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Lettere - Lettera XXIII

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XXIII.


A.***
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Ho finito di leggere da qualche giorno il discorso del Centofanti1, e mi dirai per qual modo devo rimandartelo. Questo discorso, che pure è di poca [p. 273 modifica]mole, mi ha lasciato un’impressione curiosa, – un’impressione di durata, come se avessi letto almeno due mesi, o un’opera di cinque, o sei grossi volumi. Non saprei distinguere, se ciò dipenda da mente che si disorgana, o se sia segno che il libro fa pensare. Sottosopra mi è piaciuto assai, e quantunque io non abbia coscienza tale di studi da giudicarlo intus et in cute, nondimeno mi è parso dettato con intendimenti di critica e di filosofia piuttosto nuovi in Italia. E vi sono tratto tratto pagine generose ed eloquenti, che non tanto onorano l’intelletto dello scrittore, quanto rivelano un bel cuore d’uomo. Mirabile è poi la forza di congettura e d’intuito, onde penetra nel buio di tempi quasi senza memoria, rifabbrica il passato, e dà senso, valore, e sembianza, a cose, che finora parevano vaneggiamenti e capricci. Basta, a me pare un bel lavoro, fatto di buona fede, all’antica. Credo però, che non sarà di lettura volgare, e il libro, sì per lo spirito, che per la fattura, è veramente aristocratico, come sono tutti i libri dove ci è altezza, e novità di teorie, dove c’è condensazione d’idee, e di stile. Aggiungi inoltre, che l’Italia è sempre innamorata del suo dolce far niente, sempre supina a bere l’oblio di tutte le cose, sempre ripugnante a ruminare il forte cibo della sapienza.........

Livorno, 30 Aprile 1842.

Carlo.

Note

  1. [p. 277 modifica]Sull’indole e le vicende della Letteratura Greca, Discorso di Silvestro Centofanti. - Firenze 1841.