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Trattatello in laude di Dante II


DE ORIGINE, VITA, STUDIIS ET MORIBUS VIRI CLARISSIMI DANTIS ALIGERII FLORENTINI, POETE ILLUSTRIS, ET DE OPERIBUS COMPOSITIS AB EODEM, INCIPIT FELICITER.


Solone, il cui petto uno umano tempio di divina sapienzia fu reputato, e le cui sacratissime leggi sono ancora alli presenti uomini chiara testimonianza dell’antica giustizia, era, secondo che dicono alcuni, spesse volte usato di dire ogni republica, sì come noi, andare e stare sopra due piedi; de’ quali, con matura gravità affermava essere il destro il non lasciare alcuno difetto commesso impunito, e il sinistro ogni ben fatto remunerare; aggiugnendo che qualunque delle due cose già dette per vizio o per nigligenzia si sottraeva, o meno che bene si servava, senza niuno dubbio quella republica che ’l faceva, convenire andare sciancata: e se per isciagura si peccasse in amendue, quasi certissimo avea quella non potere stare in alcun modo.

Mossi adunque più così egregii come antichi popoli da questa laudevole sentenzia e apertissimamente vera, alcuna volta di deità, altra di marmorea statua, e sovente di celebre sepultura, e tal fiata di triunfale arco, e quando di laurea corona secondo i meriti precedenti onoravano i valorosi: le pene, per opposito, a’ colpevoli date non curo di raccontare. Per li quali onori e purgazioni la Assiria, la Macedonica, la Greca e ultimamente la Romana republica aumentate con l’opere le fini della terra, e con la fama toccaron le stelle. Le vestigie de’ quali in così alti esempli non solamente da’ successori presenti, e massimamente da’ miei Fiorentini, sono male seguite, ma intanto s’è disviato da esse che ogni premio di virtù possiede l’ambizione; per che, sì come e io e ciascuno altro che a ciò con occhio ragionevole vuole guardare, non senza grandissima afflizione d’animo possiamo vedere li malvagi e perversi uomini a’ luoghi eccelsi e a’ sommi oficii e guiderdoni elevare, e li buoni scacciare, deprimere e abbassare. Alle quali cose qual fine serbi il giudicio di Dio, coloro il veggiano che il timone governano di questa nave: perciò che noi, più bassa turba, siamo trasportati dal fiotto della Fortuna, ma non della colpa partecipi. E, come che con infinite ingratitudini e dissolute perdonanze apparenti si potessero le predette cose verificare, per meno scoprire li nostri difetti e per pervenire al mio principale intento, una sola mi fia assai avere raccontata (né questa fia poco o picciola), ricordando l’esilio del chiarissimo uomo Dante Alighieri. Il quale, antico cittadino né d’oscuri parenti nato, quanto per vertù e per scienzia e per buone operazioni meritasse, assai il mostrano e mostreranno le cose che da lui fatte appaiono: le quali, se in una republica giusta fossero state operate, niuno dubbio ci è che esse non gli avessero altissimi meriti apparecchiati.

Oh scellerato pensiero, oh disonesta opera, oh miserabile esemplo e di futura ruina manifesto argomento! In luogo di quegli, ingiusta e furiosa dannazione, perpetuo sbandimento, alienazione de’ paterni beni, e, se fare si fosse potuto, maculazione della gloriosissima fama, con false colpe gli fur donate. Delle quali cose le recenti orme della sua fuga e l’ossa nelle altrui terre sepulte e la sparta prole per l’altrui case, alquante ancora ne fanno chiare. Se a tutte l’altre iniquità fiorentine fosse possibile il nascondersi agli occhi di Dio, che veggono tutto, non dovrebbe questa una bastare a provocare sopra sé la sua ira? Certo sì. Chi in contrario sia esaltato, giudico che sia onesto il tacere. Sì che, bene ragguardando, non solamente è il presente mondo del sentiero uscito del primo, del quale di sopra toccai, ma ha del tutto nel contrario vòlti i piedi. Per che assai manifesto appare che, se noi e gli altri che in simile modo vivono, contro la sopra toccata sentenzia di Solone, sanza cadere stiamo in piede, niuna altra cosa essere di ciò cagione, se non che o per lunga usanza la natura delle cose è mutata, come sovente veggiamo avvenire, o è speziale miracolo, nel quale, per li meriti d’alcuno nostro passato, Dio, contra ogni umano avvedimento ne sostiene, o è la sua pazienzia, la quale forse il nostro riconoscimento attende; il quale se a lungo andare non seguirà, niuno dubiti che la sua ira, la quale con lento passo procede alla vendetta, non ci serbi tanto più grave tormento, che appieno supplisca la sua tardità. Ma, perciò che, come che impunite ci paiono le mal fatte cose, quelle non solamente dobbiamo fuggire, ma ancora, bene operando, d’ammendarle ingegnarci; conoscendo io me essere di quella medesima città, avvegna che picciola parte, della quale, considerati li meriti, la nobiltà e la vertù, Dante Alighieri fu grandissima, e per questo, sì come ciascuno altro cittadino, a’ suoi onori sia in solido obligato come che io a tanta cosa non sia sofficiente, nondimeno secondo la mia picciola facultà, quello che essa dovea verso lui magnificamente fare, non avendolo fatto, m’ingegnerò di far io; non con istatua o con egregia sepoltura, delle quali è oggi appo noi spenta l’usanza, né basterebbono a ciò le mie forze, ma con lettere povere a tanta impresa. Di queste ho, e di queste darò, acciò che igualmente, e in tutto e in parte, non si possa dire, fra le nazioni strane, verso cotanto poeta la sua patria essere stata ingrata. E scriverò in istilo assai umile e leggiero, però che più alto nol mi presta lo ’ngegno, e nel nostro fiorentino idioma, acciò che da quello, che egli usò nella maggior parte delle sue opere, non discordi, quelle cose le quali esso di sé onestamente tacette: cioè la nobiltà della sua origine, la vita, gli studii, i costumi; raccogliendo appresso in uno l’opere da lui fatte, nelle quali esso sé sì chiaro ha renduto a’ futuri, che forse non meno tenebre che splendore gli daranno le lettere mie, come che ciò non sia di mio intendimento né di volere; contento sempre, e in questo e in ciascuna altra cosa, da ciascuno più savio, là dove io difettuosamente parlassi, essere corretto. Il che acciò che non avvenga, umilmente priego Colui che lui trasse per sì alta scala a vedersi, come sappiamo, che al presente aiuti e guidi lo ’ngegno mio e la debole mano.