Sette mesi al ministero/I. La situazione nel 1866

I. La situazione nel 1866

../Dichiarazione ../II. Cessione del Veneto IncludiIntestazione 3 novembre 2021 75% Da definire

Dichiarazione II. Cessione del Veneto
[p. 1 modifica]

CAPITOLO PRIMO.

LA SITUAZIONE NEL 1866.


La situazione in Italia al finir del 1866. — Speranze deluse. — Insuccesso delle operazioni militari. — Discordia nei generali comandanti. — Operazioni militari. — Gravi inconvenienti nel comando. – Ritirata ed inazione non giustificate. — Custoza e Sadowa cambiano la situazione. — Napoleone arresta Bismark e si fa cedere il Veneto dall’Austria. — Indecisione del Governo Italiano. — Lissa. — Audacia tardiva e nociva. — Confusione nei partiti e nel ministero. — Mirabile condotta di Lamarmora. — La sospensione delle ostilità. – L’armistizio di Cormons. — Difficoltà per le basi della pace. – L’Italia non fu umiliata.


La situazione interna politica dell’Italia, al finir del 1866, era ben difficile a definirsi.

Se dopo il 1849 fù costante l’idea di una rivincita contro l’Austria, e che l’Italia dovesse farsi tosto o tardi; tale opinione era ancor più forte dopo la Crimea, il 1859, ed il 1860. Era convincimento generale che la questione del Veneto doveva risolversi, ed il contegno ostile dell’Austria rendeva sempre più indispensabile una soluzione.

All’estero la situazione politica era stata abilmente preparata da Lamarmora. Conosceva egli l’ambizione di Napoleone III di mandar all’aria i trattati del 1815, ed acquistare le così dette frontiere naturali della Francia. Il 1859 gli aveva dato le Alpi; ora ambiva il Reno.

Valendosi di tale idea, e dell’antica promessa dall’Alpi all’Adriatico, Lamarmora si assicurò l’appoggio di Napoleone. Giovandosi poi della gara ambiziosa di dominare la Germania, insorta e crescente tra l’Austria e la Prussia, conchiuse con quest’ultima Potenza una mutua alleanza.

Alleanza che l’Austria, fiduciosa nelle belle parole che Napoleone diceva alla moglie dell’ambasciatore Metternich, si prestava inconsciamente a rafforzare colla sua minacciosa alteriggia verso l’Italia e la Prussia. [p. 2 modifica]

L’esercito era ben armato ed organizzato al completo, con tutte le riserve pronte, dal ministro Pettinengo. La flotta pure ben organizzata con un naviglio grandemente stimato. Il morale di tutti alto e deciso. Ambivano gl’Italiani la lotta, pronti a subire gravi sacrifizi di vite e di denari per ottenere lo scopo presentito da mezzo secolo. L’ottennero a ben minimo prezzo, eppure non erano soddisfatti!

La nazione non si rallegrava di ciò che aveva acquistato, addolorata che l’esercito e la flotta non avessero corrisposto all’aspettazione. Non si era stati capaci di rivendicare da sè il proprio paese. La fiducia nelle forze italiane era scemata dall’insuccesso, del quale non poteva rendersi ragione, chi non conosceva l’andamento passato.

Pochi lo conoscevano a fondo; pochissimi osavano accennarlo; nessuno lo volle dire apertamente. Poichè non devesi tener conto delle calunnie e dei tradimenti che si vociferavano nei bassi fondi politici.

La vera causa dell’insuccesso, diventato poi moralmente disastroso, fù la disunione, la discordia, e per taluni, anche l’antipatia, che dominavano l’animo dei principali comandanti. Obbedivano agli ordini supremi, pagavano di persona, ma erano restii a qualunque volonteroso concorso, o spontanea iniziativa, e più che mai a compromettersi per proprio impulso, onde secondare il movimento di un collega.

Vittorio Emanuele non aveva simpatia per Lamarmora, ed era quasi antipatia, dacchè Lamarmora, nella campagna del 1859, avvece di stare come Ministro della guerra alla capitale, non solo seguì sempre l’esercito, ma, ciò che urtava maggiormente Vittorio Emanuele, egli si dava l’aria di sorvegliare l’andamento delle cose, emettere critiche, e sospendere movimenti di truppa ordinati, ma ch’egli credeva pericolosi. Tali cose, più o meno esatte, ma certamente amplificate, venivano riferite al Re dalle persone del seguito reale, ostili in generale al Lamarmora. Sta il fatto che Lamarmora il 3 maggio 1859, avendo saputo che, per un allarme esagerato, erasi dato l’ordine all’esercito di abbandonare la riva destra del Po e ritirarsi in Acqui, corse a destra e sinistra, arrestò ogni movimento, recossi al quartier generale, e, persuasi il Re e Canrobert dell’opportunità di tale ritirata, ottenne che si telegrafasse il contrordine. Se non vi fosse stato ma[p. 3 modifica]lanimo nei cortigiani, un tal risultato avrebbe dovuto renderli favorevoli al Lamarmora.

Con tali precedenti si capisce pur troppo come la nomina da lui voluta, di capo di Stato maggiore dell’esercito, sia riuscita ostica al Re; e come tale antipatia conosciuta dagli altri generali, abbia diminuita l’influenza morale di Lamarmora.

Il 16 giugno i Prussiani dichiararono la guerra e passarono la frontiera, secondo l’art. 2.° del trattato, la dichiarazione di guerra della Prussia doveva essere susseguita da quella dell’Italia. Lamarmora era partito subito pel campo; ma giunto a Cremona, ov’era il quartier generale, ricevette il giorno 18 per tempo l’ordine del Re di ritardare la dichiarazione di guerra, ed il 19, quello di ritardare a mandarla l’indomani 20.

In tal giorno il colonnello Bariola portava a Mantova la dichiarazione che dopo tre giorni, s’inizierebbero le ostilità. Il 23 infatti le truppe passavano il Mincio a Vallegio, ai Molini di Volta e Goito, con un ritardo di 7 giorni sui Prussiani, che ne furono male impressionati.

Il quartier generale del Re, favolosamente numeroso, non aveva saputo rilevare alcuna notizia precisa sulla dislocazione delle forze nemiche. Ignorandosi la concentrazione degli Austriaci attorno a Verona, si pensò di dividere l’esercito in due corpi. Uno minaccierebbe il Quadrilatero per richiamarvi il nemico, e l’altro portandosi nel basso Pò, liberato da ogni opposizione, passerebbe il fiume, ed avanzerebbe nel Veneto. Da ciò la malaugurata disposizione che, il Comando principale con 12 divisioni1 ed 1 di cavalleria2 passò il Mincio, ed il generale Cialdini con 7 divisioni3 si portava verso Ferrara. Intanto al quartier generale principale, rimasto indietro di una tappa, si continuava a credere gli Austriaci in posizione di difesa a Rovigo, attorno a cui eransi costruiti dei forti, ed a temere che il nemico passando il Pò a Borgoforte, girasse le nostre forze. Tale ignoranza della vera [p. 4 modifica]situazione, cioè che il nemico aveva fatto saltare i forti di Rovigo, evacuato il Veneto, e concentratosi a Verona, spinse i nostri generali ad inoltrarsi spensieratamente verso Verona, e trattenne Cialdini dal passare il Pò, come l’avrebbe potuto fare senza incontrare opposizione.

Delle 13 divisioni che dovevano portarsi verso il quadrilatero, 12 passarono il Mincio il 23, e quella Pianell rimase in osservazione davanti a Peschiera, dal lago al Mincio.

Il 23 non s’incontrarono sulla sinistra riva del Mincio che poche vedette e posti di osservazione, i quali si ritirarono precipitosamente, ma non si tenne conto di quanto si vidde alla sera da non pochi che, le forze austriache si portavano a Castelnuovo, S.ta Giustina, Custoza e Somma Campagna. Continuò la fatale ignoranza.

Il 24 il generale Cerale, avuto l’ordine di portarsi da Valeggio in Castelnuovo, ne partiva come per un cambio di guarnigione. Incontrò il nemico, credendolo debole, volle rovesciarlo, si portò avanti, ed il risultato fù che la sua divisione trovatasi senza alcuna disposizione militare di contro a numeroso nemico, combattè valorosamente ma disordinatamente, e dovette ritirarsi in Valeggio. Dei tre generali Cerale e Dhò4 furono feriti e Villarey ucciso, alla testa delle loro truppe.

Nello stesso tempo il generale Sirtori partiva pure da Valeggio per portarsi su San Giorgio in Salice, osteria del Bosco, e Santa Giustina. Ebbe l’avvertenza di farsi precedere da una avanguardia. Ma questa, non essendosi mantenuto il contatto con essa ed il corpo principale, giunta ai Fornelli prese una strada che la portò più tardi al fianco destro della divisione Cerale.

Un’altra ne prese Sirtori, giungendo ai Fornelli e si avanzava con tale fiducia da credere che i primi spari contro le sue truppe, provenissero da uno sbaglio della sua avanguardia. Purtroppo non era così, e si capisce che quando una divisione, non militarmente disposta, [p. 5 modifica]incontra un nemico superiore di forze ed in posizione di combattimento, l’esito non può che essere sfavorevole. Sirtori si ritirò pure su Valeggio.

Il comandante del corpo d’armata Durando, chiamò prontamente la gran riserva d’artiglieria, comandata dal colonnello Bonelli, e questi collocò così bene le sue batterie a Monte Vento da fermare il nemico. Giungeva pure la brigata Aosta, spedita a Valeggio dal generale Pianell. Colle poche truppe, rimaste ordinate, delle divisioni Cerale e Sirtori, si organizzò una difesa superiore all’attacco. Il generale Durando, mentre disponeva in prima linea ogni cosa, fù ferito gravemente alla mano destra, e dovette cedere il comando al generale Sirtori, ma occorse lunga lacuna prima che Sirtori fosse informato di tale cessione, quindi naturale incertezza nel dare e diramare gli ordini.

Il generale Brignone partito da Pozzuolo, passando per Valeggio, si era portato alla Gherla. Di lì si avanzò per occupare Custoza, e portarsi quindi a Somma Campagna. La sua marcia fù più ordinata, ma egli incontrò il nemico ottimamente disposto in difesa, ed al quale giungevano continuamente rinforzi. Lottò valorosamente per avanzare. Egualmente lottò il generale Govone giunto colla sua divisione alla destra di Brignone. Ma la difesa fù superiore, per forze e per posizioni, all’attacco. Brignone e Govone dovettero retrocedere, sostenuti nella ritirata dalla divisione Cugia, speditavi dal generale Della Rocca comandante del Corpo d’armata, che l’aveva dapprima destinata a marciare su Staffalo, e mandò l’ordine al generale Bixio di portarvisi colla sua divisione.

La divisione del Principe Umberto, pernottato il 23 a Roverbella, aveva ricevuto l’ordine di portarsi davanti a Villafranca, e fermarvisi in osservazione verso Verona. Conviene qui notare che i generali di divisione nulla sapevano l’uno dell’altro.

Un uffiziale dello Stato maggiore del generale Bixio venne, dopo assai lungo tempo che stavasi in linea di battaglia davanti a Villafranca a informare il Principe che il generale Bixio si trovava a Gaufardine. È probabile che il generale Bixio volle dire che s’avvierebbe su Staffalo, passando per Gaufardine, e l’uffiziale confuse il futuro col presente. [p. 6 modifica]

Sapendosi, per tale informazione, coperto alla sinistra, il Principe Umberto non badava che ad osservare davanti a sè verso Verona, ed esplorare a destra verso Povegliano, che il capitano Rinaldo Taverna andò a riconoscere con due compagnie di bersaglieri, quando ad un tratto si vide un gran polverio, e si udì quasi un rombo a sinistra. Si riconobbe in tempo, essere la cavalleria austriaca che si avanzava a corsa sfrenata. Il Principe fatto prontamente formare il quadrato dal 4.º battaglione del 49.º che si trovava all’estremità sinistra, vi si pose dentro, e fermò così l’urto disperato della cavalleria nemica, mentre aveva dati gli ordini agli altri corpi di fermarsi, ed all’artiglieria di portarsi in azione.

Le cariche furono replicate e con tale accanimento che un uffiziale, non potendo più trattenere il cavallo, penetrò materialmente nel quadrato. Il cavallo ferito a morte cadde, e l’ufficiale rimase prigioniero.5

Era la brigata Pulz, di cui due squadroni avevano fermata la marcia della avanguardia della divisione Bixio nei dintorni Pozzo-Moretta, e cercava tagliar la nostra destra dal centro.

Intanto il generale Brignone ritirandosi con grave perdita su Valeggio vi trovò e vi aumentò l’idea della disfatta. Non credè opportuno fermarvisi, troppo essendovi l’ingombro e ritornò a Pozzuolo. Sirtori ordinò allora l’evacuazione di Valeggio, ancorchè il colonnello Bonelli d’accordo cogli altri colonnelli di fanteria, protestasse che si poteva tenere il paese, e non abbandonare la riva sinistra. Govone si era pure ritirato su Quaderni, coperto da Cugia che stava in linea sulla strada dalla Gherla a Villafranca. Bixio erasi fermato alla Colombara. Il Principe dopo aver respinta la cavalleria, stava in attesa d’ordini, supponendo di dover entrare nella valle di Staffalo, per prendere a rovescio il nemico.

Quando le truppe avevano iniziato il movimento, la mattina del 24 il Re accompagnato da un aiutante di campo, un ufficiale d’ordi[p. 7 modifica]nanza, un cavallerizzo, e quattro palafrenieri, seguì il movimento. Anche il generale Lamarmora con due ufficiali d’ordinanza e due guide, si avanzò colle truppe.

Tutti due non ascoltando che la spinta di marciare al fuoco, si trovarono separatamente in prima linea, nè poterono giudicare con mente calma, su rapporti ricevuti dai vari corpi, la situazione del momento e le varie fasi del combattimento.

Al Re che trovavasi alla Gherla, quando Brignone si ritirava su Valeggio, venne riferito che il Principe Amedeo, comandante una brigata di quella divisione, era caduto sul campo di battaglia ferito mortalmente. V’era la ferita grave al petto, ma erasi potuto portare il Principe in salvo. Quasi nello stesso momento, veniva la voce da Villafranca che il Principe Umberto circondato dalla cavalleria nemica era in pericolo di essere fatto prigioniero. Anche qui erasi peggiorato il caso, poichè se v’era stato pericolo, ora erasi dileguato.

Vittorio Emanuele commosso da tali notizie, e vedendo le truppe che si ritiravano da Custoza, pensò alla ritirata, forse ne fece parola, non diede però alcun ordine, aspettando di conoscere le disposizioni che avrebbe dato il capo di Stato maggiore Lamarmora. Ma questi ingolfatosi in prima linea, per aiutare colla perfetta sua conoscenza del terreno6 i movimenti delle divisioni di Brignone, e di Govone a Belvedere, Custoza, e Monte Croce, nulla sapeva di quanto si passava altrove, forse non credeva che vi fosse combattimento, o si affidava alle disposizioni che darebbero il Re ed i comandanti di corpo d’armata.

La ritirata di Sirtori da Valeggio, quella conseguente di Brignone a Pozzuolo, consigliarono a Govone, la cui divisione aveva pure sofferto perdite, di ritirarsi a Quaderni, e successivamente a Cugia e Bixio di pensare piuttosto alla ritirata che all’avanzare.

Il generale Della Rocca, vedendo la sua sinistra scoperta, e cono[p. 8 modifica]scendo come la parola di ritirata si era diffusa su tutta la linea, fece interpellare il Comando generale, e gli si disse di ritirarsi su Roverbella. In conseguenza il 3.° corpo d’armata vi si ritirò in buon ordine, oltrepassando Mozzecane, ove la divisione di cavalleria era rimasta immobile.

Ma il peggio si è che la ritirata si continuò, oltrepassate le quattro divisioni, rimaste pure immobili nei pressi di Goito. Passato il Mincio, il 25, si andò fino all’Oglio, e si passò pure, per coprire, si disse, la Lombardia. Notando che gli Austriaci non inseguirono menomamente, e l’Arciduca Alberto seppe con sorpresa di essere stato vincitore, perchè glielo dicevano le relazioni italiane, mentre egli credeva di avere solo impedito che fosse intercettata la comunicazione tra Verona e Peschiera, come nel 1848. Chè più! Fù telegrafato al generale Cialdini l’ordine di coprire nientemeno che la capitale, Firenze, posta al di là degli Apennini. Tutto ciò provi la confusione incerta nei consigli superiori.7

Non era da stupirsi che Bismarck sospettasse d’un tranello combinato con Napoleone, per non opprimere l’Austria, vedendo una ritirata così precipitosa, non inseguita, e dopo una battaglia quasi guadagnata com’egli si espresse in un dispaccio. Sapendosi pure che l’Arciduca Alberto a metà giornata, aveva predisposto per la ritirata su Pontone.

Supponiamo che il Re, accompagnato dal suo capo di Stato maggiore, con alcuni ufficiali da poter diramare gli ordini, e con personale del genio per stabilire comunicazioni telegrafiche, si fosse collocato in dietro della prima linea, in modo da poter seguire tutte le fasi del combattimento.

Riescirà ovvio il dire ciò che si sarebbe ordinato. [p. 9 modifica]

Alla destra farà oltrepassare Villafranca dalla divisione di cavalleria, e con essa respingere su Verona la brigata Pulz, massime dopo l’attacco fallito contro la divisione Principe Umberto. Questa se non si voleva portarla avanti, avrebbe tenuto Villafranca. Alla sua sinistra le divisioni di Bixio e Cugia potevano occupare la linea sino a Staffalo, od almeno tenere fermo tra Villafranca e la Gherla.

Le quattro divisioni fermatesi a Goito, considerate quale riserva, e predisposte alla marcia al primo avviso, sarebbero state fatte avanzare, una divisione a Valeggio, ove, riunita alla brigata Aosta ed ai molti corpi distaccati delle divisioni Cerale e Sirtori, formerebbe una forza tale non solo da resistere, ma da rintuzzare il nemico, pure indebolito ed infiacchito dalla lotta. Le altre tre divisioni, meno una brigata lasciata in osservazione verso Mantova, della quale nulla dovevasi però temere, essendo interrotte le sue comunicazioni, si sarebbero fatte avanzare al centro. Queste truppe fresche, unite alle divisioni Cugia, Bixio e Principe Umberto, quasi intatte, formavano una tale massa da respingere il nemico sotto Verona.

Si poteva ottenere l’intento di occupare le alture tra Verona e Peschiera. Alla peggio le truppe avrebbero pernottato sul campo di battaglia, cosa non dura dal 24 al 25 giugno.

Gli Austriaci non erano in caso di forzare queste otto divisioni, in piena forza, spiegate su una linea appoggiata a Villafranca e Valeggio, con una divisione di cavalleria nella pianura tra Villafranca e Verona. Tanto meno poi, chè avanzandosi, il nemico si scostava da Verona.

Un telegramma, sebbene tardivo, avrebbe prevenuto Cialdini del concentramento nemico a Verona, ed ordinatogli di passare il Pò, e portarsi avanti, essendo certo che non avrebbe incontrato nemico in forza.

Questo passaggio Cialdini l’aveva già iniziato, ma poi, dopo un consiglio di generali, lo ritirò sia perchè non ne aveva ricevuto l’ordine, sia perchè riteneva il nemico grosso ed appoggiato ai forti di Rovigo.

Non pretenderò di pronosticare ciò che sarebbe succeduto dipoi, ma certamente non poteva accadere peggio. Tanto più che uffiziali e [p. 10 modifica]truppa dimostrarono bravura e zelo.8 Non vi fu panico nè fuga. Le truppe si ritirarono, o perchè oppresse da nemico più forte, e prive di direzione, o perchè fu loro comandato.

Nel 1859, il Re, stando col suo capo di Stato maggiore, in posizione da poter regolare i vari movimenti, potè mandare truppe in rinforzo là dove necessitavano, e dare simultaneità agli attacchi.

Singolare coincidenza che tre fatti d’armi così importanti nella guerra d’indipendenza, furono quasi nello stesso punto combattuti. Fù pure singolare, nel 1866, quella specie di panico che invase la mente dei principali comandanti. Non vedevano che invasione austriaca da ogni parte. Uscendo da Peschiera dovevano gli Austriaci portarsi alle nostre spalle; da Goito invadevano la Lombardia; da Borgoforte ci tagliavano le comunicazioni. Dall’eccesso della fiducia si saltò all’eccesso contrario.

Dal canto suo l’Arciduca Alberto, ignaro il primo giorno di essere stato vincitore, nel suo ordine del giorno, non considerava il fatto di Custoza che solo per aver respinto un attacco nemico. Quella nostra ritirata così precipitata e prolungata fino all’Oglio, le parve inconcepibile, e credette scorgervi un tranello per farlo uscire dal Quadrilatero, passare il Mincio, e rinnovare Solferino!

Lamarmora aveva dato la sua dimissione da capo di Stato Maggiore9 e proponeva Cialdini. Questi si riservava di accettare dopo [p. 11 modifica]aver conferito. Il Re era a Cremona. Si decise di far attaccare Borgoforte nel doppio scopo, offensivo contro Mantova, difensivo perchè s’impediva un attacco di fianco sulle truppe le quali dall’Oglio si portarono nel Ferrarese; la fanteria per ferrovia, l’artiglieria e cavalleria per strada rotabile. Il quartier generale si trasportò a Ferrara.

Il 3 luglio succedeva la battaglia di Sadowa, ed il 5 luglio il Moniteur annunziava ufficialmente che l’Imperatore d’Austria cedeva il Veneto a Napoleone, ed accettava la sua mediazione per ricondurre la pace fra i belligeranti. L’Imperatore dei francesi si era affrettato di rispondere a questo appello, e si era indirizzato immediatamente ai Re d’Italia e di Prussia perchè concludessero un armistizio. Napoleone condividendo l’opinione generale, riteneva che i Prussiani sarebbero battuti dagli Austriaci, e questi da noi. Aveva combinato in tal caso, di aiutare i Prussiani, chiedendo loro in contraccambio la frontiera del Reno e far cedere il Veneto dall’Austria, minacciandola d’unirsi a noi, come nel 1859. Custoza e Sadowa mutando le previsioni, mutarono pure gli intendimenti di Napoleone.

L’Austria aveva subito accettata la proposta d’armistizio. In tal modo si rendeva favorevole Napoleone, e rendendo francese quel Veneto che sapeva pure di dover perdere un giorno o l’altro, ne poteva ritirare le truppe e rinforzare l’esercito del Nord.

Bismark, risoluto nella prudenza, come lo era stato nell’arditezza, si dichiarò pronto ad accettare le proposte di Napoleone, prima però di firmare l’armistizio chiedeva si determinassero i preliminari del trattato di pace. Intanto le truppe prussiane avanzavano con continui successi, per far valere la sua massima del uti possidetis. Lasciava pure credere che non si parlerebbe dei Stati germanici del Sud, i quali, non entrando nella confederazione del Nord, rimarrebbero sotto l’influenza della Francia.

In Italia la proposta francese produsse dolorosa impressione. Si voleva riparare all’onore delle armi, e si riteneva umiliante di ricevere il Veneto come un regalo di favore dato da Napoleone. Oltrecchè si era inquieti sulla portata delle parole di Napoleone allusive alla cessazione del Veneto: mediante un accomodamento con me, sul quale sarà [p. 12 modifica]facile ad intendersi: chi regalava il Veneto poteva avanzare pretensioni pesanti.

Tali sentimenti li esprimeva Lamarmora in una nota a Nigra. Era il caso di agire e prontamente, come i Prussiani.

I consigli supremi tenuti a Ferrara dimostravano pur troppo che la disparità di parere e le antipatie personali incagliavano una direzione pronta ed energica per rialzare la nostra situazione.

Ricasoli rincarava la dose delle divergenze, colle dichiarazioni che spediva dal suo scrittoio di Firenze. Telegrafava seriamente a Cialdini “di tagliare la ritirata agli Austriaci onde non andassero ad ingrossare le loro file contro i Prussiani, altrimenti l’Italia sarà disonorata„.

Egli avrebbe dovuto sapere che l’Arciduca Alberto sin dall’8 luglio aveva dirette le sue truppe al Nord, lasciando solo presidiato le fortezze ed il Veneto completamente sgombro di truppe austriache.

I consigli si tenevano a Ferrara. Cialdini non accettava il posto di capo di Stato Maggiore, lasciando indovinare che voleva essere supremo, e riteneva imbarazzante la presenza del Re e del Principe Reale in mezzo all’esercito. Opinione non giusta perchè la presenza del Re e dei Principi esercitava ottima influenza sul morale delle truppe. Si combinò un mezzo termine, sempre fatale quando occorre una risoluzione energica.

Cialdini avrebbe una specie di direzione suprema della guerra, si avanzerebbe, con assoluta libertà d’azione, verso la frontiera austriaca, conducendo seco 14 divisioni. Delle altre quattro, tre starebbero in osservazione verso il quadrilatero e l’altra comandata da Medici doveva portarsi nel Tirolo pella valle del Brenta, mentre Garibaldi si avanzava pure nel Tirolo da altra parte.

10 “La risoluzione presa di dare un aumento di forze con libertà [p. 13 modifica]d’azione a Cialdini sarebbe stata un’idea ottima, se non fosse tardiva. Il Comando superiore non funziona più. Il Re imbroglia col suo intervento inopportuno; Ricasoli coi suoi telegrammi da Cincinnato; ed un ministro colla sua presenza che rappresenta il Governo.„

“Lamarmora è esautorato. Della Rocca e Cucchiari gli sono ostili, ed invece di secondarlo contrastano le sue proposte. Cialdini restìo all’obbedienza, se il Re non gli dà ordini precisi e chiari.„

“Mi fece ridere la Gazzetta Ufficiale che dice: — Alcuni giornali vanno spargendo voci di differenze che sarebbero sorte tra il Governo e il Quartier generale dell’esercito, e fra gli stessi componenti il Gabinetto. Queste voci sono del tutto infondate. — Era il caso di credere ad uno sbaglio del proto, il quale doveva comporre in tutto fondate. Parto per raggiungere Cialdini.„

Il 10 luglio s’iniziava finalmente il passaggio del basso Pò a Pontelagoscuro. L’incertezza delle notizie, il guasto delle strade ferrate operato dagli Austriaci, e più ancora le indecisioni nelle alte sfere governative produssero lentezza fatale.

Il generale Petitti a cui scriveva da Badia, che riteneva gli Austriaci impossibilitati ad agire,11 e mi stupivo della lentezza a procedere mi rispondeva il 16 luglio:

“Il ritardo è avvenuto da che il generale Cialdini, il quale aveva preso le sue misure per fermarsi a Pontelagoscuro, fortificarvisi, e disporre ogni cosa per avere una buona base ed una sicura linea di comunicazioni, dovette andar avanti per l’evacuazione degli Austriaci da Rovigo, prima che tutto fosse giunto.„

Ed il generale Menabrea il 19:

“Si porrà mano quanto prima all’esecuzione d’un ponte stabile. Intanto, si lavora alle opere di difesa tra l’Adige ed il Pò. Facciamo [p. 14 modifica]una fortissima testa di ponte a Pontelagoscuro. Bisogna guardarci, e le divisioni rimaste qui, saranno ridotte ad una azione passiva, poichè non devesi dimenticare che gli Austriaci hanno almeno 60,000 uomini nel Quadrilatero, oltre il corpo d’armata del Tirolo. Concentrati nulla abbiamo a temere, ma se ci portiamo avanti prima di esserci assicurati, giuochiamo un colpo pericoloso. Non dovevasi lasciar meno di 10 divisioni al Re per agire contro le piazze forti.„

Cito queste lettere dell’aiutante generale dell’esercito, e del comandante superiore del Genio, per constatare la mancanza d’unità nelle idee e nella direzione della guerra, prodotta dalla disparità di viste ne’ consigli supremi, quindi nessuna iniziativa pronta ed ardita, la quale sola poteva riparare il passato. Altro che tagliar la ritirata agli Austriaci, ed occupar terreno per valersi dell’uti possidetis!

Il curioso poi era che queste preoccupazioni d’attacco da parte degli Austriaci erano scritte al comandante di una divisione, che stava in prima linea, tra i suddetti Pò ed Adige. Se scrivevo che si andasse avanti, era pella persuasione che si sfondava una porta lasciata aperta dal nemico.

In un consiglio straordinario tenuto il 18 luglio a Ferrara, non s’era voluto ascoltare le parole di pace portate dal principe Napoleone. La maggioranza confidava nella futura occupazione del Trentino dal generale Medici e dal generale Garibaldi; nella marcia progrediente del generale Cialdini, in un’insurrezione che si ruminava in Ungheria, e nella distruzione della flotta austriaca con occupazione della Dalmazia ed Istria.

Ricasoli continuando i suoi calcoli dallo scrittoio di Firenze, telegrafava all’ammiraglio Persano: “È indispensabile che fra una settimana la flotta austriaca sia distrutta.„

Tale prescrizione costrinse Persano ad uscire dal porto di Ancona, ma disgraziatamente la medesima disunione tra i capi regnava in mare come in terra.

L’ammiraglio non andava d’accordo col suo capo di Stato Maggiore. Nulla sapevano i comandanti delle varie squadre del piano d’azione che aveva combinato Persano. E come l’avrebbe saputo se [p. 15 modifica]non lo sapeva nemmeno lui? Nella sua difesa egli dichiarò di non averlo comunicato ai comandanti per conservarlo segreto. Bella fiducia! Il solo cui disse di averlo confidato fù l’avv. P. C. Boggio, il quale lo seguiva come istoriografo delle di lui future gesta. Comunicazione più che curiosa, per non dire sconveniente, che il morto non poteva contraddire. Perchè il povero Boggio, credendo all’Ammiraglio, che l’assicurava essere più prudente e salutare il non seguirlo sull’Affondatore, rimase a bordo del Re d’Italia e andò a fondo con quella nave.

Uscito dal porto d’Ancona, varie squadre furono mandate a sparare inconsideratamente contro batterie di terra altolocate, a Lissa, ed altri diversi punti della costa dalmata, senza ottenere alcun risultato. E quando la flotta nemica giunse improvvisamente, le nostre navi divise, in bordeggiare incerto, ebbero pena a riunirsi.

L’Ammiraglio avea messo all’ordine che i suoi segnali avrebbero diretta l’azione. I comandanti delle squadre e delle navi stavano attenti alla nave ammiraglia Re d’Italia per eseguirli. Ma non si viddero apparire. Non già che l’Ammiraglio fosse troppo impegnato, come il Re e Lamarmora a Custoza, tutt’altro. All’appressarsi del nemico, egli lasciò inopinatamente la nave ammiraglia, dalla cui alta alberatura attendevansi i segnali, per andare a rinchiudersi nella torre dell’Affondatore. Chè più? Ne annullò l’azione coi suoi contr’ordini, quando quel comandante movevasi a cozzare contro navi nemiche. Il Re d’Italia colò a fondo oppresso dalle navi nemiche che si erano unite contro di esso, la Palestro, scoppiato un incendio a bordo, comunicatosi alla Santa Barbara, saltò in aria.

Tegethoff le cui navi erano seriamente scosse, si rivolse verso Pola, ed allora finalmente si vidde un segnale di Persano, libertà di manovra. Sull’ordine del giorno osò iscrivere essere rimasto padrone delle acque. Al rovescio di Custoza, egli si proclamò vincitore, essendosi sempre tenuto fuori del pericolo. Salvò la sua vita, ma non il suo onore militare, tenuto però alto dai suoi subordinati.

Ormai ogni illusione doveva dileguarsi, ogni speranza perdersi.

Quando Cialdini giungeva a S. Vito sul Tagliamento, i Prussiani, ottenuti i preliminari imposti, firmavano il 26 luglio l’armistizio se[p. 16 modifica]condo i patti di Nikolsburg. Gli Austriaci tranquilli, pella Dalmazia e l’Istria pel disastro della nostra flotta, pel Nord pell’armistizio, rinforzavano il Trentino, e scendevano in forti masse pel Semmering.

La Prussia, che aveva prevenuto ed invitato il Governo italiano a firmare l’armistizio, si teneva liberata se si rifiutava di farlo, con poca lealtà a dir vero, ma con apparente diritto.

La Francia indispettita pella nostra condotta, poteva spingersi a protestare contro la nostra invasione del Veneto, diventato territorio suo, pella cessione fattagliene dall’Austria.

La situazione era fosca sia militarmente che politicamente. In tale frangente il generale Lamarmora, abnegando ogni personalità, e non pensando che al bene della Nazione, propose al Re, ed ottenutane l’approvazione, firmò una sospensione d’armi per 8 giorni.

La Gazzetta Ufficiale l’annunziò: “Le proposte fatte da S. M. l’Imperatore dei francesi, in qualità di mediatore, alla Prussia ed all’Austria, furono accettate dal Governo di Vienna, e da S. M. il Re di Prussia, quali basi pella conclusione d’un armistizio. Il Governo prussiano fece conoscere al Governo italiano la determinazione da lui presa, riservando, prima d’impegnarsi, il consentimento dell’Italia. In seguito a questa dichiarazione il Governo italiano si è dichiarato pronto a consentire, a carico di reciprocità ad una sospensione di ostilità per 8 giorni, durante il qual tempo si proseguiranno i negoziati nello scopo che l’Italia dal canto suo consenta alle conclusioni d’un armistizio, le cui conclusioni potranno essere accettate quali preliminari d’una pace onorevole.„

Lamarmora aveva salvata la situazione, ma così non la pensavano i nostri governanti. Cialdini avvertito tardi, pella rottura dei fili telegrafici, era giunto all’Isonzo. Ricasoli prendeva senz’altro possesso del Veneto, mandando quali Commissari regi, Sella ad Udine, D’Afflitto a Treviso, Pepoli a Padova ed Allievi a Rovigo. È molto che non ne abbia destinato pure uno a Verona. I politicanti declamavano contro la sospensione d’armi, la quale aveva arrestata la marcia vittoriosa di Garibaldi e Medici nel Trentino, ed il progredire di Cialdini verso Vienna; e poi se Persano era rimasto padrone delle acque, voleva pur dire che poteva ancora combattere. Vere quarantottate, come respinti [p. 17 modifica]dietro il Mincio nel luglio 1848, si rifiutava sdegnosamente di accettare l’Adda per frontiera. Ora si parlava di Lamarmora come allora di Salasco. Ammessa la sospensione d’armi si dovettero formulare le condizioni preliminari dell’armistizio da servire di base al trattato di pace. Si chiese l’uti possidetis quale venne ammesso per la Prussia, od altro compenso.

Informato di tal cosa da Petitti12 che era venuto ad Udine per andare a trattare col generale Mœring, scriveva al fratello: “Non capisco l’uti-possidetis richiesto, poichè occupiamo attualmente meno territorio di quello che avremo colla cessione del Veneto, già fatta dall’Austria. Il compenso potrebbe alludere al Trentino, ma non credo si voglia cedere una parte del Veneto, per avere il Trentino, nè lo consentirebbe la Francia. La cessione fattale diventerebbe una commedia.„

L’Austria pose quale condizione preliminare della trattazione dell’armistizio, l’evacuazione del Trentino, appoggiandosi all’art. 1.º del trattato preliminare da essa conchiuso colla Prussia, il quale escludeva assolutamente qualunque pretensione su regioni dell’Impero austriaco, non comprese nel Regno Lombardo-Veneto, e non lo era il Tirolo Italiano. In quanto all’uti-possidetis ammesso dall’Austria verso la Prussia, tale clausola veniva recisamente negata, se eccedeva il territorio occupate dalle truppe italiane, quando l’Arciduca Alberto si era ritirato dal Veneto. Essendo diverso il caso tra la Prussia che conquistò e l’Italia che occupò un paese sgombrato, e quindi senza resistenza. In quanto al Trentino oltre l’osservazione già fatta, non era assolutamente il caso di tenerlo occupato poichè era già stabilito, coll’annuenza della Francia e della Prussia, che l’Austria lo conserverebbe.

Ciò nullameno in un consiglio, veramente straordinario, tenutosi a Ferrara, fu deciso che se prima del 2 agosto l’Austria non accettava la proposta dell’uti-possidetis od altro compenso, si continuasse la guerra. La cieca ostinatezza nelle trattative era più che tardiva dopo tanta inerzia nell’operare. [p. 18 modifica]

Spirava la sospensione d’armi. Lamarmora fece interpellare, per mezzo del comandante di Legnago, il generale austriaco, se tale sospensione dovevasi intendere protratta. La risposta fu affermativa.

Il 7 agosto convenivano a Cormons i generali Mœring e Petitti. Ma, come diceva ingenuamente la Gazzetta Ufficiale “alcune difficoltà insorte nella conferenza impedirono che jeri l’armistizio fosse conchiuso„.

La difficoltà era che Mœring non voleva entrare a parlare d’armistizio, se prima non si evacuava il Tirolo. La Francia nulla opponeva a tale pretensione. La Prussia poteva dirci “peggio per voi se non accettate quello che vi avrei fatto avere„.

In tanto acciecamento del Ministero proclive ad ascoltare i declamatori di piazza, Lamarmora, persistendo nella sua abnegazione personale, ottenne dal Re di mandar l’ordine ai generali Medici e Garibaldi, di evacuare il Tirolo.

In seguito a tali disposizioni, l’Austria accettò di trattare di un armistizio di quattro settimane.

Napoleone (11 agosto) si congratulò con Vittorio Emanuele di tale adesione “V. M. sa che ho accettato l’offerta del Veneto per preservarlo da ogni devastazione, e prevenire un’inutile effusione di sangue. Mio intento fu sempre di renderlo a sè stesso, onde l’Italia fosse libera dall’Alpi all’Adriatico. Padrone del suo destino, il Veneto potrà quanto prima, col suffragio universale, esprimere la sua volontà„.

Il Ministero incrollabile nelle sue poltrone fiorentine, aveva asserito il 2 agosto nella Gazzetta Ufficiale che si era conchiuso un armistizio di quattro settimane a partire dal 2 agosto. “È fin d’ora assicurata la riunione del Veneto al Regno, senza condizioni di sorta. La questione delle frontiere è riservata ai negoziati per la pace. L’armistizio è conchiuso sulla base dell’uti-possidetis militare.„

Era un vero non senso di parlare d’uti-possidetis, dal momento che si diceva assicurata la cessione del Veneto, e si sapeva intangibile l’Impero d’Austria in altra regione. Era un gettar polvere negli occhi dei tribuni di piazza, ma gli occhi di Mœring non si lasciavano accie[p. 19 modifica]care. Egli significava che, ove gl’Italiani non si obbligassero a ritirarsi dal territorio occupato dopo il 10 luglio, aveva ordine di dichiarare che, spirati 10 giorni dal conchiuso armistizio, l’Austria avrebbe ripreso le ostilità in Italia. Dopo il comunicato ufficiale della Gazzetta, si capisce che Petitti non volesse firmare alle condizioni imposte da Mœring.

Correvano i telegrammi tra Firenze, Parigi, Berlino e Ferrara con scambio d’idee discordanti tra il Ministero ed il quartier generale.

In sì penoso frangente Lamarmora scrive un’altra bella pagina della sua vita politica, mandando l’ordine a Petitti di firmare la convenzione di delimitazione, assumendone egli la responsabilità, ed il generale Menabrea era mandato a Firenze per spiegare l’assoluta necessità dell’operato.

Lamarmora, il 18 agosto, cedeva a Cialdini la carica di capo di Stato Maggiore. L’armistizio firmato il 12 agosto era di quattro settimane prorogabile se non v’era preavviso di 10 giorni per cessazione.

Mœring largheggiò nella delimitazione, lasciando una vasta zona tra le due linee militari, e consentendo agli Italiani di potervi andare. In conclusione si riservò a limitarsi una zona attorno alle fortezze del Quadrilatero, di Venezia e di Palmanova. Gl’impiegati italiani che si trovavano nei territori occupati dalle truppe austriache non sarebbero molestati e viceversa. I prigionieri scambiati e consegnati dall’Italia in Peschiera, dall’Austria in Udine.

In conseguenza dell’armistizio, fu evacuata la parte del Trentino, e le divisioni comandate da Cialdini si ritirarono sulla riva destra del Tagliamento.

Non so per qual motivo si volle dare a questa marcia indietro, un’apparenza difensiva. Il fatto sta ch’ebbi l’ordine passando la Stella a Palazzolo, di fermarmi sulla sinistra, facendo una specie di testa di ponte, e riconoscendo il terreno sino alla sponda di Marano, e quando dovessi ritirarmi, di distrurre il ponte stabile sulla Stella. Però, avendo di poi ricevuto l’ordine di dirigermi in Treviso passando per Latisana, non essendoci ombra di nemico, nè vicino nè lontano, lasciai sussistere il ponte. La divisione si fermò a Paese nei dintorni di Treviso. [p. 20 modifica]

La Prussia aveva dichiarato all’Austria ch’essa intendeva mantenere l’Italia nel possesso del Veneto. Con ragione il nostro Governo osservò che non bastava tale dichiarazione, essere indispensabile che tale annessione del Veneto fosse confermata nel trattato di pace, e tolto ogni compenso, la cosa fu trovata giusta, e si adottò la seguente formola.

“S. M. l’Imperatore d’Austria avendo ceduto a S. M. l’Imperatore dei Francesi il Regno Lombardo-Veneto, e l’Imperatore dei Francesi da parte sua, essendosi dichiarato pronto a riconoscere la riunione del detto Regno Lombardo-Veneto agli Stati di S. M. il Re d’Italia, sotto la riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate, i Plenipotenzari hanno, ecc.„ ed il trattato tra l’Austria e la Prussia fu firmato il 23 agosto ed il 24 quello tra l’Austria e la Francia, portante la consegna del Regno Lombardo-Veneto al commissario delegato dal Governo francese. Questi lo trasmetterebbe alle autorità venete e le popolazioni sarebbero chiamate al voto. Il Moniteur dichiarava che l’Imperatore acconsentiva acchè le provincie cedutegli dall’Austria si unissero all’Italia.

“Possa almeno, scrivevo al fratello, il trattato compiere la cucinatura del carcioffo, altrimenti saremo sempre in agitazione... compatisco chi avrà da negoziare coi Francesi, infatuati della cessione del Veneto. Il signor Léon Pillet, antico direttore del teatro dell’Opera a Parigi, e console a Venezia, vi domina! Faranno tutto il loro possibile per renderci impossibile la gratitudine.„

Scrivendo queste linee da Paese non mi sognavo di dover io lavorare tanto per annullare la nostra gratitudine.

Alcune considerazioni farò su quanto si pretese umiliante per l’Italia.

Nell’insuccesso di Custoza devesi considerare, che in quella lotta le nostre forze combattenti erano inferiori in numero a quelle austriache, ed erano queste il fior dell’esercito, comandate dal loro generale più stimato ed autorevole, l’Arciduca Alberto. Le regioni che circondano Verona erano, si può dire, la piazza d’armi, nella quale gli Austriaci manovravano continuamente. [p. 21 modifica]

Ciò malgrado vi fu un momento in cui l’Arciduca Alberto pensò a preparare la ritirata eventuale su Pontone e Pastrengo.

Credo aver dimostrato che con una direzione meglio e concordemente intesa, si vinceva, od almeno non si perdeva.

I Prussiani ebbero per avversario Benedek, generale stimato ed ottimo se si vuole, ma al quale obbedivano malamente13 gli arciduchi ed i generali favoriti dall’Imperatore. Di qui quella mancanza di concordia fatale agli Austriaci a Sadowa, come lo fu per noi a Custoza, ed ebbe per conseguenza la deficienza di una buona ritirata difensiva ed imperterrita.

Thiers lo disse in parlamento francese “alle due pomeridiane la battaglia di Sadowa era vinta dagli Austriaci. Cosa impedì che fosse vinta fino alla fine del giorno? Lo sapete? Eran necessari 40,000 o 50,000 uomini alla destra austriaca per trattenere il Principe Reale che giungeva a marcia forzata, un’ora di ritardo e sarebbe arrivato troppo tardi! Ora non eran solo 50,000 uomini, ma da 130,000 a 140,000 i soldati austriaci disposti tra il Mincio e l’Adige. Ebbene? Conchiudete: Fu l’Italia che, al principio degli avvenimenti, aveva dato alla Prussia il possente impulso dell’esempio: alla fine gli diede il soccorso che gli mancava. Fu dessa a decidere l’evento.„ E il giudizio di Thiers oltrechè di persona pratica della storia militare, non è di uomo di Stato favorevole all’Italia, tutt’altro!

Non vi fu dunque umiliazione militare, ma disdetta. In quanto alla parte politica, parmi che la maggiore umiliazione fu quella dell’Austria di cedere il Veneto, mentre era ancora occupato intieramente dalle sue truppe, e ciò per paura dei Prussiani. Noi l’abbiamo avuto in regalo, dicono, ma questo così detto regalo fu offerto da Napoleone con secondi fini, come lo dimostrò più tardi nel 1870, ed ancora devesi osservare che era il compenso della libertà d’azione che lasciavasi all’Austria.

D’altronde si vedrà che la cessione procedette in modo tutt’altro che offensivo all’Italia, data ben intesa la situazione prestabilita. [p. 22 modifica]

Un’umiliazione vi fu nel ritirarsi dal Trentino, e fino al Tagliamento, ma fu conseguenza della politica insulsa del Ministero, il quale con frasi altisonanti di patriottica fierezza credeva d’imporne all’Austria e velare la triste realtà creata dai dissidii dei generali e la vigliaccheria dell’ammiraglio, per cui esercito e flotta non ottennero il successo che erano in grado di conseguire.

Note

  1. Cerale — Sirtori — Brignone – Govone – Cugia — Bixio – Principe Umberto — Nunziante — Cosenz — Angioletti — Longoni — Pianell.
  2. De Sonnaz.
  3. Casanova – Ricotti – Mezzacapo — Chiabrera - Medici – Della Chiesa – Franzini.
  4. Il generale Luca Dhò, ferito al fianco da due puntate di lancia, non lasciò la brigata, ed assunse il comando interinale della 1.ª divisione. Quando andai al quartier generale in Grontardo per assumere il comando della divisione, il generale Dhò nulla sapeva della mia nomina. Dovetti dirglielo e presentargli la lettera di nomina, quel brav’uomo, ancorchè molto più anziano di me, mi disse, stringendomi amichevolmente la mano: Eh! meglio Lei che un altro.
  5. Il Principe Giovanelli, che trovavasi in quei giorni a Lonigo, mi disse aver visto a passare il 13.º Ulani Trani, da Pordenone diretto a Verona. Era stupendo per numero e tenuta. Lo vidde ritornare verso Udine il 12 luglio. Era ridotto al terzo della sua forza, e la tenuta in pessimo stato. Era questo reggimento in testa della brigata Pulz, che caricò così accanitamente il quadrato del 49.º.
  6. Il generale Lamarmora prima del 1843 aveva assistito per molti anni alle manovre che gli Austriaci ripetevano annualmente nel territorio del Quadrilatero. Conosceva quel terreno palmo a palmo, e me lo fece conoscere quando nel 1848 ero presso di lui. Nel 1869 potei apprezzare il vantaggio di conoscere quel terreno.
  7. Al fratello da Gazzoldo ( 26 giugno): “Ieri il Re mi fece chiamare. Potei colla più sincera verità encomiare la condotta del Principe Umberto. Il di lui sangue freddo e la precisione degli ordini dati, dopo di avere, al primo colpo di cannone, dimostrato valoroso impeto per portarsi avanti, avevano favorevolmente e fortemente impressionata la sua divisione. Non nascosi al Re il mio parere su quanto era succeduto, e sulla convenienza di non ritirarsi, almeno per una settimana. Egli si lagnò amaramente di tutti i generali, specialmente di Lamarmora, ed anche di Ricasoli. Uscendo incontrai Lamarmora che si lagna del Re, e Della Rocca. Fanno a modo loro telegrafando a Cialdini direttamente. Ricasoli gli era ostile. Egli non aveva più ascendente! Che ne dici di tanta concordia?„
  8. Destinato il 1.º luglio al comando della 1.ª divisione (Cerale) così disastrosamente colpita, sotto ogni rapporto, il 24 giugno, volli rendermi ragione dell’operato di tutti in quella giornata. Chiesi ad ogni comandante di corpo, riparto, o distaccamento, un rapporto dettagliato ed esclusivo, di quanto erasi fatto da lui e suoi dipendenti. Combinando tutte queste relazioni, ne rilevai la massima confusione nelle disposizioni generali. Tutto il personale aveva dimostrato valore, ma la divisione era stata condotta, direi quasi, al macello da un comando tanto incapace quanto valoroso. Questa divisione condotta a Chiasiellis, anelava di combattere, e fu dolorosamente colpita dall’ordine di retrocedere il 6 agosto. Era certo che si sarebbe fatto onore. In fin d’agosto la presentavo all’ispezione del generale Pianell, e n’ebbi i più lusinghieri elogi sulla sua ricostruzione, ed era quella che aveva più sofferto.
  9. 11 26 giugno, ritornato per una commissione del Principe Umberto al Re, egli mi fece entrare. Era con Lamarmora. Il Re mi disse: “Prepariamo una ritirata ben ordinata. Una ritirata, diss’io, ma perchè? Maestà, abbiamo tante forze ancora, e gli Austriaci non osano inseguirci! — Ma! disse il Re, facendomi segno che era Lamarmora a volerla.„ Esco con Lamarmora e questi mi disse che voleva rassegnare la carica, non più tenibile, di capo di Stato Maggiore.
  10. Scrivevo tali cose a mio fratello da Badia, ove senza lasciarmi fermare un giorno a Ferrara per aspettarvi parte dell’artiglieria e cavalleria della divisione, mi avevano fatto passare il Pò per andare a chiudere tra Ficcarolo sul Pò e Badia sull’Adige, l’adito a qualunque attacco austriaco da Legnago. Supplii alla meglio con alcune guide datemi da Pianell, e due cannoni presi ad una riserva d’artiglieria. Pochi giorni dopo, rimpiazzato dalla divisione del Principe Umberto, partii per raggiungere Cialdini. Marciando sempre di giorno, brevi fermate, un po’ di distanza fra i diversi corpi, e tenendo i carri dei viveri col rispettivo loro riparto, da Badia a Chiasiellis presso Palmanova, la divisione non lasciò che quattro uomini in dietro.
  11. Da Badia avevo mosso una riconoscenza verso Legnago con 8 guide ed una compagnia di Bersaglieri, debitamente sostenuta all’uopo. Incontrati a grande distanza piccoli posti nemici, questi si erano prontamente ritirati. Mi aspettavo, due giorni dopo, una contro-riconoscenza austriaca. Si presentò, ma ricevuta da due compagnie preventivamente disposte ai lati della strada, rivolse indietro senza contrasto, e non si vide più nessuno. Disponendo la linea di difesa, avevo tenuto calcolo delle paludi veronesi, terreno impraticato, e del rio Tartaro, indicati dalla carta. Trovai le paludi bonificate in terreno coltivato, ed il Tartaro sparito.
  12. Eravamo convenuti al quartier generale di Brignone in Biccinico. Cormons, sullo stradale da Gorizia ad Udine, dista pochi chilometri dal Judrio che marca la frontiera.
  13. Brassier de S.t Simon, ministro di Prussia, ed incaricato d’Austria a Torino, mi diceva in maggio: “È un errore aver dato Benedek plebeo, per capo agli Arciduchi, a Windischgrätz, Clamgallas ed altri possenti in corte. Non gli daranno retta.„