Storia della geografia e delle scoperte geografiche (parte seconda)/Capitolo X/Nicoloso da Recco

Nicoloso da Recco

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[p. 176 modifica]56. Nicoloso da Recco (a. 1341). — La più antica descrizione dell’arcipelago delle Canarie si trova in uno scritto latino di Giovanni Boccaccio, pubblicato per la prima volta nell’anno 1826 da Sebastiano Ciampi, nel quale si racconta [p. 177 modifica]brevemente di una spedizione allestita dal re Alfonso IV di Portogallo, nello scopo di esplorare più da vicino le isole africane già toccate da altri navigatori italiani e posta sotto gli ordini del genovese Nicoloso da Recco e del fiorentino Angiolino dei Corbizzi.

«L’anno 1341 dalla Incarnazione del Verbo, dice il Boccaccio, si ricevettero a Firenze alcune lettere di mercatanti fiorentini stabiliti in Siviglia nella Spagna Ulteriore, nelle quali si contengono le cose che andremo esponendo.

«Essi dicono adunque che, al 1° di luglio del 1341, due navi fornite dal re di Portogallo (Alfonso IV) di tutte le provvigioni necessarie ad una lunga navigazione, ed accompagnate da una piccola imbarcazione armata, colle ciurme composte di Fiorentini1, di Genovesi, di Castigliani e di altri Spagnoli, misero alla vela dalla città di Lisbona, dirigendosi verso le isole che noi chiamiamo comunemente ritrovate (quas vulgo repertas dicitur); che, favorite da buon vento, vi approdarono tutte dopo cinque giorni di navigazione; che, infine, furono di ritorno (a Lisbona) nel mese di novembre, recando quattro uomini di quelle isole, molte pelli di montone e di capra, sevo, olio di pesce, spoglie di vitelli marini, legname da tingere in rosso, simile al verzino ma diverso da questo, scorze di alberi che servono pure a tingere in rosso, ed altre cose simili.

«Il genovese Nicoloso da Becco, uno dei capitani di queste navi, riferiva che dalla città di Siviglia alle predette isole si contano circa 900 miglia, ma che dal luogo detto in oggi Capo San Vincenzo la loro distanza è assai minore. La prima delle isole esplorate, del circuito di 150 miglia, era interamente rocciosa e selvaggia, ma però abbondante di capre e di altro bestiame. Un’altra isola, alquanto maggiore della precedente, era molto popolata e bene coltivata: i suoi prodotti principali sono diverse specie di grani e di frutti, specialmente fichi buoni quanto quelli di Cesena. Molte altre isole si trovarono, distanti [p. 178 modifica]da quella cinque, dieci, venti e quaranta miglia: le navi si diressero verso una di esse, ma non vi trovarono che alberi di grande altezza. Una quarta, affatto deserta di abitanti, era abbondantemente provvista di acque eccellenti, come pure di falchi e di altri uccelli rapaci, e di colombi che si lasciavano uccidere a colpi di bastone. In un’altra isola si mostrarono alte montagne rocciose coperte di neve per la maggior parte del tempo: le pioggie vi erano frequenti, ma con cielo sereno il suo aspetto era veramente delizioso.

«I naviganti visitarono altre 13 isole, le une abitate, ma non egualmente, le altre deserte. Il mare era colà assai più tranquillo che il Mediterraneo, e formava buoni ancoraggi ma pochi porti. Essi trovarono di più un’altra isola, nella quale però non discesero, perchè si offerse al loro sguardo una cosa straordinaria. Colà si innalza cioè una montagna avente 30 e più miglia di altezza, visibile da grande distanza e sul vertice della quale appare qualcosa di bianco; e siccome tutta la montagna è rocciosa, quel bianco presenta la forma di una cittadella, ma si suppone che invece si tratti di una roccia molto aguzza con in cima un albero della grandezza, a un dipresso, dell’albero di una nave, al quale sarebbe appesa una verga con una grande vela latina e tesa in tutta la sua lunghezza: essa pare in seguito abbassarsi a poco a poco a guisa dell’albero di una nave lunga, per innalzarsi poi, continuando sempre nella stessa maniera, qualunque sia la posizione dalla quale la si osservi. Supponendo che questo prodigio fosse prodotto da qualche incantamento magico, i marinai non osarono prendervi piede.

«Molte altre cose essi videro, che il detto Nicoloso però non volle raccontare. Tuttavia pare che quelle isole non sieno ricche, perchè la spedizione appena trovò tanto da coprire la spesa dell’allestimento... I quattro uomini condotti a Lisbona sono nativi dell’isola Canaria; essi non intendono alcuna lingua, sono di statura non superiore alla nostra, di membra forti e molto intelligenti. Non conoscono nè oro, nè argento, nè spezie. Hanno poi gli abitanti di quelle isole un sistema di numerazione, nel quale pongono la decina a destra dell’unità».

Note

  1. Una nota marginale, di mano del Boccaccio, nomina, tra i fiorentini, il capitano Angiolino dei Corbizzi.