Storia delle scienze agrarie/II/VIII

Volume secondo
Il ciclo del riso nel poema di un aristocratico veronese

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Volume secondo
Il ciclo del riso nel poema di un aristocratico veronese
II - VII II - IX
Il frontespizio della prima edizione del poema di Spolverini, dedicato a Filippo di Spagna in omaggio alla consorte, Elisabetta Farnese
Rivista I tempi della terra

All’apice della poesia didascalica del Settecento

A compimento dello schizzo che abbiamo tratteggiato della poesia agreste del Settecento soffermiamo l'attenzione su un’ultima composizione, La coltivazione del riso del marchese veronese Giovanbattista Spolverini: stampata per la prima volta a Verona nel 1758 in splendida veste adorna di preziose incisioni, conosce un considerevole successo, che si traduce in dodici successive ristampe, una tra le quali vede la luce a Padova, nel 1810, preceduta dalla dissertazione di Pindemonte in cui abbiamo riconosciuto l'enunciazione dei motivi ispiratori della poesia rustica del secolo.

Tra le opere analoghe deve riconoscersi a quella di Spolverini un indiscutibile primato formale: alla stesura l'autore, capitano del lago di Garda, controllore, cioè, dei dazi nei comuni tra le rive del Benaco, dedica lunghi anni, assillato da dubbi e ripensamenti che assumono l’insistenza dell'ossessione, inducendolo alle innumerabili manipolazioni che registra, con cura religiosa, l'edizione critica padovana.

La politezza formale non nasconde, peraltro, la sostanziale futilità del contenuto agronomico, che l'autore diluisce in un'esposizione prolissa e ripetitiva, dedicando pagine interminabili a cognizioni che avrebbe potuto esprimere mediante locuzioni assai più sobrie e concise. Le stesse pratiche di coltivazione del riso, un tema in sé non privo di interesse, oltre a disperdersi nel ridondante ordito mitologico, si riducono a un novero di prescrizioni sostanzialmente scontate, ripetendo oltre i limiti della noia nozioni cento volte illustrate dagli scrittori rustici. Nella propria sinteticità, il paragrafo che al al riso ha dedicato Agostino Gallo ha proposto un quadro assai più penetrante di una coltura nella quale l'Italia conquisterà un indiscusso primato europeo.

Il poema è diviso in quattro libri. Il primo è dedicato alla scelta del terreno e a quella dell'acqua, i due elementi essenziali della coltura, due temi che offrono all'autore l'occasione per dotte divagazioni negli orizzonti dello scibile agronomico, dalla tipologia dei suoli alla disposizione degli appezzamenti del podere, dal tracciamento dei fossi di scolo alle precauzioni contro i cattivi vicini.

Ragioni della rotazione ed economia dell’acqua

In un contesto di argomenti tanto eterogeneo, tre temi, pure tra loro lontani, propongono qualche ragione di interesse. Il primo è identificabile nei versi in cui, imitando gli endecasillabi di Virgilio sulla rotazione, Spolverini suggerisce il ruolo del riso nella successione delle colture:


«Ove il Riso pur dianzi ebbe sua stanza
Ben colta e grata, ivi, pria rotto il campo,
L'abbia a nuova stagione il ruvid'orzo,
O qualch'altra sementa al Marzo amica.
Ove questi di poi segati, o svelti
Sotto 'l Cancro, o 'l Leon sgombraro il seggio,
Ivi tosto nel suol volto e rivolto
Il frumento sottentri al prossim'anno,
Perchè ceda esso ancor, o s'altro piace,
Loco, la terza Primavera, al Riso.»

Il secondo è costituito dalla descrizione degli strumenti impiegati dall'agrimensore nel tracciamento dei fossi che condurranno l'acqua alla risaia. Realizzando in versi, non privi di piacevolezza, l'illustrazione di apparecchi tanto complessi, Spolverini offre una prova eloquente di virtuosismo letterario:


«Chi librar l'archipenzolo, o lo squadro
Ama, e piombarlo sovrapposto a riga;
Chi due pensili ampolle a un segno colme
Chi cristallin cavo cilindro, ov'erri
Sottil, chiusa in liquor, aerea bolla,
Nel cui mezzo s'avvien che immobil giaccia,
D'orizzontal perfetta linea è segno.
Ma più in uso è a' dì nostri, e in maggior pregio
Prender lunga due piè siringa, o canna
Di bronzo, o ferro, o d'oricalco, o d'altro
Non dissimil metallo: in capo ad ambe
Le sue ben chiuse estremità, traverse
Posan due cune, o conche anguste e lunghe,
Di bassissimo labbro, a cui frapposto
Fuor esce col medesimo intervallo
Altro d'orlo simìl tondo spiraglio.
In queste, che a piacer move, ed agguaglia
Con branche stese obliquamente in alto
Chioccioletta di terso acciajo fino,
O a bischero volgente attorto spago,
Tanto instillar per lo spiraglio istesso
Si dee liquor, ch'ambe pareggi, e colmi.»

È il corredo di livelle, costruite sul principio della bolla o su quello del filo a piombo, che gli agrimensori lombardi impiegano nella realizzazione delle opere idrauliche che stanno trasformando il volto della pianura transpadana, convertendola nel giardino della foraggicoltura irrigua che rappresenterà oggetto di incondizionata ammirazione per gli agronomi dell’intera Europa. Confrontandole con quelle descritte, sei secoli prima, da Al ‘Awwâm, rileviamo l'unica differenza sostanziale nella perfezione della bolla ad acqua, creatura caratteristica della tecnologia vetraria del Settecento. Al di là delle differenze della strumentazione, tra le maggiori tradizioni irrigue della storia agraria dell'Occidente diversità più significative possono rilevarsi nelle soluzioni ingegneristiche: procedendo nella nostra indagine dovremo soffermarci sugli elementi geometrici e idraulici delle caratteristiche sistemazioni agrarie lombarde, la marcita, e, appunto, la risaia, oggetto di orgogliosa descrizione da parte degli agronomi milanesi della seconda metà del secolo.

L'ultimo argomento affrontato nel primo libro è l'economia forestale. È tema estraneo alla coltura del riso, destinato ad occupare un ruolo preminente nel dibattito agronomico della seconda metà del secolo: il suo esame negli anni in cui l'autore veronese verga i propri versi costituisce prova di considerevole antiveggenza. Spolverini lo affronta esaminando i rapporti tra rivestimento forestale delle aree montane e sicurezza delle pianure dai disordini idraulici. La pressante richiesta di legnami da parte degli arsenali della Serenissima e la fame di terra dei contadini, gli impulsi che sospingono gli arativi ad altitudini sempre maggiori, hanno innescato processi di degrado idrogeologico che procedono ad un ritmo di controllo sempre più difficoltoso. Facendo eco ai primi allarmi degli uomini di scienza e dei responsabili di governo, Spolverini proclama che è nella distruzione dei boschi e nella contrazione dei pascoli che deve ricercarsi la prima causa della frequenza crescente delle alluvioni che dilagano nelle pianure italiane:


«Poco spazio o terren resta a gli armenti,
E già, toltosi il più, gli ultimi avanzi
L'aratro vincitor de' paschi agogna:
Nè tra brevi ristretto erbose macchie,
Al bifolco il pastor ragion contende.
Ma (quel che ignoto esser un tempo, o strano
Solea) de' gioghi a le più eccelse cime
Co' vomeri per fin s'è giunto: e dove
Con mirabil lavor Natura cinse
D'altissime foreste e boschi annosi
(Insuperabil siepe) i monti e l'alpi,
Per difender i colti aperti piani,
E 'l difetto adempir di travi e legna;
Dove mille e mill'altr'erbe, e radici,
Di sapor, di virtù, d'aspetto varie,
E di fere e d'augei popolo immenso
Ripose ed annidò, per vitto ed agio
Nostro e piacer e vestimento ed uso:
L'uom solo (o sempre al proprio danno, e sempre
Contro 'l vero util suo disposto e pronto
Umano ingegno!) l'uomo solo, o sia
Di novità piacer, o ingorda brama,
O mal nato del core impeto, il vecchio
Costume, e 'l natural ordin sconvolto,
Non con le scuri solo, o con le faci
Via s'aprì colà su (di rischi e affanni
Nulla curando) a desolarne i vasti
Selvosi tratti, e i smisurati dorsi
Di cenere a coprir, con onta, e atroce
Ira e dolor de la gran Madre Idéa;
Ma con la stiva inoltre, e con la grave
Mole de' tardi buoi, con vanghe, e zappe...»

Fedele ai canoni classici, enunciati in termini naturalistici rapporti tra manti forestali e regime dei corsi d'acqua, il poeta veronese li trasfonde in leggenda, immaginando che dei disboscamenti perpetrati dagli uomini per estendere i seminativi sacri a Cerere, dea delle messi, Diana, dea delle foreste, si lamenti al padre Giove. Commosso dalla supplica della figlia, il signore dell’Olimpo dirige sulle terre dissodate la fiumana delle acque. Nell'evocazione della furia degli elementi riconosciamo, trascritta non senza vigore poetico, l'immagine della tempesta di Virgilio: è una delle pagine più efficaci dell'opera del marchese veronese:


«E da quel dì tolto ogni freno, dove
Lor fu aperta la via, rapidamente
Sospinti da la Dea, scesero al piano,
Venti, turbini, e nembi, onusti i vanni
Di grandini e procelle alto sonanti,
Miste a folgori e tuoni (ché contrasto
Non trovàr più ne le recise braccia
De gli atterrati frassini, de i vasti
Divelti abeti, de i già tronchi faggi,
De gli aceri, de gli orni) a versar quanti
Pon volando rapir da gorghi, e stagni
L'ampie nubi, e dal mar diluvj d'acque,
A inondar le campagne, a render vane
De' pii cultori le speranze e l'opre;

…………………………………...

Lavori colturali nelle grandi aziende padane

Nel secondo libro Spolverini propone una curiosa ipotesi sull'introduzione del riso in Europa, proclamandone artefici gli Spagnoli, una supposizione che trova spiegazione solo nel desiderio del poeta di compiacere Elisabetta Farnese, consorte di Filippo V, cui dedica il poema. L'autore veronese esamina, successivamente, le fasi della coltura, che ha inizio con una serie di tre arature e un'accurata concimazione: un'operazione che gli offre l'occasione per ripetere la precettistica della tradizione classica per la valutazione e l'impiego dei differenti concimi.

Un certo interesse riveste la descrizione delle arature, affidate a una molteplicità di attiragli, parte di proprietà dell'azienda, parte di terzi che offrono a giornata il proprio lavoro e quello dei propri animali: un'immagine che suggerisce lo scenario della grande proprietà nobiliare, condotta direttamente o concessa a un affittuario provveduto di mezzi e capitali. Per il costo degli apprestamenti agronomici e per la complessità delle operazioni colturali è nella grande azienda che il riso trova, fino dall’introduzione nella Valle Padana, l’ambiente di elezione:

«... Innanzi a tutti
Vadan pure a segnar la prima traccia
Quei che soggetti a te meno gelosi
Son de' bovi non suoi, ben fondo e largo
A' seguaci stranier segnando il taglio,
E dando al lavor norma, e al passo legge.
Sien distanti così, che senza urtarsi,
O tardarsi tra via, scambievolmente
L'un porga a l'altro, gareggiando, esempio.»

Terminata l'aratura, le zolle alzate dal vomere saranno sminuzzate da operai muniti di badile, che ridurranno le asperità e colmeranno le concavità fino al perfetto livellamento del terreno. Immessa l'acqua nel campo, la risaia sarà pronta per la semina, un'operazione che verrà compiuta a mano, con l'antico movimento del braccio, un gesto misurato e regolare che il poeta veronese descrive con colorita incisività:


«Lieto allora e sicuro, i fianchi sempre
Contro il Sol vôlti, d'ambo i lati sparga
Destro e sinistro ben disteso il grano,
Raro, sommesso, egual, tal che cadendo
Segni ne l'acqua due bellissim'archi,
Come in tela pittor, anzi due ciglia,
Sì partiti fra loro, e aggiunti in guisa,
Che il dorso, il seno, e che ciascun de' fianchi
Senza vuoto lasciar, senza intrecciarsi,
L'un ne l'altro non penetri, e sol tanto
Con scambievole amor sia tocco, e tocchi.»


Spolverini 2 Un soprastante dal volto iracondo, come suggerisce il patrizio veronese, corregge gli errori delle mondariso, che l'incisore immagina tanto propriamente vestite quanto mai una povera contadina si abbigliò per il faticoso lavoro nel fango della risaia. Biblioteca Nuova terra antica.
Biblioteca Nuova terra antica

Oltre all'efficacia figurativa, il passo fornisce la testimonianza che nelle campagne italiane, la prassi invalsa nel Settecento è quella della semina in campo, una procedura che si distingue dalla consuetudine dei paesi d'origine, dove il riso è tradizionalmente seminato in semenzaio e trapiantato sul campo al sopraggiungere delle piogge annuali. Nella composita mescolanza di precetti per la cura della risaia nelle prime fasi della crescita raccolti nella seconda parte del libro, propone una pratica curiosa il consiglio di togliere e ricondurre l'acqua nella risaia che sia stata colpita da una grandinata: la ragione dell'operazione consisterebbe, secondo l'autore veronese, nella necessità di liberare il campo dal «pestifer velen, che seco apporta» la grandine, e che permarrebbe nell'acqua della risaia se non venisse rinnovata.

L’estate e l’autunno: dalle mondature al raccolto

Il terzo libro illustra le cure della risaia durante l'estate: tra le operazioni volte ad assicurare alla coltura la luce e il calore necessari al rigoglio esercita un ruolo essenziale la mondatura, il più oneroso di tutti i lavori della risaia, tradizionalmente affidato a squadre di giovani donne. La mondatura è operazione delicata, che impone cura e attenzione: più di una, infatti, delle erbe infestanti che popolano il seminato assomiglia in modo ingannevole agli steli del riso:


«D'ogni parte ora mai spunta, e s'innalza
L'altier volgo ribelle, e insidioso
Sì mentisce talor l'aspetto, i panni,
La statura, il colar, che l'occhio stesso
Del più accorto villan lo scerne a pena.»

La delicatezza dell'operazione impone che la squadra delle mondatrici sia condotta da operai esperti, che conoscano bene ogni erba e assicurino la diligenza dell'operazione. Il proprietario dovrà, quindi:

«Sceglier ad ogni squadra il proprio duce,
Grave più di pensier che d'anni, instrutto
In tal ufficio per lung'uso, esperto
A schierarle sul campo, ed a ciascuna
Com partire il lavor, l'ordin, lo spazio.
Da lui pendano tutte, abbian da lui
De l'aspettar, del volgersi, del farsi
In più file od in men, più lunghe o corte,
Più ristrette o più rare, invito e cenno.
Ei le segua da tergo, e attento imprima
Con scalzo piè le sue ne le lor orme:
E ben lungo vincastro avendo in mano,
A ciascuna il suo fallo additi e mostri.»

Sulla severità che i preposti dovranno usare con le mondine il marchese veronese insiste con astiosa pedanteria, profondendo verso le giovani contadine una patrizia alterigia che si colora di toni patetici quando proclama la propria invidia per i risicultori del lontano Oriente, che affiderebbero l'operazione, secondo le notizie di un ignoto viaggiatore, ad anitre ammaestrate, tanto più disciplinate delle giovani mondine. Mai, insiste il nobiluomo veronese, il sorvegliante

«Per qualunque cagion l'occhio distorni;
Nè lungo tratto vagabonde e sparse
Andar le lasci, o in lor balìa gran tempo
Restar: chè se potessero per sorte
Incustodite ravvisarsi e sole,
Non ragione o dover, non la perduta
Mercè, compiuto il dì, non le compagne
Varrian punto a frenarle...
………………………………..
………………….O fortunati
Eoi coltivator, (se menzognera
Non è in tutto la fama) usi cotesta
Opra d'imporre a numeroso stuolo
D'anitre industri, e in tal lavoro instrutte!
Le quai senza posar, senza ristarsi
Pur un momento, o raggirarsi indarno,
O investigando calpestar, al primo
Fischio di lui che le governa, tosto
Da' carceri natanti escono, e ingorde,
Qual ordinato esercito veloce,
Si distendon ne' campi, ove confuso
Fra'germogli stranier cresce e s'innalza
Il riso trapiantato in lunghi solchi.»

Non potremmo immaginare espressione più petulante il disprezzo con cui i possidenti patrizi hanno guardato per secoli i contadini piegati sulle proprie terre, elemento peculiare della cultura aristocratica che ha avuto il banditore più solerte in Vincenzo Tanara, della quale il marchese veronese è interprete autorevole. Un disprezzo cui si contrappone, possiamo notare, la paternale condiscendenza che abbiamo riscontrato nella letteratura agronomica rivolta ai piccoli possidenti borghesi da Falcone a Baruffaldi, nei cui versi l'attrazione tra garzoni e villanelle, lungi da costituire minaccia di distrazione dal lavoro, rappresenta, sotto il controllo bonario di un operaio anziano, lo stimolo per rendere più solerte il lavoro. Sul piano agronomico possiamo rilevare, peraltro, un elemento di interesse nell'ultimo verso trascritto: descrivendo campi in cui il riso è «trapiantato in lunghi solchi» Spolverini testimonia la conoscenza del diverso uso seguito per l’impianto della coltura nei paesi orientali. Una consapevolezza che induce a ritenere che l'opzione per la semina diretta costituisca, per i risicoltori italiani, frutto di consapevole scelta agronomica.

Nel corso della stagione di crescita la mondatura dovrà essere eseguita due volte, la prima in maggio, la seconda in luglio. In corrispondenza alla loro esecuzione più di un agricoltore, nota Spolverini, usa effettuare una concimazione: una pratica che l'autore veronese reputa errata, ritenendo più razionale la somministrazione del concime, in unica soluzione, prima della semina. Al termine della mondatura, ricorda infine Spolverini, dovrà essere riimmessa l'acqua, che è stata tolta per l'esecuzione del lavoro.

È ottemperando ai moduli classici che il poeta veronese fa coincidere all'apparire di un segno zodiacale, la corona d'Arianna, la scadenza della mietitura. E ricalcando un motivo tradizionale della poesia georgica illustra i preparativi della messe come lo schieramento di un esercito per la giornata campale: il proprietario duce orgoglioso circondato dai capitani preposti alle singole schiere. Dopo l'immagine retorica, percepiamo la vibrazione di una nota più genuina di vita campestre nell'enumerazione delle diverse specie di uccelli che all'avanzare del lavoro si levano in volo dai campi biondeggianti: il «fugace rapido beccaccin dal lungo rostro», il «farciglion di purpuree macchie pinto», l’«acceggia de le brine apportatrice», una «coppia errante di smarriti german», le quaglie e le gallinelle d'acqua. Raccolto il riso, la messe sarà condotta sull'aia per essere battuta: un'operazione che le dimensioni delle aziende che praticano la coltura suggeriscono di svolgere mediante cavalli piuttosto che con i correggiati. È ancora con versi immaginosi e altisonanti che Spolverini descrive l'operazione:


«Questi accoppi fra lor, quei volga in giro
Le animose cavalle, e i lunghi intorti
Lievi capestri a la sinistra avvolti,
Con la destra le punga, e al corso inciti
Bel veder le feroci a pajo a pajo
Pria salir l’alte biche, e somiglianti
A' festosi delfin, quando ondeggiante
Per vicina tempesta il mar s'imbruna,
...........................................................
E smagliando ogni fascio, e sminuzzando
Col cavo piede le già tronche cime,
In breve ora cangiar l’erto spigoso
Clivo, d'inutil paglie, e reste infrante,
E di sepolto grano in umil letto.»

Spolverini 3 L'elegante incisione che illustra la conclusione delle coltura: le cariossidi del riso sono staccate dalla spiga e dalle glume esterne mediante il calpestamento di un branco di cavalle. Biblioteca
Biblioteca Nuova terra antica


Dopo la trebbiatura, per poter essere conservato il riso dovrà venire essiccato e purgato di ogni seme estraneo. A tal fine sarà sottoposto ad una serie di ventilazioni e mondature: disteso al sole sarà ripetutamente rivoltato tramite appositi rastrelli, che distaccheranno, per sfregamento, dalla cariosside le ariste, sarà poi gettato in aria per essere liberato dalle glume. Al termine del lungo lavoro potrà essere diviso secondo i diversi impieghi cui sia destinato:


«Rimondato in tal guisa e già ridotto
A miglior stato il grano, altro non resta
Che purgarlo col vaglio, indi ben raro
Novamente, qual pria, stenderlo al Sole
Dove si lasci più o meno, quale
L'uso chiede o 'l mestier, cui si destina.
Quel che scegli in sementa al prossim’anno,
(E sia pure il più bel, più mondo e grave)
Sol si rasciughi, e si riduca a tale,
Che illeso si conservi in chiuso loco.
Quel che serbi a scorzar, sia ben asciutto,
Non però troppo; ch'egualmente nuoce
Ogni eccesso del par d'umido o secco.»

La parte del raccolto destinata al consumo, prima di giungere alle tavole apparecchiate dovrà soggiacere ad un'ulteriore serie di lavorazioni, la sbramatura e la brillatura, per la cui esecuzione durante la storia millenaria della coltura è stato apprestato un complesso novero di apparecchi. Con sintetica precisione Spolverini descrive quelli più comuni nelle campagne padane del suo tempo


«Or poi ch'entro il granajo abbia riposta
Sua ricolta il villan, pensi che al fine
De la corteccia di nudarla è tempo.
Molt'ingegni a quest'uso inventò l'arte.
Altri a brillar la pone in fra due mole,
Nel cui superior ciottolo inserto
Sughero i grani rigirando spoglia:
Altri a percosse d'appuntato pillo
Dolcemente gli sguscia entro un mortajo:
Altri per fin fra molte usanze ha questa
(Come l'Italia mia) ch'uomo, o giumento,
O chiusa onda corrente in doccia o in fiume
Faccia intorno girar dentata ruota.
Essa volgendo con perpetuo turbo
L'agile perno, sovra cui si libra,
Tante ne l'asse suo ben confitt'ali
Trae seco e gira in lung'ordine obliquo,
Quante sono le facce in ch'ei si parte.
Ma ciascuna de l'ali a mano a mano
Con l'alterno salir passando innalza
Quadro pestello incontro ad essa eretto,
Grave, lungo otto piè, di pomo, o sorbo,
O corbezzolo, o quercia, o simil legno,
Del cillenio talar guernito anch'esso.
Questo alzato fin là, dove si stacca
La sua da l'ala del volubil asse,
Tosto piomba col piè di punte armato
Entro cavo soggetto oval macigno,
In cui chiudesi il grano a' colpi esposto,
Che ordinati ed alterni a poco a poco
Dispogliando lo van de la sua scorza.»