Trattato de' governi/Libro ottavo/IX

Libro ottavo
Capitolo IX:
Condizioni da dovere essere nei cittadini che governino lo stato

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Aristotele - Trattato de' governi
(Politica)
(IV secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Bernardo Segni (XVI secolo)
Libro ottavo
Capitolo IX:
Condizioni da dovere essere nei cittadini che governino lo stato
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[p. 309 modifica]Tre cose debbe avere chi ha ad essere messo nei primi magistrati d’un governo. La prima è l’amore inverso di tale governo; di poi l’autorità grande da potere esercitare le faccende appartenenti a tale magistrato; la terza è virtù, e giustizia conveniente a quel modo di vivere; perchè se la giustizia non è una medesima in ogni stato, egli è però di necessità ch’ella abbia più differenze. Ma egli è dubbio, quando tutte le cose dette non si ritrovano in un cittadino, qualmente s’abbia di loro a fare elezione. Verbigrazia, s’e’ fusse uno atto ad essere capitano d’eserciti, ma di cattivi costumi, e non amico di quello stato, e dall’altro canto se fusse un cittadino buono e dello stato amico, a chi si debbe di loro dare l’amministrazione degli eserciti?

Pare ch’e’ si debba in tale caso avere l’occhio a due cose, cioè, che cosa sia di che più si ritrovi in ogni uomo, e che cosa di che si ritrovi manco. Onde con tale regola si avrà piuttosto in eleggere un capitano d’eserciti a pigliare l’esperienza dell’arte militare, che la bontà, perchè di tale arte son meno quei che ne sanno, che non sono li tenuti buoni comunemente. Il contrario si debbe osservare in eleggere chi guardi li tesori publici, perchè in tal guardia è [p. 310 modifica]bisogno di maggiore bontà, che non è quella che si ritrova in molti, e perchè il saper tenere conti è comunemente saputo da’ più. Dubitasi qui medesimamente, se nelle città sia potenza, e amicizia infra li cittadini, che bisogno ell’abbia di virtù, imperocchè ella potrà fare quello, che le giovi mediante le cose dette, o ella n’avrà di bisogno. Perchè e’ può darsi in uno le due qualità, e ancora se li può dare l’essere incontinente. Onde così come un tale che sa e che s’ama, non ubbidisce a sè stesso, così niente vieta che ciò non possa nella città intervenire.

Assolutamente adunche parlando tutte quelle cose, le quali nelle leggi ho io detto essere utili agli stati, le medesime gli potranno salvare. E un gran principio di conservargli è quello che da me è stato più volte detto; avvertire, cioè, che quella parte de’ cittadini, che ama un governo, sia in quel governo più possente di quella che non l’ama. E oltre a tutte le cose dette, non ci debbe essere nascosto quello che è nascosto a tutti gli stati che trapassano il mezzo, e questa è, che molti ordini che appariscono da stati popolari, sono quei che tali stati rovinano, e molti similmente di quei, che appariscono da stati stretti, son la loro morte.

E quei che stimano tale virtù essere una sola, tirano nello eccesso, non sappiendo che così come il naso, che ha passato la dirittura conveniente dei nasi inverso l’aquilino o il simo è contuttociò ancora bello e ha grazia in aspetto. Che se tal naso dappoi fia maggiormente tirato nel più, da prima ei getterà via la proporzione dei nasi, e finalmente si ridurrà a tale, ch’e’ non parrà che e’ sia più naso per lo eccesso e per il mancamento che egli avrà di cose contrarie a farlo naso. E il medesimo si può dire dell’altre parti del corpo. Una simile cosa adunche interviene negli stati.

Imperocchè e’ si può constituire uno [p. 311 modifica]stato popolare e uno di pochi potenti, che sia comportabile ancora che tali trapassino l’ordine dei retti. Ma se l’uno e l’altro stato sarà ristretto ancora più, dapprima e’ diventerà di peggior sorte, e nell’ultimo non sarà più stato. Laonde non debbe essere ignorato dal legislatore, nè dall’uomo civile quai sieno le cose che conservino e quai sieno quelle che distrugghino il popolare stato, e quai medesimamente sieno quelle che conservino e che corrompino lo stato dei pochi potenti, perchè nè l’un modo di governo, nè l’altro può stare nè senza li ricchi, nè senza il popolo. Ma quando e’ vi si pareggiano le facultà, tra costoro allora è forza che un’altra sorte di governo vi nasca. Onde chi distrugge le leggi, che vogliono l’eccesso, distrugge questi due stati.

Errasi bene nell’uno stato e nell’altro de’ detti. Nel popolare, dico, errono li capi d’esso popolo, in quel, dico, dove il popolo è ancora padrone delle leggi, perchè tali mantengon sempre la città in due parti facendo che il popolo contenda con li ricchi. Ma e’ bisogna fare il contrario, cioè, sempre fare apparire che tu pigli la parte dei ricchi, e negli stati stretti fare apparire che chi governa, la pigli pel popolo. E debbonsi fare i giuramenti al contrario di quei che si fanno dalli pochi potenti, che in certi luoghi s’usa di giurare. Io farò sempre male al popolo e sempre consiglierò male contra di lui. Ma e’ bisogna fingere tutto il contrario, accennando nei giuramenti di non dovere offendere mai il popolo.

Grandissimo ordine di tutti gli altri per conservare gli stati è quello che oggidì è spregiato da chi governa. E tale è instruire li cittadini a vivere secondo quegli. Perchè nessuna utilità v’apporteranno le leggi (avvenga che utilissime e da tutti i legislatori approvatissime sieno), se li cittadini non saranno accostumati e instrutti a vivere nel modo di quel governo; io dico, posto che le leggi sieno popolari, [p. 312 modifica]se e’ non saranno avvezzi a vivere popolarmente, e posto che elle sieno da stati stretti, se e’ non saranno avvezzi a vivere a uso di tali stati; che se egli è vero che la incontinenza si ritrovi in uno solo, ella però si ritrova ancora in una città.

E l’essere instrutto a uno stato non è il fare quelle cose, onde si pigliano piacere i pochi potenti o quai che vogliono i popolari, ma quelle onde tali si possino conservare, cioè questi nello stato stretto e quegli nel largo. Ma oggidì negli stati de’ pochi potenti i figliuoli de’ governatori di tale stato vivono in molte delizie, e i figliuoli de’ cittadini poveri s’esercitano nei giuochi e duran fatica, onde e’ vogliono maggiormente mutare gli stati e possono farlo con più agevolezza.

Negli stati popolari ancora, in quei, dico, che più appariscono tali, vi s’usa il contrario di quello che sarebbe loro utile, e di ciò è cagione la difinizione male fattavi della libertà. Chè due sono li termini principali onde tale stato si difinisce, con la libertà, dico, e con l’esservi padrone la più parte de’ cittadini. Ma il giusto pare che sia pari. E pari è che quello che pare ai più prevaglia, e che libero e pari sia che ogni uomo possa fare ciò che e’ voglia. Onde in simili stati ciascuno può fare ciò ch’e’ vuole e conseguire ciò ch’e’ desidera, siccome dice Euripide. Ma ciò è falso, perchè e’ non si debbe stimare servitù il vivere secondo che richiede un modo di governo, ma debbesi stimare salute. Per quai cagioni adunche naschino le mutazioni e le rovine degli stati, e per quali e’ si conservino e vivino assai, le dette sieno generalmente parlandoabbastanza.