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Capo X Capo XII

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CAPO XI.

Principii di Giustino: sue singolari avventure; e come pervenisse all’Imperio. Chi fosse sua moglie, e quanto foss’egli ignorante.

Teneva in Costantinopoli l’imperio Leone, quando tre giovinetti nati nell’Illirio, ed usi a lavorare la terra, e furono questi Zimarco, Ditibisto, e Giustino, a cui fu patria Bederina, per togliersi dalla estrema povertà in cui erano, pensarono di darsi alla milizia. Vennero essi a Costantinopoli a piedi, coi saghi sulle spalle, entro i quali nulla fuor che qualche pane per alcun giorno aveano da riporre; e questo era tutto quello che recavan da casa. Messi dall’Imperadore sul ruolo militare, poichè erano di egregio aspetto, furono scelti per servir nella guardia del monarca. Venuto poi all’imperio Anastasio egli spedì contro gl’Isaurii, i quali si erano messi in armi, un floridissimo esercito, datone il comando a Giovanni Gibbo. Questi fece metter prigione Giustino, fattosi reo di capitale delitto; e dovea di lì a due giorni perder la testa, quando, siccome Giovanni stesso era solito a raccontare, questi ne venne ritenuto [p. 80 modifica]per essergli sembrato di vedere in sogno uno, che per l’altezza, e l’aspetto della persona avea alcunchè di più prestante dell’uomo, il quale gli ordinò che facesse mettere in libertà quello, che il dì innanzi avea fatto carcerare. Risvegliato egli non fece gran caso di ciò che veduto avea sognando. Nella notte susseguente, dormendo ancora, vide ed udì le stesse cose; e parimenti le trascurò. Ma nella terza da quella stessa figura con atroci minacce gli fu replicato l’ordine: chè di costui, e de’ suoi parenti, disse essa, io avrò bisogno, quando fia che salga in ira. E questa fu la ragione, per la quale Giustino scampò dalla morte.

Coll’andare del tempo Giustino salì a gran potenza, fatto prefetto de’ soldati pretoriani dall’imperadore Anastasio: morto il quale, coll’appoggio di quella prefettura ebbe l’Imperio, quantunque vecchio senza un capello, e quello che presso i Romani non erasi dianzi veduto, così ignorante di lettere, e come dicesi analfabeto, che mentre l’Imperadore suole scrivere le sole iniziali del suo nome sulle carte, quando comanda quello che dee farsi, egli nè comandare, nè comprender sapea ciò che fosse da comandare, o da fare: perciò lasciava che Proclo, il quale l’officio esercitava del questore, e gli sedeva accanto, facesse tutto siccome piacevagli. Ma perchè alcun segno della mano dell’Imperatore potesse sussistere, il magistrato, a cui spettava quest’officio, immaginò il seguente ripiego. Fece incidere sopra una tavoletta di legno ben liscia la forma di quattro lettere, che potessero leggersi latinamente, e quella sovrapposta alla carta che volevasi firmata dall’Imperadore, a [p. 81 modifica]lui davasi in mano la penna intinta del colore, con cui gl’Imperadori usano scrivere, e altri la mano tenendogli quella penna aggirava per le forme di quelle quattro lettere, cioè per le singole incisioni della tavoletta; e di questa maniera ottenuta dall’Imperadore la firma se ne andava. Questo era l’Imperadore che i Romani avevano nella persona di Giustino. La moglie di lui, la quale avea nome Lupicina, era stata serva e barbara, e di lui, che l’avea comperata, concubina, la quale sino alla morte gli fu compagna nell’Imperio. Giustino non potè fare a’ suoi sudditi nè male nè bene, essendo uomo d’insigne stolidità unita ad infanzia somma, e a somma rozzezza. Ma ben fu a’ Romani autore di tanti e tanto gravi mali, quanti ne’ passati tempi non si erano uditi mai, per cagione di Giustiniano, figliuolo di una sua sorella, giovine ancora di età, e maneggiatore di tutti gli affari dello Stato.