Scritti editi e postumi/Manoscritto di un prigioniero/Capitolo VI

Manoscritto di un prigioniero - Capitolo VI

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CAPITOLO VI.


Ma ripigliamo il filo del nostro racconto. Dove siamo rimasti? Sarebbe bella che me ne fossi scordato! Lasciatemici pensare un momento: buoni, buoni, – ho ritrovato il filo. ― Ma, di grazia, stateci attenti ancor voi, – io sono avvezzo troppo a divagare, tanto che non mi sembra neppure. Quando vedete ch’io prendo il largo per menarvi chi sa dove, – forse in un pantano, – forse sur un prato fiorito, – allora tentatemi per un braccio, – tiratemi una falda, – rimettetemi insomma sulla vera strada. Io n’ho di bisogno, – voi lo vedete da voi; – non posso camminar diritto, – serpeggio sempre, – ormai è un vizio che s’è convertito in una seconda natura. ― Per questo ho stimato bene avvisarvene. ― Uomo avvisato, mezzo salvato.

Sta tutto bene, ma un altro poco, s’io non me ne accorgo per tempo, il filo mi sfuggiva nuovamente di mano. ― Su dunque all’opera.

Ecco il Povero viene. Vedetelo là in mezzo a quella massa di popolo, che lo preme, e lo incalza nel suo tristo destino spensieratamente, come il cavallone [p. 36 modifica]spinge sul lido una tavola del naufragio. L’avete veduto? Non si distingue se sia sciolto o legato, se gli sbirri sien quattro o sei, tanto è fitta quella massa di plebe. Che ronzio, che schiamazzo, che tempesta d’urli e di voci! ― Cos’ha fatto? ― Come si chiama? ― È del paese? ― È forestiere? ― È un ladro? ― È un assassino? Dove ha rubato? ― Conoscete l’ammazzato? ― Quante ferite? ― E via discorrendo; e tutti dimandano, e tutti rispondono ad un tempo. ― Ma non potrebbe darsi che fosse, più che iniquo, infelice, che fosse innocente? – Potrebbe darsi, ma nessuno l’ha pensato, nessuno l’ha detto. Ei l’infelice percorre le vie di fretta più che non vorrebbe; – il turbine popolare lo mena. E chi l’ha vestito in quel modo così pietosamente ridicolo? Se la Miseria non gridasse; io l’ho vestito, – tu diresti che il Capriccio ha mandato fuori la sua maschera più grottesca; il suo capo d’opera. Porta in capo una cosa, che tre anni sono era già un cappello vecchio, – ora è uno sgomento a definirla. – E la camicia non è di canapa, non è di lino, – nè di cotone, – nè di stoppa; – è d’una stoffa che non è stoffa, d’un colore che non è colore; – una camicia che ha una manica e mezzo. Oh! davvero è meglio contentarsi della pelle che ti diè tua madre, che avere una camicia come quella! – E i calzoni! che labirinto! Non si sa se sono a diritto o a rovescio, se il davanti è di dietro, e se il di dietro è davanti; – se in principio furono fatti di toppe, o d’una materia unica, perchè ora le toppe sono più grandi della materia primitiva. E quante sono! e come affollate! e si montano addosso una sull’altra come una turba di curiosi quando c’è da vedere uno spettacolo nuovo. E chi gli ha fatto quei calzoni? Giudicandogli al [p. 37 modifica]taglio, potrebbe averglieli fatti ancora un magnano. – Tutto questo vuol dir nulla: così vestito com’è, viene avanti; – un piede ha calzato di mota, – l’altro gli sta in una scarpa, mezzo sì, mezzo no. Ei l’infelice è vicino a toccare la meta del suo viaggio. È un viaggio che i poveri fanno frequentemente, – di rado sciolti, più spesso legati, – e non lo stampano, perchè son modesti, nè li rode la smania di farsi un nome a tout prix. È un viaggio che non fanno mai in vettura. È scritto che il povero vada sempre a piedi; – sia che vada a nozze, all’ospedale, o in prigione. E per questo il Povero va colle sue gambe in prigione; – e deve andarvi, fosse anche paralitico, stramazzato dalla febbre, fosse anche zoppo. – Il povero non ha diritto che a una vettura sola: a quella che dal carcere lo porta al patibolo, – dalla vita all’eternità.

Finalmente egli è giunto al portone d’ingresso, – all’arco trionfale della miseria, del delitto, dell’innocenza che la calunnia può convertire in delitto. E pur troppo vi sono trionfi di tutte le specie, e la plebe umana li accompagna tutti colla medesima calca, – col medesimo spirito, colla medesima furia, colle medesime grida. Basta che sia un alimento alla feroce curiosità della plebe! sia pure la testa mozza di Luigi XVI, l’incoronazione di Buonaparte! Tra cibo e cibo non mette divario. – Il Povero ha passato il suo arco di trionfo, – trionfo di vergogna e di dolore. – La plebe è rimasta di fuori, e non sa neppur ella cos’altro più aspetti; ella non è sazia ancora.