Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Vita del cav. Girolamo Tiraboschi

Angelo Fabroni

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Avvertimento degli editori Opere di Girolamo Tiraboschi
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VITA

del cav.

GIROLAMO TIRABOSCHI

TRADOTTA DAL LATINO

DI

MONSIGNOR ANGELO FABRONI


Non è facil cosa il dire se Girolamo Tiraboschi bergamasco sia stato miglior uomo, o letterato più dotto. Egli nacque da Vincenzo Tiraboschi che esercitava in Bergamo la mercatura, e da Laura dello stesso cognome, costumatissima donna, il giorno 18 di dicembre dell’anno 1731. Fino da’ primi suoi anni diede segno di una meravigliosa illibatezza di vita; e col crescere dell’età andò sempre avanzandosi nella virtù, sicchè a niuno ei cedeva sia nel rispetto verso de’ genitori, sia nella cura di coltivare la pietà e di giovare altrui, principalmente a’ poveri, sia finalmente nell’eseguire con diligenza e premura i propri doveri d’ogni specie. Apprese i primi elementi delle lettere in patria sotto la disciplina dell’ab. Pietro Arneati1 [p. vi modifica]pubblico precettore, e quindi passò nel Collegio di Monza, retto in quel tempo dai Gesuiti, e non aveva ancora compiuto l’anno decimoquinto allorquando cercò di essere ammesso nella loro Compagnia. Facilmente lo ottenne, quantunque il padre avesse procurato di stornarlo da quel pensiero, promettendosi, per l’ottima indole ch’ei già scorgeva in questo unico maschio, (poichè oltre di lui aveva dal suo matrimonio avute tre figlie) non mediocre sollievo a sè stesso ed alla famiglia sua non molto abbondante dei beni della fortuna. Fece il suo noviziato in Genova, terminato il quale, rivolse tosto i suoi pensieri allo studio della storia letteraria e di tutta l’amena letteratura, verso la quale sentivasi per natura inclinato, benchè avesse fatto non mediocre profitto anche nella Teologia, e lo avesse dimostrato in que’ pubblici sperimenti, a cui i Gesuiti attribuivano molta importanza.

Un ampio aringo ove palesare il suo ingegno e far prova di quanta attitudine egli avesse ad insegnare l’eloquenza, gli si aperse allora che venne fatto maestro di questa facoltà in Milano nelle scuole di Brera. Imperocchè gli insegnamenti minori che aveva sostenuti in Genova ed in altre città, sono da considerarsi come privati esercizi. Accrebbe e quasi del tutto rifece il Dizionario del Mandosio, affinchè i suoi scolari avessero in esso un copioso emporio di parole e di frasi latine. Soleva poi scrivere con grande accuratezza le spiegazioni degli autori latini ch’ei doveva pronunciare dalla cattedra, ed aveva un libro di proemii [p. vii modifica]dai quali trasceglieva i componimenti che a quando a quando proponeva. In ciascun anno al riaprirsi degli studi recitava un’eloquente ed elegantissima orazione per incoraggiare i giovani allievi; in tutto insomma eseguiva l’uffizio di precettore con singolare diligenza e pazienza.

Allorchè era libero dalle cure della scuola nascondevasi nella Biblioteca dello stesso Collegio di Brera, ricchissima per ogni genere di libri, dei quali formò il catalogo in modo che parve non volerli annoverare solamente al lettore, ma a parte a parte pesare.

La fama discorreva di tali cose, e niuno era in Milano che non facesse grandissimo conto della dottrina, dell’erudizione e della compitezza del Tiraboschi. Ma ciò che più caro e più desiderato ovunque il rendeva, erano i suoi costumi dolcissimi ad un tempo e specchiatissimi. Il suo nome cominciò a spargersi anche più lontano quando nel 1766 pubblicò il primo volume dell’opera intitolata: Vetera Humiliatorum monumenta, cui, dati in luce due altri volumi, compì ne’ due anni successivi2. Tutte [p. viii modifica]le memorie che rimanevano di quella religione incominciata sul principio del secolo XI, lungamente fiorita in Italia, ed abolita dal sommo pontefice Pio V nell’anno 1571, perchè affatto degenerata dalla sua istituzione, furono dal Tiraboschi diligentemente ricercate. Ei ne divolgò le più importanti, e ne formò una storia pregevolissima per l’eleganza del latino idioma, per la scelta delle materie e per la scoperta di alcune cose per lo innanzi quasi sconosciute, giacchè tutti sanno da quali tenebre coperta sia la storia così sacra come civile e letteraria di quel tempo che suol dirsi medio evo. Nell’illustrare la quale egli operò a quel modo che fu sempre suo prediletto, e consiste nel cavare dagli archivii i più sicuri monumenti, da cui i posteri vengono animati a vivere con virtù, onorati e gloriosi; nel che non è meno lodevole l’esecuzione dell’opera, che l’intenzione dell’autore. Esso non istimava punto quelle cose a cui non va congiunto l’utile altrui. Al quale sperando di poter contribuire se gli fosse conceduto un ozio onorato, di buona voglia acconsentì, o piuttosto obbedì all’autorevole richiesta di Francesco III duca di Modena, dal quale fu nominato Prefetto della Biblioteca Estense unitamente a’ due suoi confratelli Troili e Gabardi. Allora cominciò ad adoperarsi con ogni studio intorno ad un’opera che già da lungo tempo meditava, cioè a scrivere una Storia d’Italia, la quale in breve contenesse la narrazione di tutto ciò che alla letteratura si riferisce. Ne prese le mosse dai più antichi [p. ix modifica]popoli d'Italia, principalmente dagli Etruschi, dai Siculi e dagli abitatori della Magna Grecia, donde i Romani presero quasi tutte le buone discipline, e la condusse sino al termine del secolo XVII. Tesse la vita degli scrittori, giudica delle loro opere, indica l’origine e le vicende delle arti e delle istituzioni che sembrano avere colle lettere alcuna colleganza, confronta i tempi coi tempi, e, per dir tutto in breve, ogni cosa espone per la quale giudicar si può quale sia stata in ogni stagione la fortuna delle lettere. E poichè avvenne di alcuni sommi uomini mandati dalla divina provvidenza ad operar grandi cose, che tutto che ignari delle lettere, pure furono a queste liberali di insigni beneficii, ad essi pure tributa il Tiraboschi i meritati elogi, essendosi egli proposto di spiegare non solamente per quali gradi, ma anche per mezzo di quali uomini la letteratura abbia prosperato. È meraviglia a dirsi come scorso appena un anno da che il Tiraboschi aveva posto in Modena la sua dimora (e fu nell’estate del 1770) abbia egli potuto dar fuori il primo volume di un’opera quasi immensa, con cui non tanto mirò ad erudire i lettori, quanto anche a dilettarli coll’eleganza dello stile tutto che semplice ed appena diverso dal comun uso di favellare. Tutta l’opera fu compita nello spazio di undici anni, ed in quattordici volumi. È incredibile l’applauso con che fu ricevuta da tutti i letterati, avendo anche voluto in certo modo rendersela propria i Francesi ed i Tedeschi, che in gran parte la tradussero nelle loro lingue. Importava [p. x modifica]ad essi non poco il sapere donde avessero ricevuto il lume delle scienze, giacchè, come dice il d’Alembert3, l’Italia fu la maestra delle altre nazioni.

Ma la Spagna fino da remotissimi tempi non mancò d'uomini per dottrina insigni, cui avendo il Tiraboschi chiamati corruttori del buono stile latino, ebbe a tollerare per ciò alcune acerbissime rimostranze di Saverio Lampillas, uomo in cui la gloria e la difesa della patria prevalsero ai riguardi ch’esso avrebbe dovuto usare verso del Tiraboschi suo confratello. Questi però siccome era per natura buono ed inclinato al perdono, non concepì mal animo alcuno contro all’avversario, benchè gli abbia voluto rispondere. La causa era poi tale che ognuno da sè poteva facilmente decidere se Lucano, Marziale, Seneca ed altri scrittori a lor simili nati nelle Spagne, avessero veramente dati esempi di un dire gonfio, ventoso, contorto, sparso di concetti, e più presto fucato che naturale. E quand’anche essi non siano stati nè i primi, nè i soli ad usare di questo stile, è però certo che colla celebrità de’ loro nomi trassero dietro di sè fuori della buona via un gran numero di imitatori4. Diranno [p. xi modifica]forse taluni che il Lampillas si condusse con maggiore asprezza, anzi forse con maggiore libertà, di quella che non conveniva; nondimeno in questa occasione egli diede fuori alcune cose, che provano la non volgare erudizione di lui, e parrebbero avere segnata di qualche neo l’opera del Tiraboschi, se non fosse lecito alcuna volta in un lungo lavoro il lasciarsi pigliare da un po’ di sonno. E certamente doveva il Lampillas, quando reputava di avere a rintuzzar qualche assalto, attendere una stagione nella quale alquanto si fosse in lui racchetato lo sdegno.

Ben altrimenti portossi col Tiraboschi Lodovico Bianconi, pubblicando alcune Lettere sopra Cornelio Celso. Gentilmente ei gli propose diverse ragioni, per le quali parevagli, che quel principe degli scrittori latini intorno la medicina, non fosse vissuto, come comunemente credevasi, nell’età appellata d’argento, ma sì bene all’aureo secolo fosse da ascriversi. Assai volentieri venne il Tiraboschi in questa sentenza; nè egli altra cosa più amava che la scoperta del vero. Perciò molti furono ammessi a parte delle sue ricerche, principalmente intorno a quegli scrittori che avevano con essi comune la patria. Non tralasciò poi cura alcuna affinchè in ogni parte perfetta riuscisse l’opera sua; ed allorchè dovette trattare dei matematici, dei fisici, dei medici, degli anatomici [p. xii modifica]e di altri simili autori, cercò e trascrisse talora i giudizi dei dotti, onde non parere di presumer troppo, quasi che egli avesse potato giustamente sentenziare in ogni genere di studi. Dopo aver pubblicato il suo lavoro si accorse che molte cose vi si potevano aggiugnere, e che alcune altre rimanevano da emendarsi. Per lo che pensò di farne una seconda edizione, come infatti eseguì poco tempo innanzi morire, e la portò fino ai quindici volumi.

Ebbe il Tiraboschi a combattere per cagione di quest’opera non solamente col Lampillas, ma professossi pur grato al cav. Vannetti e ad Alessandro Zorzi, perchè avessero prese le sue parti contro l’altro Spagnuolo Tommaso Serrano; ed egli stesso ripulsò l’impudenza del Domenicano Mamachi, il quale aveva somministrate allo stampatore romano della Storia dell’Italiana letteratura alcune brevi osservazioni sopra la medesima, stese con acrimonia, dimenticandosi che nelle critiche e nelle quistioni si deve sfuggire ogni contumelia. Il N. A. condì la sua risposta di una faceta ed elegante ironia, con che venne a togliere ogni via all’avversario di proseguire nelle sue opposizioni. Quindi è facile il comprendere che anche i buoni sono talvolta irritabili, massimamente quando si tratti di difendere la verità.

Eravi ancora una seconda spezie di gente, cui il Tiraboschi pareva non poter tollerare pazientemente. Imperocchè essendo sempre stato amantissimo della Società de’ Gesuiti, fortemente sdegnavasi di chi avesse tentato di parlarne sinistramente, nella qual cosa, fosse pietà, [p. xiii modifica]falsità, o giustizia, egli si merita o scusa od encomio. Ed a mio parere avrebbe anche meglio provveduto all’onore de’ suoi confratelli se non si fosse mostrato talvolta parziale laddove giudica dei loro scritti. Ma l’ingegno dell’uomo è così fatto, che acremente si attiene a quella parte qualunque, ch’esso una volta ha preso a favorire.

Dopo aver trattato di tutti gli Italiani celebri per dottrina, pensò di dover gratificare i Modenesi, da’ quali riceveva singolarissimi onori, scrivendo separatamente di quelli che vissuti erano o vivevano nel loro Stato. E ciò da lui aspettavano ed anzi richiedevano ardentemente, non solo quella città, in genere di gloria letteraria fiorente quanto alcun’altra d’Italia, ma tutta la Modenese provincia. Non faceva però d’uopo di stimoli a chi già ogni suo uffizio, studio, cura, pensiero aveva consecrato ad Ercole III, da cui in quello stesso anno ch’ei fu assunto al Ducato, cioè nel 1780, era stato nominato Presidente della Biblioteca e della Galleria delle Medaglie, Cavaliere e Consigliere. Fino a sei arrivano i volumi della nuova sua opera intitolata Biblioteca Modenese, e sono disposti in ordine alfabetico. Sarebbe stato miglior consiglio ch’egli si fosse tenuto entro più angusti limiti, giacchè vi si trova fatta menzione di molti, i quali benchè abbiano avuta cognizione di lettere e siano anche stati autori di qualche opera, non meritavano nondimeno di essere tramandati alla posterità. Aggiungasi, che nell’eseguire questo lavoro si prevalse molte fiate dell’altrui opera, [p. xiv modifica]come se avesse da soddisfare agli altri più che a sè stesso, ed alla gloria di qualche terra o famiglia particolare, più che a quella della repubblica letteraria. Parlando poi in un separato volume de’ musici, de’ pittori, degli scultori e di altri simili artefici, non parve gran fatto ottenere l’approvazione dei cultori di queste arti, e di quegli altri che hanno un vivo senso della bellezza. Imperciocchè in quelle arti, che non si propongono per immediato fine l’utilità (e sono di due specie, le une tendendo al diletto degli occhi, le altre a quello degli orecchi), ma che mirano ad una libera dilettazione dell’animo, conviene portar giudizio con certa diligenza e quasi scrupolosità, onde a colui, il quale non ne ha fatto studio e non può da sè stesso gustarle, è più sano partito il tacersi. Ma di quelle cose che si aggirano sulla letteratura il Tiraboschi trattò alla sua maniera con moltissima copia ed erudizione. E ben ebbe il campo a tutta spiegarla nelle vite de’ Sadoleti, de’ Sigonii, de’ Castelvetri, de’ Falloppii, de’ Muratori e di molti altri uomini somiglianti, di cui abbondò quasi sempre la città di Modena. La quale, per mostrarsi grata al Tiraboschi, lo regalò di ragguardevole somma di danaro, e lo ascrisse con onorevolissimo decreto all’ordine de suoi nobili.

Animato da questi beneficii a nuove imprese, divulgò nell’anno 1784 la Storia della Badia di Nonantola, il più illustre monastero di tutta la Lombardia. In qual tempo sia stato fondato, da chi accresciuto ed ornato, a quali vicende di fortuna ne’ diversi tempi sia andato [p. xv modifica]soggetto, quali beni abbia posseduti in quasi tutta l’Italia, quanti uomini siano in esso fioriti illustri per santità o per dottrina, chi presieduto vi abbia, e quali siansi verso di esso mostrate le due città vicine Modena e Bologna, che lungamente emule l’una coll’altra contesero troppo acerbamente; tali cose tutte sono dal Tiraboschi narrate per modo, che niuna particolarità degna di menzione è nel proprio luogo taciuta. Ei trasse tanta materia, per la quale gran lume riceve la storia di queste e di altre città e quella ancora in generale del medio evo, da gran numero di monumenti (che formano tutto il secondo volume), cui egli primo potè vedere. Laonde non è meraviglia ch’egli principalmente si gloriasse di questa sua opera. La quale avendo dedicata a Francesco Maria d’Este abate commendatario di quel monastero, professò per gratitudine di dovere a lui la spesa della stampa, e la facoltà avuta di esaminare que’ monumenti fino allora sconosciuti.

In mezzo a tali occupazioni diede fuori molte altre cose, ch’erano per lui come un riposo dalle più gravi fatiche. Scrisse a richiesta di nobilissima dama la vita di S. Olimpia, alla quale sono dirette molte lettere di S. Giovanni Crisostomo. Ma nulla disse di nuovo in questa materia, già copiosamente discorsa dal Savaglio e dal Montfaucon, uomini eruditissimi nelle greche lettere, delle quali così digiuno5 [p. xvi modifica]era il Tiraboschi che sembrava aggirarsi pellegrino in terra straniera.

Dimostrò la sua diligenza e la sua erudizione scrivendo diffusamente la vita di Fulvio Testi, poeta nobilissimo, fuor d’ogni dubbio, sopra quanti fiorirono nel secolo XVII: e l’elogio storico di Rambaldo de’ Conti Azzoni, poeta anch’esso, e uomo certamente illustre per coltura e pel patrocinio compartito alle lettere. Il Tiraboschi amava i poeti, perchè egli pure erasi talvolta esercitato nelle dolcezze della poesia, come dimostrano que’ pochi versi latini ed italiani che di lui pubblicò l’ab. Carlo Ciocchi in quell’opuscolo nel [p. xvii modifica]quale parla dell’adolescenza e de’ primi studi del N. A. Questi cercando in qual tempo e da che abbia avuto origine quella consonanza di desinenze simili, di cui, sotto nome di Rima, tanto si abbellisce la poesia italiana, si avvenne in uno scritto di Giammaria Barbieri intitolato Dell’origine della Poesia rimata. Lo pubblicò nell’anno 1790, ornandolo di una Prefazione e di Note, nelle quali tende a confermare quell’opinione, che la poesia rimata dagli Arabi passò nella Spagna e nella Provenza, donde i nostri la presero. Molto era stato già detto conformemente a tale opinione dall’ab. Giovanni Andres, che quasi ogni preclara invenzione a’ suoi Arabi riferisce. Ma contro di essi sorse l’ab. Stefano Arteaga, uomo dotto e di ingegno piuttosto acre6, e con molti argomenti provò che la poesia degli Arabi nulla ha di comune con quella che un tempo fu in uso presso degli Spagnuoli e dei Provenzali, trovandosi nelle Spagne vestigia di poesia rimata assai prima che gli Arabi vi dominassero. Stabilì poi con monumenti degni di ogni fede che non solo gli Spagnuoli e gli Italiani, ma anche gli Alemanni ed i Britanni ne ebbero cognizione ne’ secoli VI e VII dell’Era cristiana; e promise di mostrare donde fosse da ripeterne l’origine, il che poi non attenne. Io non dubito che il Tiraboschi, il quale sopra tutto amava la verità, non abbia [p. xviii modifica]adottato il parere dell’Arteaga, solamente dolendosi di lui, che nello scrivere si abbandonasse ad una acerbità, dalla quale sembrava non potere astenersi. Il Tiraboschi nel mostrarsi troppo favorevole al Barbieri, riputò di far cosa grata a’ suoi Modenesi, perchè quegli, al pari di molti altri uomini dottissimi, era nato nella loro città, e pareva la sua fama essersi del tutto perduta nella vetustà e nel l’obblio.

Attese pure il N. A. ad un altro lavoro, pel quale sperò di ottenere gloria non solo, ma lode ancora di gratitudine. Fin da quel tempo in cui scrisse la storia della Badia di Nonantola, aveva raccolti assai monumenti intorno alle cose Modenesi, ed ivi medesimo inserite molte narrazioni di illustri fatti avvenuti fino a secolo XII. Nè di ciò contento trattò in due Dissertazioni particolari delle origini di alcuni monasteri Benedettini sparsi nel territorio modenese, e ne fece la descrizione. Trovò in seguito molte cose che meravigliosamente illustravano la storia delle città e delle terre di tutto il Ducato di Modena, e si addossò il carico di scriverla, benchè già fosse vecchio. Intorno ad essa pertanto adoperossi con molta fatica negli ultimi anni della sua vita, e morì prima di aver compiuta la stampa del IV volume. Ricercò le origini di quelle città, indagò gli avvenimenti, la fortuna, le vicende di esse, le cose degne di menzione o di ammirazione, a chi siano in diversi tempi state soggette, i pericoli corsi, i varii partiti presi secondo le diverse circostanze de’ tempi, e, per dir tutto [p. xix modifica]in poco, nulla ommise di quanto fa d’uopo di investigare nella compilazione di simili istorie; rigettando tutto ciò che non fosse appoggiato a monumenti sicuri, od almeno sostenuto da buone ragioni. Adoperandosi così a vantaggio de’ Modenesi, il Tiraboschi non altrimenti si conduceva che se trattato si fosse di sè stesso e della sua patria. Ed avrebbe pur desiderato di fare il volere di quelli, che lo pregavano di scrivere particolarmente la storia de’ Vescovi di Modena e di Reggio, de’ quali aveva già in diverse occasioni parlato. Lo moveva eziandio il pensiero di far cosa utile alla religione cristiana. Ma non tutte potè compir le sue brame, benchè fosse uomo, quanti altri mai, assiduo, industrioso, esercitato, diligente, e possedesse facilità e speditezza di scrivere con certa eguale ed elegante scorrevolezza. Gli toglievano assai tempo gli amici non solo, ma tutti coloro che a lui ricorrevano per consigli o per giudizii in materia di lettere. Dal che provenne che molti pubblicassero lettere del Tiraboschi, sperando che le sue lodi e le sue testimonianze dovessero raccomandarli ai posteri. Di tali lettere si ha un esempio in un giornale di Vienna7, ove Giuseppe Retzer ne fece inserire due, che il Tiraboschi a lui diresse in lingua latina sulla vita e gli scritti di Girolamo Balbo. Egli era cauto in simili scritture, non volendo sembrare di troppo lodare taluni, o di tacere alcuna cosa cui importasse di dire. Il che sembrami aver esso [p. xx modifica]conseguito, anche allorchè nel 1773 intraprese in Modena la pubblicazione del Giornale dei Letterati, continuato poi, coll’opera di molti collaboratori, fino all’anno 1790, in 43 volumi. Esponeva il Tiraboschi il suo parere sulle opere che venivano in luce, senza timore; ma congiungeva la severità de’ giudizi con tanta umanità, e con sì grande rispetto verso coloro, i quali coltivavano le lettere, che niuno, amando il vero ed il retto, poteva dirsene offeso. Piacendogli il pensiero di coloro che in Padova volevano ristampare l’Enciclopedia metodica, molte cose loro somministrò che servirono all’ornamento di quell’opera. Nè fu meno liberale colle Accademie, alle quali era ascritto, inviando ad esse eruditissime Dissertazioni; il che a lui poco costava, perfettamente addottrinato siccome egli era nelle costumanze, nelle leggi, nelle cose appartenenti alle magistrature ed alle religioni, ed in tutte insomma le antiche memorie. Non mancò giammai dal tributare elogi agli uomini illustri, e dal tramandare ai posteri la memoria de’ chiari fatti con latine iscrizioni d’aureo sapore. Prese ancora a difendere alcuni letterati, e sempre il fece con dottrina e modestia; siccome quando in favore di Monsignor Gaetano Marini scrisse contra l’opinione del P. Pietro Paolo Paoli, il quale in certa Iscrizione da lui scoperta ove leggevasi il nome di Antimio, voleva pure ad ogni costo che dovesse intendersi il Pontefice Felice II.

Il Tiraboschi, seguendo il tenore di vita che incominciato aveva fino dalla adolescenza; [p. xxi modifica]di far sempre, cioè, e d’imparar qualche cosa che riuscir dovesse all’utile suo ed altrui8; acquistossi tanto credito e tanta fama, quanta pochissimi altri potevano pareggiare.

A tutto quello ch’egli operò a vantaggio delle lettere, è da aggiungersi il corredo delle sue virtù, della modestia, della temperanza, della rettitudine, dell’innocenza, della facilità, e di una singolare pietà ed amore verso Dio e gli uomini. Con religiosa tranquillità, fra le lagrime di tutti i buoni, morì li 3 di giugno dell’anno 1794: nè parve meno santa la morte sua, di quello che a tutti lodevole ne fosse paruta la vita. Fu seppellito nella suburbana Chiesa de’ SS. Faustino e Giovita, dove il Conte Filippo Giuseppe Marchisi gli pose un monumento con Iscrizione composta dal P. Pompilio Pozzetti delle Scuole Pie, Prefetto della Biblioteca Estense, unitamente all’ab. Carlo Ciocchi. L’uno e l’altro di questi letterali si è studiato di tramandare alla posterità il nome di un tanto uomo, con iscritture già pubblicate o che stanno per vedere la luce; onde a noi non rimase che di consacrare a sua lode il poco che intorno a lui abbiamo in queste memorie raccolto.


Note

  1. Così il Fabroni; ma Giuseppe Beltramelli nell'Elogio che pubblicò del Tiraboschi (Bergamo 1812) osserva essere corso sbaglio in questo cognome, per parte del biografo pisano o del suo stampatore, e doversi leggere Pietro Armati. — Nota del Traduttore.
  2. Nel 1767 pronunciò per la ricuperata salute dell’Imperatrice Maria Teresa un’elegante Orazione latina, che fu poi stampata unitamente a sei bellissime Iscrizioni del P. Guido Ferrari e ad alcuni versi del P. Pasquale Agudi sullo stesso argomento. Il sig. Giuseppe Beltramelli, concittadino ed amico dell’A., nel citato Elogio scrive, che la Sovrana mandò in segno di aggradimento al Tiraboschi una medaglia d’oro, e che questa fu recata personalmente a lui dallo splendido protettore de’ letterati il Conte di Firmian. — Nota del Traduttore.
  3. Discours préliminaire à l’Encyclopédie.
  4. La R. Accademia di Storia di Madrid lungi dal partecipare agli sdegni degli Spagnuoli Lampillas, Arteaga, Serrano, accolse anzi con segni di particolare aggradimento l’esemplare della Storia della letteratura Italiana che l’Autore stesso inviolle in testimonio della sua stima per una sì illustre adunanza e per tutta quella nazione. V. Ciocchi Lettera riguardante alcune delle più importanti notizie della Vita e dell’Opere dell’A., Pozzetti, Lombardi, e Beltramelli ne’ loro Elogi. — Nota del Traduttore
  5. Il Tiraboschi non era certamente così addottrinato nella letteratura greca come nella latina ed italiana; nondimeno viene asserito da persone degne di tutta fede ch’ei n’avesse bastevole cognizione. E quello stesso ne fa testimonio ch’egli dice, nel primo volume della sua Storia, intorno alla letteratura degli abitatori della Magna Grecia e de’ Siciliani antichi. Onde vuolsi temperare questa asserzione di Monsignor Fabroni, la quale troppo offende la memoria di sì chiaro letterato, qual fu il N. A. Giuseppe Beltramelli, che nel più volte citato suo Elogio difende esso pure il Tiraboschi da questa taccia datagli da Monsignor Fabroni, riflette in una nota, che quantunque il Tiraboschi medesimo confessasse di non essere nella lingua greca dottissimo, il che avrebbe detto per modestia anche essendolo, nondimeno nella Lettera al Reverendissimo Padre N. N., cioè, al P. Mamachi, ch’era Greco di nascita, disvela un errore grossolano in fatto di greca lingua, in cui quel Padre era caduto, fosse caso o malizia, cosa che non avrebbe fatta il N. A. se tanto in essa lingua fosse stato ignorante. Veggasi quella Lettera nel T. viii della St. della Lett. It. Ed. ii. di Modena, pag. 617; e l’Elogio del Beltramelli p. 48 e 76. — Nota del Traduttore.
  6. Dell’influenza degli Arabi sull’origine della poesia moderna in Europa. — Roma, 1791, in 8.°
  7. Mercurio Italiano N. viii, mese di agosto 1792.
  8. Il Padre Pompilio Pozzetti narra nell’Elogio del Tiraboschi, che questi, se la morte non lo avesse prevenuto, meditava di scrivere un Lessico per le antichità del medio evo, non che un’opera sull’origine dei principati in Italia, ed un’altra sugli obblighi che gli stranieri hanno cogli Italiani per le scoperte d’ogni maniera ond’essi giovarono le scienze. — Nota del Traduttore.