Alcibiade

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Polieno - Stratagemmi (II secolo)
Traduzione dal greco di Lelio Carani (1821)
Alcibiade
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Alcibiade


Volendo Alcibiade far prova di chi veramente gli fosse amico, racchiuse certa immagine d’uomo in luogo oscurissimo,1 ed introducendo ciascuno degli amici suoi glielo mostrava, come se fosse stato morto da lui, pregando loro, che s’ingegnassero, che la cosa stesse segreta, come per loro si poteva più. Tutti gli altri rifiutarono di volere essere partecipi di questa scelleraggine, salvo che Gallia figliuolo d’Ipponico, il quale accettò di condor via l’immagine. In allora Alcibiade palesò di avere ciò fatto per far prova de’ suoi amici: e giudicato Callia un amico fedele, carissimo d’indi in poi se’l tenne.

Costui essendo navigato di notte nelle contrade dei nemici, comandò che i soldati smontassero giù delle navi. Il quale attendendo che si chiarisse il giorno, e [p. 41 modifica]non uscendo fuori altrimenti i nemici, abbruciò le tende, e fatta l’imboscata, quindi navigò altrove. Quei ch’erano dentro nella città veggendo che Alcibiade aveva levate le ancore, e s’era andato via, fatti più animosi, uscirono fuori, e si sparsero dappertutto per lo territorio. Allora la imboscata scopertasi prese di molti uomini, e fece copiosa preda. Ritornò dunque Alcibiade con le navi, e fattivi salire i prigioni con quegli che gli avevano presi; quindi navigò.

Parte che gli Lacedemoni assediavano la città di Atene, volendo Alcibiade far sì, che le sentinelle, non solamente della città, ma del Pireo, e quelle eziandio che erano insino al mar siciliano, fossero più diligenti in far le guardie, ordinò che siccome vedessero alzarsi nella notte una face dalla torre cosi pur esse la dovessero alzare. Laonde chi non l’avesse fatto sarebbe castigato, come s’egli avesse abbandonato il luogo dell’ordinanza militare. A questo modo tutte le sentinelle davano mente alla rocca, affine che alzando il capitano la fece, anch’eglino la potessero innalzare, mostrando ch’essi stavano molto ben desti, e facevano le sentinelle.

Navigando Alcibiade in Sicilia, giunto ch’egli fu a Corfù divise l’esercito, siccome quegli ch’era quasi infinito , in tre parti; acciocchè più agevolmente avessero vittuaglie se chi nell’uno chi nell’altro luogo afferrassero terra presso le città. Ma poiché egli giunse a Catania, e non volendo i Cataniesi che egli pigliasse: posto, mandò loro un'ambasceria, che gli chiedesse licenza, di potervi andar solo, e consigliarsi in comune con essoloro, i quali facilmente glielo concessero [p. 42 modifica]cessero: e perciò correndo tutti alla concione, egli comandò a suoi, che, rotte le porte più deboli delle mura, entrassero dentro per forza. Né mancò d’effetto il suo pensiero, come egli cominciò il suo parlamento, tosto gli Ateniesi presero la città.

Aveva Alcibiade certo cataniese, il quale gli era fidato molto , e già conosciuto in Siracusa. Costui dunque fu spedito da Alcibiade in Siracusa fingendo che fosse mandato da Cataniesi per favellare a loro amici e famigliari, de’ quali egli sapeva il nome. Il quale giunto che fu quivi gli fece a sapere (siccome gli era dettato da Alcibiade) che avendo abbandonato gli Ateniesi i loro alloggiamenti, i Cataniesi se ne stavano disarmati. Che s’eglino pigliassero per tempo gli alloggiamenti degli Ateniesi gli avrebbero potuti opprimere senza difficoltà alcuna, chiusi e disarmati dentro della città. Ciò si credettero i capitani di Siracusa, e comandarono che ciascuno uscisse fuori per la Catania, ed avvicinandosi al fiume Simotoe quivi si accamparono. Ora Alcibiade avendo inteso, come eglino erano venuti con grandissima diligenza, messe in ordine le galee, liberamente navigò a Siracusa, là dove senza alcun divieto rovinò la fortezza loro, che da una parte era svelta.

Levate ch’ebbe l'ancore Alcibiade per partirsi di Sicilia, per conto di andare al giudizio delle statue, e de’ misteri di Mercurio, montò su d’una nave rotonda, e navigo in Lacedemone. Quivi giunto, persuaso che si dovesse mandar tosto il soccorso ai Siracusani, e fortificare Decelia2, altrimenti ch’eglino più non ne ritrarrebbero [p. 43 modifica]trarrebbero nè li prodotti nè le tasse: ma che gl’isolani eziandio se gli vedevano oppugnare, erano per passare ai loro nemici. Fatto questo, gli Ateniesi determinarono, che Alcibiade fosse richiamato dal bando, nel quale egli era allora3.

Apprestava Alcibiade l’esercito contro i Siracusani, là dove era di molta selce e secca fra tutti due gli eserciti. Ora levatosi grandissimo vento, il quale soffiava dalle Spalle agli Ateniesi, e dalla fronte a nemici, acceso il fuoco nella selce, e portato il fumo ed il fuoco negli occhi dei Siracusani, fu cagione che subito si posero in fuga.

Alcibiade fuggendo Tiribazo , nè essendovi più che una sola via, se Alcibiade si fermava, Tiribazo non [p. 44 modifica]veniva seco alle mani, e se fuggiva gli era alle spalle. Onde Alcibiade si fermò di notte; ed avendo molte legna tagliate, dentro vi accese il fuoco, e lasciandole, si diparti. Come agli occhi de’ barbari si scoperse lo splendor del fuoco, essi indubitatamente credettero che i Greci fermati si fossero. Ma avvedutisi poscia dell’inganno, cercando con molto impeto di passare oltre, e trovando la strada dal fuoco impedita, rimasero di seguitarli.

Alcibiade per vietar, che i nemici non potessero fuggirsi nella città, mandò a Cizico Teramene, e Trasibulo con armata di molte navi. Da poi egli si mosse con pochi legni per attaccar la battaglia navale. Onde Mindaro sprezzando quel picciol numero gli uscì all'incontro con maggior copia; ed avvicinandosi, Alcibiade finse di fuggire, in guisa che Mindaro, non altrimenti che vinti gli avesse, pien d’allegrezza li seguitava: ma quando a Teramene, ed a Trasibulo furono vicini, Alcibiade levando il segno, volse le navi contro i nemici. Perchè Mindaro rivolgendosi verso la città, Teramene se gli appresentò innanzi, e lo respinse: rivoltosi a Cleros, come diconsi quelle terre de’ Ciziceni, procurava ivi di mettere il piè a terra, ma quivi eziandio fu impedito di poter discendere dalle genti di Farnabazo. Laonde Alcibiade dandogli la caccia, le navi che combattevano in alto mare, ruppe, e fracassò; e quelle che davano in terra ritirava con alcuni uncini di ferro, fatti a guisa di mani, ed oltreciò quelli che smontavano erano respinti da Farnabazo. Nel fine Mindaro con la sua morte diede ad Alcibiade gloriosissima vittoria.

  1. Un antico romanzo del secolo decimoterzo che porta il titolo il mezzo amico: riporta un fatto presso che simile.
  2. Non i Lacedemoni, come sembra potersi dedurre dal presente racconto di Polieno, ma bensì gli Ateniesi si dettero a fortificare Decelia in tale congiuntura.
  3. Nulla meglio che una scena delle Rane di Aristofane ci può far conoscere le disposizioni del pubblico ateniese a riguardo di Alcibiade. Bacco prende consiglio da Euripide ed Eschilo sul modo di diportarsi secolui. Bacco... Perchè Atene libera da suoi mali, più non pensi che a tranquillarsi, meco verrà chi di voi saprà darmi risposte più giuste e prudenti. Cosa voi dunque pensate primieramente sul conto di Alcibiade, di cui la repubblica querelasi non meno al certo che una donna presa dalli dolori del parto. Eschilo. Come è disposta, prima di tutto, a suo riguardo la repubblica? Ella lo abberre, e nulla meno il desidera qual ente a lei necessario. Che ne dite? Euripide. Odio ogni cittadino tardo a soccorrere la sua patria, e pronto a nuocerle; facondo in ritrovati a se stesso giovevoli, e sterile in consigli per lei. Bacco. Benissimo in vero. E tu? Eschilo. Non bisogna allevare un leone nella città; ma tosto che sia allevato e cresciuto in essa, giustizia vuole di soggiacere alli suoi danni. Bacco. In mia fè, non so decidere chi di voi meglio ragionasse. Furono sagge le parole dell'uno, chiare l’espressioni dell’altro