Storia segreta/Capo XIII

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Procopio di Cesarea - Storia Segreta (VI secolo)
Traduzione dal greco di Giuseppe Compagnoni (1828)
Capo XIII
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Giustiniano

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CAPO XIII.

Pittura di Giustiniano. Nelle fattezze si rassomigliò a Domiziano, rispetto al quale si narra un singolar caso. Ne’ vizii pare aver superato i più tristi, e fatto male egli solo ai Romani più che insieme tutti i cattivi Imperadori da essi avuti sino a lui.

Non sarà, per quello che io penso, fuor di proposito il presentare i lineamenti della figura di quest’uomo. Di statura non fu Giustiniano nè alto troppo, nè troppo [p. 90 modifica]piccolo: non eccedeva la giusta misura. Nè era egli gracile, ma moderatamente pieno di succo, e liscio di faccia, nè senza avvenenza, poichè anche dopo due giorni di digiuno appariva rubicondo. In quanto alla fisonomia, dovendo con parole esprimerla, dirò che rassomigliava assaissimo a Domiziano, figliuolo di Vespasiano, i cui improbi costumi i Romani provarono tanto, che anche dopo che fu messo a pezzi, non estinsero l’odio che gli portavano, poichè per decreto del senato si ordinò, che il nome di Domiziano non rimanesse nelle iscrizioni, nè che si lasciasse in piedi alcuna sua statua. E di fatti nè in Roma, nè altrove si vede alcuna lapida che porti il suo nome, quando in qualche luogo non sia scolpito insieme con quello di altri principi. In quanto poi a statue, in nessun luogo dell’orbe romano se ne trova, fuori d’una in bronzo, eretta nel caso che sono per dire. Avea Domiziano per moglie una donna liberale di modi, ed altronde onestissima, la quale mai non diede molestia ad alcuno, nè danno; nè in veruna maniera avea approvate le scelleratezze del marito. Ben voluta da tutti, chiamata in senato perchè liberamente dicesse che cosa nelle circostanze in cui trovavasi, le piacesse chiedere, si limitò a domandare unicamente che le fosse permesso di dar sepoltura al corpo di Domiziano, e di collocarne ove volesse una sola statua di bronzo. Concedette il senato quella domanda; ed essa per lasciare a’ posteri un monumento della crudeltà di coloro, che aveano messo in pezzi il marito, fece quanto siegue. Raccolti i brani del corpo di Domiziano, ed uniti insieme, quello così fatto intero fece vedere agli [p. 91 modifica]artefici, e loro ordinò che avessero a farne il modello, onde trarne una statua di bronzo. E così gli artefici fecero; poi gittarono la statua, la quale essa collocò presso il clivo capitolino alla destra di chi esce per colà dal Foro; e fino a quest’oggi quella statua rappresenta la figura e fortuna di Domiziano.

Ora in codesta statua può chiaramente riscontrarsi la figura, la fisonomia, e l’aria e i sensi di Giustiniano. Questa è dunque l’esteriore apparenza di lui. Quali poi fossero i suoi costumi, invano tenterei dirlo, dovendo contenermi in termini esatti. Imperciocchè a chi gli si accostava, considerandone in sua mente tutte le iniquità, nè col fatto, nè colle parole presentava alcuna ombra di vero, intanto ch’egli però era bene spesso esposto agl’inganni di tutti. E fu egli infatti uno strano miscuglio di stolto e perverso ingegno. Voglio dire, che verificossi in lui quello che un non so quale de’ Peripatetici una volta asserì, che siccome nella mescolanza de’ colori, così pure nella natura degli uomini succede che trovinsi negli uni e negli altri cose sommamente contrarie. Per iscrivere adunque ciò che assai bene potei riconoscere, fu questo principe dissimulatore del vero a segno, che niuno più di lui riuscì compitissimo artefice sì in coprire le fraudi e gli sdegni segreti, sì nell’astuto operare, e nell’occultare gli affetti dell’animo. Non erano in lui necessarii nè letizia, nè dolore per piangere: avea pronte le lagrime con arte ad ogni opportunità, e secondo che glie ne desse occasione il caso che gli si presentava. Ingannava colle menzogne; e quantunque facesse così sempre, non però mai lo [p. 92 modifica]faceva fortuitamente, ma a scritture firmate, e a fede data con religiosissime parole sopra cose già convenute; e ciò anche co’ sudditi: dai patti, e dai giuramenti recedeva poi come i vilissimi schiavi, i quali almeno spergiurando riduconsi ad osservare i patti per lo spavento di un pronto supplizio. Fu incostante cogli amici, coi nemici inesorabile: sitibondo ardentissimamente d’oro e di sangue: tutto dato alle contese e alle cose nuove: facilissimo alle scelleraggini: incapace d’essere colla persuasione tratto alle cose ottime: acuto in ideare, e fiero in eseguire i delitti: e per fino il nome di cosa onesta era a lui fastidioso. Questi, e parecchi altri vizii ebb’egli oltre quanto comporti la perversità umana, della quale negli altri la natura mette i semi, e in lui parve averla versata tutta; poichè di giunta facilissimamente ascoltò le delazioni, e senza ritegno corse ai gastighi: mai non giudicò a causa conosciuta, ma udito il delatore immantinente proferì la sentenza; e senza pensar più in là scrivendo decretò demolizioni di luoghi, incendii di città, saccheggiamenti di popoli. Ond’è che se alcuno si ponesse a riandare tutti i singoli casi de’ Romani, e volesse confrontarli con quanto egli fece, io porto opinione che troverebbe assai più stragi fatte da Giustiniano, che le commesse da altri in tutto il passato tempo. Contro le mute sostanze dei privati procedeva con avidità precipitosa; nè si diede pensiero di coprire le rapine degli altrui beni con alcun pretesto di legale apparenza. Le quali rapine entrate poi nelle sue casse, non avea in conto veruno, ma con pazza munificenza, e senza titolo alcuno, le profondeva [p. 93 modifica]ai Barbari. E per brevemente conchiudere, nè avea danaro egli, nè permise che ne avessero gli altri: come se non lo appetisse solamente per avarizia, ma ancora per invidia verso coloro che ne aveano. In questa maniera sparite dai dominii de’ Romani le ricchezze, creò la povertà in tutti. Tale era l’indole di Giustiniano, se pure m’è riuscito di esporla con parole.