Storia d'Italia/Libro XVIII/Capitolo VIII

Libro diciottesimo
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VIII

Deliberazione del Borbone di marciare contro Roma, e lentezza del pontefice nel prendere provvedimenti. Scarsa sollecitudine dei romani alla richiesta d’aiuti del pontefice. Deliberazioni dei collegati di inviare milizie a Roma; fiducia di Renzo da Ceri nella possibilitá di difendere Roma, e fiducia del pontefice in lui. Assalto dell’esercito tedesco a Roma, morte del Borbone; sacco della cittá. Milizie de’ collegati sotto Roma, donde subito si ritirano.

Ma in questo tempo il pontefice, al quale era molesto essersi trasferita la guerra in Toscana ma pure manco molesto che se si fusse trasferita in terra di Roma, soldava fanti e provedeva a’ denari, ma lentamente; disegnando di mandare Renzo da Ceri con gente contro a’ sanesi e anche assaltargli per mare, acciò che Borbone, implicato in Toscana, fusse impedito a pigliare il cammino di Roma: benché di questo gli diminuisse ogni dí il timore, sperando che, per le difficoltá che aveva Borbone di condurre inverso Roma le genti senza vettovaglie e senza denari, e per l’opportunitá che aveva [p. 136 modifica]dello stato di Siena, dove almanco si nutrirebbono i soldati, fusse per fermarsi alla impresa contro a’ fiorentini. Ma, o fusse stato altro il suo primo consiglio, stabilito, come molti hanno detto, segretissimamente, insino al Finale, con l’autoritá del duca di Ferrara e di Ieronimo Morone, o diffidando, poiché alla difesa di Firenze erano condotte le forze di tutta la lega, di potere fare frutto in quella impresa, né potendo anche sostentare piú l’esercito senza denari, condotto insino a quel dí per tante difficoltá con vane promesse e vane speranze, e però necessitato o a perire o a tentare la fortuna, deliberò di andare improvisamente e con somma prestezza ad assaltare la cittá di Roma; dove e i premi della vittoria e per Cesare e per i soldati sarebbono inestimabili, e la speranza del conseguirgli non era piccola, poi che [il papa], con cattivo consiglio, aveva licenziato prima i svizzeri e poi i fanti delle bande nere, e ricominciato sí lentamente (disperato che fu l’accordo) a provedersi che giudicava non sarebbe a tempo a raccorre presidio sufficiente.

Partí adunque il duca di Borbone con tutto l’esercito, il dí vigesimo [sesto] di aprile, spedito, senza artiglierie senza carriaggi; e camminando con incredibile prestezza, non lo ritardando né le pioggie, le quali in quegli dí furono smisurate, né il mancamento delle vettovaglie, si appropinquò a Roma in tempo che appena il pontefice avesse certa la sua venuta, non trovato ostacolo alcuno né in Viterbo, dove il papa non era stato a tempo a mandare gente, né in altro luogo. Però il pontefice, ricorrendo (come prima gli era stato predetto avere a essere da uomini prudentissimi) nelle ultime necessitá, e quando non gli potevano piú giovare, a quegli rimedi i quali, fatti in tempo opportuno, sarebbono stati alla salute sua di grandissimo momento, creò per danari tre cardinali; i quali per l’angustia delle cose non gli potettono essere numerati, né, gli fussino stati numerati, potevano, per la vicinitá del pericolo, partorire piú frutto alcuno. Convocò anche i romani, ricercandogli che in tanto pericolo della patria pigliassino prontamente l’armi per difenderla, e i piú ricchi prestassino danari [p. 137 modifica]per soldare fanti, alla quale cosa non trovò corrispondenza alcuna. Anzi è restato alla memoria che Domenico di Massimo, ricchissimo sopra a tutti i romani, offerse di prestare cento ducati: della quale avarizia patí le pene, perché le figliuole andorono in preda de’ soldati, egli co’ figliuoli fatti prigioni ebbono a pagare grandissime taglie.

Ma in Firenze, avuta la nuova della partita di Borbone, la quale, scritta da Vitello che era in Arezzo, ritardò uno dí piú che non era conveniente a venire, si deliberò da’ capitani che il conte Guido Rangone, con i cavalli suoi e con quelli del conte di Gaiazzo e con cinquemila fanti de’ fiorentini e della Chiesa, andasse subito, spedito, alla volta di Roma, seguitasse l’altro esercito appresso: sperando che, se Borbone andava con artiglierie, sarebbe questo soccorso a Roma innanzi a lui; se andava spedito, sarebbe sí presto dopo lui che, non avendo artiglierie ed essendo mediocre difesa in Roma, dove il papa aveva scritto avere seimila fanti, sarebbe sopratenuto tanto che arrivasse questo primo soccorso; il quale arrivato, non era pericolo alcuno che Roma si perdesse. Ma la celeritá di Borbone e le piccole provisioni di Roma pervertirono tutti i disegni. Perché Renzo da Ceri, al quale il pontefice aveva dato il carico principale della difesa di Roma, avendo per la brevitá del tempo condotto pochi fanti utili ma molta turba imbelle e imperita, raccolta tumultuariamente dalle stalle de’ cardinali e de’ prelati e dalle botteghe degli artefici e delle osterie, e avendo fatto ripari al Borgo deboli, a giudizio di tutti, ma a giudizio suo sufficienti, confidava tanto nella difesa che né permettesse che si tagliassino i ponti del Tevere per salvare Roma, se pure il Borgo e Trastevere non si potessino difendere; anzi, giudicando essere superfluo il soccorso, presentita la venuta del conte Guido, gli fece il quarto dí di maggio scrivere dal vescovo di Verona in nome del pontefice che, per essere Roma provista e fortificata a bastanza, vi mandasse solamente seicento o ottocento archibusieri, egli col resto delle genti andasse a unirsi con l’esercito della lega, col quale unito farebbe piú frutto che rinchiuso in Roma: la quale [p. 138 modifica]lettera se bene non fece nocumento alcuno, perché il conte non era tanto innanzi che potesse essere a tempo, certificò pure quanto male si calcolassino da lui i pericoli presenti. Ma non fu manco maraviglioso, se è maraviglia che gli uomini non sappino o non possino resistere al fato, che il pontefice, che soleva disprezzare Renzo da Ceri sopra tutti gli altri capitani, si rimettesse ora totalmente nelle sue braccia e nel suo giudizio; e molto piú che, solito a temere ne’ minori pericoli, era stato piú volte inclinato ad abbandonare Roma quando il viceré andò col campo a Frusolone, ora, in tanto pericolo, spogliatosi della natura sua, si fermasse costantemente in Roma, e con tanta speranza di difendersi che, diventato quasi come procuratore degli inimici, proibisse non solo agli uomini di partirsene ma eziandio ordinasse non fussino lasciate uscirne le robe, delle quali molti mercatanti e altri cercavano per la via del fiume di alleggierirsi.

Alloggiò Borbone con l’esercito, il quinto dí di maggio, ne’ Prati presso a Roma, con insolenza militare mandò uno trombetto a dimandare il passo al pontefice (ma per la cittá di Roma) per andare con l’esercito nel reame di Napoli, e la mattina seguente in su il fare del dí, deliberato o di morire o di vincere (perché certamente poca altra speranza restava alle cose sue), accostatosi al Borgo della banda del monte di Santo Spirito, cominciò una aspra battaglia; avendogli favoriti la fortuna nel fargli appresentare piú sicuramente, per beneficio di una folta nebbia che, levatasi innanzi al giorno, gli coperse insino a tanto si accostorno al luogo dove fu cominciata la battaglia. Nel principio della quale Borbone, spintosi innanzi a tutta la gente per ultima disperazione, non solo perché non ottenendo la vittoria non gli restava piú refugio alcuno ma perché vedeva i fanti tedeschi procedere con freddezza grande a dare l’assalto, ferito, nel principio dello assalto, di uno archibuso, cadde in terra morto. E nondimeno la morte sua non raffreddò l’ardore de’ soldati, anzi combattendo con grandissimo vigore, per spazio di due ore, entrorno finalmente nel Borgo; giovando loro non solamente la [p. 139 modifica]debolezza grandissima de’ ripari ma eziandio la mala resistenza che fu fatta dalla gente. Per la quale, come molte altre volte, si dimostrò a quegli che per gli esempli antichi non hanno ancora imparato le cose presenti, quanto sia differente la virtú degli uomini esercitati alla guerra agli eserciti nuovi congregati di turba collettizia, e alla moltitudine popolare: perché era alla difesa una parte della gioventú romana sotto i loro caporioni e bandiere del popolo; benché molti ghibellini e della fazione colonnese deliberassino o almanco non temessino la vittoria degli imperiali, sperando per il rispetto della fazione di non avere a essere offesi da loro; cosa che anche fece procedere la difesa piú freddamente. E nondimeno, perché è pure difficile espugnare le terre senza artiglieria, restorno morti circa mille fanti di quegli di fuora. I quali come si ebbeno aperta la via di entrare dentro, mettendosi ciascuno in manifestissima fuga, e molti concorrendo al Castello, restorono i borghi totalmente abbandonati in preda de’ vincitori; e il pontefice, che aspettava il successo nel palazzo di Vaticano, inteso gli inimici essere dentro, fuggí subito con molti cardinali nel Castello. Dove consultando se era da fermarsi quivi, o pure, per la via di Roma, accompagnati da’ cavalli leggieri della sua guardia, ridursi in luogo sicuro, destinato a essere esempio delle calamitá che possono sopravenire a’ pontefici e anco quanto sia difficile a estinguere l’autoritá e maestá loro, avuto nuove per Berardo da Padova, che fuggí dello esercito imperiale, della morte di Borbone e che tutta la gente, costernata per la morte del capitano, desiderava di fare accordo seco, mandato fuora a parlare co’ capi loro, lasciò indietro infelicemente il consiglio di partirsi; non stando egli e i suoi capitani manco irresoluti nelle provisioni del difendersi che fussino nelle espedizioni. Però il giorno medesimo gli spagnuoli, non avendo trovato né ordine né consiglio di difendere il Trastevere, non avuta resistenza alcuna, v’entrorono dentro; donde non trovando piú difficoltá, la sera medesima a ore ventitré, entrorono per ponte Sisto nella cittá di Roma: dove, da quegli in fuora che si confidavano nel nome [p. 140 modifica]della fazione, e da alcuni cardinali che per avere nome di avere seguitato le parti di Cesare credevano essere piú sicuri che gli altri, tutto il resto della corte e della cittá, come si fa ne’ casi tanto spaventosi, era in fuga e in confusione. Entrati dentro, cominciò ciascuno a discorrere tumultuosamente alla preda, non avendo rispetto non solo al nome degli amici né all’autoritá e degnitá de’ prelati, ma eziandio a’ templi a’ monasteri alle reliquie onorate dal concorso di tutto il mondo, e alle cose sagre. Però sarebbe impossibile non solo narrare ma quasi immaginarsi le calamitá di quella cittá, destinata per ordine de’ cieli a somma grandezza ma eziandio a spesse direzioni; perché era l’anno......... che era stata saccheggiata da’ goti. Impossibile a narrare la grandezza della preda, essendovi accumulate tante ricchezze e tante cose preziose e rare, di cortigiani e di mercatanti; ma la fece ancora maggiore la qualitá e numero grande de’ prigioni che si ebbeno a ricomperare con grossissime taglie: accumulando ancora la miseria e la infamia, che molti prelati presi da’ soldati, massime da’ fanti tedeschi, che per odio del nome della Chiesa romana erano crudeli e insolenti, erano in su bestie vili, con gli abiti e con le insegne delle loro dignitá, menati a torno con grandissimo vilipendio per tutta Roma; molti, tormentati crudelissimamente, o morirono ne’ tormenti o trattati di sorte che, pagata che ebbono la taglia, finirono fra pochi dí la vita. Morirono, tra nella battaglia e nello impeto del sacco, circa quattromila uomini. Furono saccheggiati i palazzi di tutti i cardinali (eziandio del cardinale Colonna che non era con l’esercito), eccetto quegli palazzi che, per salvare i mercatanti che vi erano rifuggiti con le robe loro e cosí le persone e le robe di molti altri, feciono grossissima imposizione in denari: e alcuni di quegli che composeno con gli spagnuoli furono poi o saccheggiati dai tedeschi o si ebbeno a ricomporre con loro. Compose la marchesana di Mantova il suo palazzo in cinquantaduemila ducati, che furono pagati da’ mercatanti e da altri che vi erano rifuggiti: de’ quali fu fama che don Ferrando suo figliuolo ne partecipasse di diecimila. Il [p. 141 modifica]cardinale di Siena: dedicato per antica ereditá de’ suoi maggiori al nome imperiale, poiché ebbe composto sé e il suo palazzo con gli spagnuoli, fu fatto prigione da’ tedeschi; e si ebbe, poi che gli fu saccheggiato da loro il palazzo, e condotto in Borgo col capo nudo con molte pugna, a riscuotere da loro con cinquemila ducati. Quasi simile calamitá patirono il cardinale della Minerva e il Ponzetta, che fatti prigioni da’ tedeschi pagorono la taglia, menati prima l’uno e l’altro di loro a processione per tutta Roma. I prelati e cortigiani spagnuoli e tedeschi, riputandosi sicuri dalla ingiuria delle loro nazioni, furono presi e trattati non manco acerbamente che gli altri. Sentivansi i gridi e urla miserabili delle donne romane e delle monache, condotte a torme da’ soldati per saziare la loro libidine: non potendo se non dirsi essere oscuri a’ mortali i giudizi di Dio, che comportasse che la castitá famosa delle donne romane cadesse per forza in tanta bruttezza e miseria. Udivansi per tutto infiniti lamenti di quegli che erano miserabilmente tormentati, parte per astrignergli a fare la taglia parte per manifestare le robe ascoste. Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de’ santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de’ loro ornamenti, erano gittate per terra; aggiugnendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi. E quello che avanzò alla preda de’ soldati (che furno le cose piú vili) tolseno poi i villani de’ Colonnesi, che venneno dentro. Pure il cardinale Colonna, che arrivò (credo) il dí seguente, salvò molte donne fuggite in casa sua. Ed era fama che, tra denari oro argento e gioie, fusse asceso il sacco a piú di uno milione di ducati, ma che di taglie avessino cavata ancora quantitá molto maggiore.

Arrivò, il dí medesimo che gli imperiali preseno Roma, il conte Guido co’ cavalli leggieri e ottocento archibusieri al ponte di Salara, per entrare in Roma la sera medesima; ma inteso il successo si ritirò a Otricoli, dove si congiunse seco il resto della sua gente; perché, non ostante le lettere avute di Roma che disprezzavano il suo soccorso, egli, non volendo disprezzare la fama di essere quello che avesse soccorso Roma, [p. 142 modifica]aveva continuato il suo cammino. Né mancò (come è natura degli uomini, benigni e mansueti estimatori delle azioni proprie ma severi censori delle azioni d’altri) chi riprendesse il conte Guido di non avere saputo conoscere una preclarissima occasione, perché gli imperiali, intentissimi tutti a sí ricca preda, a votare le case, a ritrovare le cose occultate, a fare prigioni e a ridurre in luogo salvo i fatti, erano dispersi per tutta la cittá, senza ordine di alloggiamenti senza riconoscere le loro bandiere senza ubbidire i segni de’ capitani; in modo che molti credetteno che se la gente che era col conte Guido si fusse condotta con prestezza in Roma non solo arebbeno conseguito, presentandosi al Castello non assediato né custodito di fuora da alcuno, la liberazione del pontefice ma ancora sarebbe succeduta loro piú gloriosa fazione, occupati tanto gli inimici alla preda che con difficoltá, per qualunque accidente, se ne sarebbe messo insieme numero notabile: essendo massime certo che, ancora poi per qualche dí, quando per comandamento de’ capitani o per qualche accidente si dava alle armi, non si rappresentava alle bandiere alcuno soldato. Ma gli uomini si persuadono spesso che se si fusse fatta o non fatta una cosa tale sarebbe succeduto certo effetto, che se si potesse vederne la esperienza si troverebbeno molte volte fallaci simili giudizi.