Roma e lo Stato del Papa/Capitolo I

Capitolo I

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Prefazione Capitolo II
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CAPITOLO I.

L’entrata del Papa in Roma.


Sommario: Commiato del Papa e del Re all’Epitaffio di Fondi. — Dipinto che riproduce la scena. — Le varie tappe del viaggio. — Risalendo l’Amaseno. — A Fossanova. — Archi di trionfo. — Curiosità, non entusiasmo. — Ricevimento a Valmontone e a Velletri. — Il generale Baraguay d’Hilliers e i suoi aiutanti Dieu e Foi. — Il 12 aprile a San Giovanni. — Ingresso del Papa. — La consegna delle chiavi. — Le rappresentanze e la benedizione. — Pochi cardinali presenti. — Da San Giovanni al Vaticano. — Accoglienze e feste. — Prima uscita del Papa. — All’ospedale francese e al Gianicolo. — Ordine del giorno del Baraguay. — Un bizzarro invito di giovani aristocratici. — L’aristocrazia soddisfatta, non rassicurata. — Medaglie commemorative. — Primo pranzo ufficiale del segretario di Stato al cardinal Vannicelli Casoni, arcivescovo di Ferrara.


Vi benedico, benedico la vostra famiglia, benedico il vostro Regno, benedico il vostro popolo. Non saprei che dirvi ad esprimervi la mia riconoscenza per l’ospitalità, che mi avete data, disse il Papa, congedandosi dal suo reale ospite. — Non ho fatto niente, rispose il Re, non ho che adempito il dovere di cristiano. — Sì, ripigliò il Papa con voce commossa, la vostra leale affezione fu grande e sincera. — L’addio si compì alle ore 6 pomeridiane del 6 aprile 1850, all’Epitaffio, ultimo limite della frontiera tra Fondi e Terracina, e fu riprodotto dal Bigioli nel quadro, che trovasi al Vaticano nella sala delle congregazioni. Nel quadro si vede Pio IX, che abbraccia Ferdinando II; il principe ereditario è in ginocchio innanzi al Papa, il quale ha alla sua destra i cardinali Antonelli e Dupont, i prelati Medici d’Ottaiano, maggiordomo; Borromeo, maestro di camera; Hohenlohe, cameriere segreto, e monsignor Stella, che viaggiavano con lui. Sono riprodotti inoltre il ministro dei [p. 2 modifica]lavori pubblici, Camillo Iacobini, detto «Iacobinetto» o «Camilluccio» per la sua minuscola statura; il principe Gabrielli, che in quei giorni fungeva da ministro delle armi, e altri minori, andati ad incontrare il Papa all’Epitaffio.

Dalla parte del Re si vedono suo fratello il conte d’Aquila, il loro cognato don Sebastiano di Spagna, monsignor Garibaldi, nunzio pontificio a Napoli, e altri dignitari. Unico personaggio a cavallo è il maggiore Alfredo Dentice di Frasso, nella sfarzosa divisa di ussaro della guardia reale. Quest’ufficiale, appartenente all’alto patriziato del Regno, e fratello minore di Ernesto, che fu deputato di Brindisi e poi senatore del regno d’Italia, ebbe il comando dello squadrone, che scortò il Papa da Caserta a Terracina, comando che cedette poi al maggiore Resta, nell’ultimo tratto da Terracina a Genzano. E Ferdinando II volle dare a Pio IX un attestato di riverenza singolare, accompagnandolo non sino a Portella, limite della frontiera napoletana, ma sino all’Epitaffio, frontiera pontificia, e facendolo scortare da soldati napoletani sino alle porte di Roma, così come le poste napoletane fornirono i cavalli sino a Terracina.

Il viaggio durò otto giorni, perchè compiuto a piccole tappe, per strade malagevoli, e sotto non infrequenti piogge. Il Papa faceva sosta la notte, secondo le necessità di allora. Partito in ferrovia il giorno 4 aprile, terza festa di Pasqua, da Portici, dormì a Caserta; e da Caserta mosse il dì seguente, col Re e i principi in berlina di corte, tirata da sei cavalli, molto comoda, ma pesante, costruita a Napoli e con le maniglie formate da chiavi pontificie, senza triregno. Fece colazione a Capua da quell’arcivescovo, cardinale Serra Cassano, e dormì a Sessa. Il di seguente sostò, prima al ponte del Garigliano, dove si erano riunite le popolazioni di Traetto e dei vicini paesi, per ricevere la benedizione, e poi a Gaeta. Qui giunto, si recò al duomo, ascoltò la messa, ammise al bacio del piede il clero, i seminaristi, il comandante la fortezza, l’ufficialità e le autorità tutte. Nel palazzo arcivescovile era preparato un pranzo sontuoso; e finito questo, il Papa benedisse le truppe e la popolazione dalla loggia dell’episcopio, mentre il forte di Santa Maria e le navi da guerra facevano le salve, e le campane suonavano a festa. Nella [p. 3 modifica]berlina rimontarono, col Pontefice, il Re e il duca di Calabria; e quando, giunti all’Epitaffio, il Re e i principi ne discesero, vi salirono il maggiordomo e il maestro di camera, che non lasciarono più il Papa fino a Roma.


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A Terracina, dove si giunse ad un’ora di notte, erano convenuti monsignor Savelli, ministro dell’interno; il Galli delle finanze e il Giansanti della giustizia. Vi erano pure il cardinale Asquini, i principi Torlonia e Borghese, e la principessa Giuseppina Lancellotti, venuti direttamente da Roma e da Velletri, per la via più breve di Cisterna. Pio IX vedeva per la prima volta quelle terre de’ suoi Stati, e una prima penosa impressione dovè provarla quando, lasciato il ferace piano di Fondi, coperto da belle vigne, da maestosi alberi di sughero e da piccole selve di agrumi in fiore, entrò ne’ suoi dominii. Fra Portella e l’Epitaffio correva una zona neutra, lunga quattro chilometri, quasi nuda, e fra il mare e le colline, coperte da rada boscaglia, serpeggia la strada, che è l’Appia antica. La bassa campagna è paludosa. Il lago di Fondi, che era nel territorio pontificio, e le terre circostanti, nido in ogni tempo di contrabbandieri e di malandrini, possono considerarsi come il principio delle paludi Pontine.

Da Terracina a Cisterna corre la magnifica strada della bonifica; ma dopo pochi chilometri la strada biforca, e a destra, per la valle dell’Amaseno, un ramo risale per Piperno, Ceccano e Frosinone. Fu scelta questa, ch’è la più lunga e malagevole e per cui le ruote della vettura affondavano nella mota, ma il Papa volle visitare Frosinone e Velletri, capoluoghi di provincie, e far brevi tappe a Ceccano, Valmontone, Ferentino e Alatri.

Di tanto in tanto s’incontravano gruppi di ciociari, guidati da preti, più curiosi che entusiasti. Alcuni archi di trionfo, molto primitivi, erano stati innalzati dallo zelo dei Capitoli e dei delegati apostolici di Frosinone e Velletri. Il Papa fece sosta dovunque gli si diceva esistere qualche memoria sacra, o dove incontrava gruppi di terrazzani e rappresentanze ecclesiastiche, [p. 4 modifica]invocanti il bacio del piede. All’abbazia di Fossanuova visitò la cella dove morì san Tommaso, e s’inginocchiò innanzi al crocifisso, che parlò al filosofo. Pio IX viaggiava modestamente, senza gli scialacqui, che resero famoso il viaggio di Gregorio XVI a Terracina, sette anni innanzi. Di ricevimenti signorili, durante il viaggio, ve ne furono due soli: uno a Valmontone, dal principe don Filippo Doria; e l’altro a Velletri, dai Lancellotti. Il principe Doria fece le cose grandiosamente. Aveva fatto venire tutta la famiglia, e tra le molte decorazioni, ond’era insignito, aveva prescelto, per la circostanza, il gran cordone dei: Santi Maurizio e Lazzaro. Sotto Montefortino, oggi Artena, fu 08sequiato dai principi Borghese e Aldobrandini, e giunse la sera del 10 aprile a Velletri. Era stanco, e prese alloggio al palazzo della legazione, che l’anno prima aveva ospitato Ferdinando II e Garibaldi. Il dì seguente visitò chiese e conventi, parlò ai fedeli, ricevette il generale Achille Baraguay d’Hilliers, comandante l’esercito di spedizione nel Mediterraneo. Così era chiamato il comandante dell’armata di occupazione. Il generale Baraguay cumulava anche l’ufficio di ambasciatore di Francia. Era alto, secco e monco del braccio sinistro, perduto alla battaglia di Lipsia. I suoi aiutanti di campo, a farlo apposta, si chiamavano Dieu e Foi. Il Papa restituì la visita alla principessa Lancellotti, nel bel palazzo Ginnetti, rammentandole, graziosamente, la promessa fatta a Terracina, di ricambiarle la visita a Velletri.


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L’ultima tappa fu compiuta il 12 aprile, che cadeva di venerdì. Non vi mancò chi ne trasse triste oroscopo. Si partì alle otto, e ad Albano vi fu colazione, offerta dal cardinal Patrizi, che vi era vescovo. Avendo Pio IX chiesta una tazza di brodo, gli fu risposto che non ve ne era... perchè venerdi! Nè se l’ebbe a male, anzi, ridendo, se ne compiacque col rigoroso cardinale. Il seguito s’era fatto più numeroso per la gente accorsa da Roma. Genzano, dove si era trovato schierato uno squadrone di cacciatori d’Africa al comando del colonnello De Noüe, che assunse il servizio di scorta, era stata l’ultima tappa dello [p. 5 modifica]squadrone di ussari napoletani, i cui ufficiali furono ringraziati dal Papa, ed ammessi al bacio del piede innanzi alla chiesa di quel comune. E di là, per Albano, discendendo fra le fertili vigne di Marino e di Grottaferrata, si procedeva innanzi allegramente fra curiosi, il cui numero andava crescendo a misura che il corteo si avvicinava alla porta.

L’entrata in Roma era stabilita alle quattro. La folla si spingeva dalla porta San Giovanni sulla grande via verso Albano. Le osterie rigurgitavano di gente allegra, ma la folla più fitta sì concentrava sulla spianata. Le rappresentanze erano schierate sugli scalini della basilica. Prevaleva in tutti la curiosità di rivedere il Papa dopo 17 mesi, e dopo tante vicende. Le truppe francesi e pontificie erano schierate lungo il percorso, fino a San Pietro. Gli spari cominciarono da Ariccia, e proseguirono, a intervalli, fino all’alberata di Santa Croce in Gerusalemme, a misura che si vedevano comparire sulla piazza i piumati corrieri a cavallo, che annunziavano, di mezz’ora in mezz’ora, l’arrivo del corteo. Il sole era coperto da vagante nuvolaglia, che più volte minacciò la pioggia. Sopra gli scalini di San Giovanni lo spettacolo assumeva le proporzioni della grande teatralità. Spiccava il gruppo rosso dei cardinali, quello paonazzo dei prelati e del municipio, e i vivaci colori del corpo diplomatico, dei collegi, dei seminari e degli ordini monastici, che tutti avevano avuto ingiunzione dal cardinal vicario di trovarsi colà a quell’ora.

La commissione governativa dei tre cardinali, detta il «triumvirato rosso», aveva notificato al popolo che il Papa rientrava ne’ suoi dominii «per mezzo delle valorose armate cattoliche»; e lo zelante cardinal Patrizi aveva disposto il contemporaneo suono delle campane di tutte le chiese, e per due ore di seguito, appena il cannone di Castel Sant’Angelo avesse dato il segno dell’arrivo del corteo alla porta, e che per tre giorni si recitasse la preghiera pro gratiarum actione, e non più la colletta pro Papa. Anche la commissione provvisoria municipale aveva bandito il ritorno del Pontefice, dopo aver deciso che andrebbe a presentargli le chiavi della città nella forma più solenne. Furono coniate espressamente due piccole chiavi femmine, volendosi riprodurre la cerimonia medievale in ogni particolare.

[p. 6 modifica]Presidente della commissione era il principe Pietro Odescalchi, presidente dei Lincei, traduttore del de republica di Cicerone, e scrittore di un opuscolo sul rinvenimento e autenticità delle ceneri di Raffaello al Pantheon. Ne facevano parte il marchese Bartolomeo Capranica; l’avvocato Lorenzo Alibrandi; Vincenzo Pericoli, padre del defunto monsignore, e quel piccolo e vivace avvocato Pulieri, amico indivisibile di Camillo Iacobini, tanto indivisibile, che, morto Iacobini, si disse che il Padre Eterno, come se lo vide dinanzi, gli domandasse: E come sta Pulieri?


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Il gruppo dei cardinali era formato, innanzi tutto, dai tre membri della commissione di Stato: Della Genga, Vannicelli e Altieri; dal Barberini, arciprete di San Giovanni, e dal Patrizi, vicario di Roma. Tornarono col Papa l’Antonelli, il Dupont e l’Asquini; il cardinal Mattei preferì attendere il Papa a San Pietro, dove era arciprete. Essendo presenti in Roma i cardinali Ugolini, Bofondi, Vizzardelli, Castracane, Ferretti, Spinola, Lambruschini e Orioli, nessuno seppe spiegarsi perchè questi eminentissimi non si facessero vivi in quel giorno.

La consegna delle chiavi fu la prima cerimonia compiuta innanzi alla basilica. Il Papa, preceduto dallo squadrone francese, e fra le grida: Viva il Papa! Santo Padre, la benedizione! attraversò la porta, e la vettura si fermò agli scalini della basilica. Ne discese fra grida assordanti. I commissari municipali 8’ inginocchiarono innanzi a lui, e l’Alibrandi lesse un indirizzo. Con meraviglia di tutti, l’Odescalchi non comparve, e chi attribuì l’assenza a indisposizione, e chi a stravaganza. Pareva che a lui rincrescesse trovarsi a capo della città di Roma, per nomina provvisoria di un governo provvisorio. Compiuta la cerimonia della consegna, il Papa si trovò circondato dal corpo diplomatico ne’ suoi sfarzosi costumi. Il più semplice di quei personaggi, anche perchè non aveva decorazioni, era il colonnello Caff, ministro degli Stati Uniti, giunto a Roma fin dal febbraio per godersi il carnevale, buontempone e filantropo, che in una occasione elargì 500 scudi di elemosine. Però [p. 7 modifica]nessuno credeva ch’egli fosse un diplomatico, tanto che il Giornale di Roma non ne pubblicò il nome fra i presenti. Di ciò egli si dolse, e volle una rettifica, che fu fatta due giorni dopo. Fra i diplomatici si dava maggior tono il conte Spaur, come salvatore del Papa; più loquace era il Bargagli, tornato a rappresentare la Toscana; più tronfio e decorato il Martinez de la Rosa, ambasciatore di Spagna, l’unico che avesse tal grado e perciò decano del corpo diplomatico. Il De Bouteneff rappresentava l’imperatore di Russia e re di Polonia; il barone De Reumont, il re di Prussia; il conte Esterhazy era incaricato d’Austria; il De Maester del Belgio, e il conte Giuseppe Ludolf rappresentava Napoli. Per la Francia, infine, il maresciallo Baraguay cumulava le due cariche, come si è detto.


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Si entrò in chiesa. La benedizione fu data dal cardinal Benedetto Barberini, arciprete della basilica, che aveva ottenuto la porpora a 36 anni, grazie al nome. Compiuta la benedizione, il Papa andò in sacrestia; e, messosi in assetto per l’ingresso ufficiale, entrò in una vettura di lusso, aperta lateralmente, tanto da lasciar vedere tutta la persona. Indossava il ferraiolo rosso sulla sottana bianca, e portava il cappello rosso. Aveva incontro i monsignori De Medici e Borromeo; allo sportello destro cavalcava il generale Baraguay, e a sinistra il principe Altieri, comandante le guardie nobili. Seguivano le vetture dei cardinali, i carrozzoni del municipio, e quelli del corpo diplomatico. Il corteo, lungo e pittoresco, ricordava una grande processione del 500. Pio IX era di una palese giocondità, che venne notata, come ne fu notata la floridezza del volto. Pareva ringiovanito, durante l’esilio. Scambiava commenti e barzellette coi due prelati, di umor faceto anch’essi, singolarmente il De Medici, fedele ai suoi idiotismi partenopei. Il Papa alzava la mano, e benediceva graziosamente la folla, che, prostrata al suo passaggio, gridava: Viva Pio IX! Santo Padre, benediteci! Però le grida diventavano meno frequenti, via via che si procedeva. Il marchese Campana fece una magnifica [p. 8 modifica]esposizione di arazzi e fiori alla sua villa in via del Colosseo, nè alcuno avrebbe preveduto che, cinque anni dopo, egli sarebbe stato condannato per vuoto di cassa al Monte di pietà. Si andava lentamente, e si impiegò quasi un’ora per giungere a San Pietro, dove il Papa ricevè la benedizione dal cardinal Mattei; baciò il piede del principe degli apostoli, e a passo frettoloso si avviò al Vaticano per la scala interna, non più nascondendo il bisogno di riposo.

Tutta Roma fu illuminata quella sera, e singolarmente i quartieri popolari di Borgo, della Regola e dei Monti. Il rione della Regola, abitato dai vaccinari fedelissimi al Papa, rigurgitava di gente allegra e clamorosa. Temendosi disordini, le due polizie, la pontificia e la francese, avevano eseguito parecchi arresti. Sulle facciate di molte chiese si leggevano, fra i lumi, epigrafi allegoriche. Dal dì seguente e per parecchio tempo, non vi fu chiesa, dove non si celebrassero tridui di grazie con relativi Te Deum; nè accademia, seminario o collegio, dove non si festeggiasse il fausto ritorno. Fra le accademie va ricordata quella di San Luca; e fra i tridui, quello del Caravita, promosso dalla principessa di Piombino, dalla principessa Beatrice Altieri, che era un’Archinto di Milano, più nota col nome familiare di «Biciaccia» per i suoi modi un po’ boriosi, e per distinguerla dalla «Bice» che era la marchesa Sacchetti, e dalla «Bicetta» ch’era la contessina Cini. Fra le promotrici di tridui si distinsero la marchesa Antici e la duchessa Braschi. Con i tridui grandiosi si avvicendavano i funerali per i soldati francesi, caduti durante l’assedio. Il Pontefice ne ordinò uno solenne in Santa Maria in Trastevere per i fucilati di San Calisto, vittime del feroce Zambianchi; e ordinò inoltre un gran Te Deum da doversi cantare nelle chiese principali, in ogni anniversario dell’entrata del generale Oudinot in Roma, e che fu cantato fino al 3 luglio del 1870.


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Pio IX ardeva dalla voglia di uscire, e tre giorni dopo si recò a Santa Maria Maggiore. La mattina ricevè in udienza solenne il corpo diplomatico, in nome del quale parlò l’ambasciatore di [p. 9 modifica]Spagna. Uscì alle tre senza alcuna pompa, e dopo una breve sosta nella basilica Liberiana, andò dritto all’ospedale militare francese in Sant’Andrea del Quirinale. Distribuì ai feriti corone, crocefissi e medaglie; parlò loro delle famiglie, della patria e della religione; e quelli, esaltati e commossi, gridavano: Vive le Pape! La visita fece tale effetto nell’armée expédilionnaire che, due giorni dopo, il generale en chef diresse alle truppe un ordine del giorno così concepito:


Soldats! A peine entré dans cette ville, dont votre courage lui a ouvert les portes, et où vous l’avez reçu avec un respect si religieux, le Saint-Père a voulu témoigner à l’armée française combien il avait apprécié son dévoûment et sa discipline, combien il avait sympathisé aux fatigues qu’elle a endurées, aux dangers qu’elle a courus pendant le siège; il est allé visiter à l’hôpital Saint-André vos camarades blessés par l’ennemi ou atteints par la maladie - chacun de vous reconnaîtra cette marque de sa bonté, cette preuve de sa sollicitude paternelle; - S. S. a voulu bien bénir ceux qui jeudi prochain ne pourront pas se réunir à vous pour assister à la bénédiction qui doit appeler sur les drapeaux de l’armée française la victoire, dont votre valeur et votre patriotisme sont les gages.


Si può immaginare se tal linguaggio iperbolico non dovesse affinare l’arguzia dei romani verso il Baraguay, già fatto segno, per le sue stranezze, alle ironie più mordaci. E il giorno dopo, il Papa vide sfilare innanzi a lui, in piazza San Pietro, i 14,000 uomini dell’esercito «liberatore». Il comandante supremo aveva fatto venire in Roma le truppe distaccate ad Albano, a Frascati e a Tivoli. Il Papa, circondato dalla sua anticamera, e stando fra i cardinali Dupont e Antonelli, impartì, da una loggia espressamente costruita sulla gradinata della basilica, la benedizione apostolica.


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Una delle prime visite fatte da Pio IX fu al Gianicolo, dove erano ancora freschi i segni dell’assedio, e fresche le memorie dei combattimenti. Vi andò il giorno 29. Giunto sulla fiancata del fontanone di Paolo V, discese dal legno, e dalle guardie nobili si fece spiegare molte cose; volle osservare quei punti di villa Spada e di villa Corsini, dove si era più combattuto; [p. 10 modifica]e, varcata la porta, sempre a piedi, si fermò un pezzo innanzi al Vascello, ridotto una rovina, e poi entrò nella villa Doria, lodando il principe, che aveva costruita una tomba per i francesi caduti nelle mischie, e costruiva la cappella. Rivelo più curiosità che commozione. Si disse anzi che il Papa si recasse al Gianicolo, per compiacersi dei successi degli assedianti; e fu forse sotto questa impressione, che il dì seguente, 30 aprile, primo anniversario dell’ultima fortuna militare della repubblica, sulla porta di parecchie chiese, e sui muri di alcuni palazzi abitati da invisi personaggi, si trovarono scritto in rosso le parole: preti, il sangue dei martiri grida vendetta! Per quante indagini si facessero, non si riusci a scoprire l’autore di questo scritto.


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La prima festa, dopo il ritorno del Papa, fu data dal principe Marcantonio Borghese, la sera del 16 aprile 1850, preceduta da un’accademia di musica. Molti invitati, e in gran numero ufficiali dello stato maggiore francese, sette cardinali, molti prelati e tutto il corpo diplomatico. Il principe ostentava una letizia esilarante. Enchantè! enchantè! ripeteva con la sua voce piccola e carezzevole, andando incontro alle dame, ai diplomatici, agli ufficiali francesi, ma sopratutto ai cardinali. Non si ballò che dopo la mezzanotte, quando gli eminentissimi lasciarono le sale, e le danze si protrassero sino all’alba. Non vi furono altre feste sino alla nuova stagione, ma si deve ricordare il ballo dato la sera del 2 aprile nel palazzo Poli, ad iniziativa di 27 giovani patrizi, che si quotarono a dodici scudi ciascuno, e che riusci brillante e affollato, ed al quale intervenne il generale Baraguay con lo stato maggiore, e il corpo diplomatico. Il biglietto d’invito merita di essere riprodotto, perché rivela lo studio di schivare qualunque senso di gerarchia fra gl’invitanti, nessuno volendo parere dammeno dell’altro. Era fatto così:

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il signor ..... a voler far loro l'onore di passare la sera di

martedi 2 aprile, alle ore 9 p., nel palazzo Poli.


Qualche superstite afferma che questo ballo non ebbe il carattere politico, che gli venne attribuito, ma così parve, anche perchè ebbe luogo dieci giorni prima dell’ingresso del Papa, e nel gennaio ve n’era stato un altro. Se gl’invitati erano giovani di poco mondo, non è men vero che appartenevano quasi tutti a famiglie guelfe, anzi il ballo sembrò addirittura ispirato dallo stesso sentimento, che li aveva mossi a disprezzare le minacce anonime, ed a prender parte alle feste del carnevale di quell’anno. Fra gl’invitanti figurava, con suo fratello Giuseppe, il principe Luciano Bonaparte, che poi si fece prete, e divenne cardinale. Allora contava 22 anni, e nel 1848 aveva seguito, in divisa di ufficiale della civica, suo padre, il principe di Canino, al campo di Carlo Alberto.


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I principi romani, che si dimostravano più apertamente soddisfatti del ritorno del Papa, erano Alessandro Torlonia e Marcantonio Borghese. Furono primi a tornare in Roma dopo [p. 12 modifica]l’ingresso dei francesi; avevano fatta la villeggiatura, il primo a Castelgandolfo, ed il secondo a Frascati; e si recarono a Terracina a incontrare il Papa. Gli altri tornarono a un po’ per volta, quasi timidamente. Quando s’inaugurò la stagione teatrale del 1850 al Tordinona, molte famiglie principesche non vi comparvero, nonostante che vi cantasse il celebre tenore Naudin. Chi trovò il pretesto che il Poliuto non piaceva, che la Luisa Miller annoiava, e chi disse che la nuova illuminazione del teatro, à carcels, feriva la vista. In verità il patriziato non si sentiva ancora sicuro, e le piccole dimostrazioni nei teatri, che la polizia non riusciva ad evitare, non lo invogliavano ad andarvi. Una sera fu dovuto chiudere l’Argentina, perchè la prima ballerina non volle accettare un mazzo di fiori dagli ufficiali francesì, e vi fu un grandissimo baccano, con arresti.

L’aristocrazia era ben soddisfatta della restaurazione, che garantiva i privilegi e l’ordine, ma le reminiscenze della repubblica erano ancora paurose per lei, e temeva rappresaglie popolari; e perciò mostrava di non riscaldarsi troppo per il ripristino del governo pontificio. La medaglia commemorativa fu dovuta piuttosto allo zelo dei pochi, che non al consentimento spontaneo dei più. Venne presentata al Papa, la sera del 24 aprile, dal principe Rospigliosi, dal marchese Patrizi e da don Vincenzo Colonna. Pio IX non se ne mostrò entusiasta, memore che il patriziato, durante le tempeste del 1848 e ’49, non si ì era fatto vivo con lui. La medaglia non aveva nulla di particolare, benchè fosse opera del Girometti: portava il ritratto del Papa, somigliantissimo, con le parole: Pio IX P. M. a. MDCCCL, e sull’altra faccia si leggeva:

PIO IX - PONT - MAX

FAUSTE FELICITER REDEUNTI
PRID - IDUS - APR - MDCCCL
OB MAIESTATKM VIRI RESTITUTORIS
CIVIUM ANIMOS ERECTOS
FORTUNAS RELEVATAS
OPTIMATES ROMANI


I Caetani, i Colonna, i Doria, gli Odescalchi, i Massimo, i Borghese, i Torlonia vi contribuirono tutti, ma alcuni per non [p. 13 modifica]saper dire di no. Il duca di Sermoneta, dopo essersi sfogato contro gli eccessi del governo repubblicano, assunse dal primo giorno della restaurazione quel contegno di frondeur, per cui non risparmiò al restaurato governo i sarcasmi del suo spirito mordace, pur rimanendo in buoni termini col Papa, che lo chiamava familiarmente «don Michele»; e col cardinale Antonelli, nel quale si venne concentrando il potere dello Stato negli ultimi venti anni. Di tal dominio l’arguto duca cominciò a profetare, nelle sue lettere agli amici lontani, la fine immancabile, e a rilevarne le contraddizioni. Il suo epistolario1 lo rivela, e meglio sarà rilevato nel corso di queste cronache, perchè il maggior personaggio di Roma laicale negli ultimi venti anni fu lui; ed a lui, presidente della Giunta di governo, passò il potere dello Stato, nominalmente, dopo la capitolazione di villa Albani.


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In occasione del ritorno del Papa furono coniate parecchie medaglie commemorative, oltre a quella del patriziato, di cui si è fatto cenno. Ve ne fu una della provincia romana, eseguita anch’essa dal Girometti. Un numero illustrato della Voce della Verità del 12 aprile 1900 ne pubblica il fac simile. Lo stesso giornale riproduce l’albergo del Giardinetto, dove il Papa dimorò il 25 e 26 novembre 1849; il così detto palazzo reale di Gaeta, e una veduta della passeggiata lungo il mare, che prospetta il palazzo arcivescovile, dal quale Pio IX imparti al popolo la benedizione il giorno di Pasqua, nonchè l’altra benedizione, data il 28 maggio alle truppe spagnuole del generale De Cordova, e riferisce quelle impartite dalla loggia del palazzo reale di Napoli, il 9 e il 16 settembre, alle milizie e al popolo.

Ma più curiose, anzi un po’ comiche, riuscirono le due medaglie fatte coniare a Napoli, una dal re Ferdinando II, e l’altra dal suo esercito, e delle quali ho la fortuna di possedere degli [p. 14 modifica]esemplari. In una, le facce del Papa e del Re con la vista di Gaeta;

e nell’altra è rappresentato Pio IX seduto con le spalle rivolto alla reggia, e la faccia al tempio di San Francesco da Paola:

È infine da aggiungere che il comando delle truppe francesi volle ricordare con un’altra medaglia la visita fatta da Pio IX all’ospedale militare del corpo di spedizione, nè devesi [p. 15 modifica]dimenticare l’altra coniata dai cattolici di Francia pel ritorno del Papa, molto bella quest’ultima, col motto:

in urbem reversus pastor non ultor


Purtroppo, come si vedrà, l’ultor vi fu, ma il pastor! La medaglia fu questa:

Pio IX fece coniare anch’egli due medaglie commemorative con nastro bianco e giallo, una per i soldati dei quattro eserciti, che presero parte alla restaurazione, e che aveva nel diritto il triregno e le chiavi con l’iscrizione:

SEDES APOSTOLICA ROMANA


e nel rovescio:

PIUS IX PONT. MAX.
ROMAE RESTITUTUS —- CATHOLICIS ARMIS COLLATIS
ANNO MDCCOXLIX


L’altra, che portava nel rovescio la parola Fidelitati, l’ebbero i militari pontifici rimasti saldi nella prima fede giurata.

Quella per i soli soldati francesi diceva:

SUA SANTITÀ PIO IX
RIENTRA NEI SUOI STATI 12 APRILE 1850
COL CONCORSO DELL’ARMATA FRANCESE
IL GENERALE OUDINOT DUCA DI REGGIO
COMANDANTE IN CAPO


[p. 16 modifica]Agli ufficiali del corpo di spedizione furono distribuite questo medaglie dal Baraguay, sulla piazza di San Pietro, in una rivista espressamente passata. Egli disse loro: Vous recevrez donc ces décorations avec autant de satisfactions et de fierté, que j’en éprouve moi-même en tous les remettant sur la place de Saint-Pierre de Rome. Il Papa decorò il signor Mangin, segretario della polizia francese, e fondò con peculio suo una cappellania in San Luigi dei francesi, in suffragio dei soldati caduti per liberare Roma dall’anarchia. Così è motivato il decreto. Della gran medaglia, fatta coniare per il generale Oudinot, si parlerà nel capitolo seguente. Anche le provincie di Roma e di Campagna coniarono medaglie per il fausto avvenimento.


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Il primo pranzo ufficiale, dopo il ritorno del Papa, fu dato dal cardinal Antonelli la sera del 26 maggio in Vaticano, per la consacrazione del cardinal Vannicelli Casoni ad arcivescovo di Ferrara, e di altri vescovi italiani e stranieri. Furono anche invitati il nuovo ministro della repubblica francese, conte De Rayneval, e il nuovo comandante del corpo di spedizione, generale Gemeau: l’uno e l’altro giunti da pochi giorni, per succedere al Baraguay d’Hilliers, il primo come ministro plenipotenziario, e il secondo come comandante in capo. Era stato invitato anche il signor De Meerster de Rauenstein, incaricato d’affari del Belgio, nonchè due altri vescovi consacrati in quel giorno, monsignor Eustachio Gonella, e monsignor Armando de Carbonel. Sontuoso il pranzo, nel quale il segretario di Stato si sdilinguì in tenerumi verso la Francia e il principe presidente, e si rise delle stravaganze del Baraguay. Il Vannicelli non pareva soddisfatto della sua destinazione a Ferrara, diocesi assai difficile in quei tempi di terrore. L’Austria imperava sulla città e provincia, nonchè sulle altre Legazioni, le Marche e l’Umbria. Il Vannicelli aveva ricevuta la porpora fin dal 1841, e avrebbe preferito rimanere a Roma nella sinecura di cardinal di curia, col titolo di santa Prassede. Ma la diocesi di Ferrara era fra le più ricche d’Italia; e poichè egli era stato membro della Giunta di governo, si disse che ne ricevesse il premio.


Note

  1. Epistolario del duca Michelangelo Caetani di Sermoneta, vol. I. Firenze, anno Domini mdccccii, pei tipi del Lapi, Città di Castello.