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Nonostante la sbornia solenne, ricordai di essere riuscito a salutare Biagi, il quale aveva concluso dicendo che era stato un piacere l’avermi conosciuto e che, anzi, si augurava che lo andassi a trovare qualora fossi capitato di nuovo a Roma.

Questa volta, alle sette e trentacinque fu Leandro a svegliarmi ed io mi alzai dal letto con fatica. Fortunatamente, però, il mal di testa e l’ubriacatura furono solo un brutto ricordo.

Mi sciacquai la faccia, poi mi vestii, quindi cercai nel cassetto del comodino. Vi trovai tutta la mia toeletta, tranne l’oggetto di cui necessitavo in quel momento. Fu a questo punto che Leandro mi porse un pacchetto ben incartato, dicendomi:

«Aspetta! Prima che tu scenda giù, apri questo. Attento che è carico». E a queste parole si mise a ridere. Lo ringraziai vivacemente, aggiungendo che non doveva disturbarsi. Mi rispose che mia madre, io, e gli amici eravamo stati tutti gentili con lui. Quindi mi invitò a scartare il pacchetto, e fui sorpreso nel constatare che si trattava di un Remington ricaricabile a tre testine rotanti. Poi mi ripetè che era carico ma che, in caso di emergenza, si poteva anche adoperare con la spina inserita, ma in quel momento di corrente non ce ne fu bisogno. Lo accesi e notai che di rumore ne faceva molto meno rispetto al mio vecchio rasoio a vibrazione che in quei giorni adoperavo.

«Così», disse Leandro, «avrai modo di ricordarti di un amico». Anch’io lo ringraziai ricordandogli la stessa cosa. Poi mi misi il dopobarba e scesi giù. Intanto Leandro aveva finito di vestirsi.

«Allora, cosa prende per colazione?».

«Grazie, signor Martucci, non prendo nulla. Mi accontento di un caffè».

«Davvero?».

Gli spiegai che la sera prima mi ero rimpinzato per bene, lui capì e mi disse:

«Beh, per la verità ha anche bevuto. E, debbo dirlo, anche parecchio, oltre ad aver mangiato tanto». «Nemmeno io ho voglia di fare colazione» confermò Tony. Non ne ebbero voglia neppure Laura e Lisa. Nina ed Edoardo scesero proprio in quel momento e fecero una ricca colazione.

«A proposito, Enea, dov’è Leandro?» mi chiese Tony.

«Deve ancora scendere».

«Allora, Enea», mi disse Lisa, «ancora poche ore e poi ci lasciamo. Un vero peccato. Leandro, forse lo rivedremo ancora, ma non tu. O almeno, non così presto. Mi dispiace davvero, come pure dispiace anche ai miei genitori». «Perché, a noi no?» disse Edoardo.

Tony disse:

«Comunque, se avrò bisogno di un aiuto al computer, posso rivolgermi a te?».

Gli risposi di sì, consigliandolo anche su dove procurarsi i cd con i corsi gratuiti e spronandolo soprattutto ad usare la posta elettronica.

In quel mentre arrivò Leandro. Tony, ricordandosi quale fosse il lavoro di quest’ultimo, rivolse anche a lui la stessa richiesta. Leandro acconsentì. Poi Leandro sfogliò alcuni giornali su cui vi erano delle foto ed un articolo intitolato La storia di Enea e come sottotitolo Enea Galetti ha annunciato di scrivere un libro. Dopo cinque minuti arrivarono due giornalisti ed un fotografo, i quali mi fecero una breve intervista.

Poi venne la signora Bardi. Disse:

«Sentite, oggi arriverà una comitiva per le dodici meno un quarto. Avremo da sbrigare molte formalità. Così, abbiamo pensato, per chi di voi lo desidera, di pranzare a mezzogiorno. Coloro che vorranno mangiare al solito orario dovranno aspettare fino all’una e mezza. So che tu e Leandro dovete partire. Così, per voi e per chi altro vorrà, pranzerete in quest’altra sala. Se volete potete ordinare il vostro pranzo».

Io ordinai un piatto di spaghetti con pomodoro e olive ed una bistecca con insalata».

«Tutto qui?» si stupì la signora. «Ma c’è tanta buona roba! Io avevo intenzione di prepararvi una pasta al forno ed uno spezzatino al Barolo e spezie con purè di patate aromatizzato con noce moscata. E, naturalmente, il dolce». Leandro, Tony e Nina ordinarono le stesse mie portate, mentre Edoardo, il figlio con moglie, il nipote Francesco, ed il resto della compagnia optarono per la scelta consigliata dalla signora Bardi.

«Allora, siate puntuali per mezzogiorno».

La ringraziammo. Quindi andai in camera con Leandro, dove finimmo di preparare i nostri bagagli. Quando verso le dieci tutto ebbe termine, Leandro si accese la pipa. La mia l’avevo già messa via. Poi mi fece sapere che per radersi adoperava un giorno sì e uno no il rasoio che gli avevo regalato insieme alle lamette, mentre, di tanto in tanto, si riaccendeva la pipa, tirando boccate di fumo. Trascorsero così sei o sette minuti, quando l’altoparlante annunciò che noi due eravamo desiderati da basso.

«Ma questa è la voce di Tony», disse Leandro in tono stupefatto. «Spero non sia uno scherzo!».

Prima fummo convocati in direzione, dove Aldo ricevette l’ordine di venirci a prendere alle due meno un quarto, poi ci recammo nella sala e qui trovammo una gradita sorpresa. Trovammo Biagi che era venuto a salutarmi di nuovo e la famiglia di Leandro. Il primo a farsi avanti fu Biagi. Disse:

«Mi scusi, signor Galetti, per il poco tempo che ho a disposizione. Innanzitutto tenga questi nove dvd. Sui primi due c’è tutta la festa di ieri. Sugli altri sette c’è la registrazione integrale di tutte le interviste, così potrà vederle insieme agli amici. Inoltre, troverà il cd con il testo scritto di tutta l’intervista che le ho fatto. Spero che riesca a leggerlo. Abbiamo usato Word. Così non farà fatica a trascriversela. È una parola sbobinare l’intervista punto per punto».

Ringraziai Biagi per il gentile pensiero. Quindi aggiunse:

«Ora sono venuto a salutarla nuovamente, vista la troppa confusione di ieri sera e le bevute che ci siamo fatti. Le auguro davvero tante belle cose e, appena può, venga a trovarci».

Il signor Bardi invitò Biagi a bere qualcosa ma lui non volle, perché aveva fretta. Poi, rivolto a Tony, gli disse: «Signor Dondi, mi piacerebbe realizzare un’altra intervista. Le assicuro che il prossimo sarà lei».

«Ma io sono poco abituato alla tv, tanto meno a farmi riprendere».

«Lei ha seguito le mie trasmissioni, comodamente in poltrona?».

«Sì».

«Allora, immagini di venire in tv con lo stesso rilassamento, come fosse a casa sua. Comunque ne riparliamo. E poi, qualora non bastassero le mie rassicurazioni, c’è qui il suo amico che ne sa qualcosa!». Gli risposi che Biagi aveva ragione.

«Ora scusate», rispose il noto giornalista, «ma devo proprio andarmene. Tante belle cose a tutti! Comunque, signor Dondi, ne riparleremo, stia certo».

Biagi se ne andò. Poi trovai il papà di Leandro e la sua famiglia.

«Come, già in ferie?», disse Tony al professore.

«Oggi ho una riunione nel pomeriggio, quindi ho la mattinata libera».

«Me lo lasci dire», riprese Lisa, «lei è una persona simpaticissima. L’altra sera, a casa sua, mi ha fatto divertire moltissimo, con quello strano discorso e tutti quei calcoli».

«L’ho fatto per mettervi a vostro agio. Comunque non sono l’unico in famiglia ad essere così. Pensate a mio figlio e alla sua laurea in filosofia».

E qui ci mettemmo tutti a ridere con simpatia.

«Beh», disse nonno Leo, «l’altra sera scherzavo anch’io. E poi, da come lo vedo in questi giorni, pare sia un po’ cambiato. Non so in che cosa».

Io ribattei:

«Sì, da quando l’ho conosciuto, sono cambiate due cose. Innanzitutto ha imparato a fumare la pipa, al posto delle cartine, e poi adopera la lametta al posto di quel terribile rasoio a mano libera che, fra l’altro, è molto pericoloso».

«Anche tu sei cambiato», ribattè lui. «Non so come tu abbia sopportato quel vecchio rasoio tanto frastornante con il quale più volte mi sono svegliato di soprassalto. Ma ora ne hai uno nuovo che di rumore ne fa molto meno». E così spiegò ai presenti di quel rasoio che mi aveva appena regalato.

«Comunque, a parte gli scherzi», disse il professore, «anche voi siete stati molto simpatici e se verrete un altro anno in questo albergo, spero si possa stare qualche momento ancora insieme». «Ho sentito dire», ribattè Ines, «che per il prossimo anno l’albergo si trasferirà a Fregene». «Ebbene, ci trasferiremo là», le rispose suo padre, ridendo e compiacendosi di quanto aveva appena detto. «Ma, papà!» disse lei.

«Dai, Ines, stavo solo scherzando. Fregene non è poi così lontana. Se verrete in vacanza l’anno prossimo, ci incontreremo di nuovo».

«E poi», intervenne il signor Bardi, «sarà un albergo ancora più confortevole di questo».

«E dei vecchi edifici qui, dove siamo adesso, cosa ne farete?».

«Quelli sono di nostra proprietà. Faremo aprire un megastore. Qui da basso, dove siamo adesso, verrà a lavorarci Armando, che farà assumere del personale per ciò che riguarda la contabilità della nuova attività che apriremo e di quella dell’hotel a Fregene. Ricordate? Quando Armando si è assentato per qualche giorno, è andato appunto ad interessarsi di questi progetti. L’idea è stata sua e, ve lo assicuro, non è male».

«Auguro a tutti voi tante belle cose», dissi. Poi il signor Bardi disse:

«Ed ora, tutti in silenzio. Il nostro amico Tony ha qualcosa da dire». Alcuni si adoperarono per far cessare il brusio, poi, quando non si sentì volare neppure una mosca, Tony si schiarì la gola e, prendendo la parola, disse: «Enea, il direttore ed io abbiamo pensato di organizzarti questo breve cocktail party assieme alle persone che abbiamo conosciuto in questi giorni. Alcune presenti ieri sera alla festa non ci sono. Mi spiace anche che il dottor Biagi questa mattina non sia potuto intervenire come avrei voluto. È venuto qui solo per qualche istante. Ma, oltre a questo momento di svago, c’è anche un’altra ragione.

Abbiamo pensato di farti un regalo, un regalo che possa durare nel tempo e per il quale tutti hanno collaborato. Niente profumi o dopobarba che, mi pare, tu usi come fossero acqua...».

«Di cologna», lo interruppi io. Tutti si misero a ridere.

«Beh», riprese lui, «i profumi possono farti pensare alla persona che te li ha regalati, ma poi si consumano. Niente vestiti, perché non sappiamo che taglia porti. Niente cassette o cd, perché ne hai già tanti. Niente registratori o lettori cd, perché forse li hai già.

Abbiamo invece pensato ad un regalo che, oltre a durare nel tempo e a farti ricordare di chi te lo sta facendo, possa esserti utile sin da questo momento.

Grazie, Enea, per la tua compagnia che ci hai offerto in questi giorni e per le chiacchierate fatte insieme a tutti noi. Ed ora tieni e apri il pacchetto che sto per consegnarti! Questo è da parte di tutti noi».

Così dicendo mi porse il regalo, quindi ringraziai Tony e tutti i presenti. Infine lo aprii. La confezione era ben incartata ed infiocchettata, ma ancor di più mi stupì il regalo: un bellissimo cellulare dotato di sintesi vocale. Ringraziai nuovamente tutti con grande gioia. Poi dissi:

«Non posso crederci!».

«E invece dovrai farlo!», continuò Tony. «Perché, non solo è un oggetto utile, ma potrai diventare completamente autonomo, senza avere alcun bisogno degli altri. Nel telefono ho memorizzato il mio numero. Anzi! Dammi anche il tuo! Così potrò chiamarti».

Gli diedi il mio numero.

«Ora Leandro ti insegnerà alcune manovre. All’inizio ti sembrerà un po’ complicato, ma poi ti ci abituerai. C’è ancora una cosa che devo dirti. Al momento dell’acquisto non abbiamo potuto chiederti i documenti, altrimenti tu ti saresti insospettito, né potevamo rivelarti la sorpresa. Così me lo sono intestato io, perché il rivenditore, assieme alla confezione, ci ha dato una nuova sim con un nuovo numero. Il negozio non è lontano da qui. Ma appena puoi, intestalo a te, in modo da non aver complicazioni per l’assistenza con il gestore».

Il professor Portici si fece indicare da Leandro il negozio, poi decise:

«Prima di mezzogiorno vi ci porto io. Preparate i documenti!».

Leandro mi insegnò le funzioni più importanti. Per il resto ci avrei smanettato un po’ una volta tornato a casa. Poi gridò: «Per Enea!».

E fece per tre volte l’ippi ippi urra! Quindi sentii stappare alcune bottiglie di spumante, accompagnate da dolci e salatini. Tutto ebbe inizio alle dieci e un quarto. Alle undici e cinque tutto era concluso. Poi chiesi al professor Portici di aiutarmi nella ricerca dei documenti che tenevo a portata di mano in una borsa. Lui disse: «Tutto a posto. Andiamo!».

Quindi ci recammo in breve tempo al negozio. Il commesso, evidentemente, riconobbe Tony, perché subito disse: «Salve, signor Dondi. Lieto di rivederla».

Tony lo salutò cordialmente, quindi il commesso salutò anche me. Poi, rivolto al professore: «Scusi, sa, io non l’ho mai vista, ma somiglia tanto a quell’uomo che l’altro giorno è venuto col signor Dondi per comprare il cellulare».

«Quell’uomo era mio figlio Leandro».

«Perché, ora non lo è più?!», domandò Tony.

Il professore fu molto divertito da quella domanda bizzarra e si mise a ridere. Anche il commesso rise di gusto; poi si rivolse a me.

«Ed ora, veniamo alle celebrità. Sa, io l’ho vista nelle puntate con Biagi. Purtroppo, però, ieri ho dimenticato di accendere il televisore alle quindici. O meglio, non ho potuto, perché stavo lavorando. Mia moglie ha dimenticato di registrarmi la puntata».

«Beh, mi dia il suo indirizzo, gliela farò avere».

«Ma no, non è il caso».

Tony gli replicò:

«Dice così, perché non sa cosa si è perso. Il mio amico ha intenzione di scrivere un libro, e ieri lo ha annunciato in diretta».

«Davvero? Complimenti, signor Galetti».

Lo ringraziai. Quindi, rivolgendosi a me:

«Ci sono problemi?».

«Ce ne sono due. Il primo è che devo partire oggi e, poiché abito in provincia di Milano, non mi prendo certo il disturbo di venire sin qui a Roma nel caso il cellulare dovesse guastarsi».

«E il secondo, quale sarebbe?».

«Vorrei cambiare l’intestatario del telefonino. Non voglio che in caso di assistenza tecnica sorgano difficoltà». «Ha perfettamente ragione. Per quanto riguarda il primo problema, può rivolgersi al numero verde della casa produttrice o collegarsi ad internet per conoscere il centro di assistenza più vicino a casa. Per il secondo problema, in cinque minuti è risolto. Mi dia i suoi documenti».

Li esaminò, quindi disse:

«Benissimo! Ora mi metta queste due firme».

Quindi estrassi il guidamano. Il commesso non lo aveva mai visto, perché Tony firmava a mano libera. Quindi mi indicò lo spazio in cui dovevo firmare.

«Tutto a posto. Ora, a lei, signor Dondi!».

Mi venne quasi da ridere che Tony dovesse firmare per il passaggio di proprietà dell’intestatario. Poi, finalmente, il commesso disse che tutto era stato sistemato.

Il professor Portici si era offerto di accompagnarci al negozio in macchina, risparmiandoci la strada a piedi, quindi, con lo stesso mezzo, ritornammo in albergo poco dopo le undici e trenta. Rientrando, notammo una gran confusione dovuta al fatto che era arrivato un gruppo di persone. La famiglia di Leandro ci attendeva con ansia. Poi Ezio disse:

«Adesso, Enea, dobbiamo proprio salutarti, perché è ora di andare. Spero di rivederti un altro anno. E non dare retta a mio padre. Non ci trasferiremo a Fregene, rimarremo qui a Roma», disse sorridendo. Poi proseguì: «In ogni caso, vedremo di stare ancora un po’ insieme. Tante belle cose».

Lo ringraziai. Poi rivolgendosi a Tony ebbe conferma che sarebbero ripartiti il 30 settembre, quindi si sarebbero ancora rivisti qualche altra volta. Infine tutta la famiglia Portici mi salutò di nuovo, specificando che nel telefonino che mi avevano appena regalato c’erano inseriti anche i loro indirizzi e numeri di telefono. I Portici se ne erano appena andati, quando venne avanti Clementina:

«Sai scrivere in nero?» mi domandò.

Le risposi che sapevo solo firmare.

«Beh, non dovrei essere io a farlo, ma farò un’eccezione. Si tratta di un semplice questionario, con alcune domande cui rispondere. Occorre semplicemente mettere una crocetta in ogni casellina, mentre nel campo “osservazioni e suggerimenti” potrai mettere quello che vuoi».

Mi lesse il questionario ed io lo feci compilare in ogni parte. Erano le dodici meno un quarto e riuscimmo a sbrigarci in poco più di dieci minuti. Clementina fu stupita.

«Davvero non hai alcuna nota negativa?».

Le risposi di no e, anzi, la invitai a continuare così. Avevo infatti lasciato vuoto il campo “osservazioni e suggerimenti”, facendo semplicemente scrivere: “Nessuno”. Poi disse:

«Leandro, qui c’è il tuo. Adesso è pronto il pranzo. Potrai compilare il questionario dopo mangiato». «D’accordo, Tina. Come vuoi!».

Poi ci condusse in una saletta separata dove consumammo il nostro pranzo. Arrivarono gli spaghetti al pomodoro e olive che mangiai con grande appetito. Poi, finito il giro, arrivò un cameriere dicendo:

«Qui è avanzata un po’ di pasta al forno. Davvero non ne vuoi?».

Risposi che ne volevo solo un piccolissimo assaggio. Così fu fatto. Poi mi chiese:

«Oltre alla pasta al forno, sono avanzati altri spaghetti. Chi ne vuole?».

Edoardo e Francesco si fecero avanti. Poi, rivolgendosi a me: «E tu?».

«Se ce ne sono ancora, ben volentieri, grazie».

«Per fortuna hai detto che non avresti mangiato quasi nulla, o che avresti mangiato poco», disse Tony. «Mi stupisce che tu non abbia ordinato la pasta al forno! Era così buona!».

Poi lo stesso cameriere arrivò e disse:

«Come secondo, oltre alla bistecca, ti ho portato anche un assaggio di spezzatino alle spezie e Barolo. Se vuoi, al posto dell’insalata, ti porto il purè che è così buono».

«Il purè, a dire il vero, non mi piace, perché si sentono troppo i sapori del burro e del latte. Se poi c’è il parmigiano, non parliamone nemmeno».

«Ecco perché in questi giorni hai sempre mangiato senza formaggio. Sei per caso allergico ai latticini?». Gli risposi di no. Poi mi rassicurò che nel purè, di parmigiano non ce n’era affatto e che il burro e il latte non si sentivano, perché era aromatizzato con noce moscata ed altre spezie. Accettai e alla fine gli feci i miei complimenti, perchè lo spezzatino ed il purè, entrambi aromatizzati, si accompagnavano proprio bene. «Ed ora, frutta o gelato?».

«Io non ce la faccio più», dissi questa volta al cameriere. «Mi hai dato davvero troppo. Il cibo era gustoso, ma ora mi sento davvero pieno. Dopo la bistecca, mi hai dato uno spezzatino che sembrava non finire più. Il purè era buono e davvero non immaginavo di mangiarlo così di gusto. Ma era davvero troppo. Avevi detto che me ne avresti dato solo un assaggio e invece, guarda quanta roba! Ora sono davvero sazio. Portami soltanto un caffè ed un digestivo alle erbe». Lui tornò con quanto avevo chiesto. Poi Leandro mi disse:

«Ora ti resta soltanto da accendere la pipa e sei a posto».

«L’ho messa via».

«Se vuoi, ti offro io una sigaretta», disse Tony. «Hai da accendere?».

Gli risposi di no.

Edoardo disse:

«Le do il mio. Ce la fa ad accendere?».

Tony mi offrì la sigaretta. Edoardo mi porse per la prima volta il famoso accendino con le iniziali. Feci per restituirglielo, ma lui disse:

«Lo tenga! È suo!».

«Come? Cosa?», feci io molto sbalordito.

«Sì, Enea. Ha capito bene», disse Nina. «Lo abbiamo comprato ieri. Poi ho chiesto uno scalpellino in prestito. Ecco, tocchi bene. Qui ci sono il mio nome e cognome. Qui in basso c’è scritto “Per Enea”. Dal lato opposto, la stessa cosa da parte di Edoardo. Questo non se lo aspettava, vero? L’accendino che regalai a Edoardo ce l’ha ancora lui, non lo darebbe per nulla al mondo. Sono anzi stupita che in giro siamo riusciti a trovare per lei un modello di accendino identico a quello che gli regalai più di cinquant’anni fa».

Ringraziai sempre più sbalordito. Poi Edoardo disse:

«Quando imparerà ad usare il nuovo telefonino, scoprirà che ci sono inseriti anche i nostri numeri. Noi abbiamo anche i vostri indirizzi».

Ringraziai ancora. Poi Leandro disse:

«Io mi ritiro un attimo. Vado a compilare il questionario. Non sembra, ma sono già le tredici e fra tre quarti d’ora dovremo partire. Tu, se vuoi, puoi stare con loro».

Avrei voluto andare in camera per lavarmi i denti, ma Leandro mi anticipò che aveva già portato i bagagli all’ingresso. La sola cosa che potei fare fu quella di lavarmi le mani nel bagno lì vicino e mettermi un po’ di profumo, del quale avevo portato un campioncino con me. Poi, Edda disse:

«Sentite che bel sole che c’è oggi? Propongo di andare tutti insieme a sederci in giardino».

«D’accordo, vi raggiungo lì», disse Leandro.

Io ripresi:

«Leandro, scusa un po’, poi ti lascio andare. Sei sicuro di aver preso tutto?».

«Sì, non ti preoccupare!».

Cinque minuti dopo aveva già compilato il questionario e consegnato il tutto a Clementina. Poi, raggiuntoci in giardino disse:

«Chissà che tempo ci sarà a R.! Hai saputo niente?».

«Mentre eravamo in camera a finire di fare le valigie, ho telefonato a mia madre e mi ha detto che l’aria è fresca». «Ora, non ci resta che aspettare», disse Laura. «Uh, sentite che profumo di fiori freschi! E che sole! Sembra una giornata primaverile».

Poi dissi a Edda di salutarmi di nuovo Agata, che avevo già incontrato la sera prima. Lei mi rispose che lo avrebbe fatto senz’altro. Poi Leandro propose di fare una foto, tutti insieme. Acconsentimmo. Quindi Lisa si alzò, come per ricordarsi di qualcosa. Due minuti dopo era già di ritorno, con un dépliant per me.

«Questo, Enea, è il nostro dépliant con la facciata dell’albergo ed il giardino. Dall’altra parte, invece, c’è l’edificio vero e proprio».

«Che ore sono?», chiese Tony. «Il mio orologio si è bloccato alle dodici e quarantotto».

«L’una e un quarto», rispose Laura. «Manca ancora mezz’ora».

«Possiamo sgranchirci un po’», disse Lisa, «senza allontanarci troppo da qui».

Fummo tutti d’accordo, anche se si trattò di una passeggiata brevissima. Alle tredici e trentadue squillò il cellulare di Leandro. Prese la telefonata, poi comunicò:

«Era il direttore. Ha fatto preparare due pullmini. Chi vuole può venire ad accompagnarci all’aeroporto. Enea ed io viaggeremo in taxi. Aldo è già arrivato. Per fortuna non siamo lontani dall’albergo. Ora dobbiamo rientrare». Fummo in albergo esattamente in due minuti.

«Fate pure con calma», disse Aldo. «Effettivamente sono arrivato in anticipo».

«Signor Aldo», disse la moglie del direttore, «avremmo bisogno solo di cinque o sei minuti. Vorremmo scattare una foto ancora tutti insieme. So che ne sono state scattate tante. Qui ci sono anche nonno Alcide, nonna Giusi e nonna Ilde. A proposito, dammi il tuo indirizzo di posta elettronica e anche quello di casa», disse rivolgendosi a me. «Questa la chiameremo la foto dell’arrivederci», concluse.

«Lei scatti pure la foto, signora Bardi», disse Leandro. «Io, intanto, tiro fuori la telecamera».

«Aspetta! Ho la mia», lo anticipai.

«Dunque», riprese la signora Bardi, «mi hai appena dato l’indirizzo di casa. Ti spedirò tutte le foto che vi abbiamo scattato in questi giorni, non appena le avremo fatte sviluppare. Sono tantissime».

Poi, terminati gli scatti, dissi:

«Ora dobbiamo salutarci sul serio».

«Ma cosa dice?», esclamò Armando, l’unico che, di tutto il personale dell’albergo, mi dava ancora del lei. «La raggiungeremo in aeroporto».

Aldo caricò bagagli e passeggeri sul taxi e, come al solito, non volle nulla, perché era già stato pagato, ma in questa occasione io insistetti nell’offrirgli una mancia cospicua, alla quale volle contribuire anche Leandro. Lui ci ringraziò. Arrivando all’aeroporto trovai tutti quelli che erano saliti sui due pullmini. Francesco – il nipote di Edoardo – avrebbe voluto scattarci una foto in aeroporto, ma Leandro gli disse che non si poteva.

«Oddio», esclamai di soprassalto. «Hai fatto bene, Leandro, a ricordarmelo! Devo assolutamente spegnere il cellulare. Quasi lo dimenticavo acceso. Adesso che ci penso, ho anche il Ronson di metallo che mi hanno regalato Edoardo e Nina. Come faremo?».

Leandro andò in cerca di un impiegato, al quale consegnai telecamera, cellulare, catenina, orologio ed accendino. Quindi disse che se mi avessero fatto dei controlli non sarebbe accaduto nulla, perché quegli oggetti li avrebbe presi in consegna lui. Bisognava ricordarsi di ritirarli nel suo ufficio prima di imbarcarsi sull’aereo. Poi una guardia volle esaminare il portatile di Leandro ed i nominativi contenuti nel mio nuovo telefonino, poi si passò alla telecamera. Alla fine tornò indietro.

«Garantisco io per tutti», disse il signor Bardi. «La gente che è qui ad accompagnare i nostri amici è stata in vacanza con loro».

La guardia capì, ciononostante fece un’altra obiezione.

«Chi di voi deve partire?».

Leandro ed io glielo dicemmo. Quindi continuò:

«Abbiamo controllato i vostri bagagli ai raggi X. In particolare nel suo, signor Galetti, vi sono molti cd, dvd ed un hard disk esterno. Anche nei bagagli del suo accompagnatore abbiamo trovato un computer portatile, oltre a cd e dvd. Non potete partire. Dopo questo aereo, non ce ne saranno più fino alle dieci di domattina». «Cosa facciamo?», disse Leandro un po’ spazientito. «Oh, bella. Ci mancava anche questa! Il mio amico deve essere a casa questa sera e domani mattina deve riprendere a lavorare».

«Può andarci anche il giorno dopo».

Leandro aveva mentito, sperando così di togliersi dall’impiccio. Poi mi feci avanti io, mentendo, ma non come Leandro.

«Mi guardi bene in faccia. Io sono stato intervistato da Enzo Biagi».

«Sì, lo so. E con questo?».

«Mi scusi, signor agente. Lui è il mio accompagnatore. Volevo dirle che tutto quello che ha trovato nei nostri bagagli è di nostra proprietà. Tutta quella roba serve a me per scrivere un libro. Il mio accompagnatore ha un computer portatile, con il quale lavoriamo insieme. Questo spiega tutto. Inoltre mi sono stati regalati alcuni floppy e cd con libri per non vedenti. Su alcuni di questi vi sono anche dei corsi di computer a noi dedicati». In parte, quel che avevo detto era vero. Di certo non potevo dire all’agente che avevamo anche film e brani musicali masterizzati. Leandro tentò di ristabilire la situazione.

«Torniamo in albergo! Domani mattina verremo qua un’ora prima della partenza. Ora possiamo rientrare. Signor Bardi, c’è ancora posto?».

«Non però nella camera dove eravate. Comunque, per una notte vedremo di sistemarvi». «Poi», proseguì Leandro, «una volta ritornati in aeroporto, ti accompagnerò a Milano con l’aereo delle dieci, quindi, per ingannare il tempo, farò un giro in città, mi fermerò in un bar, e ritornerò in aereoporto in tempo per l’aereo delle 16.22 che mi riporterà a Roma».

Le mie affermazioni ed il piano di Leandro parvero far cambiare idea all’agente, il quale disse: «Venite un attimo con me in ufficio».

Qui, un signore anziano che doveva essere il capo si fece raccontare in pochi minuti la faccenda. Poi disse: «Lei, signor Galetti, porti a casa la sua roba. Lei, signor Portici, quando tornerà a Roma, avrà ancora in valigia i cd e dvd che le abbiamo trovato?». «Sì». «Eccovi allora un modulo a testa che nel frattempo ho fatto preparare. Vi credo sulla parola, ma dovete mettere una firma qui, nero su bianco. In questo modulo voi dichiarate la verità. Ma vi avverto! Nessuno controllerà il signor Portici una volta tornato a Roma, ma se ciò dovesse avvenire ed avete dichiarato il falso pagherete una multa salatissima, oltre ad una pena detentiva di otto mesi».


Io tentai di fare il bullo e dissi:

«Capo! Io ormai sono diventato famoso. Sto scrivendo un libro che mi farà guadagnare molto. In caso di processo, sceglierò i migliori avvocati. Quanto alla cauzione, Leandro, pagherò io per te».

Il capo si mise a ridere, ci fece mettere le famose firme, poi guardò l’agente e gli disse:

«Lasciali pure andare! Quanto a processi e cauzioni, non ce ne sarà bisogno. Stavo solo scherzando. O meglio, il controllo c’è stato davvero. Volevo solo vedere la vostra reazione. Lei, signor Galetti, mi è sembrato sincero e questo modulo è servito solo per una dichiarazione formale».

«E Leandro, non è stato sincero?».

«Arrivederci e buon viaggio a tutti e due», si limitò a dire il capo. «Ora vi faccio accompagnare». «Sappiamo la strada», disse Leandro. «Grazie!».

«D’accordo. Agente! Può andare. Di nuovo, buon viaggio». «Ma dove eravate finiti?», disse Clementina. «Eravamo in trepida attesa».

Lui le disse piano che ero riuscito ad “infinocchiare” l’agente ed il capo e che quest’ultimo ci aveva teso una finta trappola per vedere le nostre reazioni. Poi riprese ad alta voce:

«Nelle nostre valigie abbiamo molti film e brani musicali masterizzati».

«Piano, Leandro! Non si sa mai chi può ascoltarci», disse Tony. Erano le 14.38 e potemmo rimanere insieme fino alle quindici. Continuammo a chiacchierare, tanto che Leandro ed io dimenticammo immediatamente quanto era accaduto.

«Beh», disse Armando, «una cosa è sicura, siete due tipi originali. Anzi, consentitemi la battuta, sperando che non vi offendiate. Io direi due topi originali, che sono riusciti a spuntarla perfino con il gatto e, per così dire, lo hanno raggirato, prendendosene gioco. Bravi!».

Scoppiammo tutti a ridere, compreso i genitori del signor Bardi e la mamma della signora. «Leandro», disse Lisa. «Qui, per la frase detta da Armando, ci voleva quel simpaticone e spiritosone di tuo padre». Lui fece:

«Non vedo l’ora di raccontarglielo. Chissà come riderà di gusto!».

Intanto era arrivato un impiegato a controllare i nostri biglietti e ad avvertirci che sarebbe ripassato per le quindici e dieci. Mancavano ormai venti minuti. Poi quello stesso impiegato arrivò con quattro minuti di anticipo. Fu il momento dei saluti. Baci, abbracci, strette di mano, promesse di ritrovarsi nel nuovo albergo di Fregene e di andare al matrimonio di Edoardo e Nina. Poi fu la volta dei Dondi.

«Mio padre sta per piangere», disse Lisa.

Io dissi:

«Calmati, Tony. Non siamo mica ad un funerale. Vedrai, ci risentiremo presto, te lo prometto». «Se capitate vicino a Brescia – intendo dire dalle nostre parti – ricordatevi di noi», disse Laura. «Beh», risposi io, «non so come si potrà fare con il tempo libero a disposizione di Leandro. Io non sono in grado di girare da solo. Ma con o senza Leandro, purché con qualche persona al mio fianco, cercherò di venirti a trovare. Tony, tu e la tua famiglia siete stati simpaticissimi».

«Anche tu sei simpatico», disse Laura. «Ci siamo divertiti tantissimo ed i giorni non sono mai passati tanto velocemente ed in modo così allegro».

Tony, che nel frattempo si era ripreso dal pianto, ritornò ad essere quello di prima e disse: «Una volta di ritorno a casa, potresti telefonarmi? Ma, mi raccomando, fallo con il cellulare che ti abbiamo appena regalato!».

Glielo promisi. Poi disse di nuovo:

«Grazie ancora per la compagnia».

«Grazie a tutti voi», risposi, mentre fummo portati verso l’aereo. Alle tre e venti ci trovammo a bordo.