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Lettere - Lettera XIII

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XIII.


P.***

Eccoti il Manifesto, dove non ho potuto raccogliere che la firma di U. – ***N. mi disse non volerne sapere, perchè opera di un Francese, ragione che può valer qualche cosa, e al tempo stesso non valer nulla; o forse fu ispirazione dell’Aritmetica, che gli sussurrò di non sottrarre quattordici franchi alla massa del patrimonio. – X. sta dietro a farsi marito, nè [p. 261 modifica]può badare alle Vergini Muse, che poverette oggi son orfane, e non hanno un padre buono a dar loro una dote di dieci mila filippi. Io non prendo moglie, nè mi tormenta l’ansia d’imporre scudo sopra scudo. No, per l’anima di mia madre! io lo posso giurare; non sono, nè sarò un avaro giammai! I giganti quando accavalcavano monte sopra monte tentavano scrollare il trono di Dio, e l’idea animatrice di quel concetto, temeraria se vuoi, era per altro sublime di una grandezza sì terribile da far palpitare anche il cuore di un Dio; ma l’avaro salito sulla piramide dei suoi mille sacchetti, che pretende dalla terra, o dal cielo? Che vuole? che disegna di fare? Povero avaro! egli è condannato a non poter voler nulla, – ultima miseria dell’anima umana. Ma tregua alle digressioni. Noi siamo d’accordo, – non piglio moglie, e non sono un avaro; – però sono un povero, nè deve parerti strano, chè tu pure in siffatte discipline mi sembri sufficiente dottore. Amo le Muse, è vero, e di candido amore, ma sono inretito in tante e tali traversie, che non posso spendere un soldo per comprar loro un mazzo di fiori ora che è il mese dei fiori, e la Natura li crea ad ogni respiro che muove, e le graziose venditrici te li vengono offerendo col più bel garbo del mondo, e a così poco prezzo. Amo le Muse, è vero, ma non posso dar loro, che un ingenuo saluto, e i profumi di un cuore innamorato. E tanto basti del Manifesto, e così abbia fine l’Idillio.

Nei giorni scorsi mi posi a leggere il Wallenstein di Schiller, e mi sono accorto, che per me non è impresa da pigliarsi a gabbo, almeno la prima parte intitolata ― Il campo di Wallenstein. ― Mi riesce a mala pena d’intenderne un verso qua e là, e le al[p. 262 modifica]tre cose mi rimangono impenetrabili. Credo che lo Scrittore in questa parte abbia usato lingua intima, casalinga, troppo tedesca. Spesso mi sembra proverbiale, e temo, che quasi sempre si valga di un dialetto o di un altro, perchè moltissimi dei vocaboli non li trovo notati sul Dizionario. Se tu potessi procacciarmi una traduzione qualunque, l’avrei caro, perchè veramente il doverlo lasciare così per disperazione è pensiero che mi mortifica assai. Addio.

11 Maggio 1835.

P. S. Mi scordavo del meglio. – N.*** M.***, scrive da *** che muore di fame, e si raccomanda alla carità dei fedeli. Vi deve stare cinque anni, come saprai. In società faceva il maestro di scuola, e gli bastava per vivere; – laggiù la professione non corre, ed egli non sa farne altra, e..... Come ti dico, si tratta di fame vera e reale, non di fame figurata. Questo giovane non ha nè roba, nè nessuno, che lo possa aiutare. Ha padre e madre, due miseri vecchi, che adesso andranno a chiedere l’elemosina, perchè, se prima non la chiedevano, era per via del figliuolo. Bisogna fare qualche cosa pur sempre: esser grandi, e buoni, è l’apice degli umani destini; – ma quando non si può altro, siamo buoni almeno, – e quando si vuole è cosa più facile che altri non crede. Vedi se puoi mettere insieme pochi paoli; – tutto fa a chi non ha nulla. Tu conosci qualche signore, e qualche signora; – narra loro il fatto schiettamente com’è. Abbiamo sovvenuto tanti altri, e spesso Dio sa che gente; – e poi erano uccelli di frasca, e non di gabbia, come questo povero diavolo. Non ti dico altro, perchè parmi aver detto abbastanza. Di nuovo, addio. [p. 263 modifica]

Rammenta ancora ad A.*** questa elemosina. Gliene parlai Sabato; mi fido della sua memoria, ma non troppo della sua attività.