Signorine/Il tramonto della virtù

Il tramonto della virtù

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Rosetta è morta benchè sia viva La piccola Puccin

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IL TRAMONTO DELLA VIRTÙ

(Redazione di grande giornale.)

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Ognuno diceva sua ventura, e il vecchio ascoltava con benevolenza.

— Io — cominciò R*** — non fo per vantarmi: sono giovane e bello, e sono psicologo. Passo per il corso, e una signora per bene, eh!, mi ferma e fa:

«— Lei è il signor tal dei tali?

«— Che! — fo io. — Io sono R*** romanziere. O, non mi conosce?

«— Mi dispiace, no; ma si assomiglia tanto!

«— Se posso sostituirlo... — dico io.

Ella fa una smorfietta pudica e dice:

«— Perchè no?

E continuando a raccontare sua ventura, R*** lodava la sua gagliardia e pungeva la defunta gagliardia del vecchio. [p. 32 modifica]

Il vecchio, fisonomia signorile in povere vesti, non ribattè nè mosse ciglio.

— Credimi — disse allora il conte Eris, un volto glabro e strambo, quegli che nelle note di politica estera si firma Eminenza grigia — che tu ti devi essere sbagliato. Non sarà stata una signora per bene...

— Oh, — esclamò R*** offeso — la conosci anche tu. E poi è la moglie di...

Ma il conte Eris fu pronto con la mano a fermare il nome che stava per uscire dalla bocca del romanziere, e si arrese dicendo:

— Sarà!

— Bada però, R*** — disse dalla sua sedia a sdraio e con la sua vocina squisita come la sua persona, il dott. X*** direttore del giornale — , che può darsi sia stato un caso di degenerazione: forse di alienazione improvvisa. Con me, con Eris, il fatto sarebbe stato normale: ma con te, escludo...

— Perchè? — domandò R*** [p. 33 modifica]

— Perchè — disse il dott. X*** — tu, scusa, amico: sei sudicio.

— O che ti credi — proruppe sdegnato il romanziere — che alle donne piacciano gli uomini cincischiati, come te? Il monaco russo Rasputin più era sudicio, e più piaceva alle granduchesse, che ora scopano le vie di Pietrogrado...

— Scusatemi, R*** — interruppe allora V*** — Rasputin era bello e voi siete brutto e, per giunta, pelato.

— È la potenza che fa la bellezza, lazzaroncello! — ribattè il romanziere. — E poi io credo che la signora ha fatto finta: ma lei sapeva che io ero io!

Era V*** leggiadrissimo, con una capigliatura così fiorente che la si poteva scambiare per quella che è la specialità dei barbieri; ma due nere intelligenti pupille che gli splendeano nella fronte bianca, distruggevano questa prima spiacevole imagine.

— Consento con voi, amici — egli disse — che la donna catafratta di virtù, non è più dei nostri tempi; ma oggi le [p. 34 modifica]fanciulle amano troppo la velocità. Io non lo credeva: ma, lo dico con dolore, ne ho fatto esperimento.

E anche lui raccontò la sua ventura:

— Una meravigliosa fanciulla! Mai ne vidi altra così strana! Concedete che io ve la descriva.

Il gran romanziere, veramente, si oppose alla descrizione, dicendo che non usa più. Il giovanetto volle descrivere lo stesso, e disse:

— Una creatura con occhi enormi che, a tratti, si rovesciavano in su. Vestiva elegantissima, ma con vesti a tinte sbiadite, sfumate: persino le scarpette erano sbiadite, sfumate.

Ella era di tal colore, amici, che pareva lunare, e diafana al segno che messa nuda contro il sole, le si dovevano vedere rosseggiare le viscere. Appena appena un po’ rosee le labbra; e, fuor delle labbra, un madore dei denti e un balenare della lingua: la quale però era rossa.

Che dirvi, amici, quando ella mi confessò che lei pure era poetessa? Ella mi [p. 35 modifica]lesse i suoi carmi, cioè le sue liriche; io le mie. Io meravigliai di lei; lei di me. Voi sapete che io sono triste; ma lei diceva: «come è delizioso, amico, il vostro pensiero squillante!». Alla sua volta lei esaltava se stessa come una divinità, ma le vesti le davano impaccio così che le buttava via con questo verso: nuda va la mia divinità! Il primo giorno andiamo al caffè, e prendiamo il caffè. Leggiamo le nostre liriche. Al secondo giorno, ancora appuntamento al caffè, e riprendiamo la lettura delle nostre liriche.

«— Ah, — m’interrompe ella dolcemente, — potessimo leggere le nostre liriche soli nel sole in mezzo della natura!

La cosa era fantastica, ed io la reputai un’espressione del tutto poetica; ma dopo un poco ella aggiunse: — scusate, non potremmo andare a leggere a casa vostra?

A queste parole risposi:

«— Non posso a casa mia.

«— Non fa nulla — ella disse. — Andiamo all’albergo. [p. 36 modifica]

— Ciò è ben comodo — concluse V***, — ma mi sorge il sospetto che noi non potremo più amare come una volta: certo io dovrò mutare tutte le mie liriche.

— Allora udite me — disse il direttore. — Ecco qui un manoscritto di quattrocento pagine, carta a mano, con enormi margini, legato con marocchino, e fermagli d’argento: disegni di autore nel testo. Il prezzo materiale del manoscritto non può essere meno di lire mille, senza contare i disegni. Lo portò qui a me, in redazione, una signora non giovanissima, ma ancora una bella signora! Ossigenata se volete, ma certamente, signora. Fine di modi: eleganza molto distinta.

Mi domandò la licenza di non proferire il nome. Quel manoscritto era un romanzo. Preghiera di leggerlo io — io personalmente — per poi stamparlo in appendice. Voi ben capite che appena fosse stata una [p. 37 modifica]cosa tollerabile, avrei ceduto; ma una cosa idiota, totalmente idiota, non si può dare al pubblico. Vi giuro che ho sudato quattro camicie a persuaderla che il maggior valore del manoscritto era la carta; e del resto lei lo sapeva benissimo perchè aveva già fatto il giro di diversi editori, ma quando l’ebbi persuasa, mi disse:

«— Ebbene, sia pure! ma io ho bisogno di pubblicare il romanzo nel vostro giornale assolutamente. Non lo volete accettare? Nemmeno gratis? Non importa! Pago io.

«— Un’inserzione? È impossibile, signora.

«— Pago!

«Ma io non mi vendo, signora!

«— Ma non vi vendete tutti voi giornalisti? — domandò con incredibile ingenuità.

«— Qualche volta, infatti, — risposi — ; ma qui non è il caso.

Stette un po’ sospesa con la sua borsa di seta, poi buttò via la borsa, e impregnò gli occhi al languore orientale. Ho dovuto [p. 38 modifica]fare l’uomo pudico; ma vi assicuro che è stata cosa seccante.

— Ma quella signora — disse V*** — aveva il male della letteratura portato sino allo spasimo.

— No, amico — disse il dott. B*** — il romanzo non era suo. Mi sono dimenticato di dirlo prima: ma era di un giovanetto come te, V***. Oh, non ridete. Il fenomeno è forse triste. È che la maternità nella donna, è una forza come la sensualità. Lei, quarant’anni; lui, l’aspirante alla gloria, venti. È avvenuto nella donna un fenomeno di interferenza tra sensualità e maternità. La madre vede bello il figlio mostro, e fa tutto per lui: lei vede genio l’amante idiota, e fa tutto per lui: persino l’estremo sacrificio.

Il conte Eris raccontò allora sua ventura dubitosamente.

— La damigella di cui parlo, viveva nei grandi alberghi. [p. 39 modifica]

Ella era una creatura sottilissima, occhi azzurri, volto di bebè, e senza petto. Ah, non soltanto la virtù sta tramontando, ma anche la fisiologia!

La moda, questa grande rivelatrice, ce ne dà l’indizio; e noi crediamo che essa sia soltanto un affare che riguarda le sarte! Errore! Questo profilarsi strano, scarno, stravolto della moda non vi dice nulla? Non vi rivela nella donna la tendenza a staccarsi dal tipo normale che eccita la voluttà feconda per essere Venere e insieme Batillo? Voi la guardate, voi la deridete: ma tremate nel cuore! Non credete voi, amici, che quelle vesti siano come certi medicamenti che, posti sempre al contatto delle carni, lentamente penetrano e deformano?

Il gran romanziere interruppe: — Ma voi svolgete una tesi! Raccontate. L’arte non è mai prigioniera di una tesi.

Il conte Eris seguitò allora ancor più dubitosamente.

La damigella dichiarò di amarmi. Mi disse: «Tutta la sera, mentre sonavano [p. 40 modifica]Strawinski, io vi ho guardato, e voi mai mi avete guardato. Io ho bisogno di voi!» Vi confesso amici che ne fui lusingato; ma per il mio carattere mite le grandi opere mi repugnano.

Non si trattava di grandi opere, perchè lei mi confidò che il suo fidanzato la aveva già operata per volontà di lei, ed ora, lei lo aveva abbandonato. «Io non ho voglia di sposarmi; io ho voglia di dedicarmi ad una vita che soddisfi in me tutti i bisogni della femminilità, che mi bolle nel petto. Ma da sola cadrei in qualche laccio. Mi è necessario un aiuto. Mi volete aiutare? Io vi saprò ricompensare: voi sareste il primo, dopo il mio fidanzato». Rimasi stupefatto; e domandai il perchè questa preferenza. «Perchè mi piacete — rispose, e guardandomi a lungo, mi domandava: — Voi chi siete? Un agente segreto? un apache travestito da gentiluomo? Ah, voi avete una deliziosa faccia da delinquente». [p. 41 modifica]

Parlò allora il vecchio e disse:

— Voi siete ben crudeli verso colei che ha per suo solo capitale la sua bellezza, e quanto poco duri, voi ben sapete! Ella semplicemente, viene incontro a noi e si uniforma a noi. Essa gioisce della nostra gioia; soffre del nostro soffrire. La sua degenerazione, è la nostra degenerazione: la sua affermazione della vita come piacere, è la nostra affermazione della vita come piacere.

Ai miei tempi la donna, anche mondana, ostentava il mimetismo della virtù. Oggi la donna, anche onesta, ostenta il mimetismo di quello che una volta si chiamava vizio. Così operando, ella sa di farci piacere. Amici, amici! Voi avete proclamato la virtù cosa stolta. Può darsi: ma finchè voi dicevate virtù cosa nobilissima, la donna poteva portare docilmente il nobile peso: ora dite virtù cosa stolta, e la donna non è poi così stupida da far lei da cireneo. [p. 42 modifica]

Io conservo nella memoria un grazioso ricordo, che molto influì su la mia vita. Voi dovete sapere che io alla vostra età godevo la benevolenza di una giovane donna, la quale era sovvenzionata da un ricco e feroce banchiere. Credo che costui le passasse mille lire al mese: una inezia ai tempi nostri, allora una cospicua somma; ma non spesa male, perchè la giovane donna non soltanto era bellissima, ma fornita di grazia e di spirito assai fine. Modesta anche nel treno della vita, che allora non costumava distinguersi come donna sovvenzionata, sì che molto denaro le avanzava, e ella pretendeva che io ne partecipassi. Ma voi sapete che, ohimè! allora ero assai ricco; e soltanto per amore mi recavo da lei. Ella era anche di un carattere uguale, senza quegli sbalzi termometrici che voi scrittori avete imposto alle donne, sì che esse oggi procedono bislacche nella vita, come per via procedono a quel passo di danza su quei tacchi isterici, di cui voi vi compiacete. Piena era anche di quel prezioso senso [p. 43 modifica]naturale, che le donne hanno realmente, ma che voi avete relegato tra i vecchiumi, e ne sono prova i consigli che ella mi dava: ella ammirava sì la mia giovanezza, però mi esortava a non farne spreco; «se no — diceva — tu non puoi attendere ai tuoi studi, chè tu devi studiare anche se sei ricco, e poi prender moglie. E mi devi dire chi sceglierai per moglie, perchè voglio che tu sia felice e mai sia deluso nella tua felicità». Ora un giorno andai da lei, ed ella mi disse: «impossibile, oggi! attendo a momenti Polifemo». Questo nome io avea dato al banchiere. E così ella lo chiamava. Ella in quel dì era abbigliata da Galatea. Mi supplicò: «vattene. A domani!» Ma io non potevo attendere a domani. «Oh, povero fanciullo» — diss’ella vedendo il mio soffrire. E si appressò alla finestra per vedere se arrivava Polifemo.

«Polifemo non veniva, e io ne approfittai perchè gli assenti hanno sempre torto, specie quando uno è presente. [p. 44 modifica]

«Ma quello che ella mi disse di poi mi colpì come cosa nuova, perchè disse: «mai tu mi hai fatto tanto felice!». Io non potea capire il perchè di questa lode speciale: ma ella me lo spiegò. Soavemente disse: «mi pareva di essere una donna maritata».

Ah, confessione fatale!

Fu per effetto di queste parole che io non presi più moglie? Non so, ma con tutto questo, o miei giovani amici, non disprezzate vi prego, l’antica virtù, chè soltanto alla mia età, solo e stanco, si apprezza quanto valga una donna, appena un po’ virtuosa.