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Benito Mussolini

1912 C Discorsi storici Contro la guerra Intestazione 2 settembre 2014 75% Generale

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Ma ritorniamo alla guerra. Guerra di popoli? Ma no; i popoli la subiscono. Nessuno è autorizzato a dire che i popoli applaudano all’occhiuta rapina dei governi. Quando mai essi furono interpellati sulla volontà loro di andare ad uccidere o a morire? Ci sono milioni e milioni di uomini che vivono di una vita puramente economica: mangiano, bevono, si riproducono; ma tutto ciò che è vita civile, politica, culturale è a loro completamente ignoto. Non hanno neppure in embrione un principio di autonomia morale: è questo il gregge che subisce la guerra e va al macello senza chiedersi nemmeno perché.

I borghesi invece quando inneggiano alla guerra sono al posto loro. La guerra per la guerra, essi vogliono. E questa l’arrière pensée di lor signori. La guerra che li liberi dal socialismo, intanto che esso è virgulto facile ad essere stroncato.

In fatti il Vaterland, l’organo clericale austriaco che ha voluto intitolarsi Patria, ha chiaramente scritto che una guerra europea “ci libererebbe per 50 anni dal socialismo”. Ma precisiamo: noi non siamo contrari alla guerra per viltà. Se fossimo dei pusillanimi non saremmo a questo posto. E poi non crediamo che il coraggio vero sia quello del soldato che ubbriaco di acquavite corre al macello di sé e d’altrui. È un coraggio di un genere inferiore, basso, primordiale; è un coraggio incosciente. Di più: il socialismo è anche miglior avversario della guerra, di quanto non lo sia il pacifismo borghese e democratico. Noi siamo contrari ad essa perché rappresenta il massimo di sfruttamento del lavoratore. Il proletario, con la guerra, è cioè chiamato a versare il proprio sangue, dopo aver dato, nelle officine, tutto il proprio sudore.

E fosse vero, almeno, che la guerra precede, prepara la rivoluzione. È una illusione, un sofisma. Leggiamo nella storia. La relazione fra la guerra di secessione degli Stati Uniti e la Rivoluzione francese è lontana. Del resto Lafayette che vi partecipò, tenne agli inizi della Rivoluzione un contegno ambiguo ed incerto. Fu il popolo di Parigi che demolì la Bastiglia, fu il popolo che in tre giorni e in tre notti fabbricò 50 mila picche e incitato da Camillo Desmoulins si gettò sulla fortezza che rappresentava e simboleggiava l’ancien régime. Le giornate sanguinose del ’48 a Parigi sono forse in relazione con qualche guerra? Ah! la Comune! È nata da una guerra sfortunata, ed è questo vizio d’origine che l’ha uccisa.

Veniamo alle guerre più vicine. Quella del ’97 fra Grecia e Turchia, quella del ’98 fra la Spagna e gli Stati Uniti non hanno suscitato movimenti rivoluzionari. Pareva che la guerra russo-giapponese dovesse alimentare l’incendio rivoluzionario russo, ma invece dopo la sanguinosissima domenica rossa, è la reazione più feroce che trionfa e la Russia ufficiale – colla protezione manifesta degli slavi della Quadruplice – riprende nel concerto delle Potenze europee quell’ascendente che aveva perduto nei piani di Manciuria sotto ai colpi micidiali dei piccoli uomini del Giappone. Per contro le ultime rivoluzioni politiche di qualche importanza nel Portogallo e in Cina non sono in relazione con nessuna guerra. Per fare la rivoluzione occorrono dei cittadini, cioè dei soldati che rimangano cittadini, dei fucili intelligenti, ma la guerra imbarbarisce, imbestia, abbrutisce gli uomini.

Difatti i più feroci massacratori dei Comunardi furono i soldati che avevano fatto le guerre coloniali in Algeria e si erano abituati ad ogni genere di atrocità. I soldati italiani non sono forse tornati dalla gloriosa gesta libica colle orecchie dei beduini tagliate e conservate come reliquie preziose? La guerra non crea il sentimento rivoluzionario là dove non esiste; anzi lo deprime e quando è debole lo atterra. Noi siamo minoranza, è vero, ma che importa? Questo ci impone di continuare la nostra battaglia. Si tratta di creare l’autonomia morale della classe operaia che è stata sin qui strumento passivo nelle mani di tutte le gerarchie borghesi. Il pericolo di conflagrazioni europee tornerà. Ma allora speriamo di essere pronti. Delle due l’una. Si tratta di creare l’autonomia morale del proletariato per impedire la guerra. E se la borghesia vorrà comunque tentare il gioco supremo, il proletariato saprà approfittarne per le sue specifiche rivendicazioni e allora il dominio borghese – già corroso, minato e logorato – andrà in frantumi. Quel giorno la questione del genere umano sarà unita. Comincerà la nuova storia.