Saggio intorno ai sinonimi della lingua italiana/Lettore benevolo

Lettore benevolo

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LETTORE BENEVOLO




Reputo inutil cosa il dimostrare che l’efficacia d’ogni stile dipende necessariamente dalla schietta proprietà delle parole; una cantica dell’Alighieri, e poche pagine del Segretario fiorentino, perpetui esemplari d’ogni bel dire, ti profitteranno assai più di tutti quanti i precetti, che potrei venirti ripetendo: e se non fosse basso piato il lagnarsi della propria fortuna, soggiungerei che sento con te il rossore di queste frivole occupazioni gramaticali, e che assai più volentieri avrei dato mano ad un’opera, la quale mirando a più alto fine mostrasse pure, per quanto per me si fosse potuto, quelle qualità di stile, che meglio dagli esempj che dai precetti s’apprendono, se le triste condizioni di questa mia vita condannata a lavori affatto diversi da ogni letteratura m’avessero dato campo [p. x modifica]a tentarla; epperò mi giovi nel cuor tuo, lettor benevolo, il ricordare che v’hanno tempi, nei quali quest’arida maniera di studj, non altrimenti che un dispettoso silenzio, salva gli animi di tempra generosa dall’infamia dell’adulazione, o dai pericoli della verità.

Ho creduto pertanto, che un brevissimo saggio intorno alle differenze de’ vocaboli, che più sembrano e più s’adoperano come sinonimi, potesse riuscire di qualche vantaggio a rettamente discemere le vere proprietà della lingua, e fosse bastevole a volgere l’attenzione degli amanti del patrio linguaggio verso la necessità di studiarle; l'allargarmi più oltre avrebbe per avventura potuto indurre taluno in errore sull’intenzione di questo mio lavoro, il quale tende solamente a manifestare le vie di raggiungere la franca evidenza dell’antico stile italiano, senza l’importuna pretensione d’inceppare o stringere di troppo questa nostra armoniosa lingua, nata fra un popolo imaginoso, e cresciuta dai poeti, suoi primi padri, ad un’audace e piena libertà di forme e di modi. Tolga adunque la brevità ogni invidia al mio divisamento, nè v’abbia chi ne accusi lo scopo; poiché se i miei saggi fossero tali che recassero danno al corpo della favella, sarà [p. xi modifica]questo di poco momento, e se per lo contrario arridesse l’Italia a questa maniera di disputare le cose della sua lingua colla scorta della gramatica filosofica, sorgeranno cento chiari ingegni a dar compimento e perfezione a quell’opera, che io ho appena abbozzato.

Rispetto al modo di dimostrare queste differenze, mi sono attenuto a quello già adoperato dai più rinomati filologi francesi, inglesi, e tedeschi, non senza dipartirmi da essi ogni volta, che le particolari condizioni della lingua nostra il richiedevano. Di fatto l’autorità più universalmente ammessa in questa parte dell’eloquenza è l'uso, e sopra questa sola fondarono le belle loro trattazioni i francesi Gerard, Voltaire, d’Alembert, l’inglese Blair, ed alcuni altri; ma sarebbe stata presunzione, anzi temerità ad uno scrittor non toscano il dettar canoni sull’uso corrente delle voci italiane, lontano da quella felicissima contrada, nella quale per giusto privilegio di circostanze fisiche e morali scaturiscono perenni le purissime fonti della lingua parlata, e si conservano le vive testimonianze della scritta.

Ad evitare pertanto questa sconvenienza mi fu mestieri farmi da più alta ragione nelle mie [p. xii modifica]ricerche, che quella dell’uso non è; nè altra maggiore può trovarsene se non quest’una, la natura stessa della voce, non soggetta mai a nessuno de’ tanti cambiamenti, dai quali sono perpetuamente agitati i suoi significati usuali. Presi adunque la via, che m’additavano gli Adelung, i Johnson, i Roubaud, ed entrai coraggiosamente ne’labirinti delle etimologie, unico modo di procedere con sicurezza nell’inchiesta del valor intrinseco delle voci. E qui mi fu forza aprirmi una via non ancor tentata in Italia, onde ridurre a certezza storica quelle origini, che vennero finora travisate o da bizzarre conghietture, o da ingegnose finzioni. Il porre per altro in piena luce il metodo di queste derivazioni, e l’avvalorarne la sincerità cogli ajuti, e colle discipline della storia e dell’arte critica è opera, che non poteva trovar luogo in questo saggio, nel quale si toccano per sommi capi le cose, ma che s’appartiene tutta intiera alla Storia della lingua, che ancor manca all’Italia, e che non dispero di condurre quando che sia a buon termine, se i tempi vorranno con più liberalità consentirmelo.

Basti per ora, che le etimologie da me indicate nel corso di questo saggio si appoggino [p. xiii modifica]ai più sicuri canoni dell’arte, e che non ve n’abbia una sola, che non sia dal consenso dei più dotti filologi convalidata: esse sono, come quelle del Pougens e dell’Adelung, tutte isteriche, che è quanto dire che si possono colla storia della nazione rischiarare, riscontrando in essa i grandi mutamenti al favore de’ quali i nuovi vocaboli entrarono nella favella, il tempo nel quale avvennero questi gravissimi casi, le novelle usanze dalle quali essi vocaboli originarono, e la gente infine, che le portò. E chi non sa, che la storia delle parole è pur quella de’ fatti, de’ costumi, e della civiltà d’una nazione? E chi non sente nelle macchie fatte alla lingua d’un popolo l’insolenza del vincitore, e la vergogna del vinto?

Dalla ragionata dichiarazione delle origini dedussi con facilità la retta definizione delle voci, l’ordine naturale de’varii loro significati, e finalmente le esatte differenze de’ vocaboli affini. Con queste certezze presi poscia a discorrere gli scrittori del trecento, citati da due secoli in qua come irrefragabili autorità dell’uffizio, e del valor delle parole, ed accortomi, che molti fra essi digiuni affatto d’ogni filosofia, anzi grossolanamente idioti stravolgevano le vere e naturali [p. xiv modifica]significanze delle voci, e deturpavano la faccia della favella coll’accettazione di modi stranieri senza fior di critica, e per solo amor di novità, osai chiamargli a più severo esame, ed affrancandomi da ogni superstizione rifiutai o ammisi le loro locuzioni, secondo che esse mi sembravano più o meno consentanee a quegli inconcussi principi, coi quali le cimentava. Molti fra que’ vecchi testi di lingua non ci sembrano grandi se non perchè noi stiamo in ginocchio davanti ad essi; leviamoci, e la ragione filosofica delle cose ci condurrà a scernere l’oro puro dal piombo, e renderà più assennata e più degna della presente civiltà quella venerazione, nella quale avemmo fino ad ora tutti indifferentemente gli scrittori di quel secolo.

Non vorrei per altro, che questa libertà di sentire fosse per offendere in alcun modo le consuetudini vere della lingua nostra; e però ti prego, o lettore, a por mente, che io non parlo qui che di nudi vocaboli, che l’uso istesso della nazione ha da gran tempo riprovati, salvo rimanendo ed intatto l’edifizio gramaticale della lingua, il quale si alzò nel trecento ai termini della sua perfezione. Invano cercheresti negli altri scrittori de’ secoli posteriori quella semplicità [p. xv modifica]e facilità di costrutto, quell’ingenuità di modi, quella sveltezza di forme, quella vena spontanea ad un tempo e spiritosa, onde il volgare italiano, sopravanzò di tanto le lingue moderne; spicca in quelle prime scritture un tal giro di frasi, una sì bella e sì nuova movenza di periodi da potersi anzi sentire, che imitare. Quindi i casti amatori della favella, ragguardando a questa mia distinzione, s’accosteranno d’ora in poi alle arche del trecento non più per disseppellire le voci, che vi giacciono incadaverite, ma per istudiar l’indole e la struttura della lingua, rinnovarne le gramaticali proprietà, e respirarne l'incorrotta fragranza.

Aggiungi, o lettore, che nel parlare degli autori di quel primo tempo, io non ho inteso di que’ grandi, che illuminarono il mondo col divino raggio del loro sapere, e che pieni di filosofia la lingua ed il petto sorsero fra quelle tenebre maestri delle perdute vie del vero non solamente nelle lettere, ma in ogni parte delle umane cognizioni: questi luminari della gloria italiana non debbono e non possouo andar confusi con quell'oscura turba di scrittori dello stesso secolo, cui se togli l’antichità non riman pregio, che gli raccomandi alla riconoscenza de’ posteri. [p. xvi modifica]

Sono questi i principj che ho seguito nel trattare delle differenze tra i vocaboli, principj che in queste quistioni di lingua che si vanno agitando per gli studj d’Italia, ho creduto dover candidamente professare; contento, se vado errato, di errare con quegli eletti spiriti, ai quali mi congiunge non solo questa nobile comunanza di studj, ma un legame indissolubile di riconoscenza e di tutto affetto1; dacché essi altro non ebbero in mira se non di giovare ai progressi della lingua e del pensare italiano, gli uni col mostrare la venustà e la franchezza del suo antico andare, gli altri col ringiovinirla, e darle nervi e polso a camminar col secolo, ma questi e quelli ugualmente lontani dalla sfrenata licenza de’ novatori, e dalla irragionevole servitù de’ pedanti.

Spero perciò, che sia per meritarmi lode la frequente ricordanza, che io vado facendo nel corso del mio lavoro, della toscana autorità. Cercai di soddisfare prima d’ogni altra cosa ad un debito del cuore, nel quale stanno profondamente impresse cento care memorie di quella [p. xvii modifica]contrada ospitale, che visitai peregrinando altre volte, ed ebbi altresì in animo di mostrare che io non aveva per guida in questa, come in ogni altra mia impresa, che l’amor santo d’Italia, e non mai un invidioso gareggiar di provincie. E qual v’ha terra fra noi più della toscana degna d’essere a tutti maestra? e d’onde i tempi eroici d’Italia, se non da quella? Quivi le chiese, i palazzi, le logge, le strade, i sepolcri attestano le glorie d’un gran popolo, primo d’ogni altro nella carriera delle virtù cittadine, negli ordini civili, nelle imprese di guerra, nelle arti della pace; qui vivono ancora i nipoti di quella forte generazione, che bagnava del suo sangue i colli di Monteaperti per l’independenza della patria, e diradava ad un tempo le tenebre dell’età del ferro coi canti d’una nuova poesia; qui le gentil famiglie, ed i nomi di que’ magnanimi, che tre secoli appresso stettero soli in campo contro tutta la sterminata possanza di Carlo, mentre Firenze si abbelliva per opera loro d’ogni più splendido monumento dell’arti; quivi in una parola riposano le sacre memorie dell’Italia moderna, come fra le rovine di Roma quelle dell’antica. E queste memorie non sono esse tutte nostre, e non sono forse come tali vantate [p. xviii modifica]ogni giorno da noi? Cessi adunque ogni spirito di parte, e siano svergognati per sempre que’ degenerati italiani, se pur ve n’ha, che dimentichi de’ primi loro doveri tentassero di raccendere quelle ire municipali, che mai non furono senza grave dispregio di questa comune patria.





Note

  1. Intendo parlare di Carlo Botta, di Giulio Perticari, e di Vincenzo Monti.