Storia delle arti del disegno presso gli antichi (vol. I)/Libro primo - Capo III

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C a p o   III


Influenza del clima... sulla figura del corpo umano... come su gli organi della voce - Tratti del volto particolari alle varie nazioni... che scorgonsi nel disegno de' loro artisti — Figura degli Egizj... de’ Greci... e degl’Italiani - Tratti della bellezza in un clima caldo... e principalmente presso i Greci — Influenza del clima sullo spirito... de’ popoli sì orientali... che greci — Influenza del governo... dell’educazione e dei costumi — Disposizione de’ popoli settentrionali per le Arti del Disegno.

Influenza del clima.. Nel ricercare l’origine e ’l progresso delle arti non deve omettersi l’influenza che su di esse può avere il clima, cotanto vario presso i differenti popoli che le coltivarono un tempo, e le coltivano tuttora. Per influenza del clima intendo l’effetto che la situazione de’ diversi paesi, la diversa temperatura dell’aria, e ’l nutrimento istesso producono sulla forma esteriore degli abitanti, e ben anche sul loro spirito. Il clima, dice Polibio, decide de’ costumi d’un popolo, e del suo esteriore portamento, come del suo colore1.

.. sulla figura del corpo umano... §. 1. Per ciò che risguarda la figura esterna basta aver occhi per veder, a così dire, effigiata sul viso degli abitanti l’anima e ’l carattere d’una nazione. La natura, siccome ha [p. 44 modifica]separati l’un dall’altro i gran regni per mezzo di alte montagne ed ampj fiumi e mari, così ne ha distinti gli abitanti colla differenza di tratti particolari; e nelle regioni molto tra di loro discoste scorgesi una diversità non solo nelle varie parti del corpo, ma anche nell’intera configurazione, e nella grandezza della statura medesima. Paragoninsi i Lapponi pigmei ai Patagoni, che se pur non fono giganti, siccome alcuni asserirono2, sono però generalmente eguali ai più alti uomini delle altre nazioni. Le bestie istesse al par degli uomini differiscono nella loro specie secondo la natura del suolo, ed alcuni osservarono esservi nello stesso paese qualche analogia tra ’l carattere loro, e quello degli abitatori3.

... come su gli organi della voce ... §. 2. Le fisonomie sono differenti, quanto i linguaggi e la voce, dialetti, la varietà de’ quali proviene dagli organi medesimi della parola: così, a cagion d’esempio, ne’ paesi freddi i nervi della lingua sono men molli e flessibili che nelle regioni calde; possiamo con questo render ragione perchè negli alfabeti d’alcuni popoli p. e. de’ Cinesi, de’ Giapponesi, de’ Groenlandesi, e d’alcune nazioni d’America mancano alcune lettere che noi abbiamo4, mentre altre ve ne sono che a noi mancano. Forse da ciò pur nasce che le lingue del Nord hanno tanti monosillabi, e le loro parole sono un accozzamento di poche vocali e di molte consonanti, onde il pronunciarle, se non impossibile affatto, almeno di somma difficoltà riesce alle altre nazioni. A questa diversità nella tessitura e nella conformazione degli organi della voce attribuisce un chiaro Scrittore la differenza che scorgesi ne’ varj dialetti dell’Italia5; e i Lombardi, secondo lui, perchè sono nella regione più fredda, hanno aspra pronunzia, e raccorcian le voci; i Toscani e i Romani situati in clima più dolce l’hanno più [p. 45 modifica]surata e armoniosa; e i Napolitani, che vivono sotto un cielo più caldo ancora, parlano a piena bocca, e tutte distintamente proferiscono le vocali6.

Tratti del volto particolari alle varie nazioni... §. 3. Or questa differenza, che si scorge prodotta dal clima negli organi della voce, si ravvisa pure ne’ tratti del voilto. Chiunque ha avuta occasione di conoscere varj popoli, sa con certezza distinguerli non meno dai loro tratti che dal linguaggio loro; e questi tratti nazionali ne’ figli eziandio si serbano e ne’ nipoti, sebbene in paesi stranieri se ne siano da lungo tempo trasportate le famiglie. Basta esaminare la nazione ebraica per averne una prova7.

§. 4. Dalla pronta formazione e precoce pubertà degli abitatori de’ paesi caldi agevolmente s’inserisce quanto ivi operosa sia la natura in perfezionare e compiere i due sessi. Di ciò anche a primo sguardo s’avvede un viaggiatore pel fuoco che brilla nei vivaci loro occhi, che sono ivi d’ordinario più bruni o neri che ne’ climi freddi, ed annunziano in qualche modo l’eccellenza dell’umano meccanismo. Questa differenza scorgesi pur ne’ capelli e ne’ peli della barba, che ne’ paesi caldi sono d’una miglior cresciuta, cosicchè la maggior parte de’ fanciulli in Italia nasce con bei capelli ricci, i quali non di rado loro si mantengono, e van crescendo anche in un’età provetta. Crespe pur sovente vi sono le barbe, folte e bea piantate, laddove quelle de’ pellegrini che vengono a Roma d’oltremonti, sono ispide, distese, rare, e [p. 46 modifica]appuntate, cosicchè difficil cosa sarebbe il trovare fra costoro una di quelle barbe che scorgiamo nelle teste de’ filosofi greci. Avean pur fatta questa osservazione gli antichi scultori, che nel rappresentare i Galli e i Celti, facean loro stesa la chioma, come ne fanno fede varj antichi monumenti, e particolarmente due statue sedenti di prigionieri di guerra di quella nazione, esistenti nella villa Albani. Se ne veggano le qui annesse figure (Tavv. II. e III.)8. E’ però da osservarsi suò proposito de’ capelli, che sebbene vi siano più biondi ne' paesi freddi che ne’ caldi, pur il crin biondo anche in questi è frequente, e v’ha negli uni e negli altri di belle donne dalla bionda chioma; colla differenza però che in quelle il biondo tende più al bianco, il che dà alla fisonomia un’aria fredda ed insipida9.

... che scorgonsi nel disegno de’ loro artisti. §. 5. Siccome l’uomo è stato in ogni tempo il principale oggetto dell'arte e degli artisti, così quelli in ogni paese hanno data alle loro figure una non so qual fisonomia o aria nazionale; e ne rimarrà convinto chiunque osservi la differenza che passa fra gli antichi monumenti dell’arte, e le produzioni de’ moderni. Gli artisti tedeschi, olandesi, francesi, quando non siano mai usciti dalle natie loro contrade, si riconoscono nelle opere loro, come i Cinesi, i Giapponesi, e i Tartari. Rubens medesimo, comechè molti anni abbia soggiornato in Italia, pur ha disegnate le sue figure in maniera, [p. 47 modifica]come se non avesse mai messo piede fuori della Fiandra sua patria. Potrei addurre a questo proposito molti altri esempi.

Figura degli Egizj ... §. 6. Se ciò fosse vero, dirà taluno, gli Egizj aver dovrebbono ancora oggidì la forma del corpo, e la fisonomia che vedesi nelle loro antiche statue; ma ne sono ben lontani, essendo essi per la maggior parte corpacciuti e grassi, quali ci vengono descritti da Dapper10 gli abitanti dei Cairo11. Da questo però non si deve argomentare, che alle figure egiziane non dessero gli artisti un carattere nazionale. Sebbene anche qualche antico scrittore12 ci parli degli Egizj come d’uomini ben panciuti, pur dai monumenti deggiam inferire che tali veramente non fossero. È vero, che il clima è lo stesso [p. 48 modifica]ancora, ma sono ben avvenuti de’ grandi cangiamenti e nel suolo e negli abitanti di quel paese13. Sono gli Egizj d’oggidì una nazione nuova, la quale ha colà apportato il linguaggio natio, ed ha una religione, un governo, e de’ costumi interamente opposti alle antiche usanze; le quali cose bastano a rendere ragione, perchè più non sia, qual’era una volta, la corporatura degli Egizj. L’immensa popolazione dell’antico Egitto rendea que’ popoli laboriosi e temperanti: la principale occupazion loro era l’agricoltura 14, occupazione faticosa: i loro cibi più in frutta che in carni consistevano 15; e quindi sì tondi e grassi non potean essere i corpi loro16. Ma i moderni Egizj marciscono nell’ozio, e solo contenti di vivere son nimici d’ogni lavoro, e quindi sì corpacciuti divengono.

...de’Greci ... §. 7. Può quella medefima osservazione applicarli ai Greci moderni, imperocché oltre l’essersi il loro sangue per [p. 49 modifica]molti secoli frammisto a quello delle varie nazioni che successivamente li soggiogarono, ognuno ben comprende che l’attuale loro situazione, i loro costumi, la lor maniera di pensare e d’esistere denno aver molto influito sulla loro esterna figura. Malgrado però tutte queste circostanze i Greci, a concorde testimonianza de’ viaggiatori, fono ancora oggidì rinomati per la bellezza; e quanto più al greco cielo s’avvicina, tanto più di maestà, di grazia, di venustà sembra metter la natura nell’umana specie.

...e degl'Italiani. §. 8. Sogliono per questo principio trovarli nelle belle contrade d’Italia ben poche di quelle figure a tratti deboli, e come mezzo sbozzate e insignificanti che ad ogni passo s’incontrano oltremonti; ma vi si veggono generalmente delle fisonomie or nobili ora spiritose, la forma del volto v’è comunemente compiuta, e le parti tutte ne sono in bell’armonia composte. E tanto è sensibile questa elegante conformazione di volto, che la testa anche del più vile plebeo può servir di modello in qualunque più sublime quadro istorico, principalmente ove rappresentarsi vogliano uomini d’età provetta; né è rara cosa il trovare, eziandio fra la plebe, donne atte a servir di modello per una Giunone. La parte più meridionale dell’Italia, ove più dolce è il clima, produce uomini più robusti e meglio formati che altrove: la loro alta statura, la giusta dispostezza e forza delle membra loro salta agli occhi dello spettatore, principalmente ov’egli facciasi a rimirare i marina], i pescatori, e l’altra gente occupata sul mare, che generalmente poco men che ignuda si vede. Potrebbe ben ciò aver dato origine alla favola di quegli orgogliosi Titani, che contro gli dei pugnarono ne’ campi Flegrei situati presso Pozzuolo, non lungi da Napoli. Accertano i viaggiatori, che anche oggidì presso l’antica città d’Eriza (Eryx) in Sicilia, ove Venere aveva un [p. 50 modifica]rinomatissimo tempio, trovinsi le più belle donne dell’Isola.

§. 9. Colui eziandio che non ha veduti mai que’ paesi, può dalla finezza d’ingegno degli abitatori, tanto maggiore quanto più dolce è il clima, inferire come spiritosa esserne debba la figura17. Il Napolitano è più ingegnoso e sottile del Romano, il Siciliano ancor di più, e ’1 Greco supera il Siciliano istesso. Fra Atene e Roma havvi un mese di differenza pel caldo e per la maturità de’ frutti, come rilevasi dalla prima raccolta del mese, che colà faceasi verso il solstizio nel mese di giugno, e qui soltanto per la festa di Vulcano nel mese d’agosto18. S’avvera pertanto in quelli popoli ciò ch’ebbe a dir Cicerone19, cioè che tanto più spiritose sono le teste degli uomini, quanto più pura e sottile è l’aria che respirano20: e par che di quelli avvenga come de’ fiori i quali, quanto più secco è il terreno e più caldo il cielo, tanto più belli sono e odorosi21.

Tratti della bellezza in un clima caldo ... §. 10. Diffatti la più sublime bellezza, che non consiste semplicemente nella pelle morbida, nel fiorito colore, negli occhi o languidi o vivaci e lusinghieri, ma bensì nella regolarità de’ tratti, e in un’armonia corrispondente di tutte le parti, trovarli suole principalmente ne’ paesi posti sotto un clima temperato e dolce. Se pertanto sembra riserbato ai soli Italiani di ben dipingere e scolpire la beltà, essi il debbono in molta parte, fecondo un giudizioso scrittore inglese, non meno alle belle figure viventi, che ai capi d’opera delle arti antiche, i quali hanno tuttodì sotto gli occhi, e incessantemente contemplano. Ciò non ostante non credasi che la beltà fosse soverchiamente comune e generale fra i Greci: narra Cotta presso Cicerone, che a’ suoi dì fra tutta la numerosa gioventù d’Atene pochissimi v’aveano, che dir si potessero veramente belli22.

[p. 51 modifica] ...e principalmente presso i Greci. §. 11. Il più bel sangue della Grecia tutta, principalmente ove s’abbia riguarda al colore, dev’essere stato in Jonia nell’Asia minore. Ce l’attestano Ippocrate23 e Luciano24; e Dione Grisostomo25 per esprimere con una sola voce una bellezza virile, chiamolla jonica26. Quel paese abbonda in belle persone anche oggidì, se crediamo a un illustre viaggiatore del secolo xvi., il quale sommamente esalta la venustà del bel sesso di quelle contrade, sì per le morbide e lattee carni, che pel fiorente e fresco colore del viso27. Questa provincia, siccome le isole dell’Arcipelago, è situata sotto un cielo più sereno, e più temperato e costante n’è lo stato dell’atmosfera che nella Grecia propriamente detta, e principalmente nelle provincie marittime esposte al vento caldo e soffocante che vien dall’Africa. La costa meridionale d’Italia, e tutti gli altri paesi situati nella medesima linea sottoposti sono a questo vento che chiamavasi da’ Greci λίψ, dai Romani africus, e da noi chiamasi scirocco, o scilocco; vento che intorbida il cielo, e l’oscura con vapori caldi e pesanti, rende malsana l’atmosfera, e infievolisce e snerva la natura nelle bestie stesse e nelle piante, non che negli uomini, che sentono, quando quello soffia, difficile la digestione, e ogni vigore perdono nello spirito come nel corpo28. Appare quindi quanto debba tal vento influire sul colore e sulla morbidezza della pelle: dà diffatti agli abitanti un color livido e [p. 52 modifica]giallastro, come l’hanno fra gli altri i Napolitani; il che scorgesi meno nei contadini, che negli abitatori della città, ove a cagione delle contrade anguste e delle alte case, l’aria è più soffocata e men pura. Tali sono a un di presso gli abitatori delle corte marittime nello Stato ecclesiastico, a Terracina, a Nettuno, ad Ostia ec. Dobbiamo però credere, che le paludi, le quali infettano l’aria in alcune contrade d’Italia, non dessero sì malefiche esalazioni nella Grecia29; poiché non se ne lagnarono mai, che sappiamo, quei d’Ambracia, città celebre e ben fabbricata, comechè tutta circondata fosse da paludi in guisa che una sola strada ad essa conduceva30.

§. 12. Una prova sensibile della figura vantaggiosa de’ Greci, e di tutt’i popoli levantini d’oggidì l’abbiamo dall’osservare che non v’ha fra essi di que’ nasi fini, che fanno sì gran torto a un bel viso. Scaligero31 ha notato che niun degli Ebrei (che sono certamente nazione orientale) ha il naso compresso; e in Portogallo principalmente hanno per la maggior parte un naso aquilino, che naso giudaico per tal motivo chiamar si suole. Notò pure il Vesalio32, che le [p. 53 modifica]teste de’ Greci e de’ Turchi hanno una più bella ovale che quelle de’ Tedeschi e de’ Fiamminghi. Anche il vajuolo ne’ paesi caldi è meno pericoloso che ne’ freddi, ove è un mal epidemico e distruttore quasi al par della peste. Indi è che in Italia di mille persone, che abbiano avuto il vajuolo, appena dieci ne sono segnate33. Gli antichi Greci non aveano questo male34: almeno deggiamo inferirlo dal silenzio degli antichi medici Ippocrate, e Galeno suo interprete, i quali né di vajuolo parlano mai, né del modo di curarlo. Fra le moltissime e variate descrizioni che abbiamo di umani volti mai non si parla d’alcuno segnato dal vajuolo; difetto da cui Aristofane e Plauto avrebbono ben saputo trarre del ridicolo: né v’è in tutta la lingua greca una voce che significhi questa terribile malattia, il che porge un certissimo argomento per inferire ch’ella fosse pienamente ignorata.

§. 13. Né, perchè generalmente io attribuisca la bellezza agli abitatori de’ climi caldi, voglio perciò asserire, che non v’abbiano di belle figure eziandio ne’ paesi freddi. Conosco di là dalle alpi persone, e ben anche di bassa condizione, nelle quali sembra essersi compiaciuta la natura a far pompa della più perfetta bellezza, cosicchè al viso e alla corporatura non solo possono paragonarsi ai più begli uomini di quelle contrade; ma avrebbono pur potuto servir di modello ai greci artisti per le figure più nobili, e per le più avvenenti sembianze, sì riguardo le parti loro prese singolarmente, che riguardo il complesso dell’intera persona.

[p. 54 modifica] Influenza del clima sullo spirito... §. 14. Il clima, come nell’esterna configurazione degli uomini, cosi influisce eziandio nell’interna loro indole; nel che però e l’educazione e i costumi e la forma del governo hanno pur molta parte. La maniera di pensare degli Egizj e de’ Persi, come de’ Greci, si mostra nelle loro opere. Hanno i ..de’ popoli sì orientali... primi un’espressione sempre figurata, viva, e piena di fuoco, come il clima che abitano; e il volo de loro pensieri per lo più oltrepassa i limiti del possibile. Tali cervelli immaginarono le strane figure che in que’ paesi adoravansi, nelle quali oggetti diversi di varia natura e di sesso differente si riunivano a formare un sol mostro. Sembra che quegli artisti abbiano preso di mira lo stravagante anziché il bello.

...che Greci. §. 15. I Greci all’opposto, che sotto un cielo più temperato, sotto un governo più dolce vivevano, e abitavano un paese che, come dicean essi, loro aveva assegnato Pallade stessa 35(a) a preferenza delle altre nazioni, per la temperatura del clima; i Greci, dissi, aveano l’immaginazione vivace e pittoresca, qual’è la lingua loro. I lor poeti, cominciando da Omero, non solo parlano sempre con immagini, ma le dipingono sovente con una sola voce, anzi con un’armonia imitativa, cioè col suono stesso delle sillabe, e vivissime sempre sono di tutt’i loro quadri le tinte. La loro immaginazione non era gigantesca come quella de’ mentovati popoli; e i loro sensi, che per mezzo di pronti e sensibili nervi agivano su un cervello di tessitura dilicata, scoprivano agevolmente le diverse proprietà d’un oggetto, e sapevano tosto discernere il bello ovunque lo trovavano.

§. 16. Tra i Greci, quelli che trasportaronsi nell’Asia minore, oltreché andarono ad abitare un cielo ancor più felice, accrebbero, dopo la loro emigrazione, alcune vocali al linguaggio, che più dolce con ciò divenne e più [p. 55 modifica]armonioso: ivi nacquero, ivi furono ispirati i primi poeti: ivi si formò la greca sapienza: ivi scrissero i primi storici. Apelle il pittore delle grazie respirò nascendo quell’aria deliziosa.

Influenza del governo... §. 17. Ma siccome quelli Greci non furono forti abbastanza per difendere la loro libertà contro la Persia, così non poterono ergersi in repubblica come gli Ateniesi, e le scienze e le arti non poterono fissare la lor sede nella Jonia. Bensì in Atene la fissarono, ove dopo l’espulsione de’ tiranni si formò un governo democratico in cui l’intero popolo avea parte. Allora l’anima d’ogni cittadino si sublimò, e Atene acquistò una decisa superiorità sulla Grecia tutta. Il buon gusto vi divenne allora generale: i più ragguardevoli abitanti studiavansi, e con sontuosi pubblici edifizj e con magnifici monumenti dell’arte, esposti agli occhi del popolo, di meritarsi l’amore e la considerazione de’ concittadini, e aprirsi così la strada agli onori. Indi è che le cose tutte, siccome tendono i fiumi al mare, tendevano a concentrarsi in quella città ricca del pari e possente. Le arti vi furono introdotte colle scienze, e la loro principal sede fissaronvi; di là si diffusero poi nelle altre contrade. E che quelle siano state le vere cagioni per le quali sì alto crebbero le scienze e le arti in Atene, ne abbiamo un chiaro argomento dall’osservare che ne’ secoli più recenti, dopo lunghe e dense tenebre, in simili circostanze sorsero le medesime e brillarono in Firenze36.

...dell’educazione, e de' costumi. §. 18. Ne’ talenti naturali delle nazioni influiscono, quanto il governo, l’educazione e ’l costume. Quelle cause morali agiscono su di noi non meno dell’aria che ne circonda; e l’abitudine, che dall’educazione e dal costume deriva, è [p. 56 modifica]tanto in noi possente, che modifica ed altera la nostra fisica costituzione, e i sensi ne assoggetta alle sue leggi: un orecchio il quale sia uso alla musica francese non è punto sensibile all’armonia più soave dell’italiana.

§. 19. Quindi nasce la differenza che v’era fra i Greci stessi, e cui prende di mira Polibio37, ove dell’arte della guerra presso di loro favella e del loro valore. 1 Tessali eran buoni guerrieri, dic’egli, quando in piccole squadre scaramucciando potean combattere; ma in una battaglia campale non resistevano lungamente: l’opposto de’ Tessali erano gli Etolj38. Quei di Creta non la cedevano ad alcuno, ove d’imboscate trattavasi e di stratagemmi, ove combatteasi cogl’inganni, e doveasi recar danno al nemico; ma non erano d’alcun uso nelle azioni che richiedean valore: avveniva il contrario degli Achei e de’ Macedoni. Gli Arcadi tutti per un’antichissima legge eran tenuti ad apprendere la musica, e studiarla assiduamente fino all’età di trent’anni; e in ciò non altro erasi proposto il legislatore fuorché di render l’animo sensibile, e dolci i costumi d’una nazione, che vivendo fotto un cielo aspro, in un paese circondato da incolte montagne, fiata farebbe naturalmente rozza e selvaggia: diffatti gli Arcadi fra tutt’i Greci erano i più miti e i più benefici. Per lo contrario i Gineti loro sudditi, che quella costumanza abbandonarono, né mai vollero imparare la musica né esercitarla, ricaddero nella prima loro rozzezza, e furono l’odio di tutta la Grecia 39.

§. 20. Ne’ paesi, ove coll’influenza del clima coopera un’ombra ancora dell’antica libertà, s’è conservata a un di [p. 57 modifica]presso la stessa maniera di pensare. Veggasi Roma, ove il ’ popolo fotto il governo sacerdotale sembra sentire ancora la libertà della repubblica: ivi anche al dì d’oggi mettersi potrebbe in piedi un esercito di valorosi guerrieri sprezzatori di morte al par de’ loro antenati; e le donne stesse del popolo, i cui costumi fieno meno corrotti, saprebbero per avventura mostrar coraggio e valore, quanto ne mostrarono le antiche romane; della qua! cosa, se qui convenisse, apportar potrei molti argomenti.

Disposizione de' popoli settentrionali per le arti §. 21. Que’ talenti che aveano i Greci per le arti si ravvisano ancora quasi generalmente negli abitanti delle provincie meridionali d’Italia, ne’ quali la viva immaginazione sublima lo spirito, laddove in altri popoli, e principalmente presso l’inglese pensatore, troppo domina la fredda ragione. E’ stato detto, né senza fondamento, che i poeti oltramontani parlano bensì un linguaggio immaginoso, ma poche immagini ci presentano: e diffatti convenir si deve, che le terribili descrizioni, nelle quali tutta consiste la grandezza di Milton, non fono punto oggetti per un sublime e nobil pennello, anzi in nessun modo potrebbono dipingersi. Le pitture di molti altri poeti oltramontani sono gran cosa all’orecchio, e ben poca cosa allo spirito; ma in Omero tutto è dipinto, tutto è acconcio per la pittura40. Osserviamo altresì nell’Italia, quanto più calde sono le regioni tanto più fervida esservi [p. 58 modifica]immaginazione, e più rari talenti: i poeti siciliani son pieni di peregrine immagini, che nuove e inaspettate giungono al leggitore. Quella immaginazione però, comunque fervida, non è nè impetuosa nè sregolata; ma simile al temperamento degli abitanti, e al clima di que’ paesi, ella è più eguale che ne’ paesi freddi, e più che in questi la natura fu ivi liberale di quella flemma felice, che la rattempra e modera.

§. 22. Nè, quando io parlo generalmente dei talenti naturali delle nazioni meridionali d’Europa per le arti, pretendo già inferirne che tutti ne siano privi gl’individui oltramontani: ciò dicendo contro l’evidenza io parlerei. Holbein, e Alberto Durer, i padri delle arti del disegno in Germania, un’abilità sorprendente in ciò dimostrarono, e se, come Raffaello, Correggio, e Tiziano, avessero avute sott’occhio e studiate le opere degli antichi, pareggiati probabilmente gli avrebbono, e fors’anco superati41. Nè è già vero, siccome comunemente credesi, che il Correggio siasi tanto avanzato nell’arte dei dipingere senza conoscere le opere antiche; imperocchè conosceale il maestro suo Andrea Mantegna, di cui mano sono alcuni disegni di antiche statue compresi nella raccolta che dal museo del signor cardinale Alessandro Albani è passata in quello del re d’Inghilterra; e perchè appunto il Mantegna era conoscitore delle antichità, Feliciano gli dedicò una collezione d’antiche iscrizioni42, come riferisce Burmanno il seniore43, a cui altronde egli era affatto ignoto44.

[p. 59 modifica]§. 23. Io lascerò che altri giudichi se da queste medesime cagioni proceda che gl’Inglesi non abbiano mai avuto ne’ tempi andati alcun celebre pittore, e lo stesso sia pur de’ Francesi, ove due o tre se n’eccettuino, malgrado le tante spese che hanno fatte per riuscirvi.

§. 24. Chechè ne sia, io mi lusingo colle nozioni generali dell’arte e delle sue differenze ne’ varj paesi, ov’è stata coltivata, e ancor si coltiva, d’aver preparato abbastanza il mio leggitore, per passare all’esame di ciò che furono le arti del disegno in ognuna delle tre nazioni, presso le quali divennero celebri.



Note

  1. Lib. 4. pag.290. D. [Tutte queste cose, che qui dice Winkelmann si dovranno intendere principalmente per l’effetto, che producono nei fluidi del corpo umano, e quindi nella maggiore, o minore vivacità dell’ingegno. Per li solidi si deve riguardare in primo luogo l'originaria costituzione e tessitura meccanica della macchina, la quale per altro può essere alterata dalle suddette cause, come dice in appresso lo stesso autore. Per quello poi che appartiene al carattere morale dello spirito, e del cuore di ciascun uomo in particolare, del che non tratta Winkelmann, oltre il clima, l’educazione, la religione, e il governo, prese anche in un senso più esteso, sono da osservarsi infinite altre circostanze interne, ed esterne, naturali, e sopranaturali, che formano un meraviglioso intreccio nell’uomo quasi inesplicabile. Si potrà vedere quello che a lungo ne abbiamo detto coll’ acuto filosofo P. Falletti nello Studio Analitico della Relig. Part. iI. Tom. I. cap. VII.
  2. Vegg. Nuovo Giorn. de' Lett. di Modena T. VIII. par. 2. art 13. p. 284. e segg.
  3. Bosman Viagg. in Guinea, T. iI. lett. 14.
  4. Wodlike De ling. groenland, p. 144.
  5. Gravina Della Ragion poet. l. 2. p. 144. [Porta e loda il sentimento del Castelvetro.
  6. Questa opinione non sembra abbastanza fondata al ch. Bettinelli. Veggasi Risorg. d’Ital. part. 2. cap. 1. pag. 26. not. b.
  7. Gli Egiziani, come riferisce Diodoro lib. 1. §. 29. pag. 34. lin. 39., pretendevano, che i Greci fossero loro simiglianti e nei costumi e nella forma del corpo; e da questa pretesa simiglianza, benchè dopo tanti seco1i, ricavavano un argomento per provare, che i Greci erano discendenti da una colonia egizia. Mutandosi clima devesi alterare il temperamento del corpo, e quindi col tratto del tempo almeno nei nipoti si deve perdere l’idea dell’antica origine, come veggiamo in Roma: e se gli Ebrei hanno sempre mantenuto in tutto il mondo un carattere fisico particolare, lo dovremo piuttosto ripetere da altre cagioni, come per esempio, dall’immaginazione delle donne loro, che stando per lo più più ritirate, e tra quelli della nazione, hanno sempre più vive le sembianze dei medesimi; dal modo particolare di vivere, e di pensare di tutta la nazione ec. E cosi si dirà della nazione cinese, egizia, e di tante altre.
  8. Convengono tutti gli antichi scrittori nel dire, che i Celti, e i Galli, che da essi provenivano, portavano lunga, e stesa la chioma. Si possono vedere riferiti da Pelloutier Hist. des Celtes, Tom. iI. livre iI.. ch. VIII. pag. 173. not. 1. Tra questi merita di essere qui riportato specialmente Clemente Alessandrino, il quale nel Pædagog. lib. lib. iiI. cap. iiI. in fine, pag. 267. princ. scrive., che quei barbari per la lunga, densa, e incolta loro capellatura, unita al color biondo del volto, mostravano un’aria terribile, e guerriera anche nell'aspetto, come pare si vegga pure nelle dette due statue: Calli & Scythæ comam nutriunt, sed non se ornant: & terribile quiddam præ se fert densum barbari capillitium, & flavus ille color bellum minatur, ut qui videatur cognationem habere cum sanguine. Olimpiodoro presso Fozio Cod. LXXX., e nella Hist. Byzant. Tom. I. Excerpta, pag. 10. racconta che furono trovate nella Tracia ai tempi di Costante figlio di Costantino tre statue d’argento vestite alla foggia dei barbari con abiti di vari colori, e con lunga chioma.
  9. Bettinelli Saggio di Ragion. filosofici sopra la storia dell’uomo, Disc. iI. annota. op. Tom. I. pag. 133.
  10. Descript. de l’Afriq. pag.94.
  11. Da questi, che stanno in un sito basso dell’Egitto, non si deve argomentare a tutti gli altri Egiziani, e a quelli singolarmente dell’alto Egitto. Dapper dice che il temperamento generale di quella nazione è caldo, e secco.
  12. Achil. Tat. De Clitophontis, & Leucippes amorib. lib. iiI. pag. 81;. [ Discorre questo scrittore di alcuni pastori, che col pretesto di guardare le foci, e il passaggio del Nilo assaltavano, e derubavano i forestieri; e di essi parla anche Strabone lib. 17. pag. 1154. C. Probabilmente non erano Egiziani, o se lo erano non farebbe maraviglia, che fossero grassi, e pieni d’umori, dimorando in que’ luoghi paludosi, e di aria malsana. Riguardo ai veri Egizi possiamo riflettere a ciò che dice Ippocrate De Aere, ag., & loc. sect. 2. ¶. 43. e segg. Ivi questo gran medico mette a confronto diverse nazioni, che abitavano in diversi climi, e tra le altre gli Sciti, e gli Egizj. Di questi dice che stavano sotto un clima caldissimo; di quelli, che vivevano sotto un ciclo freddo, e umido: il che, unito allo star rinchiusi per lo più nell’inverno, faceva che fossero carnosi, grassi, e pieni di umori: soggiugnendo che a questo difetto contribuiva molto il non cingersi di fasce, come facevano gli Egiziani. Da ciò ricaviamo, che gli Egizoani non fossero così gassi, e corpulenti; e che se alcuno temeva di diventarvi, credendolo, come è, un incomodo, cercasse d’impedirlo collo stringersi con fasce. Ma per il nostro proposito è da farsi un’altra riflessione. Secondo che dice Winkelmann appresso nel libro I. cap. I §. 10. gli statuarj egiziani non uscivano per lo più dalle immagini delle loro divinità, dei re, e dei sacerdoti, o per meglio dire dei soli re, perchè re d’Egitto erano stati i loro dei, e molti anche sacerdoti. Ora è ben probabile, che quei sovrani non potessero essere molto corpacciuti. Essi non solo menavano una vita esercitata sempre, e metodicamente occupata, come narra Diodoro lib. 1. §. 70. pag. 81.; ma il loro mangiare, e bere per una legge antichissima era cosi moderato nella qualità, e quantità, che non potevano eccedere un punto oltre quello che folle necessario alla loro salute, come siegue a raccontare Diodoro pag. 82.: Simplici præterea nutrimento uti, & vitulorum, anserumque carnibus vesci, & certam bibere vini memsuram, qui nec ad repletionem immodicam, nec ad ebrietatem faceret, in more habebant. Breviter: tam moderata victus ratio præscripta fuit, ut non legislator, sed medicorum optimus, ad sanam valetudinem omnia referens, eam instituisse videatur. Dei semplici sacerdoti scrive Erodoto lib. 2. cap. 37. pag. 121., che a ciascuno toccava ogni giorno una gran quantità di carni di vitello, e di uccelli avanzati dai sagrifizj; ma io voglio ben credere, che ne avranno usato parcamente, argomentandolo da ciò, che scrive di essi Clemente Alessandrino, Strom. lib. 7. cap. 6. pag. 830. lin. 18., cioè, che essi non mangiassero altre carni, che quelle degli uccelli, come le più leggiere; e che non mangiassero di alcuna forma di pesce, principalmente perchè era un cibo rilassante. Porfirio poi De Abstinentia, lib. IV. pag. 360. e segg., ove minutamente descrive il loro tenor di vita, ce li fa vedere per la gente più laboriosa, frugale, e temprante, che dar si possa, a guisa presso a poco degli antichi anacoreti.
  13. Succedendo delle mutazioni nel suolo, e nei costumi di una nazione, deve in conseguenza venirne anche qualche mutazione nel clima. Nei primi tempi era l’Egitto un paese quali inabitabile per le inondazioni del Nilo, e per esscre troppo arido in alcune parti. Ma introdottavisi per mezzo di Principi attivi l’agricoltura, e ristretto il Nilo in molti canali, divenne l’Egitto uno de’ più belli paesi del mondo, e de’ più fertili. Ora all’opposto per la trascuraggine degli abitanti riempiti quei canali, e negligentata non poco l’agricoltura, deve esservi succeduta anche nel clima della grande alterazione. Vegg. Goguet Della Origine delle leggi ec. Tom. iI. par. iI. lib. iI. c. I. art. I., e l’Histoire univers. l. XX. cap. iiI. sect. I. Tom. XX. pag. 116. segg. Sappiamo ancora che naturalmente succedono delle mutazioni in tutti i climi, come riguardo a quelli della nostra Europa, e della Francia sigolarmente, si osserva nella Raccolta di opusc. interessanti tradotti da varie lingue, vol. VI .pag.3.
  14. Lucian. Icaromenip. §. 16. num. 35. op. Tom. iI. pag. 771. [ Per quanto ci dice Filone nel trattato De Agricula. pag. 196. D. la gente di qualche distinzione, e per poco ricca, non vi attendeva troppo: Ægyptiorum gens innatam, & insignem habet jactantiam, ut vel modica felicitatis aura aspirante irrideat fastidiatque plebejorum hominum in victu parando studium, & diligenciam. La gente plebea, che vi attendea veramente, non era soggetto per le statue.
  15. Cominciavano gli Egiziani dall’allevare frugalmente i loro figli. Secondo che racconta Diodoro lib. 1. §. 80. pag. 91. li nutrivano di alimenti i più comuni, come di gambi di papiro, e radici di altre piante, arrostite sotto la cenere, o preparate in altra maniera, e anche crude; e per il caldo del clima li mandavano mezzo nudi, e senza scarpe fino alla pubertà. Costando cosi pochissimo ai genitori il loro mantenimento, non dovea rincrescere l’averne in quantità; come di fatti ne aveano, atteso anche il loro temperamento, e la fecondità delle donne; e quindi si ripete principalmente l’immensa popolazione dell’Egitto ne’ tempi antichi. Hist. univers. lib. I. chap. III. Tom. I. pag. 387., Goguet l. c. Tom. I. lib. I. art. IV. Ciò probabilmente intendeva anche il nostro autore sopra al capo I. §. 8. pag. 5. prima della nota E.
  16. Dapper al luogo citato, e pag. 97., racconta, che anzi gli Egiziani mangiano poca carne, e piuttosto cibi leggieri, legumi, e frutti in quantità, e altri cibi freddi, che caricano lo stomaco, empiono di flemme, e sono causa in quel clima di molti incomodi.
  17. Degli Egizj si vedrà al lib. iI. c. I. §. 6.
  18. Plin. lib. 11. cap. 15. sect. 15.
  19. De nat. deor. lib. 2. cap. 16.
  20. Ippocrate De Aere, aq., & loc. sect. iI.
  21. Plin. lib. 21. cap. 7. sect. 18.
  22. De nat. deor. lib. 1. cap. 28.
  23. De Aere, aquis, & locis, sect. iI. princ. op. Tom. I. pag. 85.
  24. Imag. §. 15. n. 40. op. Tom. iI. p. 473.
  25. Orat. 36. pag. 439. B.
  26. Tra le donne della Grecia propriamente detta celebravano gli antichi le spartane per la singolare delicatezza, e bellezza, come ci attesta Claudiano De Bello Get.v. 4S0., ed altri scrittori presso monsig. Foggini Museo Capitol. Tom. IV. tav. 23. pag.234.
  27. Belon Observ. de plus. singul. &c. lib. 3. chap. 35. pag. 197.
  28. L’Autore ha equivocato intorno al nome dei venti. Il vento detto dai Greci λίψ, dai latini africus, da noi libeccio, è diverso dallo scilocco, chiamato dai Greci φοινικίας, εὐρονότος, dai latini euronotus, ed euroauster. Spira il primo tra l’occidente, e il mezzo giorno; l’altro nella sezione fra il levante, ed il mezzo giorno: nel che tutti convengono gli antichi autori, che hanno scritto intorno al numero, e nomi dei venti, Vitruvio l. 1. c. 6., Plinio lib. 2. cap. 47. sect. 46., Seneca Nat. quæst. lib. 5. cap. 16., Aulo Gellio l. 2. c. 22., Vegezio De re milit. l. 4. c. 38.; e per non preterire i monumenti dell’arte, così li vediamo distribuiti negli anemoscopj, ossia orologi de’ venti, come in quello celeberrimo di Atene, detto la Torre de’ venti, fabbricato da Andronico Cirreste, menzionato da Marco Varrone De re rust. lib. 3. cap. 5. num. 17., Vitruvio loc. cit., e dopo lo Spon, Welero, Pottero, Montfaucon, le Roy, riportato in più tavole in rame dal signor Giacomo Stuart nel primo tomo delle sue antichità d’Atene; in quello mutilato di Gaeta; in quello trovato nella campagna di Roma fuori della porta Capena, illustrato da Paciaudi Monum. Pelop. Tom. I. §. VII. p. 215. segg., Foggini l.c. p. 175, e 408.; e in quello, che si è trovato nelle terme di Tito, acquistato dal signor abate Visconti per il museo Pio-Clementino, che ha i nomi dei dodici venti scritti nelle due lingue greca e latina. 11 libeccio è un vento piuttosto freddo, e principalmente tempestoso, come lo chiana anche Orazio Carm. l. 1. ode 1. v. 15, e ode 3. v. 12., e Virgilio Æneid. l. 1. v. 90.: lo scilocco produce gli effetti, che qui descrive Winkelmann; ma li produce in maggior grado l’austro, ossia il vento diretto di mezzo giorno (che comunemente non si distingue a Roma dallo scilocco); e perciò lo stesso Orazio Satyr. lib. 2. Satyr. 6. v. 18. lo chiama con parola espressiva plumbeus auster, austro pesante come il piombo, e Stazio Sylv, lib. 5. cap. 1. vers. 146. maligno; e più diffusamente da medico ne descrive i cattivi effetti Ippocrate De Aere, aquis, & loc. sect. iI. §. 5.: Austri auditum gravantes, caliginosi, caput gravantes, torpidi, dissolventes. Anche il libeccio qualche volta cagiona delle malattie, ma di altro genere. Vegg. Lancisi De nativ. romani coeli qualit. cap. iiI. e IV.
  29. È certo, che le paludi non sono egualmente nocevoli in ogni luogo; dipendendo ciò da molte cause, che vi concorrono. Può vedersi il lodato Lancisi De nox. palud. effluviis, libr. I. par. I. cap. V.
  30. Polib. lib. 1. pag. 326. B.
  31. In Scaligerian.
  32. De corp. hum. fabr. lib. 1., cap. 5. oper. Tom. I, pag. 16.
  33. Osserva il signor de la Condamine nella Memoria dell’inoculaz. del vajuolo, princ., che questa malattia senza distinzione, di sesso, dieta, e clima toglie dal mondo, o disfigura un quarto del genere umano: e volesse Iddio che l'Italia non ne sentisse gii effetti oltre a quel punto, che dice i! nostro Autore! L'esperienza quotidiana, e molto più il ritorno periodico, che fa ogni tre o quattro anni il vajuolo a modo quasi di pefle, ci fa vedere che in queste contrade presso a poco si verifica egualmente la suddetta osservazione.
  34. Nemmeno i Romani conobbero questa malattia, di cui probabilmente non fu infetta l’Europa prima del secolo IX. V. Diction. Encycl. artic. Verole.
  35. Plat. Tim. oper. Tom, iiI. pag. 24. C.
  36. I Toscani si vogliono comunemente i primi, che abbiano fatte rifiorire in Italia le Arti del Disegno: pregio per altro, che loro contrastano i Veneziani, e i Veronesi, come osserva Bettinelli Risorgim. d’Ital. par. iI. c. V. oper. Tom. IV. pag. 188. segg.; i Bologna, e tutte generalmente le città, e repubbliche dell’Italia in quei tempi. Leggasi il Tiraboschi Storia della Letteratura Ital. Tom.: iiI lib. IV. cap. VIII., Tom. IV. lib. iiI. cap. VI., e Tom. V. lib. iiI. cap. ult.
  37. Histor. lib. 4. pag. 278.
  38. Polibio loc. cit. C. scrive, che i Tessali erano bravi cavalieri nelle scaramucce, e nelle battaglie regolate, ma non a solo a solo fuor di battaglia; all’opposto erano in tal genere di combattere più valenti gli Etolj: Thessalorum equitum impetus, quando turmatim, aut justa acie pugnant, sustineri non potest: ad pugnandum extra aciem pro loco & tempore viritim, inhabiles sunt ac lenti. Ætoli contrario modo se habent.
  39. Lo stesso libro cit. pag. 289. e seg.
  40. Più a lungo si tratta di questo pregio d’Omero nella dissertazione del signor Merian, Comment les sciences influent sur ia poesie, pr. past. sec. mém. §.4. e segg. Nouveaux Mémoires de l’Acad. Roy. des scienc. & belll. lettr. an. 1774., à Berlin 1776. pag. 506. e segg. Parlando quefto fcrittore nella prém. part. pr. mém. §. 4. pag. 466. e segg. dei versi di Ossian celebre poeta celtico, dice che il loro bello in gran parte consiste in una tetra malinconia, in color patetico, e in tratti, che inteneriscono. Lo stesso merito presso a poco si trova nei più celebri poeti tedeschi di questi ultimi tempi dai giusti estimatori italiani, i quali mal soffrono, che tra di noi, per un amore inquieto di cose nuove, si voglia confondere il gusto italiano col tedesco più di quello che la natura, e la ragione accordino. Possono vedersi tre lettere, due del sig. abate Vannetti, e una a lui di risposta del sig. abate Taruffi inserite nel Giornale dai confini d'Italia l’anno scorso 1781. n. 28. pag. 219. e segg. Chi potrà sentire in pace l’elogio, che fa il signor abate Arnaldo del poema epico del signor Klopstock, intitolato, il Messia, riferito dal signor Giacomo Zigno nella prefazione alla traduzione fattane in verso italiano, e pubblicata in Vicenza nel detto anno 1781., cioè, che quello poema sia l’ultimo sforzo dello spirito umano ?
  41. Non so perchè l’Autore non abbia qui fatta onorevole menzione dell’Apelle sassone de’ nostri tempi il signor cavaliere Mengs, di lui grande amico, e al quale dovea tanto, principalmente in quello che riguarda il meccanismo delle Arti del Disegno, per la Storia presente. Egli soleva farne in voce ed in iscritto elogi si grandi, che doveano offendere la modestia di quel valentuomo; e non ebbe difficoltà di scrivere nella seconda parte della sua opera sulla capacità di gustare il bello nelle produzioni dell’arte, come rileva il signor Huber nella di lui vita pag. XCIX, che l’Apollo sul suo cocchio fatto da Guido paragonato a quello di Mengs tra le Muse nella villa Albani compariva qual servo accanto al suo padrone. Il sig. Mengs, come osservò anche il signor abate Bracci Dissertazione sopra un clipeo votivo ec. pref. pag. 8., si avea fatta una maniera sua propria, e veramente sublime; ma formata sul grande studio dell’antico, e di Raffaello.
  42. Pignor. Symb. Erist. pag. 19.
  43. Præf. ad infer. Grat. pag. 3.
  44. Pare fuor di proposito quella digressione sopra il Correggio. Ma chechè ne sia, l’argomento cavato dalle cognizioni del di lui maestro non dovrà prevalere alla chiara testimonianza del Vasari quasi contemporaneo, che nella di lui vita dopo il principio, tralle vite de’ Pittori Tom. iiI. pag. 58., scrive, che non vide Roma, e non istudiò l’antico; e del celebre Annibale Caracci in una lettera a Lodovico suo cugino inserita nella Raccolta di lettere sulla Pittura ec. Tom. I. pag. 89., ove ci assicura, che egli non abbia posto in opera che i suoi pensieri, e i suoi concetti; e non imitato modelli, statue, o carte. Anche le opere sue, come prosiegue in quello proposito il signor Bracci loc. cit., apertamente dimostrano, che egli deve a sè stesso la sua eccellenza, e la sua fama. E chi non vede quella grazia singolare, che il Correggio ha dato alle sue figure, e principalmente a quelle delle femmine, e de’ puttini, che procede dall’avere studiata la sola natura?