VI. Aranjuez

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V VII

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VI.


Come arrivando per la via del settentrione, così partendo da Madrid per la via del mezzogiorno, si percorre una campagna disabitata che rammenta le provincie più povere dell'Aragona e della Vecchia Castiglia. Son vaste pianure giallastre e secche, nelle quali par che il terreno, a picchiarci su, debba risuonare come un uscio, o screpolarsi come la crosta d'una torta abbrustolita; e pochi villaggi meschini, dello stesso colore del suolo, che pare dovrebbero accendersi come un mucchio di foglie inaridite, solo ad avvicinare un fiammifero allo spigolo d'una casa. Dopo un'ora di strada, la mia spalla cercò la parete del carrozzone, il mio gomito cercò un sostegno, la mia testa cercò la mano, e caddi in un profondo sopore, come un membro dell'Ateneo d'ascoltazione di Giacomo Leopardi. Pochi minuti dopo che avevo chiuso gli occhi, fui riscosso da un disperato gridío di donne e di ragazzi, e balzai in piedi chiedendo ai vicini che cosa fosse seguito. Ma prima [p. 251 modifica] finito la domanda, una risata generale mi rassicurò. Un drappello di cacciatori sparsi per la campagna, vedendo arrivare il treno, s’eran messi d’accordo per far un po’ di paura ai viaggiatori. In quei giorni si parlava della comparsa d’una banda di Carlisti nelle vicinanze di Aranjuez: i cacciatori, fingendo d’essere l’avantiguardia della banda, mentre passava il treno, avevan gettato alte grida come per avvertire il grosso degli armati che accorressero, e gridando, avevan fatto l’atto di sparare contro i carrozzoni; onde lo spavento e le grida della gente; e poi avevan tutt’a un tratto voltato i fucili col calcio in aria, per far vedere che l’era stata una burla. Passata la tremerella, chè n’ebbi per un momento un pochino anch’io, ricaddi nel mio sopore accademico; ma ne fui scosso daccapo, di là a pochi minuti, in una maniera assai più gradevole che la prima volta.

Guardai intorno: la vasta campagna deserta s’era trasformata come per incanto, in un immenso giardino pieno di boschetti leggiadrissimi, percorso in tutti i sensi da larghi viali, sparso di casine campestri e di capanni fasciati di verzura; e qua e là zampilli di fontane, e recessi ombrosi, e prati fioriti, e vigneti, e sentierini, e un verde, un fresco, un odor di primavera, un’aura di letizia e di piacere, da imparadisare l’anima. Eravamo arrivati a Aranjuez. Discesi dal treno, infilai un bel viale ombreggiato da due file di alberi giganteschi, e mi trovai dopo pochi passi in faccia al palazzo reale. [p. 252 modifica]

Il ministro Castelar scrisse pochi giorni sono nel suo memorandum che la caduta dell’antica monarchia spagnuola fu predestinata il giorno che una turba di popolo colle ingiurie sulle labbra e l’ira nel cuore invase il palazzo d’Aranjuez per turbare la tranquilla maestà dei suoi Sovrani. Io ero appunto su quella piazza dove il 17 marzo del 1808 seguirono gli avvenimenti che furono il prologo della guerra nazionale, e come la prima parola della sentenza che condannò a morte l’antica Monarchia. Cercai subito cogli occhi le finestre dell’appartamento del Principe della Pace; me lo raffigurai quando fuggiva di sala in sala, pallido e scapigliato, in cerca d’un nascondiglio, all’eco delle grida della moltitudine che saliva le scale; vidi il povero Carlo IV deporre colle mani tremanti la corona di Spagna sulla testa del Principe delle Asturie; tutte le scene di quel terribile dramma mi si presentarono dinanzi agli occhi; e il silenzio profondo del luogo, e la vista di quel palazzo chiuso e abbandonato, mi misero freddo al cuore.

Il palazzo ha la forma d’un castello; è fabbricato di mattoni, con contorni di pietra bianca, e coperto di un tetto d’ardesia. Tutti sanno che lo fece costruire Filippo II dal celebre architetto Herrera, e che quasi tutti i re successivi lo abbellirono, e vi soggiornarono nella stagione estiva. V’entrai: l’interno è splendido: v’è una stupenda sala pel ricevimento degli ambasciatori, un bel gabinetto chinese di Carlo III, una mirabile sala di toeletta di Isabella II; e una profusione d’oggetti d’ornamento [p. 253 modifica] preziosissimi. Ma tutte le ricchezze del palazzo non valgono il colpo d’occhio dei giardini. L’aspettazione non è delusa. I giardini d’Aranjuez (Aranjuez è il nome della piccola città che giace a poca distanza dal palazzo) sembrano stati fatti per una famiglia di re titanici, ai quali i parchi e i giardini dei nostri re dovessero parer aiuole da terrazze o campicelli da presepio. Viali a perdita d’occhio fiancheggiati da alberi di smisurata altezza, che consertano i rami inclinandosi gli uni verso gli altri, come incurvati da due venti contrari, percorrono in tutti i sensi una foresta di cui non si vedono i confini; e a traverso questa foresta, il Tago largo e rapido descrive una maestosa curva formando qua e là cascatelle e bacini; e una vegetazione fitta e pomposa, lussureggia fra un laberinto di vialetti, di crocicchi e di sbocchi; e in ogni parte biancheggiano statue, vasche, colonne, schizzi d’acqua altissimi che ricascano a sprazzi, a fiocchi, a goccie, in mezzo a ogni maniera di fiori d’Europa e d’America; e al fragore maestoso della cascata del Tago, s’unisce il canto d’innumerevoli usignoli che vibrano le loro allegre note nell’ombra misteriosa dei sentieri solitarii. In fondo ai giardini sorge un piccolo palazzo di marmo, di modesta apparenza, che racchiude tutte le maraviglie della più magnifica reggia; e nel quale si respira ancora, per così dire, l’aura della vita intima dei Re di Spagna. Qui le stanzine segrete di cui si tocca il soffitto colla mano, la sala da biliardo di Carlo IV, la sua [p. 254 modifica] stecca, i cuscini ricamati dalla mano delle regine, gli orologi musicali che rallegravano gli ozii degli infanti, le scalette, le finestrine che serban cento piccole tradizioni dei capricci principeschi; e infine il più ricco luogo comodo d’Europa, dovuto a un ghiribizzo di Carlo IV, che racchiude in sè solo tante ricchezze da tirarne di che fare un palazzo, senza togliergli la nobile primazia di cui va altero fra tutti i gabinetti destinati allo stesso scopo. Di là da questo palazzo, e tutt’intorno ai boschi, si stendono vigneti e oliveti e piantagioni d’alberi fruttiferi e ridenti praterie. È una vera oasi circondata dal deserto, che Filippo II scelse in un giorno d’allegro umore quasi per temperare con una gaia immagine la cupa melanconia dell’Escurial. Tornando dal piccolo palazzo di marmo verso il grande palazzo reale, per quei lunghissimi viali, all’ombra di quegli alberi sterminati, in quella profonda quiete di foresta, pensavo agli splendidi cortei di dame e di cavalieri che un giorno vi si aggiravano dietro ai passi di giovani monarchi folleggianti o di regine capricciose e sfrenate, al suono di musiche amorose e di canti che narravan la grandezza e la gloria della invitta Spagna; e ripetevo malinconicamente col poeta di Recanati:

«.... Tutto è pace e silenzio
E più di lor non si ragiona....»

Ma pur guardando certi sedili di marmo mezzo nascosti fra i cespugli, e figgendo lo sguardo nel buio [p. 255 modifica] di certi sentieri lontani, e pensando a quelle regine, a quegli amori, a quelle follie, non potevo trattenere un sospiro, che non era di pietà, e un segreto senso d’amarezza mi pungeva il cuore; e dicevo come il povero Adan nel poema il Diablo mundo: — Come son fatte codeste grandi dame? Come vivono? Che fanno? Parlano, amano, godono, come noi? — E partii per Toledo fantasticando l’amor d’una regina come un giovane avventuriere delle Mille e una notte.