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Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750/4

Anno 4

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Anno di Cristo iv. Indizione vii.
Cesare Augusto imper. 48.


Consoli

Sesto Elio Cato e Gajo Sentio

Saturnino.


Celebre nella storia di Roma per varie sue dignità ed azioni fu questo Saturnino, creato console nell’anno presente. Fra gli altri suoi impieghi1 avea avuto quello di legato, o sia di vice-governatore, o presidente della Soria, circa l’anno 36 d’Augusto, e undicesimo prima dell’Era volgare. Tertulliano2 scrivendo contra Marcione asserì, che Census constat actos sub Augusto tunc in Judaea per Sentium Saturninum. La nascita di Cristo Signor nostro, secondo questo conto, verrebbe a cadere nell’anno suddetto 36 d’Augusto, o pure nel seguente. Ma opponendosi all’asserzione di Tertulliano la canonica di s. Luca, da cui abbiamo che il censo fu fatto da Cirino o sia Quirinio, presidente della Siria o sia della Soria: e sapendosi che a Saturnino nell’anno 38 di Augusto succedette nel governo della Siria Quintilio Varo: altra via non s’è saputa fin qui trovare, che la plausibile e molto ben fondata, di dire che Quirinio, siccome era succeduto altre volte, fosse stato inviato colà con istraordinaria podestà a far la descrizione dell’anime, nel tempo stesso che Saturnino, o pur Varo con ordinaria podestà governava quella provincia. O sì maligna o sì mal curata fu la ferita, da Cajo Cesare riportata sotto Artagera, ch’egli non più si riebbe, e andò peggiorando la sua sanità. Perchè egli3 non poteva accudire agli affari, gli uffiziali e cortigiani suoi, prevalendosi del tempo propizio, sotto nome di lui vendevano la giustizia, e faceano continue estorsioni ai popoli di[p. 14] quelle contrade. Ed acciocchè non finisse sì presto una sì utile mercatura, indussero l’infelice principe, allorchè Augusto il richiamava in Italia, a rispondere di non voler venire, perchè l’intenzion sua era di passare quel che gli restava di vita, in un ozio privato. Replicò Augusto, che il desiderava e voleva in Italia, dove potrebbe egualmente, ma colla vicinanza ed assistenza de’ suoi, se pur così gli piacea, menar vita privata. Convenne ubbidire. Ma mentre egli, benchè suo mal grado, se ne ritornava, giunto a Limira città della Licia, quivi nel dì 24 febbraio dell’anno presente cessò di vivere. Sicchè Augusto, a cui la morte avea rapito Marcello, figliuolo di Ottavia sua sorella, nipote amatissimo, venne ancora nello spazio di diciotto mesi a perdere questi due altri giovanetti Lucio e Cajo, nati nipoti suoi, e poscia adottati per figliuoli; motivo a lui d’inesplicabil dolore. Tuttavia sofferì egli con più di fortezza e pazienza queste perdite, che il disonore cagionatogli dall’impudicizia di Giulia sua figliuola madre dei suddetti due principi, e da lì a pochi anni dall’altra di Giulia sorella de’ medesimi. Tante disgrazie faceano ch’egli si augurasse di non essere mai stato padre.

Per lo contrario ne fu ben lieto in suo cuore Tiberio, figliastro di lui, al vedere tolti di mezzo questi due possenti ostacoli al corso della sua fortuna. Livia Augusta sua madre4, per l’estrema sua ambizione da molti sospettata di aver avuta parte nella morte di que’ due principi, non tardò molto ad assalire ed espugnare il cuore del marito Augusto in pro del figliuolo, proponendoglielo qual solo ormai capace e meritevole di succedere a lui nella dignità imperiale. Gli effetti della di lei eloquenza comparvero da lì a pochi mesi. Avea Augusto negli anni addietro conferita ad esso Tiberio la podestà tribunizia per cinque anni che già erano passati. Tornò nel presente ad associarlo seco nel godimento della medesima [p. 15|16 modifica]podestà, nel dì 27 luglio; laonde nelle sue medaglie5 si cominciò a notare la TRIB. POT. VI. Quel che più importa, l’adottò ancora per suo figliuolo, aprendogli la strada alla succession dei suoi beni, e insieme dell’imperio. Però chi prima era Tiberio Claudio Nerone, cominciò ad intitolarsi e ad essere intitolato Tiberio Cesare figliuolo d’Augusto. Vellejo Patercolo, storico6 suo grande amico, si stende qui in immensi elogi di Tiberio, il qual forse allora sotto molte sue virtù sapea nascondere i moltissimi suoi vizii. Nello stesso giorno fu obbligato Tiberio ad adottare per suo figliuolo Marco Agrippa, nato da Giulia figlia d’Augusto dopo la morte di M. Vipsanio Agrippa di lei primo consorte. Ma questi tra per essersi scoperto giovanetto stolidamente feroce, e per le spinte che gli diede Livia Augusta, unicamente intenta ad esaltare i proprii figli, fu dipoi relegato nell’isola della Pianosa, dove, appena morto Augusto, per ordine di Tiberio tolta gli fu la vita. Inoltre nel medesimo giorno 27 di luglio (così volendo Augusto), Tiberio adottò in figliuolo il suo nipote Germanico, nato da Claudio Druso, suo fratello, cioè da chi al pari di lui avea avuto per madre Livia Augusta. Nè pur questa adozione internamente venne approvata da Tiberio; perchè egli avea un proprio figliuolo per nome Nerone Druso, a lui partorito da Agrippina sua prima moglie, verso il quale più si sentiva portato. Non erano mai mancati ad Augusto dei nobili suoi secreti nemici, sì perchè la memoria dell’antica libertà troppo spesso risvegliava lo sdegno contro chi ora facea da signore in Roma, e sì perchè sui principii del suo governo e potere, Augusto, con levare dal mondo non i soli avversari, ma chiunque ancora veniva creduto atto ad interrompere la carriera de’ suoi ambiziosi disegni, s’era tirato addosso l’odio dei lor figliuoli e parenti. Traspirò nel presente[p. 16] anno una congiura ordita contra di lui da molti nobili. Capo di essa era Gneo Cornelio Cinna Magno, che per essere nato da una figliuola di Pompeo il Grande, portava nelle vene l’avversione ad Augusto; sì perchè Augusto era successore di chi tanta guerra avea fatto all’avolo suo materno; e sì ancora per essere stato persecutore anch’esso della medesima famiglia. In grande ansietà per questo si trovava Augusto, giacchè il timore o sentore delle congiure quello era spesso che non gli lasciava godere in pace il suo felicissimo stato. Conferito con sua moglie l’affanno, gli diede ella un saggio consiglio, cioè di ricorrere non già alla severità che potea solo accrescere i nemici, ma sì bene ad una magnanima clemenza; predicendogli che in tal maniera vincerebbe il cuore di Cinna, uomo generoso, ed insieme quello di tutta la nobiltà. Così fece Augusto. Dopo aver convinti i rei del meditato misfatto, perdonò a tutti; nè di ciò contento, disegnò console per l’anno prossimo avvenire lo stesso Cinna, benchè primario nell’attentato contra la di lui vita. Un atto di sì bella generosità gli guadagnò non solamente l’affetto di Cinna e degli altri, ma anche una tal gloria e stima presso d’ognuno, che nel resto di sua vita niuno pensò mai più a macchinare contra di lui. Ed ecco i frutti nobili della clemenza; ma ben diversi noi andremo trovando quei della crudeltà e fierezza.

Note

  1. Usserius, Annal. Noris. Cenotaph. Pisan.
  2. Tertullian., lib. 4, cap. 19, contra Marcionem.
  3. Vellejus, lib. 2. Zonaras, Hist. Svetonius in Aug., c. 68.
  4. Tacitus, lib. 1 Annal.
  5. Mediobarb. in Numismat.
  6. Vellejus, lib. 2. Dio. Histor., lib. 55.