Varenna e Monte di Varenna/Secolo XVII/Usi e costumanze

Usi e costumanze

../Contribuzione, dazio, tasse ../Costruzioni IncludiIntestazione 26 febbraio 2020 75% Da definire

Secolo XVII - Contribuzione, dazio, tasse Secolo XVII - Costruzioni
[p. 193 modifica]

USI E COSTUMANZE

Nel secolo XVII continua l’uso di stabilire, con un regolare contratio notarile, anche nelle arti più umili; i reciproci obblighi tra padrone e garzone di bottega. Ecco un atto relativo all’assunzione di un garzone calzolaio:

Omissis.

Joannes Maria Rayna filius quondam Francisci habitator Burgi Varenae Ducatus Mediolani parte una et Joannes Maria Matia filius quondam [p. 194 modifica]Francisci habitator ut supra parte altra. Voluntariae et omni meliori modo mutua stippulatione. Intervenieute.

Devenientur ad infrascripta conventioue, et accordi inter ipsa partes inviolabiliter attendendum ut infra.

Et primo convenerunt et declaraverunt ut infra. Prima che Francesco Mazza figliolo di detto Giovan Maria Mazza quale ha cominciato a star et servir per garzone nell’arte del calzolaio con detto Rayna sino alli trenta luglio dell’anno milleseicentoventuno prossimo passato habbi da perseverare et stare per garzone et imparar detta arte del calzolaro, et detto Rayna insegnare a detto garzone detta arte fidelmente et a buona fede senza fraude uno coll’altro sino al fine delli anni tre prossimi avvenire, che finiranno alli trenta luglio dell’anno 1624 prossimo avvenire, et caso che detto garzone stesse ammalato et perdesse il tempo di lavorare sii obbligato detto garzone rifare al detto Rayna padrone il suo tempo et detto mastro Giov. Maria Rayna sii obbligato darli da mangiare et da bere et da dormire, ma occorrendoli malattia detto suo Padre sii obbligato condurlo a casa sua et spesarlo, et farlo medicare a sue spese di esso Mazza et in detto caso rifarli il tempo, come sopra et a contemplatione come sopra detto Giovan Maria Mazza sii tenuto et obbligato dare et pagare al detto Rayna lire duecento imperiali a buon conto de quali il soddetto Rayna confessa haver avuto dal sodetto Mazza presente per lire centoquaranta imperiali dico lire 140 in parte in danari buoni ivi presentialmente, et parte in buoni denari dati al soddetto Rayna alli giorni et mesi passati et per li altre lire settanta imperiali al supplimento de detto lire duecento dicci - solo detto Giov. Maria Mazza sii obbligato come promette di pagarle al detto Rayna di qui a mezzo il mese di maggio prossimo avvenire, et ciò sotto reffetione d’ogni spese danno et interesse.

Vicendevolmente detto Giov. Maria Mazza vuole essere tenuto per detto suo figliuolo senza eccetione alcuna con le debite renontie at ciò perchè così....

Actum in coquina domus habitationis praefati Joannis Mariae Raynae sita ut supra.

Presentibus pronotarius Joanne Venino filio Joannis Mariae Manerae et Joanne Francisco. Stampa f. q. Baptistae hab. Varenae.

Testes: multus Reverendus Dominus Marcus Antonius Serpontus f. q. Hercule, Thomas Venininus f. Joannis Mariae Jo. Petrus Scannagatus f. Augustini habitatoris Varenae praedictae.

Si è già detto altrove che l’assunzione a qualsiasi carica pubblica anche la più umile formava oggetto di un atto notarile. Così fra gli atti del notaio Giacomo Antonio Serponti del fu Giorgio sotto la data delli 14 Aprile 1603 troviamo la nomina di Giovanni Battista del Barba a servitore pubblico del comune. Il quale, per l’annuo salario di lire 34, era obbligato ad adempire a tutte le funzioni inerenti alla sua carica, in più [p. 195 modifica]doveva portare la croce in tutte le processioni e litanie che si facevano nella chiesa parrocchiale di Varenna. Quest’ultimo incarico lo esonerava però dal pagamento della tassa personale.

Un’altra carica conferita per atto notarile era quella assunta da Giovanni Antonio de Quartironi del fu Bartolomeo, il quale per nove anni si obbligava, dietro compenso di lire sedici l’anno, di suonare le campane della chiesa di San Giorgio all’avemaria del mattino e della sera, ad assistere ad ogni festa celebrata in detta chiesa, a farne la pulizia e tenere in consegna la cera e i paramenti sacri, a curare che fosse ogni giorno accesa la lampada ed a fare tutto ciò che era necessario per custodire la chiesa stessa.

Riportiamo qui la seguente supplica di Francesco Venino, falegname, per ottenere il permesso di porto d’arme.

«Ritrovandosi Francesco Venino legnamaro habitante al Fiume Latte lago di Como, servo hum.mo di V. E. in stato di dovere pei suoi interessi tanto di viaggio come altrimenti e per custodia dei suoi propri beni portare l’archibugio longo proibito solamente alli rustici nell’ultima grida pubblicata, ma perchè alle volte viene arbitrata la grida diferentemente dalla mente di V. E. per non sogiacere a simili incomodi vesationi che gli fanno succedere per avere come legnamaro che esercisce tale arte solamente di sotile, et non fabrica di carri et utensili di cavallari rustici come più volte ha dichiarato il fisco, Supplica V. E. dichiarare a favore del sup.to legnamaro di arte sotile e che per custodia dei suoi propri beni, si come per viaggi che gli conviene fare sii lecito al sup.to portare l’archibugio lungo venti oncie bresciane et come giusto lo spera1.

Francesco Venino

2 febbraio 1698.


Nella seguente lettera che Lelio Mornico scrive al padre della fidanzata di un suo nipote pupillo sono contenute alcuni interessanti accenni relativi alle costumanze matrimoniali di quel tempo2:

«Andai a Milano per fare quei pochi vestiti mi parve a mia nipote figlia di V. S. come hò fatto. Pensai sbrigarmi in quattro giorni, ma sono stati deciotto. [p. 196 modifica]

Così avviene quando si va una volta l’anno et s’ha assai negotii. Trovai là Girolemo Curti qual mi disse havere da V. S. ordine di farli ancor lei il vestito solito farsi dal padre alla sposa. Ma mi disse ancor non haver danari, che era ben vero che V. S. era creditore di buona somma da cotesta comunità, ma che a fare il vestito ci volevano denari. Gli esibii da farli dar io il panno a credenza, ma egli non se ne curò. Io non mi sono mai maritato, nè sapevo che li padri fosser obbligati far questo vestito. So ben che a quattro sorelle maritate da me (senza mio Padre) gli l’ho fatti. Nè credo che V. S. sia per deviare dal obligo suo verso sua figlia, tanto più non havendo sentito da questo matrimonio disturbo alcuno si come credo si havrà molto gusto. Et perchè mi dicono che quando non si fa questo vestito al suo tempo mai più si fa, et che ne nascono poi delli disgusti. Io, per reparare a questo dico: V. S. che gli ho fatto due vestiti da estate colorati, con pensiero di farne uno nero per l’advento che viene da inverno, qual havrei fatto adesso se V. S. tenesse fatto il suo, che con tre vestiti nuovi poteva pur contentarsi.

Però desiderando la comodità di V. S. in ogni cosa e sapendo che ha molto vino da vendere se li par bene mandarmene dodici brente farò io il vestito di tutto ponto aggiungendovi io il resto et così ho detto anco al Signor Hieromino a cui piace il partito. Et questo lo propongo perchè per far io denari ha venduto quasi tutto il mio, havendo speso nell’occasione di questo matrimonio, compresa la dispensa più che due milla lire et dato scudi 200 al Signor Giovanni Maria Curti sì che mi trovo molto alle strette.

S. Gabrio io non voglio se non il suo gusto ne pretenderò mai cosa che non sia più che ragionevole. Vorrei anco che si facesse questo matrimonio con ogni secretezza per fuggir le spese e far presto, havendo necessità che mio nipote assista alla professione dove li massari senza lui non batteranno. In quanto a me sono del parere che il Signor Arciprete faccia privatamente il matrimonio, poi si mettano subito in barca la sposa e madre e vengano al Monastero et per fuggir le visite il giorno seguente vadano a Cappiate facendosi mettere in barca le cose più necessarie per vivere e dormire che da Lecco somministrasi ogni bisogno et faremo li fatti nostri. Nè V. S. si lasci persuadere diversamente che al tempo doggi così s’usa. Al Signor Arciprete manderemo poi le calzette di seta confessandomili obbligato di molto più per le sue fatiche alle quali compirò in ogni sua satisfatione come farò anco per altri. Ma tutto stia tra noi. Non mancherà tempo di compire col Signor Medico e sua consorte quali soni sicuro essere molto affezionati a V. S. et alla sposa. Ma hora in questa necessità di far li fatti nostri et in questa povertà de gente, non si può perder tempo in cerimonie. Nel resto V. S. si conservi et mi tenga per suo servitore».


Lecco li 14 luglio 1651. [p. 197 modifica]

Per avere una notizia sulle doti maritali in uso in questo secolo, citeremo il contratto di nozze stipulato il 9 giugno 1690 per il quale Nicolò Campioni promette di dare la figlia Giovanna in isposa a Pietro Brenta, con una dote di lire 700, comprendendo in questa lire 500 che il fu Giovachino padre di Nicolò aveva lasciata alla nipote Giovanna nel suo testamento.

Per dare un’idea quanto costasse la vita nel secolo XVII diamo qui un elenco di spese sostenute dal preposto di Perledo l’anno 16623:

«Maddalena Buzzi mia serva venne in casa mia a servirmi alli 15 di febbraio del 1661 a lire 3 il mese e le scarpe.

Ha ricevuto la suddetta un paio di calzette quali importano Lire Due; di più a ricevuto una camicia di lino da Pietro Clerice quale ho pagata io et importa Lire 2,10, di più ha ricevuto per comprare tanta roba per fare un abito Lire quattro, di più per pagare il sarto lire una e quindici, di più speso lire quattordici in una peliccia toltali a Lugano, di più per essere andato una volta a Milano e comprato da fare un paio di maniche lire cinque.

Carlo Contino d’Appiano mi deve per moggia 9 e stare 5 di segale a lire 10 e soldi 5 il moggio Lire 98:12:6.

E più mi deve per moggia quattro e mezze di frumento a lire 17 il moggio lire 76:10 Per stara 10 miglio lire 13:15, formentone uno staro lire 1:7:6.

Brente due di vino L. 23
Libre 20 di carne di vitello » 9
Libre 3 fichi secchi » 0:13:30
Libre 5 e ¾ di formaggio » 4:5
Un capone » 12:6
Para uno caponi » 15
Para tre polastri » 1:16
Due galline » 1
Per giornate 3 da battere » 2:5
Per giornate 4 a tagliar legna » 2
Per 3 giornate di donna a battere » 1:17:6
Per 2 giornate a far le viti » 1:10
Per aver filato libre una di stopa » 10
Per aver mogliato libre 2 di stopa » 8
Per aver filato libre una di lino » 15
Per braza dieci e mezzo di tela a soldi 21 » 11:6
Per un paio di zocole e scarpette » 1:7
[p. 198 modifica]

12 marzo 1669

Ricevei in casa mia per servirmi Jacomo Volontè figlio di ser Antonio di Limido d’accordo di darli per suo salario L. 22 l’anno.

Per conto del suo salario ha ricevuto due camicie nuove di tela nostrana bianca L. 5
E più ha ricevuto un paio di calzoni di panno usati » 4
E più ha ricevuto un paio di calzette di panno fino usato » 2
E più speso per un paio di scarpe comprate a Saronno » 3
E più speso per un capello di paglia comprato a Saronno » 10
E più speso in brazza due di bindello di frisa » 4
E più speso in braza 11 bombasina a soldi 10 il brazo » 5-15
E più speso nella fattura della velata e calzoni e calzette » 1-15

Un curioso particolare era quello della vendemmia a giorno fisso. Abbiamo un ordine del Podestà di Mandello e Varenna, in data 14 settembre 1697, diretto ai sindaci, consiglieri, reggenti e maggiori estimi della comunità di Varenna nel quale è detto:

«A tenore della presente grida si fa sapere a qualunque persona di questo territorio di Varenna che non ardisca sotto qualunque titolo o colore di vendemmiare o far vendemmiare alcuna vigna se prima non sarà stabilita la giornata di fare tale vendemmia come con la presente resta stabilito il giorno 21 del corrente a comparire al luogo solito sotto il coperto a vedere deputare detta giornata per dette vendemmie e cioè col parere dei suddetti sindaci e maggiori estimi e fra tanto resta proibito meter mano a tali vendemmie sotto le pene contenute nella grida di S. E. dell’anno 1670».

In quel tempo il raccolto delle uve era così abbondante che gli abitanti facevano tanto vino da non sapere come smerciarlo.

Infatti nella seguente suplica degli uomini di Varenna al Governatore si legge:

«Li homini della povera comunità di Varenna edificata sopra di un sasso pellato et fidelissima a S. M. et V. E. non vivono d’altro che delle entrate del vino che si raccoglie nel suo territorio essendo questo a uno abbondantissimo di vino non ne trovano denari che non sano come fare a vivere se non sono aggiustati dalla clemenza e bontà di V. E. a qual humilmente supplicano resti servita fargli licenza di mandare fori almeno decemila brente di detto lor vino il che sperano da V. E.»4.

Da Milano vi risponde alla suplica concedendo l’esportazione per sole cinquanta brente. [p. 199 modifica]

Indice del grado di prolificità delle donne di Varenna è l’elenco dello anno 1694 degli esonerati dalle tasse per avere non meno di 12 figli. In questo elenco figurano quattro famiglie: quella di Carlo Venini, Lucio Arrigoni, Francesco Lambertenghi e Francesco Conca.

Un altro elenco meno lieto ci dà il nome di quelli passati ad altra vita per morte violenta. Vi troviamo: Pietro Paolo Tondelli De Matti ucciso il 23 ottobre 1631 in casa sua, Giovanna Fumeo detta la prestina uccisa in casa alle due di notte del 9 novembre 1632, e Bartolomeo Sala ucciso dal fulmine sul campanile il 6 agosto 1633.

Sfogliando nei registri dei defunti troviamo un centenario Bernardino Fumeo morto il 26 dicembre 1647 in età di 106 anni.

Nel 1651 il conte Giovanni Mariano infestava il lago di Como con trenta vagabondi o seguaci, fra cui Giovanni Battista Fondra di Valsassina, Gabriele Mezzera di Bellano, e Bernardo Pomo di Bologna (Perledo) detto Vescura bandito capitalmente5.

Molto interessante è la seguente memoria storica riguardante Varenna e la famiglia Mazza di Varenna che è firmata da parecchi patrizi.


Milano, li 28 maggio 1694

Sendo stati ricercati noi infascritti per attestare delle qualità e prerogative del borgo di Varenna e suoi abitanti, diciamo come si sa per pubblica voce e fama e memoria antica, si come per notitie dell’historie del Corio e Calco et d’altri autori più moderni, fra quali il Giovio, Bonanome, Bertarello e Boldone, come detto borgo di Varenna resta nel mezzo della Riviera di Lecco, lago di Como, il più insigne e nobile porto in sito naturale difensivo, per essere penisola, et dall’altra parte circondato da monte, con una torre in cima, corrispondente ad altre duplicate torri del medesimo borgo per sua diffesa fabricate a proprie spese de medesimi habitanti in tempo delle passate ed antiche guerre civili. Gli habitanti di detto Borgo altre volte chiamati insolani, provenuti dall’antica Isola Comaccina, sono stati famosi non solo in guerra come nell’arte liberale, esercitandosi per la maggior parte nelle più riguardevoli arti, nelle quali hanno fatto ogni più considerabile riuscita particolarmente nella medicina e foro ecclesiastico. Vi sono famigie antichissime, case signorili, giardini delliziosissimi con quantità incredibile d’agrumi, garegiando il sito e l’industria de’ medesimi habitanti ad un’altra Riviera di Genova. Vi sono richezze competenti, mediante le quali sono sempre riusciti con grande civiltà, conservando l’antica memoria della loro famosa Isola Comacina. [p. 200 modifica]

Fra l’altre antiche e nobili famiglie, come in generale ne fa fede Francesco Ballarini nel suo compendio delle cronache della città di Como dove raccoglie le famiglie illustri, quella de signori Mazza di detto Borgo fu cospiqua con titoli di magnifico, spectabile o nobile tanto ne’ consigli sindacali e libri antichi dell’estimo d’esso, borgo, conservando memoria de ius patronato de beneficii ecclesiastici e sepolcro antichissimo, con havere occupato posti riguardevoli ed esservi stati soggetti famosi principalmente nell’arte di medicina e foro ecclesiastico, come lo può attestare la città di Madrid per il signor don Gio. Paolo Mazza et signor don Giuseppe suo figlio; la città di Pesaro per li signori nobili Baldesar Mazza et d. Ottavio suo figlio et del signor Massimo ultimo suo presentaneo herede; la città di Lucca per il signor Nicolao et la città di Milano per mons. Gerolamo e suoi desecudenti, sendosi questi fra gli altri moderni d’essa famiglia transportati in essa città, dando saggio delle loro prerogative non ordinarie, come consta per pubblico processo formato dal Podestà di detto borgo di Varena l’anno 1663 a 5 di novembre, e rimesso a Madrid a favore di detto don Giuseppe Mazza, per essere graziato da S. Maestà Cattolica dell’abito della Croce di S. Jago, benchè per la sua morte improvisa, che successe in Barcellona nell’ancompagnamento che faceva della Sig.ra Imperatrice, non hebbe effetto, risultando dal predetto processo che della sua famiglia vi sia stato un canonico della Insigne Regia Collegita di S. Maria della Scala et altro decurione della medesima città di Milano, continuando la memoria di Biaggio dottore di medicina et successori del quondam signore Nicolò Mazza pure dottore di medicina et tanto famoso che fu in Luca et del quondam monsignor canonico Gerolamo suo Cugino, canonico ordinario della Metropolitana di Milano nella medesima Città con il decoro conveniente alla loro nascita et per fede

Sottoscritta dalli Signori Marchese Alessandro Trivultio
Co: Mariano
Co: Morone
A. Serponte

A tergo si legge — Memoria storica per Varena — Mazzo nobiltà.


LA PESTE

Come in tutta la Lombardia la peste fece nel 1629 la sua apparizione anche a Varenna.

Dalla relazione della visita compiuta nei paesi del lago di Como dal famoso medico Alessandro Tadino, per ordine del Tribunale della Sanità dello stato di Milano, togliamo queste notizie:

«Compiuto a Dervio e a Bellano nel ritorno nostro destinato il viaggio per la visita delle terre del lago, havessimo aviso che in Varena [p. 201 modifica]si trovava morta una donna di morte repentina la quale faceva la Comare e di subito indirizzassimo il camino colà e la visitassimo con un carbone sopra una mamella e parimente vedessimo il marito e un figliuolo ammalati dell’istesso male contagioso, e come infatti furono subito chiusi d’ordine nostro nella loro casa con le opportune guardie e provisti delli Pittoresca strada che conduce al Cimitero (Fotogr. Adamoli)loro bisogni comminate le pene di giustitia, fino che fossero preparate le capanne per mandargli alla campagna. Da Varena partissimo per Bellagio a complire col signor Duca Sfondrato conforme l’ordine del tribunale, il quale con molta cortesia s’offerse di sopra intendere alli bisogni di quelle [p. 202 modifica]terre di sua giurisdizione contigue al lago e quanto gli concedesse l’età sua decrepita, perchè con difficoltà potea uscire dalla sua abitazione.

Giunti alla sera a Como intendessimo dal nostro deputato Marina che a Varena havevano mandato per nove diligenze e ritrovò che delli infetti chiusi era morto il marito della comare già da noi visitata e morta di peste, oltre il console che s’era ammalato gravemente di peste»6.

La malattia fece strage tanto a Varenna che al monte di Varenna. Vi furono delle famiglie totalmente estinte.

Dal novembre 1629 al marzo 1630 in soli cinque mesi troviamo registrati nella parrocchia di Perledo ben 60 morti di peste. Per dare una idea della contagiosità del male togliamo dai registri dell’archivio parrocchiale di Perledo le seguenti annotazioni:

Nella piccola frazione di Bologna prima del contagio vi erano trenta focolari, (si tratterà forse di abitanti perchè questo numero di focolari nella sola Bologna ci sembra eccessivo) dopo si ridussero a diciasette, a Gisazio erano quattordici e si ridussero a undici.

Un eloquente indice del numero delle perdite l’abbiamo dalla dichiarazione fatta dal capo mastro Bartolomeo Carganico a proposito del valore di una casa in Varenna: egli dice:

La casa dove habita il Belaso al Mol di sopra di Varenna havendola io vista e considerata giudico et dico che stando le qualità de’ tempi che col presente può valere Lire 300 massime che in detto luogo di Varenna le case sono in poco prezzo essendovene molte che vanno dirupando per non esservi habitatori.»


Pubblichiamo qui un elenco di morti di peste al monte di Varenna.


12 novembre 1629. Morì Giovanna moglie di Battista Penna di peste poco prima confessata e comunicata e sotterrata a casa sua et in termine di tre giorni morì il marito e tutti i suoi cinque figli e sotterrati nella sua casa.
16 Angela moglie del qm. Bartolomeo Mondino morì di peste essendosi poco innanzi confessata e comunicata, fu sotterrata in casa.
12 Battista Conca detto il Braccione di Tondello morì di peste con due suoi figliuoli poco prima confessato, furono sotterrati in un campo appresso la chiesa di S. Pietro.
4 dicembre. Violante figlia di Giovanni Pino da Gitana confessata e comunicata morì insieme con un putino ambidue sospetti di peste furono sotterrati dal padre nel cimitero di Gitana.
Il giorno sudetto morì Pedrina vedova di Regolo, di peste, poco innanzi confessata e comunicata, fu sotterrata in casa.
[p. 203 modifica]
2 gennaio 1630. Vittoria moglie di Hieromino Tarelli confessata e comunicata pochi giorni innanzi morì il giorno sudetto di peste e perciò sotterrata nel cimitero di Vezio.
Il giorno sudetto morì Caterina figlia del sig. Giovanni Maria Arrigoni putto di un anno morta di peste e perciò sotterrata nel sudetto cimitero.
Il giorno sudetto si scoperse la morte di marito e moglie di Billi habitanti in Olivedo tenuta occulta per sospetto di peste, poco innanzi confessati e comunicati, ambedue sotterrati in casa.
5 gennaio 1630. Domicilia Moglie del fu Giovanni Maria Arrigoni morì di peste, pochi giorni innanzi confessata e comunicata e sotterrata nel cimitero di Vezio.
7 Carlo Bernardo figlio di Giovanni Paolo Tarelli dicto Godria morì di sospicione di peste, fu sotterrato nel Cimitero di Vezio.
9 Agostino figlio di Bartolomeo Penna di Regolo morì di sospetto di peste e perciò sotterrato in casa.
Caterina figlia del sudetto Bartolomeo morta dopo alcuni giorni parimenti sotterrata in Casa.
24 Giov. Andrea figlio di Paolo Tarelli dicto il Gadoia morì di peste il giorno sudetto seppellito in casa.
27 Virginia serva del sig. Giovanni Maria Arrigoni morì di peste, sotterrata a Vezio.
31 Tommaso figlio di Hieromino Tarelli di Vezio morì di peste perciò sotterrato nel cimitero.
1 febbraio Marsiglia figliuola di Marta Zuccaroli vedova di Vetio morì di peste, perciò sotterrata nel cimitero.
Delio figlio del Sig. Giovanni Maria Arrigoni morì di peste il giorno sudetto.
12 Ambrosio figlio di Hieromino Tarelli morì di peste, sepolto a Vetio.
13 Drusiana e suo marito Paolo morirono di peste con una putta.
14 Marta di Zuccaroli vedova morì di peste il giorno sudetto. Qui sepolta.
18 febbraio Hieromino Tarelli di Vezio con un suo putto d’otto mesi, morì di peste. Quì sepolti.
3 marzo Ottavia figli del q.m Francesco Mondini da Regolo morì il giorno sudetto. Sepolta ivi.
Maria Elisabetta figlia di Vincenzo Conca due giorni innanzi battezzata morì e fu sepolta.
6 Margarita et Elisabetta figlie di Paolo Tarelli dicto il Gadoia morirono di peste. Sepolte nel cimitero di Vezio.
8 Bartolomea figlia di Angiola vedova morì di peste. Ivi sotterrata.
9 Pietro figlio di Marta Zuccaroli vedova morì di peste. Ivi sotterrata.
10 Jacomina vedova moglie del q.m Ambrosio Tarelli morì di peste. Ivi sotterrata.
[p. 204 modifica]
18 marzo 1630. Francesca moglie di Domenico Conca di Gitana morì di sospetto di peste. Sepolta nei cimitero di Gitana.
19 Margarita et Maria Elisabetta sorelle di Antonio Carità da Vetio morirono di peste. Sotterrate a Vetio.
20 Lucia dicta figlioccia di Bologna moglie di Bartolomeo Pomi morì di sopetto di peste. Sepolta nel Cimitero di Bologna.
25 Raffaele figlio del Sig. Pietro Paolo Tondello morì di sospetto di peste il giorno sudetto, sepolto nella sacristia di S. Pietro di Tondello.
26 Caterina moglie di Francesco Tarelli da Vetio morì di peste Ivi sotterrata.
29 Francesco Tarelli da Vetio morì insieme ad una sua putta. Ivi sepolto.
31 Giovanna et Maria sorelle d’Antonio Carità morirono di peste. Ivi sepolte.

Abbiamo una lettera di Lelio Mornico scritta da Milano in data 8 dicembre 1629 al sig. Angelo Bergami, orologiaio a Como, che dà una impressionante e viva descrizione dello stato d’animo e delle condizioni finanziarie dei poveri abitanti di Varenna desolati dalla peste e dalla atroce miseria. Egli dice testualmente: «le miserie del nostro paese V. S. le avrà intese meglio di me, ma non ne avrà nè saprà tante come io la causa di esse perchè non avrà meno le colpe et peccati ch’io. Suppongo d’aver fatto il male io et che gli altri faciano la penitenza mentre vedo tanti poveri innocenti miseramente morire di fame et perchè in quei luoghi dove io o deliziato tanto.... Che già non parlo di quei poveri di Varena a quali è ventura la morte di peste, essendo condannati da Dio alla morte di fame assai più fina e crudele». Il Mornico aggiunge poi un particolare veramente raccapricciante e che dimostra fin dove può giungere l’egoismo umano. Egli dice di aver saputo che gli si era ammalato il suo ortolano e prosegue: «quando io seppi che si era infirmato costui in casa mia e che era stato scacciato riscrissi subito che vi fosse rimesso e che morendovi ci restasse insepolto perchè sperai che col suo fetore et peste dovesse guardar meglio la casa dai ladri.

Ma ho inteso che risana e che non è manco infermità di peste»7.

Non essendovi cimiteri sufficienti molti cadaveri erano stati sepolti negli orti e nei giardini attigui alle case. Nel 1658 gli uomini di Perledo inviano una supplica al vescovo perchè voglia ordinare al preposto di far levare tutti questi corpi sepolti nei terreni privati e trasportarli in luoghi adatti.

Durante l’infierire del morbo vi fu a Perledo un sacerdote che dette prova di un grande coraggio civile e di carità cristiana. Fu questi [p. 205 modifica]il reverendo Sebastiano Faggi, nativo di Perledo, al quale la popolazione volle dare un pubblico attestato di riconoscenza adunandosi nel solito posto dei convocati, e facendo redigere dal notaio Festorazzi Paolo Antonio, il 6 ottobre 1630, il seguente atto: «Riconoscendo così congregati la loro obbligatione verso la persona del molto reverendo sig. Sebastiano Faggi sacerdote, per havere esso durante il tempo che la peste travagliò queste misere terre e nell’assenza del loro preposto, soccorso alle necessità spirituali di ciascuno con l’amministrare i sacramenti e celebrare quotidianamente la messa, desiderando che di ciò resti memoria hanno fatto e fanno presente ¡strumento col quale attestano che tutto il premesso e’ vero e costituiscono loro procuratore il molto reverendo sig. Aurelio Boldone prevosto di S. Stefano di Milano e il sig. Pietro Antonio Bolli per significare all’Eminentissimo Cardinale Borromeo tutto il disopra contenuto perchè al detto reverendo sig. Sebastiano sia reso guiderdone e specialmente dato che la prevostura di Perledo è vacante e supplicando anzi che sia conferita».

Anche a Varenna i sacerdoti si prodigarono per assistere e soccorrere gl’infermi. Il curato di Varenna Cesare Ultramonti ha lasciato traccia delle sue opere di assistenza in un grosso mazzo di testamenti esistenti nell’archivio parrocchiale di Varenna, testamenti che redigeva egli stesso in mancanza di notai.

Isaia Ghiron nella sua pubblicazione: «Documenti od illustrazione dei Promessi Sposi e della peste dell’anno 1630» scrive che il maggior numero dei monatti veniva a Milano da Olginate, da Varenna e da Saronno ed erano pagati da 3 a 5 lire al giorno. Per quante ricerche si siano fatte non ci è stato possibile appurare questa notizia dei monatti di Varenna.

L’anno 1673 restò memorabile per le continue e dirotte piogge che caddero durante tutto il mese di Giugno. Da una relazione fatta al Governo si legge che un terribile nubifragio si scatenò la notte di S. Pietro su Varenna obbligando gli abitanti a fuggire all’aperto nella tema che le case ruinassero. Le rovine cagionate da esso sono incredibili; tutte le vigne furono coperte di sassi. «Tutto ciò non ardiscono le dette terre che pur sono un membro di questa provincia del Ducato di dimandare restauro, ma si bene rappresentano che da medesimo diluvio ne è risultato altro danno considerabile al pubblico ed al libero traffico e commercio con la rottura delle strade pubbliche quali si rilevano comunicare con la Valsassina e teritorio di Bellano con cavalli e muli, restando totalmente proibito il loro traffico e baratto et non solo queste ma anche la strada regia che viene da Bellano a Varena circa 400 braza desolata e streppato totalmente la lastricatura di pietra che per ordine del [p. 206 modifica]Ducato et sue spese si fece quattro anni sono onde almeno per detta parte è neccessario che s’aggiusti con ogni prestezza si come per certo altro poco spazio di strada detto il Mornono et vicino al Vedrignano di sopra in continuatione di detta strada maestra e reale».

Un’altra grave calamità fu quella dell’anno 1636 nel quale un incendio distrusse quasi tutta Varenna, consumando anche, perdita dolorosa, tutto l’archivio parrocchiale.

Note

  1. A. S. M. Giustizia Civile - 460
  2. A. S. M. Fondo famiglia Mornico.
  3. Archivio Parrocchiale di Perledo.
  4. A. S. M. Documenti diplomatici - Busta 374.
  5. Grida del 23 agosto 1651.
  6. A. S. M. Ragguaglio dell’origine e giornali successi della gran peste dall’anno 1632. Tadino Alessandro. Milano.
  7. Archivio parrocchiale di Perledo.