietto stette queto. In questo Vitervo lo legato fonnao uno bellissimo castiello casato, fornito con moiti torri, palazza e casamenta per fermamento e fortezza della Chiesia de Roma. Lo quale castiello stao e cresce fi’ alli nuostri dìi. Iace alla porta che vao a Montefiascone. Acqua sufficiente e fosse piene d’acqua stao intorno. Espedita la opera dello Patrimonio, lo legato alquanto demorao in Orvieto. Reconciliao Orvieto e·llo paiese, lo quale moito era corrotto. Puoi abbe Nargne, puoi Amelia. Puoi ne vao a maiure cose fare, ad espedire li fatti della Marca, ad abassare l’arroganzia delli Malatesta. Era missore Malatesta uno delli più savii guerrieri de Romagna. Tiranno potente moite citate e castella signoriava. La maiure parte della Marca de Ancona teneva sì per amore sì per forza. Aveva sio frate, missore Galeotto. Sempre questo mannava alle frontaglie. Teneva Ancona, la nobile citate. Como missore Galeotto sentìo lo legato approssimare nella contrata, granne moititudine, più de tre milia cavalieri, adunao. Iessìo fòra de Ancona. Venne a Racanati incontra allo legato. Era con missore Galeotto Gentile da Mogliano da Fermo con moiti aitri caporali della Marca. Mannao allora dicenno allo legato che soa venuta non era utile, non poteva colli Malatesti balanciare o guadagnare. Lo legato a queste paravole respuse, scrisse in una carta sole queste paravole: «Da buoni guerrieri buoni pattieri, da buoni pattieri buoni guerrieri». Respuse missore Galeotto: «Di’ allo legato: tanta iente non pericoli. Io voglio commattere collo legato in campo a solo a solo». Lo legato respuse: «Va’ di’: eccome proprio nello campo. Là la voglio proprio con esso, perzona a perzona. Non se parta». Respuse missore Galeotto: «Va’ di’ a monsignore lo legato ca io non la voglio da perzona a perzona con esso, ca, se io lo vencessi, ià io pèrdera; ché lui ène omo veterano, prelato, atto a sola paternitate». Trovaose allora collo legato uno gentilotto della Marca: Nicola da Buscareto aveva nome. Questo Nicola da Buscareto, essenno presente a queste ammasciate, disse: «Signore lo legato, e non conoscete la rottura delli Malatesta? Non te accuorii ca nelle paravole soie missore Galeotto è rotto e perduto? Non te pò contrastare. Noi avemo vento. Legato, infesta e non finare de turvare li Malatesta de Rimino; ché Galeotto ià ène convento, lo core li manca. Questo me demustra lo sio favellare». Per le paravole de Nicola da Buscareto lo legato fu acceso de persequitare li Malatesti. Avea con seco lo legato bona iente assai, moiti caporali, partisciani della Marca, missore Lomo da Esi, Iumentaro dalla Pira, lo signore de Cagli, missore Redolfo de Camerino, Esmeduccio de Santo Severino. Anco avea la nobile iente todesca che·lli donao lo imperatore. Era per quelli dìi in Roma Carlo imperatore, de cui se dicerao. Avea presa la corona. Tutta Toscana, Lommardia e Romagna, Alamagna li fece omaio. A questo imperatore lo legato domannao sussidio. Lo imperatore li mannao li cavalieri li quali mannati li aveva lo Communo de Peroscia e de Fiorenza. Anco baroni della Alamagna moito provati missore Carlo li mannao. Intanto lo legato con soa iente se era assemmiato in campo. Missore Galeotto Malatesta redutto se era in una forte terra, la quale se dice Paturno, fra Macerata e Ancona, quanno ecco sùbito che dereto li veniva la nobile iente imperiale, Todeschi e Toscani, conti della Alamagna, usati a guerra, moiti cimieri, loro cornamuse sonanno, loro naccari. De caminare non avevano posato. Como missore Galeotto sentìo lo aiutorio allo legato venire, perdìo la mente e·lla virtute. Non se poteva aiutare. Chiamaose vento, confessaose presone, domannao mercede allo legato. Lo legato lo abbe nelle soie mano presone con tutta iente soa. Missore Malatesta per recomparare lo frate fece obedienzia allo legato. Rennéoli liberamente la citate de Ancona e tutte le terre che teneva in la Marca. Rennéoli quelle che teneva in Romagna. Allora la Chiesia guadagnòe la nobile citate de Ancona, terra portuosa, collo mare, colle mercatantie, colli moiti provienti. Là fece doi bellissime rocche fi’ in lo dìe de oie. Puoi fece uno sio nepote marchese e mannaolo a Macerata per correttore della Marca. Puoi connescese e descretamente provedéo alli Malatesti, che potessino vivere onorata e ientilemente de loro frutto. Lassaoli quattro bone e famose citate, Arimino, Fano, Pesaro e Fossambruno, quattro notabile e poterose terre. Puoi li fece capitanii della Chiesia contra alli rebelli. Po’ queste cose movèose a maiuri fatti e movimenti fare. Era in Romagna un perfido cane patarino, rebello della santa Chiesia. Trenta anni stato era scommunicato, interditto sio paiese senza messa cantare. Moite terre teneva occupate della Chiesia, la citate de Forlì, la citate de Cesena, Forlimpuopolo, Castrocaro, Brettonoro, Imola e Giazolo. Tutte queste teneva e tiranniava, senza moite aitre castella e communanze le quale erano de paiesani. Era questo Francesco omo desperato. Avea odio insanabile a prelati, recordannose che ià fu male trattato dallo legato antico, missore Bettrannio dello Poietto, cardinale de Uostia, como de sopra ditto ène. Non voleva de cetero vivere a descrezione de prieiti. Staieva perfido, tiranno ostinato. Questo Francesco, quanno sentìo le campane sonare alla scommunicazione, de sùbito fece sonare le aitre campane e scommunicao lo papa e·lli cardinali. E che peio fu, fece ardere e papa e cardinali in piazza, li quali erano pieni de carta e de fieno. Staienno a rascionare colli ientili amici suoi diceva: «Ecco ca simo scommunicati. Non per tanto lo pane, la carne, lo vino che bevemo non ce sao buono, non ce fao prode». Delli prieiti e delli religiosi tenne questa via. Fatta la scommunicazione per lo vescovo, lo vescovo, receputa alcuna iniuria, vituperosamente se assentao. Allora lo capitanio costrenze la clericia a celebrare. Celebrano li moiti essenno interditti, quattordici chierici religiosi, sette seculari. Otto, li quali non voizero celebrare, recipero lo santo martirio. Sette ne fuoro appesi per la canna, sette ne fuoro scorticati. Era incarnato con Forlivesi, amato caramente. Demostrava muodi como de pietosa caritate. Maritava orfane, allocava poizelle, soveniva a povera iente de soa amistate. Vengo alla guerra. Don Gilio Conchese de Spagna fece sio fonnamento e residenzia in Ancona. E per avere più fortezza bannìo la crociata. Io la odìi predicare. Remissione de pena e colpa a chi prenneva la croce o chi faceva aiutorio. Ora ne veo lo legato sopra allo cane capitanio de Forlì, Francesco delli Ordelaffi. ’Nanti che lo campo fusse puosto, apparecchiaose tutte cose necessarie all’oste. Lo legato mannao vescovi e cavalieri e aitra iente bona, che predicassino lo capitanio che non volessi perseverare in tale errore. La predicazione quetamente odìo. La notte iessiva fòra de Forlì e predava terre della Chiesia. Menava preda e presoni. Aitra resposta non faceva. Lo legato, conoscenno lo animo indurato de Francesco delli Ordelaffi, puse lo campo sopra la citate de Cesena. Li Malatesti erano caporali e connuttori dell’oste. Dodici milia fuoro li crociati, trenta milia li sollati. Doi uosti fuoro, onneuno per sé. Fece l’oste granne guasto e dannaio. A suono de trommetta tre milia guastatori con banniere se ponevano e levavano dallo guasto. Res digna memoratu. Intanto lo santo patre mannao lettere espresse, che don Gilio tornassi in Provenza. La cascione fu che·llo conte de Savoia con granne compagnia, da tre milia varvute, iva guastanno tutta la Provenza. Prenneva terre, derobava e revennevase l’uomini. ’Nanti che don Gilio se partissi, venne un aitro legato, omo de Francia, abbate de Borgogna, prevennato de granne frutto, moito potente e sufficiente perzona. Aveva lo capitanio un sio figlio, nome missore Ianni. Avevane un aitro, nome missore Ludovico. Questo gito denanti a sio patre, umilemente lo pregava e disse: «Patre, per Dio, te piaccia de non volere contennere colla Chiesia e non volere contrastare a Dio. Facciamo le commannamenta, siamo obedienti. So’ certo ca lo legato ène descreto. Como bene hao trattato li Malatesti, così bene trattarao noi. Tanto ce lassarao, che bene onoratamente poteremo vivere». Alle paravole umile lo supervo patre disse: «Tu fusti biscione overo me fusti scagnato alli fonti». Lo figlio, sentenno la subitezza dello patre, partivase denanti, dava la voita. Allora lo patre li iettao dereto un cortiello luongo, nudo, e ferìolo nelli reni; della quale feruta Ludovico sio figlio morìo ’nanti mesa notte. Mentre che lo legato abbate se assediava alla guerra, missore Egidio non lassava que fare. Forte guerria sopra Cesena. Lassao tre battifuolli, dieci miglia da longa ciascuno. Li legati tornaro ad Arimino. In Cesena staieva madonna Cia, la moglie dello capitanio de Forlì, con suoi nepoti e con granne forestaria drento dalla rocca. A questa madonna Cia lo capitanio scrisse una lettera. La lettera diceva così: «Cia, aiate bona e sollicita cura della citate de Cesena». Madonna Cia respuse in questa forma: «Signore mio, piacciave de avere bona cura de Forlì, ca io averaio bona cura de Cesena». Iterato lo capitanio scrisse un’aitra lettera. La sentenzia era questa: «Cia, de nuostro commannamento fa’ che tagli la testa a quattro populari de Cesena, cioène Ianni Zaganella, Iacovo delli Vastardi, Palazzino e Vertonuccio, uomini guelfi delli quali avemo suspizione». La donna, receputa la lettera, non curze sùbito alla sentenzia, anco esquisitissima con diligenzia spiao della connizione de questi quattro citatini e trovao che erano bone e fidele perzone. Specialemente la donna abbe consiglio de doi fidelissimi amici dello marito, cioène Scaraglino, nobile omo, e Iuorio delli Tumberti. A questi mustra la lettera. La resposta de questi fu questa: «Madonna, noi non vedemo cascione per la quale questi deano perdere la vita. Non sentimo che aitra novitate movano. Se questi perdissino la vita, fora pericolo che lo puopolo se desdegnassi. Passa dunque per mo’ de questo iudicio fare. Noi intanto starremo attenterosi e porremo cura alli atti e muodi loro. Quanno vedessamo alcuno male semmiante, li ’nanti farremo, comprenneremoli e con manifesto iudicio loro torremo la perzona». La donna assentìo allo consiglio delli doi nuobili fideli de sio marito. Soprastettese de novitate fare. Questo trattato fu de secreto e de secreto fu revelato a questi quattro. Allora questi quattro tiengo nuovo trattato, penzano de revoitare la citate sottosopra. Ianni Zaganella deo l’ordine intra li amici suoi. Con un sio ronzinetto cavalcava per la terra, questo e quello sollicitava. Una dimane, como la cosa era recente, Iacovo delli Vastardi curre colla vicinanza alla porta, la quale se dice porta della Troia, e sì·lla prese. Vertonuccio e Palazzino fecero puopolo e sbarraro la citate. Puoi mannaro doi iumentari alli Ongari che staievano a Savignano nello vattifolle. Celeriter illi vadunt. Quanno madonna Cia odìo lo romore, sappe che se levava puopolo, sùbito fece armare soa forestaria, sollati da cavallo e da pede. Commannao che curressino la citate. Ma ciò fare non se poteva, che·lla terra staieva sbarrata, lo puopolo armato, la porta della terra presa, li torri rencastellati. E che peio fu, li cavalieri venivano in succurzo allo puopolo. Là, nella calata dello sole, ottociento arcieri de Ongaria, li quali staievano in Savignano in lo vattifolle, venivano volanno, iente veloce, attesi a guerra. Non entraro in Cesena, ma ivano intorno alla citate, ora innanti, ora in reto, per dare core alli citatini. Ciò vedenno madonna Cia se retrasse a reto soa forestaria e renchiusese nello cassaro, e là se sostenne. Quello cassaro parte della citate ène e forte murato intorno. Hao drento la piazza dello Communo, lo palazzo e·lla torre, hao drento granne avitazio de parziali. È luoco alquanto aito, soprastao alla citate che iace piana. Irata madonna Cia de questa perdenza convertìo la sia ira in li doi consiglieri amicissimi dello marito, Iuorio delli Tumberti e Scaraglino, feceli decollare. Quodfactum maritus improbavit. Postera die, luce orta, ecco li Malatesti venire collo granne succurzo, colla moita potenzia. Datali la porta della Troia, entrano in Cesena. Ora stao assediata madonna Cia in la rocca. Allora fu rennuto lo castiello Fiumone. Li Malatesti faco aspero vattagliare alla rocca. Faco badalucchi, iettano drento fuoco, levano trabocchi, iettano prete e sassi assai. Non faco utilitate alcuna. Era drento l’acqua. Era drento la mastra torre sopra la porta dello cassaro. Commannao lo legato la cavata, opera faticosa de moita spesa e longa. Fatta la cavata sotto la cisterna, la cisterna fu rotta, l’acqua fu perduta. Puoi ionze la cavata sotto la mastra torre della piazza. Messo fuoco alli pontielli, la torre con granne romore e ruvina cadde. Ora se fao la cavata alla torre sopra la porta donne era la entrata in lo cassaro. Madonna Cia irata de ciò non sapeva que·sse fare. Prese delli citatini che·lli parze drento dello cassaro, de quali più dubitava, e miseli in quella torre sopra la porta e disse: «Se la torre cade, cada sopre de voi». La torre staieva in pontielli, tremava. Lo legato, don Gilio, passava per la contrada con granne compagnia, veniva per vedere la connizione de Cesena, l’opera della cavata e·llo appuosto dello assedio. Allora da cinqueciento donne de Cesena iessiro fòra scapigliate, sfesse dallo pietto. Piagnenno, lamentanno facevano granne romore. Inninocchiate ’nanti allo legato demannavano mercede. Inscius legatus della cascione de sì amaro pianto domannao perché questo facevano. Respusero le donne: «Legato, in la torre sopra la porta soco renchiusi nuostri mariti, fratelli e parienti. La cavata è fornita. Se la torre cade, l’uomini so’ perduti. Donne per Dio te pregamo che tardi de mettere fuoco in li pontielli». Lo legato sùbito conubbe che madonna Cia dubitava de sì, ca era rotta nello animo. Abbe trattato e a soie mano abbe li Cesenati messi nella torre. Messo fuoco nella torre, la torre cadde con parte dello girone. Allora lo guado fu libero per entrare. Non per ciò che alcuno entrassi con furore, ma de piano consenzo. Lo legato abbe alle soie mano madonna Cia con un sio figlio e doi suoi nepoti. Recusao madonna Cia essere liberata, temenno la subitezza de sio marito, anco con instanzia pregao che·lla Chiesia la servassi. Tre milia fiorini gostava lo dìe li mastri delle cavate e delli trabocchi e delli aitri artificii. Dodici milia fiorini gostao lo dìe li sollati. Lo legato entrao in Cesena e mantenne la terra per la Chiesia. Questo è lo muodo che la citate de Cesena in Romagna fu guadagnata. Ora se para, lo legato sopra la citate de Forlì. Primo ordinao l’oste granne e copiosa. Intanto saputo che fu della presonia de madonna Cia, la quale era mannata in Ancona in guardia, una soa figliola, donna nobile, maritata ad uno granne marchisciano, venne denanti allo patre lacrimanno, colle vraccia piecate. Inninocchiata parlao e disse: «Patre e signore mio, piacciate che così fatta donna, madonna matrema, non stea in mano altruie como presoniera. Pregote, fa’ la voluntate della santa Chiesia». A queste paravole lo capitanio aitra resposta non deo, se non che prese questa soa figlia per le trecce e con un cortiello li partìo la testa dallo vusto. Po’ la presa de Cesena lo legato mannao allo capitanio, dicenno così: «Capitanio, rienni quello che tio non è. Io te renno toa donna, figlioto e nepoteti». A queste paravole lo capitanio deo questa resposta: «Dicete allo legato ca io credeva che fussi savio omo. Oramai lo tengo per una vestia pazza. Dicete che se io avessi auto in presone esso, tre dìi passati so’ che io l’àbbera appeso per la canna, como esso ave auto le cose mie». Indurato lo animo de sì perverzo eretico patarino, don Gilio, lo legato antico, se partìo e gìone in Provenza. Como la compagnia sentìo approssimare don Gilio alle finaite, così se delequao como fao la poca neve a fervente sole. Remase lo legato noviello, missore abbate de Borgogna. Questo legato fece l’oste pentolosa sopra de Forlì. Per moiti anni vannìo la crociata, e fu predicata la croce per tutta Italia. Mozzava lo grano e tagliava le vigne, arbori e oliveta. Bussava ad onne ponto, ad onne ora. Per questa fervente guerra lo capitanio perdìo Favenza e·lli Manfredi, suoi consuorti, iurati con esso. Anco perdìo Bertonoro. Allora se restrenze drento a Forlì, nello forte. In questo assedio sopra Forlì fuoro presi assai voite delli crociati, li quali per meritare erano iti a commattere contra de quelli scismatici. Li crociati presi erano menati denanti a Francesco, lo quale diceva queste paravole: «Voi portete la croce. La croce ène de panno. Lo panno se infracida. Io voglio che portate croce che non se infracidi». Allora era apparecchiato un fierro cannente in forma de croce. Questo fierro li poneva sotto alla pianta delli piedi e così li lassava derobati ire. Moiti aitri crociati prese, alli quali disse queste paravole: «Site venuti per guadagnare l’anima. Se ve lasso, forza tornarete alli primi vuostri peccati. Meglio ène che in questa tenerezza, mentre site contriti, morate. Dio ve reciperao nella soa citate». Ciò ditto, li faceva scorticare, appennere, decapitare e aghiadiare, tenagliare, de diverzi martirii morire. La guerra durao anni moiti. Per questa guerra mantenere fu predicata la crociata moite fiate. Mode novamente che curre anno Domini MCCCLVII[I], de iennaro, nella citate de Tivoli fu predicata. His ferme diebus Iohannes rex Francie captus est a filio regis Anglie bello magis tumultuario quam militari apud villam que dicitur ductusque in Angliam sub custodia annis ferme duobus. Tandem cum magno sui detrimento et regni evasit.