I. Barcellona

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Spagna II
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SPAGNA.



I.


Era una mattina piovosa di febbraio, e mancava un’ora al levar del sole. Mia madre m’accompagnò fin sul pianerottolo, ripetendomi in fretta tutti i consigli che mi soleva dare da un mese; poi mi gettò le braccia al collo, diede in uno scoppio di pianto, e disparve. Io rimasi un momento là col cuore stretto, guardando la porta quasi sul punto di gridare: — Apri! Non parto più! Resto con te! — poi mi cacciai giù per le scale, come un ladro inseguito. Quando fui nella strada, mi parve che tra me e casa mia si fossero già stese le onde del mare, e alzate le cime dei Pirenei; ma benchè da tanto tempo aspettassi quel giorno con impazienza febbrile, non ero punto allegro. Incontrai alla svoltata d’una strada un medico mio amico che andava all’ospedale, e ch’io non aveva visto da più d’un mese; mi domandò: “Dove vai?” — “In Spagna,” risposi. Non mi voleva credere, tanto il mio viso accigliato e melanconico era lontano [p. 2 modifica] dall’annunziare un viaggio di piacere. Per tutta la strada, da Torino a Genova, non pensai che a mia madre, alla mia camera che restava vuota, alla mia piccola biblioteca, alle care abitudini della mia vita casalinga, alle quali davo un addio per molti mesi. Ma giunto a Genova, la vista del mare, i giardini dell’Acquasola e la compagnia di Anton Giulio Barrili, mi restituirono la serenità e l’allegrezza. Ricordo che mentre stavo per scender nella barca che mi doveva condurre al bastimento, mi fu data una lettera da un fattorino d’albergo, nella quale non erano che queste parole: «Tristi notizie di Spagna. La condizione d’un italiano a Madrid, in tempi di lotta contro il Re, sarebbe pericolosa. Persisti a partire? Pensaci.» Saltai nella barca, e via. Poco prima che il bastimento partisse, vennero due uffiziali a dirmi addio: mi par ancora di vederli ritti in mezzo alla barca, quando il bastimento cominciava a muoversi.

“Portami una spada di Toledo!” gridavano.

“Portami una bottiglia di Xères!”

“Portami una chitarra! Un cappello andaluso! Un pugnale!”

Di lì a poco non vidi più che i loro fazzoletti bianchi, e udii il loro ultimo grido; tentai di rispondere, ma la voce mi restò strozzata a mezza gola; mi misi a ridere, e mi passai una mano sugli occhi. Poco dopo mi rintanai nel mio bugigattolo, e addormentatomi d’un sonno delizioso, sognai i consigli di mia madre, il portamonete, la Francia, le Andaluse. All’alba saltai su, e salii subito a poppa: [p. 3 modifica] eravamo a poca distanza dalla costa, era già costa francese, il primo lembo di terra straniera, ch’io vedeva: curiosa! non potevo saziarmi di guardare, e mille vaghi pensieri mi giravano per la testa, e dicevo: è la Francia? ma davvero? Son proprio io che son qui? Mi venivan dei dubbi sulla mia identità. A mezzogiorno si cominciò a vedere Marsiglia. La prima vista d’una gran città di mare dà come una sorta di stordimento, che uccide il piacere della meraviglia. Vedo, come a traverso d’una nebbia, un’immensa foresta di navi, un barcaiuolo che mi porge la mano parlandomi non so che gergaccio incomprensibile, una guardia doganale che mi fa pagare, non so in virtù di che legge, deux sous pour les Prussiens; poi una oscura camera d’albergo; poi strade lunghissime, piazze sconfinate, un viavai di gente e di carrozze, drappelli di zuavi, divise militari sconosciute, migliaia di lumi, migliaia di voci, e infine una stanchezza e una malinconia profonda, che finisce in un sogno penoso. L’indomani mattina all’alba ero in un carrozzone della strada ferrata che va da Marsiglia a Perpignano, in mezzo a una diecina d’ufficiali degli zuavi, arrivati il giorno innanzi dall’Affrica, chi colle gruccie, chi col bastone, chi con un braccio al collo; ma allegri e chiassoni come scolaretti. Il viaggio era lungo: bisognava pur cercar di discorrere; però, con tutto quello che avevo inteso dire della bile che hanno i Francesi con noi, non m’arrischiavo ad aprir bocca. Baie! Mi diresse la parola un di loro, si appiccò discorso: [p. 4 modifica] “Italiano” — “Sì” fu una festa; tutti, tranne uno, aveano combattuto in Italia; uno era stato ferito a Magenta; cominciarono a raccontar aneddoti di Genova, di Torino, di Milano, a domandarmi mille cose, a descrivermi la vita che menavano in Affrica. Uno tirò in ballo il Papa. “Ahi!” dissi tra me. Che! Era più buzzurro di me: diceva che dovevamo trancher le noeud de la question, e andar fino in fondo senza darci pensiero dei rurali. Intanto, via via che ci avvicinavamo ai Pirenei, mi divertivo ad osservare il progressivo alterarsi della pronunzia nei viaggiatori che salivano nel carrozzone, a vedere come la lingua francese moriva, per così dire, nella lingua spagnuola, a sentire come la Spagna ci veniva incontro; fin che giunto a Perpignano, e cacciatomi in una diligenza, udii i primi: Buenos dias e Buen viaje, schietti e sonori, che mi fecero un piacere infinito. A Perpignano però non si parla spagnuolo, ma un dialettaccio misto di francese, di marsigliese e di catalano, che strazia le orecchie. La diligenza mi sbarcò a un albergo in mezzo a un visibilio di ufficiali, di signore, d’inglesi e di bauli; un cameriere mi fece seder per forza dinanzi a una tavola apparecchiata; mangiai, mi strozzarono, mi cacciarono in un’altra diligenza, e via.

Ahimè! Io avevo vagheggiato per tanto tempo la traversata dei Pirenei, e mi toccò farla di notte; prima che arrivassimo alle falde dei primi monti, era già buio pesto. Per lunghe e lunghe ore, tra il sonno e la veglia, non vidi altro che un po’ di strada [p. 5 modifica]rischiarata dalle lanterne della diligenza, qualche nero profilo di montagna, qualche rupe sporgente che quasi si poteva toccare stendendo la mano fuor del finestrino; e non udivo che lo scalpitìo cadenzato dei cavalli, e il fischio d’un maledettissimo vento che non cessò un momento di soffiare. Avevo accanto un Americano degli Stati Uniti, giovane, il più matto originale del mondo, che dormì non so quante ore colla testa appoggiata sulla mia spalla, e tratto tratto si svegliava per esclamare con voce lamentevole — Ah quelle nuit! Quelle horribile nuit! — senza accorgersi punto che colla sua testa dava a me ben altra ragione di fare lo stesso lamento. Alla prima stazione, scendemmo tutti e due, ed entrammo in una piccola osteria a bere un bicchierino di liquore. Mi domandò se io viaggiavo per affari di commercio. “No, signore,” risposi, “viaggio per divertimento. E lei, se è lecito?” — “Io,” disse egli con molta gravità, “viaggio per amore.” — “Per amore?” — “Per amore!” e mi raccontò, non richiesto, una lunga storia d’una passione amorosa osteggiata, d’un matrimonio fallito, di rapimenti, di duelli, di non so che altro; per venire a concludere che viaggiava per distrarsi, e dimenticare la persona amata. E cercava in fatti di distrarsi quanto poteva, perchè in tutte le osterie in cui entrammo da quella prima fino a Gerona, non fece che stuzzicare le serve, sempre con molta gravità, convien dirlo, ma anche con un’audacia che il desiderio di distrazione non bastava a giustificare. [p. 6 modifica]

Alle tre dopo mezzanotte arrivammo alla frontiera. — Estamos en España! — gridò una voce; la diligenza si fermò; l’inglese ed io balzammo di nuovo in terra, e c’infilammo con molta curiosità in una piccola osteria, per vedere i primi figli della Spagna fra le pareti di casa loro. Trovammo una mezza serqua di doganieri, l’oste, la moglie e i figliuoli, seduti intorno a un braciere; ci rivolsero subito la parola; io feci molte domande, e mi risposero in un modo brioso ed ingenuo, che non credevo di trovar nei Catalani, dipinti nei dizionarii geografici come gente dura e di poche parole. Domandammo che ci fosse da mangiare: ci portarono il famoso chorizo spagnuolo, una specie di salcicciotto arcipieno di pepe, che brucia le viscere; una bottiglia di vino dolce, un po’ di pan duro. “Ebbene, che fa il vostro re?” domandai a un doganiere, dopo ch’ebbi sputati i primi bocconi. Quegli a cui avevo rivolto la parola parve un po’ imbarazzato, mi guardò, guardò gli altri, e poi mi diede questa curiosissima risposta: “Està reinando” (sta regnando). Tutti si misero a ridere, e mentre io preparavo una domanda un po’ più stringente, mi sentii mormorar all’orecchio: “Es un republicano.” Mi voltai, e vidi l’oste che guardava in su. Ho capito, risposi, e cambiai discorso. Rimontando poi nella diligenza, il mio compagno ed io ridemmo molto dell’avvertimento dell’oste, tutti e due meravigliati che da una persona di quella classe le opinioni politiche dei doganieri fossero prese tanto sul serio; ma nelle [p. 7 modifica]osterie dove scendemmo in seguito, udimmo ben altro. In tutte si trovò un oste, o un avventore che leggeva un giornale, e intorno un crocchio di paesani che ascoltavano. Tratto tratto la lettura era interrotta e accendevasi qualche discussione politica che io non capivo, poichè parlavan catalano; ma della quale riuscivo però ad afferrare il concetto dominante, aiutandomi col giornale che avevo sentito leggere. Ebbene, debbo proprio dire che in tutti quei crocchi alitava un’auretta repubblicana che avrebbe increspato la pelle al più intrepido amedeista. Uno fra gli altri, un omone dal cipiglio fiero e dalla voce profonda, dopo aver parlato un pezzo in mezzo a una corona di muti ascoltatori, si voltò verso di me, che dalla inesatta pronunzia castigliana aveva preso per francese, e mi disse con molta solennità: “Le dirò una cosa, caballero!” — “Quale?” — “Le digo” mi rispose, “que España es mas desgraciada que Francia;” e detto questo si mise a passeggiar per la stanza col capo basso e le braccia incrociate nel petto. Intesi altri parlare confusamente di Cortes, di ministri, di ambizioni, di tradimenti e d’altre cose terribili. Una sola persona, una ragazza d’una trattoria di Figueras, saputo che ero italiano, mi disse sorridendo: “Ahora tenemos un rey italiano.” E dopo poco, andandosene, soggiunse con graziosa semplicità: “A mi me gusta.

Arrivammo, ch’era ancor notte, a Girona, dove re Amedeo, accolto, a quanto si dice, festosamente, pose una lapide nella casa abitata dal generale [p. 8 modifica]Alvarez durante il celebre assedio del 1809; attraversammo la città che ci parve immensa, pieni di sonno com’eravamo, e impazienti di buttarci a dormire in un carrozzone della strada ferrata; giungemmo finalmente alla stazione, e allo spuntar dell’alba partimmo per Barcellona.

Dormire! Era la prima volta ch’io vedeva levarsi il Sole sulla Spagna: come potevo dormire? Mi affacciai a un finestrino, e non ritirai più la testa fino a Barcellona. Ah! nessun diletto può star a fronte di quello che si prova entrando in un paese sconosciuto, coll’immaginazione preparata a veder cose nuove e mirabili, con mille ricordi di fantastiche letture nel capo, senza pensieri, senza cure! Inoltrarsi in quel paese, spaziar collo sguardo, avidamente, da ogni parte, in cerca di qualche cosa che vi faccia capire, quando non lo sapeste, che ci siete; riconoscerlo, a poco a poco, qui in un vestito d’un contadino, là in una pianta, più oltre in una casa; vedere, via via che si va innanzi, spesseggiare quei segni, quei colori, quelle forme, e paragonare ogni cosa coll’immagine che ce n’eravamo formata prima; trovare un pascolo alla curiosità in tutto ciò che ci cade sott’occhio, o ci giunge all’orecchio: nei visi della gente, nei gesti, negli accenti, nei discorsi; gettare un oh! di stupore a ogni passo; sentire che la nostra mente si dilata e si rischiara; desiderar insieme di arrivare presto e di non arrivar mai, affannarsi per veder tutto, domandar mille cose ai vicini, far lo schizzo d’un villaggio e abbozzare un gruppo [p. 9 modifica]di villani; dire dieci volte all’ora: “Ci sono!” e pensare che racconterete un giorno ogni cosa; è davvero il più vivo e il più vario dei diletti umani. L’Americano russava.

La parte della Catalogna che si percorre da Girona a Barcellona, è varia, fertile e mirabilmente coltivata. È una successione di piccole valli, cinte da colline di graziosa forma, con boschi foltissimi, torrenti, gole, castelli antichi; e per tutto una vegetazione fitta e robusta, e un verde vivissimo, che rammenta il severo aspetto delle vallate delle Alpi. Il paesaggio è abbellito dal pittoresco vestito dei contadini, che risponde in modo mirabile alla fierezza del carattere catalano. I primi ch’io vidi, eran vestiti da capo a piedi di velluto nero, portavano intorno al collo una specie di scialle a righe bianche e rosse, sulla testa una berrettina alla zuava, rossissima, cadente sulla spalla; alcuni, un par di ghette di pelle affibbiate fino al ginocchio; altri un par di scarpe di tela, fatte a pantofola, colla suola di corda, aperte sul dinanzi, e legate intorno al piede con nastri neri incrociati; un vestire, in somma, svelto ed elegante, e nello stesso tempo severo. Non faceva gran freddo; ma eran tutti imbacuccati ne’ loro scialli, in modo che mostravano soltanto la punta del naso, e la punta del cigarrito; e parean signori che uscissero dal teatro. Non solo per lo scialle; ma pel come lo portano, cascante da un lato, aggiustato in modo da parer messo a casaccio, ma con quelle pieghe e con quegli svolazzi che gli dian garbo di [p. 10 modifica]mantellina e maestà di manto. A tutte le stazioni della strada ferrata ce n’eran parecchi, ognuno con uno scialle di diverso colore, non pochi vestiti di panni fini e freschi, quasi tutti pulitissimi, e atteggiati con una certa dignità, che davan risalto al loro costume pittoresco. Pochi visi bruni; i più tendenti al bianco; gli occhi neri e vivaci, ma senza il fuoco e la mobilità degli sguardi andalusi.

Via via che si va oltre, spesseggiano i villaggi, le case, i ponti, gli acquedotti, tutte le cose che annunziano la vicinanza d’una popolosa e ricca città commerciale. Granollers, Sant’Andrea di Palomar, Clot, son circondati di opifici, di ville, di orti, di giardini; per tutte le strade si vedon lunghe file di carri, frotte di contadini, armenti; le stazioni della strada ferrata sono ingombre di gente; chi non lo sapesse, crederebbe d’attraversare una provincia d’Inghilterra, piuttosto che una provincia di Spagna. Oltrepassata la stazione di Clot, che è l’ultima prima d’arrivare a Barcellona, si vedono da ogni parte vasti edifizi di mattoni, lunghi muri di cinta, mucchi di materiali da costruzione, torri fumanti, officine, operai; e si sente, o par di sentire un rumor sordo, diffuso, crescente, che è come il respiro affannoso della gran città che si agita e lavora. In fine, s’abbraccia con un colpo d’occhio Barcellona intera, il porto, il mare, una corona di colli, e ogni cosa si mostra e sparisce in un punto, e voi rimanete sotto la tettoia della stazione col sangue sossopra e la testa confusa. [p. 11 modifica]

Una diligenza grande quanto un carrozzone della strada ferrata mi trasportò all’albergo più vicino, nel quale, appena entrato, sentii parlare italiano. Confesso che ne provai un piacere, come se mi fossi trovato a una sterminata lontananza dall’Italia, e dopo un anno di viaggio. Ma fu un piacere che durò poco. Un cameriere, quello stesso che avevo sentito parlare, mi accompagnò su in una camera, e poichè s’era accorto dal mio sorriso che dovevo essere suo compaesano, mi domandò con bel garbo:

“Finisce di arrivare?”

“Finisce di arrivare?” domandai alla mia volta stralunando gli occhi.

Occorre notare che in spagnuolo il modo acabar (finire) di fare una cosa, corrisponde al modo francese venir de la faire. Su quel subito non capii che cosa volesse dire.

“Sì,” rispose il cameriere, “domando se il cavaliere discende ora medesimo dal cammino di ferro?”

“Ora medesimo! cammino di ferro! ma che razza d’italiano parli, amico mio?”

Rimase un po’ sconcertato. Seppi poi che a Barcellona v’è un gran numero di camerieri d’albergo, di fattorini da caffè, di cuochi, di servitori d’ogni genere, piemontesi, la maggior parte della provincia di Novara, che andarono in Spagna da ragazzi, e che parlano codesto gergo orribile, misto di francese, d’italiano, di castigliano, di catalano, di piemontese, non con gli Spagnuoli, s’intende, perchè lo spagnuolo lo hanno imparato tutti; ma coi [p. 12 modifica]viaggiatori italiani, così, per vezzo, per far vedere che non hanno dimenticato la lingua patria. Per questo sentii poi dire da molti catalani: “Eh! tra la vostra lingua e la nostra c’è poca differenza!” Sfido io! Potrebbero anzi dire quello che mi disse con un tuono di benevola alterezza un corista castigliano, a bordo del bastimento che mi portava cinque mesi dopo a Marsiglia: — La lingua italiana è il più bello dei dialetti che si sian formati dalla nostra. —


Appena ebbi fatto sparire le traccie che l’horrible nuit della traversata dei Pirenei mi aveva lasciato addosso, mi slanciai fuor dell’albergo, e mi misi a batter le strade. Barcellona è, all’aspetto, la città meno spagnuola della Spagna. Grandi edifizi, dei quali pochissimi antichi, lunghe strade, piazze regolari, botteghe, teatri, caffè ampi e splendidi, e un andirivieni continuo di gente, di carrozze, di carri, dalla riva del mare al centro della città, e di qui ai quartieri estremi, come a Genova, a Napoli, a Marsiglia. Una larghissima e diritta strada, detta la Rambla, ombreggiata da due file d’alberi, attraversa quasi per mezzo la città, dal porto in su; uno spazioso passeggio, fiancheggiato di case nuove, si stende lungo la riva del mare, sur un alto argine murato a modo di terrazza, contro il quale si vanno a rompere le onde; un vastissimo borgo, quasi una città nuova, si stende al settentrione, e da ogni parte nuove case rompon la cinta antica, si spandono pei campi, alle falde delle colline, si allungano in file sterminate [p. 13 modifica]fino ai villaggi vicini; è su tutti i colli circostanti sorgono ville, e palazzine, e opifici, che si disputano il terreno, si pigiano, fan capolino l’uno dietro l’altro, e formano intorno alla città una grandiosa corona. In ogni parte si fabbrica, si trasforma, si rinnova; il popolo lavora e prospera, Barcellona fiorisce.


Eran gli ultimi giorni di carnevale. Le strade eran corse da lunghe processioni di giganti, di diavoli, di principi, di mori, di guerrieri, e da uno stormo di certi figuri, che avevo la disgrazia d’incontrar da per tutto, vestiti di giallo, con una lunga canna in mano, in cima alla quale era legata una borsa che andavan cacciando sotto il naso di tutti, nelle botteghe, nelle finestre, fino ai terrazzini del primo piano delle case, domandando un’elemosina, non so in nome di chi, ma destinata probabilmente a pigliar qualche classica sbornia nell’ultima notte di carnevale. La cosa più curiosa ch’io vidi è la mascherata dei bambini. Si usa vestire i bambini al di sotto degli ott’anni, quali da uomini, alla moda francese, in completo assetto da ballo, con guanti bianchi, gran baffi e gran zazzera; quali da Grandi di Spagna, coperti di nastri e di ciondoli; quali da contadini catalani con la berrettina e la manta. Le bimbe, da dame di Corte, da amazzoni, da poetesse con la lira e la corona d’alloro; e gli uni e le altre, poi, col costume delle varie provincie dello Stato, chi da giardiniere di Valenza, chi da gitana andalusa, chi da montanaro basco, i più [p. 14 modifica]bizzarri e pittoreschi vestiti che si possano immaginare; e i parenti li conducon per mano alla passeggiata, ed è come una gara di buon gusto, di fantasia e di lusso, alla quale il popolo prende parte con molto diletto.


Mentre cercavo la via per andare alla cattedrale, incontrai un drappello di soldati spagnuoli. Mi fermai a guardarli, raffrontandoli colla pittura che ne fa il Baretti, quando racconta che lo assalirono nell’albergo, e uno gli prese l’insalata nel piatto, e un altro gli strappò di bocca la coscia di pollo. Bisogna dire che d’allora in poi sono molto cangiati. A prima vista, si piglierebbero per soldati francesi, chè hanno anch’essi i calzoni rossi e un cappotto bigio che scende fino al ginocchio. La sola differenza notevole è nella copertura del capo. Gli Spagnuoli portano un berretto d’una foggia particolare, schiacciato sul di dietro, incurvato sul dinanzi, munito d’una visiera che si ripiega sulla fronte, di panno bigio, duro, leggero e grazioso alla vista, e chiamato col nome dell’inventore, Ros de Olano, generale e poeta, che lo modellò sul suo berretto da caccia. La maggior parte dei soldati ch’io vidi, tutti di fanteria, eran giovani, bassetti di statura, bruni, svelti, puliti, come si suole immaginare che siano i soldati d’un esercito che ebbe altre volte le fanterie più leggere e più vigorose d’Europa. Oggi ancora i fantaccini spagnuoli hanno fama di instancabili camminatori e di corridori lestissimi; [p. 15 modifica]sono sobrii, fieri, e pieni d’un orgoglio nazionale del quale è difficile formarsi un’adeguata idea senz’averli conosciuti da vicino. Gli ufficiali portano una tunica nera e corta, come quella degli ufficiali italiani; che sogliono, fuor di servizio, tenere aperta, mostrando un panciotto abbottonato fino al collo. Nelle ore di libertà, non cingon la spada; nelle marcie, così come i soldati, portano un par di ghette di panno nero, che giungon fin quasi al ginocchio. Un reggimento di fanteria, in completo assetto di guerra, presenta un aspetto ad un tempo grazioso e guerresco.


La cattedrale di Barcellona, di stile gotico, sormontata di torri ardite, è degna di stare accanto alle più belle di Spagna. L’interno è formato da tre vaste navate, divise da due ordini di altissimi pilastri di forma snella e gentile; il Coro, posto nel mezzo della chiesa, è ornato d’una profusione di bassirilievi, di filigrane, di figurine; sotto il Santuario s’apre una cappella sotterranea, sempre illuminata, in mezzo alla quale è la tomba di sant’Eulalia, che si vede a traverso di alcune piccole finestre, aperte intorno al Santuario. La tradizione narra che gli uccisori della santa, ch’era bellissima, prima di darle la morte, vollero vedere il suo corpo nudo; ma mentre stavan per toglierle l’ultimo velo, una fitta nebbia l’avvolse e la nascose a ogni sguardo. Il suo corpo è sempre intatto e fresco come quando era viva, e non v’è occhio umano che ne possa regger la vista; [p. 16 modifica]onde un vescovo incauto, che sulla fine del secolo passato, volle scoperchiare la tomba, e scoprire la salma sacra, nell’atto che vi fisse lo sguardo, acciecò. In una piccola cappella a destra dell’altar maggiore, rischiarata da molte fiammelle, si vede un Cristo in croce, di legno colorito, un po’ piegato sur un fianco; si narra che quel Cristo fosse sur una nave spagnuola alla battaglia di Lepanto, e che si sia contorto così per scansare una palla da cannone che vedeva venir dritta al suo cuore. Alla vôlta della stessa cappella è sospesa una piccola galea, con tutti i suoi remi, costrutta ad imitazione di quella su cui Don Giovanni d’Austria combattè contro i Turchi. Sotto gli organi, di fattura gotica, coperti di gran tappeti pitturati, pende una enorme testa di Saraceno, colla bocca spalancata, dalla quale, in altri tempi, piovevan confetti ai bambini. Nelle altre cappelle vi è qualche bella tomba di marmo, e qualche pregevole dipinto del Villadomat, pittore barcellonese, del XVII secolo. La chiesa è oscura e misteriosa. Le sorge accanto un claustro, sorretto da grandiosi pilastri formati di sottili colonne, e sormontati da capitelli sopraccarichi di statuette che rappresentano fatti dei due Testamenti. Nel claustro, nella chiesa, nella piazzetta che le si stende dinanzi, nelle stradicciuole che le girano intorno, spira come un’aura di pace melanconica, che nello stesso punto alletta e rattrista, come il giardino di un Camposanto. Un gruppo di orrende vecchie barbute custodisce la porta. [p. 17 modifica]

Dentro la città, dopo visto la Cattedrale, non restano a vedere altri grandi monumenti. Nella piazza della Costituzione, son due palazzi chiamati Casa de la Deputacion e casa Concistorial, il primo del decimosesto secolo, l’altro del decimoquarto, i quali conservano ancora qualche parte degna di nota; l’uno la porta, l’altro il cortile; dall’uno dei lati della Casa de la Deputacion una ricca facciata gotica della cappella di San Giorgio. V’è un palazzo dell’Inquisizione, con un angusto cortile, e finestrine dalle grosse inferriate, e porticine segrete; ma è quasi interamente rifatto sull’antico. Rimangono alcune enormi colonne romane, nella strada del Paradiso, perdute in mezzo a case moderne, circondate di scale tortuose e di oscure stanzuccie. Non c’è altra cosa che richiami l’attenzione d’un artista. In compenso, fontane con colonne rostrali, piramidi, statue; viali fiancheggiati di ville, di giardini, di caffè, d’alberghi; un circo di tori capace di diecimila spettatori; un borgo che si stende su un braccio di terra che chiude il porto, costrutto colla simmetria d’una scacchiera, e popolato da diecimila marinai; molte biblioteche, un museo d’istoria naturale ricchissimo, e un archivio che è uno dei più vasti empori di documenti storici dal secolo IX ai tempi nostri, cioè dai primi Conti di Catalogna alla guerra d’indipendenza.


Fuor della città, una delle cose più notevoli è il Cimitero, a una mezz’ora di carrozza dalle porte, [p. 18 modifica] in mezzo a una vasta pianura. Visto di fuori, dalla parte dell’entrata, pare un giardino; e fa sollecitare il passo con un sentimento di curiosità quasi allegra. Oltrepassata appena la soglia, si è dinanzi a uno spettacolo nuovo, indescrivibile, affatto diverso da quello a cui si era preparati. Si è in mezzo a una città silenziosa, attraversata da lunghe strade deserte, fiancheggiate da muri di uguale altezza, diritte, chiuse in fondo da altri muri. Si va oltre, si arriva a un crocicchio, e di là si vedono altre strade, altri muri in fondo, altri crocicchi lontani. Par di essere a Pompei. I morti son messi dentro ai muri, per lungo, e disposti in varii ordini, come i libri nelle biblioteche. A ogni cassa, corrisponde sul muro una specie di nicchietta, nella quale è scritto il nome del sepolto; dove non c’è sepolto alcuno, la nicchia porta scritta la parola: Propriedad, che vuol dire che il posto è stato comprato. La maggior parte delle nicchie sono chiuse da un vetro, altre da inferriate, altre da una rete sottilissima di fil di ferro, e contengono una varietà grande di oggetti postivi dalle famiglie in omaggio dei morti: come ritratti in fotografia, altarini, quadri, ricami, fiori finti, e sovente anco ninnoli che loro furono cari in vita, nastri, monili di donne, giocattoli di ragazzi, libri, spille, quadretti; mille cose che rammentan la casa e la famiglia, e indicano la professione di coloro cui appartenevano; e non si possono guardare senza tenerezza. Di tratto in tratto si vede una di codeste nicchie sfondate, e dentro [p. 19 modifica]buio: segno che ci si ha da mettere una cassa nella giornata. La famiglia del morto deve pagare un tanto all’anno per quello spazio: quando cessa di pagare, la cassa vien tolta di là e portata nella fossa comune del camposanto dei poveri a cui si giunge per una di quelle strade. Mentre ero là, fu fatta una sepoltura: vidi in lontananza mettere la scala, e sollevar su la cassa, e tirai via. Una notte un pazzo si cacciò in uno di quei fori vuoti: passò un guardiano del cimitero con una lanterna, il pazzo mandò un grido per fargli paura, e il pover’omo cadde a terra come fulminato, e fece una malattia mortale. In una nicchia vidi una bella treccia di capelli biondi, che erano appartenuti a una ragazza di quindici anni, morta annegata, e c’era cucita una cartolina con su scritto: — Querida! — (Cara!) — A ogni passo, si vede qualcosa che colpisce la mente ed il cuore: tutti quegli oggetti fanno l’effetto d’un mormorìo confuso di voci di madri, di spose, di bambini, di vecchi, che dicano sommessamente a chi passa: — Son io! Guarda! — Ad ogni crocicchio sorgono statue, tempietti, obelischi, con iscrizioni in onore dei cittadini di Barcellona che fecero opere di carità durante l’infierire della febbre gialla nel 1821 e nel 1870.

Questa parte del Cimitero, fabbricata, se così può dirsi, a città, appartiene alla classe media della popolazione; e confina con due vasti recinti, uno destinato ai poveri, nudo, piantato di grandi croci nere; l’altro destinato ai ricchi, più vasto anche del primo, coltivato a giardino, circondato di cappelle, [p. 20 modifica]vario, ricco, stupendo. In mezzo a una foresta di salici e di cipressi, s’innalzano da ogni parte colonne, cippi, tombe enormi, cappelle marmoree sopraccariche di sculture, sormontate da ardite figure d’arcangelo che levan le braccia al cielo; piramidi, gruppi di statue, monumenti vasti come case che sovrastano agli alberi più alti; e fra monumento e monumento, cespugli, cancellate, aiuole fiorite; e nell’entrata, tra questo e l’altro campo santo, una stupenda chiesuola di marmo, cinta di colonne, mezzo nascosta dagli alberi, che prepara nobilmente l’animo al magnifico spettacolo del di dentro. All’uscire da questo giardino, si riattraversano le strade deserte della necropoli, che paiono anche più silenziose e più triste che al primo entrare. Varcata la soglia, si risaluta con piacere le case variopinte dei sobborghi di Barcellona sparse per la campagna, come avantiguardie messe là ad annunziare che la popolosa città si dilata e si avanza.


Dal Camposanto al caffè, è un bel salto; ma viaggiando se ne fanno anche di più lunghi. I caffè di Barcellona, come quasi tutti i caffè della Spagna, sono un solo vastissimo salone ornato di grandi specchi, con tanti tavolini quanti ce ne posson capire; dei quali è raro che rimanga libero un solo, neanco per una mezz’ora, in tutta la giornata. La sera son tutti pieni, affollati, da dover molte volte aspettare un bel pezzo per avere un posticino accanto alla porta; intorno a ogni tavolino, v’è un crocchio di [p. 21 modifica]cinque o sei caballeros, colla capa sulle spalle (un mantello di panno oscuro, munito d’un’ampia pellegrina, che si porta in vece del nostro pastrano); e in ogni crocchio si giuoca al domino. È il giuoco più in voga presso gli Spagnuoli. Nei caffè, dall’imbrunire sino a mezzanotte, si sente un rumore fitto, continuo, assordante, come il rumor della grandine, di migliaia di tessere volte e rivolte da centinaia di mani, che quasi bisogna alzare la voce per farsi sentire da chi vi è accanto. La bevanda più usuale è il cioccolatte, squisitissimo in Spagna, portato per lo più in piccole chicchere, denso come conserva di ginepro e caldo da scorticare la gola. Una di queste tazzine, con una goccia di latte, e una pasta particolare, che si chiama bollo (boglio), morbidissima, è una colezione da Lucullo. Fra un bollo e l’altro, feci i miei studii sul carattere catalano, discorrendo con tutti i Don Fulanos (nome sacramentato in Ispagna come il Tizio fra noi) che ebbero la bontà di non pigliarmi per una spia mandata da Madrid a fiutar l’aria della Catalogna.


Gli animi, in quei giorni, erano molto eccitati dalla politica. A me occorse parecchie volte, parlando innocentissimamente d’un giornale, d’un personaggio, d’un fatto qualsiasi col caballero che m’accompagnava, o nel caffè, o in una bottega, o al teatro; mi occorse, dico, di sentirmi toccare la punta del piede e mormorare nell’orecchio: — Badi, questo signore alla sua destra è un Carlista. — Zitto, quello [p. 22 modifica]lì è un repubblicano. — Quell’altro là è un sagastino. — Questo accanto è un radicale. — Quello laggiù è un cimbrio. — Tutti parlavano di politica. Trovai un carlista arrabbiato in un barbiere, il quale, accortosi dalla mia pronunzia ch’ero un conciudadano del Rey, tentò, così alla larga, di tirarmi nel discorso. Io non dissi parola, perchè mi stava radendo, e un risentimento del mio orgoglio nazionale ferito avrebbe potuto far correre il primo sangue della guerra civile; ma il barbiere insistè, e non sapendo per qual altra via venire all’argomento, uscì a dire con accento gentile: “Sabe Usted, caballero, si hubiera la guerra entre Italia y España, España no tuviera miedo (non avrebbe paura).” — “Ne sono persuasissimo,” risposi, badando al rasoio. Poi mi assicurò che la Francia avrebbe dichiarato la guerra all’Italia non appena avesse pagato la Germania; no hay escapatoria. Non risposi. Allora egli stette un po’ sopra pensiero, e poi disse maliziosamente: “Cosas grandes van à acontecer (accadere) dentro de poco!” Piacque però ai Barcellonesi che il Re si fosse presentato a loro in atto confidente e tranquillo, e la gente del popolo ricorda la sua entrata in città con ammirazione. Trovai simpatia per il Re anche in alcuni che mormoravano a denti stretti: — no es español, — o come mi domandò un tale: “Pare a lei che starebbe bene a Roma o a Parigi un rey castellano?” — domanda a cui si risponde: — “No entiendo de politica,” — ed è discorso finito.

Ma i veramente implacabili sono i Carlisti. Dicon [p. 23 modifica]della nostra rivoluzione roba da cani in buonissima fede, essendo la maggior parte convinti, che il vero re d’Italia sia il Papa, che l’Italia lo voglia, e che abbia chinato il capo sotto la spada di Vittorio Emanuele, perchè non c’era modo di far altrimenti; ma che aspetti l’occasione propizia per liberarsene, come ha fatto dei Borboni e degli altri. E può giovare a provarlo il seguente aneddoto che io riferisco, come l’ho sentito narrare, senza neanco un’ombra d’intenzione di ferire la persona che n’è attore principale. Una volta un giovane italiano, che io conosco intimamente, fu presentato a una delle più ragguardevoli signore della città, e ricevuto con una squisita cortesia. Erano presenti alla conversazione parecchi italiani. La signora parlò con molta simpatia dell’Italia, ringraziò il giovane dell’entusiasmo che mostrava d’avere per la Spagna, mantenne, in una parola, una viva e gioviale conversazione coll’ospite riconoscente per quasi tutta la serata. A un tratto gli domandò: “E tornando in Italia, in che città s’andrà a stabilire?”

“A Roma,” rispose il giovane.

“Per difendere il Papa?” domandò la signora con la più schietta franchezza.

Il giovane la guardò, e rispose sorridendo ingenuamente: “No, davvero.”

Quel no scatenò una tempesta. La signora scordò che il giovane era italiano, e suo ospite, e proruppe in una tale sfuriata d’invettive contro il Re Vittorio, il governo piemontese, l’Italia, risalendo [p. 24 modifica]dall’entrata dell’esercito in Roma fino alla guerra delle Marche e dell’Umbria, che il mal capitato straniero diventò bianco come un cencio di bucato. Ma fatto forza a sè stesso, non rispose parola, e lasciò agli altri italiani, ch’erano amici di vecchia data, la cura di sostener l’onore del loro paese. La discussione durò un pezzo, e fu accanita; la signora s’accorse poi d’essersi lasciata andare tropp’oltre, e fece capire che n’era dolente; ma una cosa apparve chiarissima dalle sue parole, ed è ch’ella era convinta, e con lei chi sa quante! che l’unificazione d’Italia si fosse fatta contro la volontà del popolo italiano, dal Piemonte, dal Re, per avidità di dominio, per odio alla religione ec.

Il basso popolo, però, repubblicaneggia, e come ha la reputazione di essere più pronto ai fatti di quello che non sia largo a parole, è temuto. Quando in Spagna si vuol sparger la voce d’una prossima rivoluzione, si comincia sempre dal dire che scoppierà a Barcellona, o che sta per scoppiarvi, o che v’è scoppiata.


I catalani non vogliono esser messi a mazzo cogli Spagnuoli delle altre provincie; siamo Spagnuoli, dicono, ma, intendiamoci, di Catalogna; gente, vale a dire, che lavora e che pensa, e all’orecchio della quale è più gradito il rumore degl’ingegni meccanici che il suono delle chitarre. Noi non invidiamo all’Andalusia la fama romanzesca, le lodi dei poeti, e le illustrazioni dei pittori; noi ci contentiamo di [p. 25 modifica]essere il popolo più serio e più operoso della Spagna. Parlano in fatti dei loro fratelli del mezzogiorno, come i piemontesi parlavano una volta, ora meno, dei napoletani e dei toscani: «sì, hanno ingegno, immaginazione, parlan bene, divertono; ma noi abbiamo per contrapposto maggior vigore di volontà, maggiore attitudine agli studi scientifici, maggior istruzione popolare... e poi... il carattere...» Intesi un catalano, un uomo chiaro per ingegno e dottrina, lamentare che la guerra d’indipendenza avesse troppo affratellato le diverse provincie di Spagna, ond’era seguìto che i catalani contraessero una parte dei difetti dei meridionali, senza che questi acquistassero nessuna delle buone qualità dei catalani. Siamo diventati, diceva, mas ligeros de casco, più leggeri di testa, e non se ne sapeva dar pace. Un bottegaio al quale domandai che pensasse del carattere dei castigliani, mi rispose bruscamente che, a suo avviso, sarebbe una gran fortuna per la Catalogna, che non ci fosse strada ferrata tra Barcellona e Madrid, perchè il commercio con quella gente corrompe il carattere e i costumi del popolo catalano. Quando parlano d’un deputato parolaio, dicono: — Eh! già... è un andaluso. — Poi mettono in ridicolo il loro linguaggio poetico, la pronunzia sdolcinata, la gaiezza infantile, la vanità, l’effeminatezza. Quelli, per contro, parlano dei catalani come una signorina capricciosa, letterata e pittrice, parlerebbe d’una di quelle ragazze massaie, che leggono di preferenza la Cuciniera genovese che i romanzi di George Sand. Son gente [p. 26 modifica]dura, dicono, tutta d’un pezzo, che non ha il capo ad altro che all’aritmetica e alla meccanica; barbari, che farebbero d’una statua del Montanes un frantoio e d’una tela del Murillo un incerato; veri Beoti della Spagna, insopportabili con quel loro gergaccio, con quella musoneria, con quella gravità di pedanti.

La Catalogna, infatti, è forse la provincia di Spagna, che conta meno nella storia delle belle arti. Il solo poeta, non grande, ma celebre, che sia nato in Barcellona, è Giovanni Boscan, che fiorì sul principio del secolo decimosesto, e introdusse pel primo nella letteratura spagnuola il verso endecasillabo, la canzone, il sonetto, e tutte le forme della poesia lirica italiana di cui era ammiratore appassionato. Da che dipende una grande trasformazione, come fu questa, di tutta la letteratura d’un popolo! Dall’esser andato a stare il Boscan a Granata, quando v’era la Corte di Carlo V, e aver conosciuto là un ambasciatore della repubblica di Venezia, Andrea Navagero, che sapeva a memoria i versi del Petrarca, e glieli recitava, e gli diceva: — Mi pare che potreste scriver così anche voialtri; provate! — Il Boscan provò; tutti i letterati di Spagna gli gridaron la croce addosso. E che il verso italiano non sonava, e che la poesia di Petrarca era una sdolcinatura da femminette, e che la Spagna non aveva bisogno di strascicar l’estro sulla falsariga di nessuno. Ma il Boscan tenne duro: Garcilaso della Vega, il valoroso [p. 27 modifica]cavaliere, amico suo, che ricevette poi il glorioso titolo di Malherbe della Spagna, lo seguì; il drappello dei riformatori s’ingrossò a poco a poco, divenne esercito, vinse e dominò l’intera letteratura. Il vero consumatore della riforma fu il Garcilaso; ma il Boscan ebbe il merito della prima idea, onde a Barcellona l’onore d’aver dato alla Spagna chi fece mutar il viso alla sua letteratura.

Nei pochi giorni che rimasi a Barcellona, solevo passar la sera con alcuni giovani catalani, passeggiando sulla riva del mare, al lume della luna, fino a notte avanzata. Sapevan tutti un po’ d’italiano, ed erano amantissimi della nostra poesia; così che per ore e per ore non si faceva che declamar versi, essi dello Zorilla, dell’Espronceda, del Lopez de Vega, io del Foscolo, del Berchet, del Manzoni; intercalati, con una sorta di gara, a chi ne diceva di più belli. È un sentimento nuovo quello che si prova dicendo versi dei nostri poeti in un paese straniero. Quando vedevo i miei amici spagnuoli tutti intenti al racconto della battaglia di Maclodio, a poco a poco scotersi, infiammarsi e poi afferrarmi pel braccio ed esclamare con un accento castigliano che mi rendeva più care le loro parole: — Bello! sublime!; — mi sentivo rimescolare il sangue, tremavo; se fosse stato giorno, credo che m’avrebbero visto diventar bianco come la carta. Mi recitarono dei versi in lingua catalana. E dico lingua, perchè ha una storia e una letteratura propria e non fu relegata allo stato di dialetto [p. 28 modifica]che dal predominio politico assunto dalla Castiglia che impose l’idioma suo come idioma generale dello Stato. E benchè sia una lingua aspra, tutta parole tronche, ingrata, sulle prime, a chi abbia nulla nulla l’orecchio delicato, ha nondimeno dei pregi notevolissimi, dei quali i poeti popolari si valsero con ammirabile maestria, prestandosi essa particolarmente all’armonia imitativa. Una poesia, che mi recitarono, di cui le prime strofe imitano il rumore cadenzato d’un treno di strada ferrata, mi strappò un grido di meraviglia. Ma senza spiegazioni, anche per chi conosca la lingua spagnuola, il Catalano non è intelligibile. Parlan presto, coi denti stretti, senza aiutar la voce col gesto, così ch’è difficile cogliere il senso d’un periodo anche semplicissimo, ed è un gran chè se s’intende qualche parola di volo. Anche la gente del popolo, però, parla, quando occorre, il castigliano, stentatamente e senza grazia; ma sempre assai meglio che non si parli l’italiano dal basso popolo delle Provincie settentrionali d’Italia. Neanco le persone colte, in Catalogna, parlano perfettamente la lingua nazionale; il castigliano riconosce il catalano alla prima, oltre che alla pronunzia, alla voce, e sopratutto alla illegittima frase scarsa. Per questo uno straniero che vada in Spagna coll’illusione di saper parlare la lingua con garbo, può, fin che sta in Catalogna, serbar la sua illusione; ma quando penetri nelle Castiglie, e senta per la prima volta quello scoppiettío di frizzi, quella profusione di proverbi, di modi, d’idiotismi arguti ed efficacissimi, che lo fan [p. 29 modifica]rimanere a bocca aperta, come l’Alfieri dinanzi a Monna Vocaboliera quando gli discorreva di calzette, addio illusioni!


L’ultima sera andai al Teatro del Liceo, che ha fama di essere uno dei più belli d’Europa, e forse il più vasto. Era pieno zeppo di gente dalla platea alla piccionaia, che non ci sarebbe più capito un centinaio di persone. Dal palco in cui ero io, si vedevan le signore della parte opposta piccine come bimbe; e a socchiuder gli occhi, non apparivan più che tante strisce bianche, una ad ogni ordine di palchi, tremolanti e luccicanti come immense ghirlande di camelie imperlate di rugiada e agitate dal zeffiro. I palchi, vastissimi, sono divisi da un assito che s’abbassa dal muro verso il parapetto, lasciando scoperto tutto il busto delle persone sedute sulle prime seggiole; in modo che, all’occhio, il teatro par fatto tutto a gallerie, e n’acquista un’aria di leggerezza che fa un bellissimo vedere. Tutto sporge, tutto è scoperto, la luce batte in ogni parte, ogni spettatore vede tutti gli spettatori, le corsie son spaziose, si va, si viene, si gira a tutt’agio da ogni lato, si può contemplare ogni signora da mille punti, passare dalle gallerie ai palchi, dai palchi alle gallerie, passeggiare, far crocchio, bighellonare tutta la sera di qua e di là, senza urtar nel gomito anima viva. Le altre parti dell’edifizio sono proporzionate alla principale: corridoi, scale, pianerottoli, vestiboli da gran palazzo. Vi son sale da ballo ampie e splendide, nelle quali si potrebbe [p. 30 modifica]piantare un altro teatro. Eppure, anche qui dove i buoni Barcellonesi non dovrebbero pensare ad altro che a ricrearsi dalle fatiche della giornata nella contemplazione delle loro belle e superbe donne, anche qui i buoni Barcellonesi comprano, vendono, giocano, trafficano, come anime dannate. Nei corridoi è un andirivieni continuo di agenti di banca, di commessi d’uffizio, di portatori di dispacci, e un continuo vocìo da mercato. Barbari! Quanti bei visi, quanti begli occhi, quante stupende capigliature brune in quella folla di signore! Anticamente i giovani Catalani innamorati, per cattivarsi il cuore delle loro belle, si inscrivevano nelle confraternite dei flagellanti, e andavano sotto le loro finestre con una sferza metallica a farsi spicciare il sangue dalle carni, e le belle gl’incoraggiavano, accennando: “Batti, batti ancora, così, ora t’amo e son tua!” Quante volte avrei esclamato quella sera: “Signori, per carità, datemi una sferza metallica!”


L’indomani mattina, prima del levar del sole, partii per Saragozza, e dico il vero, non senza un sentimento quasi di tristezza di lasciar Barcellona, benchè ci fossi stato sì pochi giorni. Questa città, benchè sia tutt’altro che la flor de las bellas ciudades del mundo, come la chiamò il Cervantes, questa città trafficante e magazziniera, disdegnata dai poeti e dai pittori, mi piacque e il suo popolo affaccendato m’ispirò rispetto. E poi è sempre tristo il partire da una città, comunque straniera, [p. 31 modifica]colla certezza di non averla a rivedere mai più! Gli è come dare un addio per sempre a un compagno di viaggio col quale abbiate passato lietamente ventiquattr’ore: non è un amico, e vi par d’amarlo come un amico, e ve ne ricorderete forse per tutta la vita, con un sentimento di desiderio più vivo che per molti di coloro a cui date il nome d’amici. Voltandomi a guardare ancora una volta la città dal finestrino del carrozzone del treno, mi vennero sulle labbra le parole di don Alvaro Tarfe nel Don Chisciotte: — Adios, Barcelona, archivo de la cortesia, albergue de los extrangeros, patria de los valientes, adios! — E soggiunsi mestamente: — Ecco lacerata la prima pagina dal roseo libro del viaggio! Così tutto passa... Ancora un’altra città, poi un’altra, poi un’altra... e poi... tornerò, e il viaggio sarà stato come un sogno, e mi parrà di non essermi neanco mosso da casa... e poi?... un altro viaggio... e di nuovo città, e di nuovo addii melanconici, e di nuovo un ricordo vago come d’un sogno... e poi? Guai se in viaggio vi lasciate cogliere da questi pensieri! Guardate il cielo e la campagna, e recitate dei versi, e fumate.

Adios Barcelona, archivo de la cortesia!