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Manoscritto di un prigioniero - Capitolo XX

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CAPITOLO XX.


Io ho detto nel capitolo XVII, che sono in prigione, e lo confermo nel Capitolo XX. Oggi finiscono trentaquattro giorni, e non isbaglio; in mancanza del lunario li ho contati due volte sulle dita.

A chi me l’avesse detto il 2 di settembre io avrei riso in faccia di un cotal riso da venirne al duello. Eppure io ci sono!

Benedetti i primi giorni della mia prigionia! – io era così sempre fresco del passato, che sovente mi riusciva d’illudermi. Sovente sopra pensiere [p. 90 modifica]chiamava ad alta voce la serva, perchè mi recasse una cosa o l’altra; e sentendo che nessuno mi rispondeva, io mi accertava allora della prigione; ma ci rideva sopra, e non era più altro. Sovente sopra pensiere in un batter d’occhio m’indossava la giubba, mi calcava in capo il cappello, e tutto infuriato andava per uscire; – ma giunto alla porta mi accorgeva, che il chiavistello stava per di fuori, – segno evidente della prigione; – ed io al solito ci rideva sopra, e non era più altro. Benedetti i primi giorni della mia prigionia!

Oggi però è ben diversa la cosa. Io son mesto e spossato dalla noia, – e così penetrato fino al midollo del convincimento di essere in prigione, che questo pensiere dinnanzi agli occhi e alla mente mi brulica in infinite forme, come uno sciame di atomi innumerevoli traverso un raggio di luce; e così mi si è dentro inchiodato, che nei primi tempi della mia nuova libertà per avventura, crederò sempre d’essere in prigione.

Io sono mesto, e spossato dalla noia. La noia tacitamente ha tramato per me una così gran tela, che io non vedo parte donde salvarmi. Io son la mosca di quella tela, e più che mi dibatto per uscirne, e più vi dò dentro.

Oh! la noia è una parola sola, – una parola breve, che non conta più di quattro lettere, – ma il provarla è tal volume, che uomo al mondo non sfoglierebbe così per tempo, nè così di leggieri. La noia è l’asma dell’anima, – è una ruggine che può consumare la meglio temperata lama, che si dia; – è una cosa, che dai capelli alle piante ti fascia la cute d’un senso umido, fastidioso, ti perverte l’occhio, e ti fa veder tutto in bigio; – toglie il sapore al gu[p. 91 modifica]sto, la fragranza ai fiori, – la dolcezza all’armonia. Schiaccia l’acume dell’intelletto, e lo rende bestialmente stupido, – e insugherisce il cuore, mortificandone la squisita sensibilità, disseccandovi dentro la lacrima del piacere e del dolore. Oh! la noia è il più insopportabile dei nostri dolori, perchè è il dolore della stanchezza; perchè non eccita in noi una forza, che valga a combatterlo. Essa non è un vulcano, ma cuopre di freddissime ceneri il sorriso della Natura intera.

E le ho tentate tutte per medicarla, ma senza pro. Il leggere non mi giova; – sto mezz’ora sopra un filaro, – e poi gitto il libro. Non ho più coraggio nè anche di scrivere i miei ghiribizzi; – i miei grilli son morti d’inedia, – essi volevano l’erba fresca del prato, e l’alito dell’aria aperta. – Non mi giova il passeggiare; – vado in su e in giù per i dodici passi della mia prigione, e di lì a poco torno a sedermi colla vertigine. – Se mi affaccio, vedo, è vero, un bel cielo, ma le sbarre, che mi traversano l’occhio, me lo tingono di color di ferro; – vedo un cerchio di monti, e mi paion sepolcri; – vedo una mandra di soldati, che la disciplina militare ha saputo convertire in altrettanti arcolai. – Pallida mi apparisce la verdura degli orti, e dei vigneti, e il canto degli uccelli mi suona lamento.

Alas poor Yorick! Io mi curvo sotto un peso, che non posso più reggere, e ho fatto di tutto per sollevarmene. Ho contato le battute del mio polso, e ho dovuto smettere; – ho fatto la guerra agli insetti, che mi son compagni, e ho dovuto smettere, perchè son troppi; – ho contato i travicelli delle mie due camerette, e sono diciotto e mezzo; – i travi grossi, e son otto; – ho contato perfino i mattoni, [p. 92 modifica]e son trecento novantuno. Io non ho più pace, e non so come averne. Non posso più pensare nè al passato, nè all’avvenire, spazi così vasti, e così comodi per il diporto dello spirito. Son confinato nel presente, – e il presente di un carcerato non è già il Tempo coll’ali snelle velocissime, – è una figura di piombo sdraiata in un canto.

.... E come fare per il resto di tempo, che dovrò starmi in prigione? Avessero almeno detto: ― ci starai tre mesi, sei mesi, un anno, ― manco male; – ogni sera con un sospiro di sollievo esclamerei: – v’è un giorno di meno! – Se io potessi avere dell’oppio, forse sarei felice, e certamente tranquillo; – l’anima mia dolcemente assopita passerebbe le sue giornate in un mondo aereo, multiforme, – un mondo così dovizioso d’illusioni, e d’immagini, che la più alta fantasia dell’uomo desto può concepirne appena una frazione ben minima. Ma non posso sperare nell’oppio; – i miei custodi l’hanno in concetto di veleno, e non me lo farebbero vedere nè anche dipinto. E per questo io ho desiderato le mille volte una febbre acuta, che mi levasse fuori di me fino al giorno della mia scarcerazione. Ma la febbre anch’essa, che pur non dipenderebbe dai miei custodi, non vuol venire; – non vi è rimedio; è un calice, che bisogna bere....

Ecco qui; tutti i giorni sono i medesimi, misurati dalle medesime vicende. Alle otto la mattina il solito caffettiere colla solita colezione; – al tocco il solito pranzo portato dai due soliti selvaggi, che si son rubati il nome di camerieri. Il pranzo è composto sempre della solita zuppa, e di tre pietanze, che sembran tre morsi, presso a poco sempre uniformi, e di rado una di quelle variata in un uc[p. 93 modifica]cello, strano, – una specie d’uccello, che avrà che fare coll’ornitologia, ma non so se abbia diritto all’ingresso d’una cucina; – una specie d’uccello che, a casa mia non ho mai veduto nè per aria, nè sullo spiedo. Io non so dove trovi quegli uccelli il trattore; – mi pare impossibile, che un cacciatore li trovi; e, se li trova, che abbia il coraggio di spendervi sopra una botta. Ma io ho veduto spesso il trattore sur un campanile, e di certo ei vi andava per quegli uccelli, e per noi.

E il Profosso? Mutassero almeno il Profosso una volta la settimana, come avevano cominciato dapprima! Ma dopo una volta non l’anno più fatto. Eccolo là, – è sempre il medesimo Profosso, – col medesimo viso, – col medesimo passo, – col medesimo vestito bianco mostreggiato di rosso, – colle medesime chiavi, – coi medesimi 12 Articoli, stabiliti contro di me, e contro di lui, – col medesimo suono di voce. Fin qui il Profosso non è ancora infreddato, per sentirgli fare almeno una voce diversa. L’unica mutazione, che segua in lui qualche volta, è quella da un casco a una berretta. È un uomo anche egli convinto della disciplina, – convinto dei suoi superiori, – persuaso, che le bastonate sieno un dovere a darle, e a riceverle, come voi siete persuaso a grattarvi in quella parte ove vuole il prurito. – Oh! le strane fantasie della noia! Quante volte non ho io desiderato, per non vedere sempre il medesimo Profosso, di vederlo un giorno con un occhio solo, un altro giorno con tre; un giorno con due nasi; un altro giorno con la bocca sulla fronte; una domenica, quando mi accompagna alla Messa, che camminasse colle mani e coi piedi; un lunedì di vedermelo vestito da donna; un giovedì colla testa vol[p. 94 modifica]tata dalle spalle; un venerdì senza testa. Ma il Profosso non sì muta mai, – è inesorabile; e ogni giorno viene a menarmi fuori per prendere un’ora d’aria, com’egli dice, e spesso mi tocca invece un’ora d’acqua. E sul primo anche questo era un conforto, – ora non è più. È sempre il medesimo Forte..., – le medesime salite, – le medesime scese, – i medesimi sassi ribelli, e pronti ad offenderti, – i medesimi cannoni, – i medesimi soldati; – non si trova un uomo, o una donna, se tu li pagassi al peso dell’oro.

Il Profosso è una disperazione; – quando io gli chiedo, se ci è nessuna nuova del mondo, mi risponde sempre, che non vi è nulla di nuovo. Possibile mai! – bisognerebbe, che tutto il mondo fosse in prigione. – Eccolo là il Profosso! è inconvertibile. – Viene tre volte al giorno nella mia stanza, uguale uguale, senza pendere un capello da quello che era la vigilia; e mi dice se può entrare, quando è già entrato; e, allorchè se ne va, mi domanda se io voglio nulla. Egli lo fa per dovere, non ci mette ironia, – così voglio credere; – ma quella dimanda mi fa il sangue più agro. O Profosso! Profosso! Se tu sapessi quello che io voglio, certamente non me lo dimanderesti due volte. D’ogni tre volte due almeno io voglio, che tu vada al diavolo.

E la notte? – non me la rammentate, per l’amore che portate a voi stessi. La notte è per me l’eternità di un dannato. La notte con quel suo vasto silenzio, così propizia ai fantasmi poetici, al meditare profondo, per me non significa nulla; e mi scende sull’anima, fredda, piatta, e pesante come una lapide. Invoco il sonno coi nomi più lusinghieri, ma vanamente. Disteso sopra un letto nè cattivo nè buono, mi volto a destra, mi volto a sinistra, mi giac[p. 95 modifica]cio supino, mi giaccio bocconi, mando fuori un Gesù mio, mando fuori una parola a rovescio, ma il sonno non viene. La notte la noia non è sola; – chiama sull’armi le zanzare, e mi fanno una guerra mortale da fedeli alleate. Finalmente prendo un poco di sonno, – ma torpido, vuoto, senza balsamo di riposo, senza sogni. Potessi almeno farmi de’ sogni! chè la mattina dipoi m’ingegnerei a farne la storia, e a metterli in bello stile.

Sul principio, quando veniva la notte io mi consolava standomi alla finestra a godermi lo spirare dei venticelli, e lo spettacolo solenne d’un bel Cielo Italiano. Ma, dopo quello che mi avvenne una sera, ora appena cade il crepuscolo io chiudo le imposte, e disperatamente mi caccio nel letto. Sentite quello che mi accadde una sera. Io me ne stava, come v’ho detto, immergendomi lo spirito nella considerazione d’una gloriosa Natura, assorto in uno di quei momenti d’estasi e d’oblìo, nei quali l’uomo non è più una povera creta, ma è pellegrino dell’Infinito; e guardando sospeso sopra di me quell’azzurro immenso, sereno, gioioso, magnifico di stelle e di misteri, mi sentiva sollevare, mi sentiva intenerire: – a un tratto mi venne fissato l’occhio sulla Luna, che spuntava in un lato del firmamento, pallida amabilmente, e modesta; – allora il mio sentimento cominciò a svilupparsi in una forma più precisa, più palpabile, ed io volli esprimerlo con un inno, e cominciai:

    È mesto il raggio della Luna, e Dio
    Lo temprò in armonia colla Sventura.

Ma come fui a questo punto una fata leggiera [p. 96 modifica]leggiera, coll’ali color dell’iride, mi trasvolò dinanzi, mi fece un inchino, e mi diede la buona notte. – Era la Musa. – Io sul subito non me ne accôrsi, e non seppi interpretare in buona parte quel suo consiglio. Quindi, per non dirvi le bugie, avrò ripetuto almeno un cento di volte quei due versi in cadenza accademica, ma il terzo non venne mai. Alla fine ripensai più pacatameate alla figura veduta, e tra il dispetto e l’umiliazione mi coricai.

Io conosco a prova il martello della gelosia, – ma, faccia pure l’estremo di sua possa, non può arrivare alla noia.

O Torquato Tasso! io non ti chiedo nulla che valga; – non ti chiedo quella corona di stelle, onde tu cingesti in Palestina la Musa Italica; solo chiedo reverentemente, che tu mi dica come facesti, quando al Magnanimo Alfonso piacque decretarti pazzo, e chiuderti per lunghi anni in un ospedale, come facesti in quei lunghi anni a pensare alle sette giornate del Mondo Creato1, mentre io in trentaquattro giorni, se qualche volta ho pensato al mondo, ho pensato di disfarlo, non già per istizza, ma perchè mi sembra mal fatto.

O Silvio Pellico! io non ti domando la tenera ispirazione, da cui sgorgava quella tua Francesca, che sarà un palpito del cuore finchè l’amore sarà una passione dell’uomo; ma ti domando soltanto d’insegnarmi donde traesti la tua decenne pazienza.....

N.B. – Questo Capitolo naturalmente è fuori della giurisdizione della Critica; egli non ha pretensioni; – è il Capitolo della Noia2.

Note

  1. [p. 105 modifica]«Le Sette Giornate non furono immaginate dal Tasso in prigione, ma a Napoli, molti anni dopo, nella villa del Marchese Manso, a richiesta della Madre di questo Signore». Questa Nota è apposta in margine nel MS. dell’Autore, ed è d’altra mano: credesi di un amico suo, al quale, relegato con lui in quelle prigioni, ei dava a leggere i suoi quaderni di mano in mano che erano scritti. ― Vedi Serassi, Vita di Torquato Tasso; vol. II, pag. 226, – Berg. 1790.
  2. [p. 105 modifica]Qualche distrazione pur valse talvolta ad alleggerire il peso della noia sì vivamente sentita e dipinta dall’Autore. Il suo spirito si effondeva vivace, e poteva eccitare il sorriso anche nelle angustie del carcere, poichè gli era concesso di conversare scrivendo co’ suoi concaptivi. E lo provano alcuni Capitoli, diretti ad uno fra loro, de’ quali crediamo sufficiente offrire ai Lettori alcuni frammenti. Non mancano in essi la purezza, l’abbondanza, la vivacità dello stile, ond’ebbero vanto di Classici alcuni Scrittori italiani, specialmente del Secolo XVI, per siffatto genere di componimenti. E se questo non è avuto in pregio e consentito egualmente ai tempi nostri, giova rammentare come nascessero, e dove, i versi che seguono.

    A MESSER AGNOLO

    CARCERATO CONTENTO.

            Agnolo, ho in capo il ticchio della rima,
          Nè mi occorre argomento altro, che il vostro;
          Segno chiaro d’amore, o almen di stima.
            Che fareste altramente in questo chiostro,
          Se non scriveste? E a me non manca nulla;
          Ho pagato la carta, e ancor l’inchiostro.
            E poi la Musa mia è una fanciulla
          Di garbo, e non ha odio a chicchessia,
          Ma tratto tratto salta e si trastulla;

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            E canta una canzone in melodia
          Festosa, e alfin si cheta, come un vento
          Lieve, che agita un fiore, e poi va via.
            Ma torniamo di botto all’argomento,
          Non divaghiamo, – che se no, si sfuma
          Il mio vapore, e il fuoco si fa spento.
            Che debbo dir di voi? chi il sa? la piuma
          Dell’ingegno è già cionca . . . . .
          . . . . . . . . . . . . . . .
            Ma non levate a Dio vostre querele,
          Agnol, chè potria dirvi: olà, tacete;
          Pei vostri falli questo è un pan di miele.
            Chi sa, che avete fatto? Io, se non siete,
          Pur vi credo un buon uom; ma Dio ci vede
          Anche nel buio, ed oltre la parete.
            A vedervi in prigion non ci si crede,
          Avete l’aria dell’Angelus Domini,
          Siete il ritratto della buona fede.
            Nondimeno alle volte son quegli uomini
          Appunto come voi, che fanno un sette
          Apparir per un cinque; – e se predomini
            In cotestoro il vizio, o se le rette
          Arti della virtude, ella è una cosa,
          Che di subito in chiaro non si mette.
            Se devo dir per me, siete una rosa
          Candida, e ve lo dico con tal cuore
          Che il mio parlar non ha mestier di chiosa.
            Voi siete un pan di zucchero, un amore
          Senz’ali e senza freccie, ma con gli occhi;
          Voi siete un Santo . . . . . . .
            . . . . . . . . . . . . . .
             ― Che serve esser Santo, e le faville
          Mandar celesti dall’accesa faccia,
          S’Ei non sa scivolar come le anguille
            Dai Birri? ― E voi pur deste in quella caccia,

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          Agnolo mio! e via San Giovannino
          Che disse il dì che più l’amata traccia
            Del vostro piè non vide? ― O mio vicino,
           – Disse la strada, – sei forse in un forno?
          Dove ti celi? sei forse in un tino?
            Mostrati, – il Sole è quasi a mezzogiorno;
          Vedi il villan coi polli, e col canestro.
          Che fiuta il tuo consiglio, e gira intorno.
            Ratto corri allo studio, ed il maestro
          Tuo bel labro di nuovo oda la gente;
          Scrivi col pugno sinistro e col destro.
            Accarezza la gola del cliente;
          Dàgli una presa di tabacco, e poi
          Accompagnalo all’uscio umanamente. ―
            Sì disse: ma poichè seppe che voi
          Eravate in prigion, non si sa come,
          Mandò per tutta Pisa un oi oi.
            Trecento volte vi chiamò per nome
          Quella povera strada, e senza modo
          Si graffiò il viso e si stracciò le chiome.
            Non lo dico da burla, ma sul sodo,
          Un tegolo perfino si commosse
          E venne giù a sapere il quando e il modo.
            . . . . . . . . . . . . . .
            Ma voi ci state come stare a letto
          In prigione, ed è cosa, a dire il vero,
          Che mi ha messo nel capo del sospetto.
            Svelatevi, parlatemi sincero;
          Io vi credo un buon uomo, ed io vi credo
          Un uomo bianco ancor che siate nero;
            Ma quando sì rassegnato vi vedo,
          E intendo il vostro placido discorso,
          Voi mi fareste rinnegare il Credo.
            E dico: – egli è una prova del rimorso
          Quello star quatto quatto, e se di colpa

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          Non fosse reo, darebbe un qualche morso
            Almeno al ciel, che gl’innocenti spolpa
          Così del poco ben che regna in terra,
          E non ne dà ragion, nè si discolpa. –
            Agnol, sentite: io vi farò la guerra,
          Se non mutate stil, se non cessate
          Di viver come un morto sotto terra.
            Voglio sentirvi taroccar, le ingrate
          Stelle accusar voglio sentirvi, e un suono
          Vo’ sentir misto d’urli, e di pedate
            Contro la porta; e tanto sia il frastuono
          E il nabissare e il baccano, che ognuno
          Più non vi adori come un Santo buono.
            Ira e dolor manifestate, e il bruno
          Mettete al fiasco, ma non lo rompete,
          Che non vi è dato regger quel digiuno.
            . . . . . . . . . . . . . . .
            Agnolo mio dabbene, Agnol gentile,
          Andate sulle furie, io ve ne prego,
          E la mia prece non abbiate a vile.
            Se non v’imbiestalite, io me la lego
          Al dito, ed ho memoria sì vivace,
          Che sull’offese non dà mai di frego.
            Se al mio comando siete contumace,
          Vi farò guerra sino al finimondo,
          E non varrà che dimandiate pace.
            Star contento in prigione, e far giocondo
          Viso ai rabuffi di sì rea fortuna?
          Io nol so concepire, e mi confondo.
            . . . . . . . . . . . . . .
            E quanto al ber, ci vuol discrezïone;
          Farlo in presenza a tanta ribaldaglia
          È un affogare la riputazione.
            È ver che avete di sì buona maglia
          Fatto il cervello, che puote una brocca

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          Di vin, come potrebbe un fil di paglia;
            Ma bussar tratto tratto alla bicocca
          Di Rebecca, e ordinarle un boccaletto,
          E farvelo di più mescere in bocca,
            È una tal cosa che a un uom provetto
          Sconviene, e giudicare a voi la lascio;
          Una mano mettetevi sul petto.
            Voi mi risponderete, ch’io vi accascio
          Sotto questo Capitolo, e che in fine
          Smetter dovrei, dovrei legare il fascio.
            Datemi la ragione, e le terzine
          Cesseranno, e se no, tenete in cuore
          Che ancor v’inseguirò colle quartine.
            Per or finisco; e in segno del mio amore
          Voglio, che vostre laudi non sien mute:
          Avvocato, Poeta, e Bevitore,
            Trinità formidabile, salute!




    A MESSER AGNOLO


    BEVITORE NON PLUS ULTRA


    E soprattutto nel buon vino ha fede,
    E crede che sia salvo chi ci crede.

    Morgante maggiore.

            Agnol, voi siete vivo, e mi rallegra
          Sì la notizia, che già sorge in alto
          L’anima, che giacca chinata ed egra.
            Agnol, dall’allegrezza ho fatto un salto;
          Agnol, dall’allegrezza ho fatto un trillo,
          E l’ho cantato in chiave di contralto.
            Se voi vedeste come in viso i’ brillo
          Al sentirvi sì gaio e impertinente,
          E vispo più che a primavera un grillo;

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            Voi mi dareste un bacio di repente,
          E mi direste: – Dio ti salvi, o Carlo,
          Dio ti salvi con ogni tuo parente. –
            Pace per questo non darovvi, e il farlo
          Non è nel poter mio, sono un tormento
          Per voi, sono il demonio, il vostro tarlo.
            Vi sono un pruno dentro un occhio, un vento,
          Che vi soffia tra mezzo alle lenzuola;
          Sono per consumarvi un fuoco lento.
            Nè lascerò di batter la mazzuola,
          Finchè non oda dimandar perdono
          Dai vostri labri color di viola.
            Vedrete s’io ci sono, o non ci sono,
          E sentirete se il mio verso pela;
          Dapprima aveste il lampo, or viene il tuono.
            Strugger vi voglio, come una candela;
          Voi mi avete sfidato; ebbene, accetto:
          L’arbor drizzate, e sciogliete la vela.
            Ma che fareste senza Musa in petto?
          Sperate forse, che vi voli attorno
          Come una mosca, o come un altro insetto?
            Siete, è vero, un bell’uomo, un uomo adorno,
          Un cicisbeo galante, un mugherino,
          Un cavaliere fatto proprio al torno;
            Ma bevete un po’ troppo, e intorno a un tino
          La Musa non ci vien, – non è decoro;
          L’avete presa per un moscherino?
            Chiunque ne conviene, – è cosa d’oro
          Il bere, è cosa buona, è cosa degna,
          E le taverne meritan l’alloro,
            E lo portan di fatti per insegna:
          Ma un limite ci vuole; e quando il fuoco
          È bene acceso, bastano le legna;
            E non far come voi, che con un roco
          Accento ognor gridate: – mesci, mesci; –

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          E quand’anche trabocca, dite: – è poco.
            Ma che volete il vino giù a rovesci?
          Ma dite, il vin v’ha fatto la malia,
          Che ci stareste come in mare i pesci?
            . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
            Voi per il vino anderete dannato,
          Non c’è rimedio; – voi fareste tutto
          Col vino, ci fareste anche il bucato.
            In una chiesa un dì parata a lutto
          Entraste a sentir Messa, e dalla fè
          Sembravate compunto, anzi distrutto,
            Ma quando il Prete ritto su due piè
          Alzò il calice in aria voi gridaste:
           – Don Girolamo, lasci bere a me, –
            Agnolo mio gentil, voi m’ingannaste
          Una volta nel dir, che tre sirene
          Vi regnavano in cuor leggiadre e caste;
            Eran tre damigiane piene piene. –
          . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
            Agnol, voi siete il vino in corpo umano,
          E voi sarete il vino sotto terra,
          E chi il negasse negherebbe invano.
            Voi mi diceste un dì: – se vien la guerra
          Vo’ portare una pevera per casco,
          E far con una botte il serra serra. –
            Diceste ancora: – s’io morto non casco,
          Giuro sull’uva bianca, gialla, e nera,
          Che mi farò una casa come un fiasco. –
            Voi siete per il vino una bufera,
          Una tromba marina, e un vostro dito
          Alza un barile come altri una pera.
            Bevete in ogni lingua e in ogni rito,
          In istil di tragedia, e in stil di farsa;
          Or bevete arrabiato, ora contrito.
            A definirvi la parola è scarsa,

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          Voi siete tutto sopra questa scena;
          Non pensate, non siete una comparsa.
            Bevete all’aria torba e alla serena,
          E il vostro bere è tutta una bevuta
          Da colezione fino a dopo cena.
            Voi bevereste infino la cicuta
          Mescolata col vino, e il vetriolo
          Tinto in rosso berreste all’insaputa.
            Anche l’aceto, il so, vi va a fagiuolo,
          Perchè è parente del vino; e, se matto
          Diventate, credendovi un orciuolo
            Ammattirete; e, questo è un detto e un fatto:
          Non v’ho sentito io spesso in voce chioccia
          D’un’estasi esclamare nello scatto:
             – Com’è vaga la forma della boccia!
          E se piovesse invece d’acqua vino,
          Bramerei convertirmi in una doccia. –
            Agnol terrestre, e Poeta divino,
          E Avvocato Pisano in un’essenza,
          Voi siete un bevitore uno e trino.
            Siete del ber la pratica e la scienza,
          Un’osteria colle mani e co’ piedi,
          In genere di fiasco una potenza.
            O sommo Giove, è ben che ci provvedi,
          Non tinger più le nuvole di rosso;
          Se no, cose vedrai che tu non credi.
            Quest’Agnolo terren vedrai, che, scosso
          Il suo carco mortal, si leva a volo,
          E le nuvole rosse a più non posso
            T’inghiottisce dall’uno a l’altro polo;
          E se mai tu facessi il mar rossiccio,
          In un attimo sol ti beve un molo.
            Non ti venisse mai, Giove, il capriccio
          Di scender giù di porpora coperto;
          Ti vedrei, sommo Giove, in un impiccio.

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            Giove, non ci venir, sii bene esperto,
          Beve ogni rosso quest’Agnol terreno,
          Nè mette distinzion fra merto e merto.
            . . . . . . . . . . . . . . .
            Or torno, Agnolo, a voi col mio pensiere,
          Quando son vosco l’animo mi gode.....
          Ma che vedo? bevete anche il bicchiere?
            Agnolo, non lo fate, il vetro rode;
          S’intende bere! ma bere anche il vetro!
          Basta! bisogna dir: – voi siete un prode;
            Un uomo tal, che puote in questo metro
          Insegnare a chiunque, un corridore
          Che ancora il vento si lascia di retro. –
            Moderate un tal poco il vostro ardore,
          Ci son degli altri che pure hanno sete,
          Voi stabilite il regno del terrore.
            Lasciate un po’ di vino se potete;
          Ci son degli altri: e se non siete sazio,
          Sorbite, quando vengon, le comete.
            Capisco ben che avete letto Orazio,
          Ma costui loda il vino, e non comanda
          Che se ne faccia poi cotanto strazio.
            . . . . . . . . . . . . . . .
          Voi gli volete proprio troppo bene,
          Il troppo stroppia, e qui voi siete tristo.
            Del resto siete un uom come conviene,
          Un uomo che vorranno celebrare
          Le nove Muse in nove cantilene.
            E se in Duomo volesse battezzare
          La vendemmia, dipoi che ha partorito,
          Chiamerebbe voi solo per compare,
            S’ella non vi sapesse tanto ardito
          Da bevervi la madre col figlioccio,
          Senza lasciargli dare un sol vagito.
            E a dirvi queste cose io non vi noccio,

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          Nè vi calunnio, chè in questa materia
          Siete un grand’uomo, e non siete un fantoccio.
            Siete un poema epico, una seria
          Cosa davvero, voi siete un abisso
          Senza fondo, non siete una miseria.
            E per non esser più troppo prolisso
          Vo’ dirvi cosa che non è una ciancia;
          Sentite quel che nella mente ho fisso:
            Il dì che al mondo mostrerò la guancia
          Di nuovo, in segno di una lieta cosa,
          Vi metterò un cannello nella pancia,
           E al popolo darò da bere a iosa.




    PANEGIRICO

    DI MESSER AGNOLO.


            Agnol di nome, e babau di sembianza,
          Chi dice mal di voi non vi ha veduto,
          Non vi ha sentito, non vi ha conosciuto,
          Non ha senno nè in forma, nè in sostanza.
            Voi non siete un mortal, ma una fragranza
          Del ciel, che Dio con sè non ha voluto;
          Un vaso d’elezione giù piovuto,
          Pieno di vino e di buona creanza.
            Chi dice mal di voi non ha giudizio,
          Io lo ripeto, o parla per invidia
          Della vostra eccellenza; e questo è un vizio,
            Che vela l’intelletto, una perfidia:
          Voi non siete un mortal, ma un precipizio
          Di belle cose; e se vedeva Fidia
                      Quel volto ove s’annidia
          Tanto raggio di cielo, incontanente

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          Si disperava, e non facea più niente.
                      Voi siete un accidente
          Nell’ordin naturale, un uomo nuovo,
          Nato non come noi, ma dentro un uovo.
                      Parole io non ritrovo
          Per dir di voi chè lo stupor m’imbriglia:
          Non siete voi l’ottava maraviglia,
                      Un caos, un parapiglia?
          Voi non avete d’uopo d’un cartello,
          Nè di chi gridi: – vengano a vedello. –
                      Voi siete un filunguello
          Quando cantate, e a lode ve lo reco,
          Se di paura fate morir l’eco.
                      Convenitene meco,
          Vi fe’ Natura, e si grattò l’orecchio,
          E disse: – questa è seta, e non capecchio. –
                      La testa come un secchio
          Vi fece, destinandola a capire
          Un capitale che non può fallire.
            . . . . . . . . . . . . .
                      Io canterò, nè bramo
          Mercè: conosco il merito, e l’adoro;
          Ravviso in faccia vostra il secol d’oro.
                      Vergini Muse, in coro
          Cantate, come l’Agnol mio gentile
          Nascesse in Pisa in un bel dì d’Aprile.
                      La Stella del Barile
          Balenò su quell’alma pur mo nata
          E l’ebbe de’ suoi influssi battezzata.
                      Canta, Musa garbata,
          Come apprese il Garzone ogni sapere,
          Si fe’ dottore, e diventò bracciere
                      Con sue dolci maniere
          Di Madama giustizia, che gli vuole
          Un ben, che non si narra con parole.

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                       – E tu mi sembri un Sole, –
          A lui dice Madama; ed ei sospira,
          E gli occhi a guisa di lanterne gira.
                      E la voglia mi tira
          Di seguitare a dir; ma come fare
          A metter la mia barca in tanto mare?
                      Io mi sento gelare;
          Nelle vostre virtù mai non si approda,
          Voi non avete nè capo, nè coda.
                      La lingua invan si snoda
          A nuovo canto; immenso è l’argomento:
          Voi siete un astro, io sono un lume spento.