Cosa può dire oggi la fotografia?/Cristian Chironi

Cristian Chironi

../Lorenzo Casali ../Cleo Fariselli IncludiIntestazione 7 ottobre 2019 100% Da definire

Lorenzo Casali Cleo Fariselli
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sì, la fotografia mantiene un rapporto privilegiato con il reale. Rispetto al disegno per esempio, o ad altri medium, è meno compromessa con l’interpretazione di un rendiconto visivo. Le fotografie, più che rendiconti, sono pezzi di realtà. Se dubitiamo di una cosa e ci mostrano la fotografia, questa ne attesta la reale verità. Grazie all’effetto di credibilità del mezzo, viene obliterata l’esistenza di una data cosa. La fotografia dimostra qualcosa che c’è o che c’è stato realmente.




la fotografia è la matrice del contemporaneo e non è più mera riproduzione del reale o dell’opera d’arte, ma un comportamento, un modo di stare al mondo che apre a molte cose. È l’esercizio di un proprio essere nei confronti del mondo.

Oggi la specificità del mezzo fotografico si è contaminata con altri media, aggiornandosi e rinnovando in un certo senso il proprio statuto. Intendo una fotografia al di fuori dei confini e dell’ovvio. Proprio in virtù di questo userei, piuttosto che la parola `fotografia’, il termine `fotografico’, che è un’idea di fotografia che va aldilà della carta stampata. È questo specifico fotografico ad essere in grado di esprimere la complessità del contemporaneo. Esercito una fotografia `allargata’, in dialogo con altri media e con gli input del mondo. È una fotografia complessa perché complesso è il tempo che stiamo vivendo. E con `complesso’ intendo che si completa o comprende altre cose che sono per nascita al di fuori di sé.
Non si fa fotografia solo asserragliandosi dietro l’obiettivo della macchina, ma anche standoci davanti, delegando il click, o usando la fotografia come oggetto. Fotografo non è soltanto colui che registra ma anche colui che inventa con il fotografico (Sticker, 2007).
Personalmente mi piace giocare con il senso di morte che è implicito nella fotografia, inventando nel connubio tra bidimensionale e tridimensionale, riportando in vita gli accadimenti e facendo entrare quel fantasma in un altro corpo, concedendogli così una seconda possibilità di esperienza, movimento, spazio e tempo.
Quando guardo una fotografia non mi fermo solo alla sua superficie visiva, ma cerco di intuire che cosa vuole rivelare. Si innesca così una forma di moto e un’immagine ne traina un’altra; immagine e immaginazione mi portano al movimento.
Non penso che la fotografia sia statica, al suo interno tante cose si muovono, basta saperle vedere.




gran parte dei miei lavori nascono dalla suggestione esercitata da una fotografia. In principio vi è sempre un’immagine fotografica, su cui intervenire come a voler innescare una continuità o un cortocircuito, con un conseguente effetto di straniamento. Nell’immagine cerco un nutrimento per il mio lavoro. Inizialmente l’ho trovato negli album privati (Offside, 2007), poi negli archivi storici (Propp, 2008) e nel fotografico di massa (Rubik, 2008). Il prelievo, la memoria, l’archivio, il tempo, la presenza, l’assenza sono tutti caratteri che discendono dalla fotografia e che sono stati toccati all’interno della mia ricerca, visiva e performativa. La fotografia è un incitamento all’immagine e l’immagine lo è all’immaginazione. Nell’immagine trovo le notizie, le informazioni utili alla costruzione del mio lavoro e avverto questi passaggi in maniera dinamica, forse per questo mi esprimo anche attraverso la performance, ovvero attraverso una fotografia in forma di azione (in-forma-azione). La mia fotografia ha un carattere performativo, può muoversi, e questo mi piace (Ada città, 2008).




ciò che mi interessa del linguaggio specifico della fotografia è la possibilità di estendere gli spazi e il tempo, oltreché vestire un altro da sé. Mi entusiasma poter far vivere insieme bidimensionale e tridimensionale; passato e presente; realtà e finzione. Nel mio ultimo lavoro (DK, 2009), grazie alla specificità dei mezzi usati, ho rinnovato il valore di attestazione di verità della fotografia, in parallelo a quello dell’invenzione artificiosa, creando un immaginario credibile e viceversa rendendo il reale fiction. La fotografia può farci diventare qualcosa che non siamo, è un cubo magico che ci ri-combina in nuovi scenari, altre esperienze di vita. Essa ci permette di entrare in contatto con una o più realtà e di avanzare pretese su di esse (Rubik, 2008). {{noindent|Considero la fotografia sia sotto l’aspetto concettuale che formale e lavoro affinché questi due versanti convivano. Perciò possiamo parlare del tipo di macchina usata, del negativo, della qualità di stampa, della carta, del supporto; ma anche di una fotografia che è performativa, oggettiva, ambientale, di scena, pubblica. A seconda dei casi adopero una fotografia che mira alla massima qualità tecnica ed estetica, altre volte invece è la sua funzione esecutiva a prevalere in quanto delegata al pubblico, che diventa parte in causa nella costruzione dell’opera stessa con tutto il rischio che ne consegue (Saluti a Modigliana, 2007).




privilegio la fotografia analogica, soprattutto per la sua carica emotiva (Lina, 2004; Le petit, 2006). L’analogico conserva ancora degli aspetti vicini alla magia e riesce sempre a stupirmi. Il mio lavoro sarebbe stato lo stesso anche senza l’avvento delle nuove tecnologie digitali, tant’è che con l’analogico riesco ad `’imitare’ questi linguaggi comuni. Nel lavoro dal titolo Offside, 2007, per esempio, la mimesi, l’innesto della figura all’interno di un’immagine, avviene realmente e la finzione svela i suoi trucchi mostrando a uno sguardo più attento un rialzo di plexiglass trasparente, con cui il corpo si aiuta per inseguire l’appiattimento bidimensionale, o viceversa, per riportare quell’immagine al presente, annullando così le resistenze spazio temporali. L’immagine fatta a fondale e un reale poster in PVC e in scala 1:1, di circa 4mt x 3mt, sorretto da due americane nascoste ai lati. Sarebbe stato più facile usare Photoshop, ma non avrei avuto la possibilità di calarmi in prima persona negli avvenimenti con il carattere e la personalità (Gap, 2008). {{noindent|Il digitale mi interessa nella costruzione del video, nel rapporto tra un’immagine e l’altra (Senza titolo #2, 2001; Gap, 2008). L’analogico quasi sempre ha il sopravvento nel risultato finale, quando questo finale è invece in digitale, accade per la volontà di sottolineare un uso pubblico e democratico della fotografia. Inoltre il digitale mi è di grande aiuto per la preparazione e costruzione degli apparati più propriamente oggettivi o di scena (Poster, 2006), o ancora quando voglio accostare alla fotografia un visivo più freddo, più vicino a un’idea essenziale di pensiero e di schema (Propp, 2008).