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Capitolo XLIV

../XLIII ../XLV IncludiIntestazione 14 giugno 2008 75% saggi

XLIII XLV


Meglio che nel ritratto parlante fattone dall’Hayez (e non è a caso che un pittore veneziano lo facesse a richiesta del figliastro d’Alessandro Manzoni), nel gesso della maschera ravvisansi i lineamenti di Dante, dall’età e dalla malattia fatti quasi da scalpello più rilevati, siccome il ritratto di recente scoperto di Dante giovane lo mostra somigliante alla giovanile fisonomia del Rosmini: dacchè fu già notata dall’Edwars la fisiologica omogeneità della razza veneta con l’etrusca, delle quali questi due sono come tipi ideali. Forse nel Rosmini la fronte più alta e spaziosa e serena, come più affabile la rallegratura del viso, e l’aria più cordiale. L’occhio suo miope, fino agli estremi era chiaro: ma il contrarre delle sopracciglia e delle labbra e della fronte nell’intenso pensiero scolpivano esso pensiero quasi in marmo cedevole, e pur saldo e lucente; e il sorriso socchiuso e arguto temperava la dignità che a momenti aveva non so che di terribile, faceva la mestizia più tenera e sapiente. E il volto e la persona brillava d’esultazione a ogni raggio del vero, come quella statua che al primo sole metteva armonie. Armoniche le proporzioni di tutta la persona, senonchè forse alla mezzana statura sopraeccedenti un po’ quelle del capo, per gli organi del pensiero naturalmente più capaci, e poi di continuo esercitati. Agili nella gravità i movimenti, sebbene e’ sdegnasse fanciullo apprendere il ballo, e inducesse il fratello altresì a rimandare il maestro stanco, e anche un po’ canzonato: dacchè l’istinto della celia era in lui, nè la virtù potè altro che indirizzarlo a bene e sovente, piuttosto che spegnerlo, temperarlo. Pronti e acuti in lui tutti i sensi: l’odorato potente di finezza gli apportava in un giardino di fiori delizie ignote fino alla delicatezza delle più tra le donne, ma ne lo gastigava poi con l’incomodo d’ogni alito men che grato, insensibile ad altri. E così l’orecchio s’inebbriava non solo di musica eletta, ma eziandio di pronunzia sonante e pura. Sovranamente notò l’Aquinate che gli uomini di più fino intelletto hanno il tatto più fino; e ognun sa che a tatto riduconsi tutti i sensi.

Commozioni erano, non agitazioni, le sue, sì nella gioia e sì nel dolore; intellettuali i diletti, cordiali i pensamenti, serene le dispiacenze, le allegrezze raccolte, meditato l’istinto del bello, l’amore della verità ispirato, elegante. Quel ch’egli nel libro Della Coscienza dice contrapponendo alla passione e al suo latrato la ragione e il soave suo canto, lo avverò nella vita, e la natura, non pur modello ma specchio dell’uomo e simbolo pregno di presentimenti non solo alla fede e all’affetto ma alla ragione e alla scienza, la natura volle questo adombrato nella stessa sua morte; che ai gemiti dell’agonia rispondeva un russignuolo dal vicino giardino, e restati i gemiti, il canto si tacque. E veramente, com’io fin dal principio del troppo lungo mio dire accennavo, la vita di quest’uomo è riuscita un concento in cui la melodia spontanea soprannuota (mi sia lecito il modo) alla profonda armonia. Egli che per autorità filosofica citava insieme con frate Rogero Bacone e con papa Silvestro II Leonardo da Vinci; egli che nel libro scritto di sedici anni rammentava con memoria pura la nota storia di Zeusi e raccomandando a sè la purità e l’ornamento della favella, recava gli esempi di Paolo e di Girolamo; egli che giovanetto dalla impressione del dramma tragico era eccitato a orare in teatro a Dio, e maturo affermava che i romanzi inondanti da più d’un secolo giovarono a far pullulare la vena dell’affetto inaridito dalla sofistica e dalla scienza della materia; egli che nella capace anima trovava luogo al Winkelman insieme ed al Kempis, ai sermoni d’Orazio e ai sermoni del Grisostomo (accordandosi meco nello stimarlo la voce più eloquente del genere umano, perchè più universale il concetto, più piena la verità, lo zelo più puro da sdegni, più libero da passione l’affetto nella sua veemenza, meno cercati gli artifizî nel pieno dell’arte, più copiosa senza ridondanza la vena); egli doveva portare la sua vocazione e la storia dell’anima sua scritta quasi in caratteri abbreviati ne’ nomi che sul fonte del suo battesimo gl’imposero i suoi genitori. Antonio, che guarda ad Oriente e insieme a Occidente, al medio evo e alle prime età della Chiesa, cioè al sorgere d’un gran sole e all’apparire di un’alba novella dopo lunga notte con fredda tempesta; nome che rammenta la solitudine della contemplazione e la frequenza della civiltà procellosa, un silenzio eloquente e un’eloquenza feconda di mutazioni, la poesia della natura e il mirabile della fede, un primo istitutore di nuova società religiosa e un primo discepolo d’altra nuova società, non meno famoso e venerato da’ popoli che il fondatore di quella. Francesco era l’altro nome imposto al Rosmini, il nome del fondatore di quest’altra Società, spregiatore umile delle ricchezze paterne, contemplante cantore, mendicante laborioso, predicatore cittadino, innamorato delle bellezze della povertà creatrice e delle bellezze di tutte le creature di Dio, repubblicano di fatti. Altri due nomi portava, Carlo e Ambrogio, i due padri di quella Chiesa di Milano nel cui seno l’anima di lui crebbe e fermò il suo destino; Carlo povero anch’egli nelle ricchezze, prete semplice sotto la porpora, maestro de’ poveretti, vescovo cittadino, amante dell’arti: ma egli abusò delle arti belle innalzando in una chiesa un monumento a suo zio Gian-Giacomo de’ Medici, l’astuto mercante di guerra, il prode aguzzino di Carlo V, il vituperoso espugnatore di Siena. Ambrogio, il sacerdote castigatore de’ re, il mansueto animoso, il censore potente per teneri affetti, il fratello piissimo, lo scrittore fiorente d’imagini verginali, dal cui ingegno la fede germina come pianta novella irrorata e raggiata da cieli amici, l’autore degl’inni e d’un rito patrio, che si denomina da lui e c’insegna come la bella varietà delle tradizioni congiungasi a vivace unità. Davide da ultimo aveva nome il Rosmini che sì addentro vide e sì altamente esultò nella parola del perseguitato da’ principi e del principe umiliato; egli che scopriva convenienze segrete ma vere tra quattro spiriti in apparenza diversi, Davide, Giovanni apostolo, Agostino e il Petrarca. E anche questo aveva a essere nome antico in famiglia; giacchè nel Veneto segnatamente, o per le comunicazioni più continuate coll’Oriente o per la stessa antichità della stirpe e per la natura del patriziato tenace nelle tradizioni, i nomi e le memorie della vecchia legge si sono più osservate; onde Venezia edificò chiese non solo agli angeli Michele e Raffaello, ma a Zaccaria, a Daniele, ad Isaia, a Geremia, a Samuele, a Giobbe, a Mosè.