Rivoluzioni della Germania

Carlo Denina

1804 saggi letteratura Rivoluzioni della Germania Intestazione 23 maggio 2009 25% saggi



Carlo Denina Rivoluzioni della Germania

Tomo V, 1804, pagg. 49-72



Capo V

Carattere di Gustavo Adolfo Re di Svezia, che diviene capo d’una gran lega contro l’Imperatore e fa cangiar d’aspetto tutto l’Imperio

Era Gustavo Adolfo discendente in linea laterale di Gustavo Vasa, che aveva non pur sottratta la Svezia dal giogo de’ Danesi, ma acquistato alla sua Patria nome e riputazione in tutta Europa. Il nipote Gustavo Adolfo pervenuto al trono in età giovanile, ma dopo aver fatto acquisto di tutte le cognizioni, e le doti dell’animo, e del corpo, che può dare una educazione ben regolata, aveva già date prove di sua virtù militare in due guerre sostenute or contro i Danesi, or contro i Russi, e contro i Pollacchi.

Trovavasi nel vigor dell’età compito appena il sesto lustro, allorché i Protestanti della Germania lo sollecitarono a venir in loro ajuto, e a farsi lor protettore, e lor Capo. Gustavo ambiva questo onore più vivamente, che altri desiderasse di conferirglielo; ma conoscendo quanto poco fondamento si potesse fare sopra una moltitudine di piccoli sovrani uniti bensì nell’oggetto essenziale di opporsi all’esuberante potenza di Cesare, ma divisi tuttavia per private gelosie, e particolari interessi, non volea cimentar le sue forze contro quelle dell’Imperatore, se non era egli stesso assicurato di essere appoggiato, e soccorso da potentati stranieri o con uomini, o con denari. Per la qual cosa prima di dichiararsi, benché già risoluto in cuor suo, volle sapere ciò, che fosse da sperare di ajuti esterni, e mandò il Conte Volua di Farensbach in Olanda, in Inghilterra, e in Francia, e quindi ancora al Duca di Mantova, e a Venezia, e poi fino in Ungheria per formare una poderosa alleanza capace di far testa alla Potenza Austriaca.

Il Ministro Svezzese trovò generalmente grandissima disposizione a entrare in lega contro l’Austria, ma nissuno si confidava abbastanza nelle forze, che la Svezia poteva mettere in campo. La guerra contro la Polonia felicemente condotta avea piuttosto fatto concepir buona opinione del valor personale di Gustavo che delle forze del suo Regno; cosicché né con gl’Inglesi, né con gli Olandesi non si era potuto venire a conclusione alcuna di momento. Dall’Italia il Duca di Mantova non poteva né mandar truppe, né metter fuori denari, mancandogli egualmente le une, e gli altri per sostenersi nel nuovo suo Stato. I Veneziani si contentarono di dargli lettere di credenza, affinché andasse a negoziare col Ragotski, che era succeduto a Betlem Gabor nella Transilvania.

Ma il Cardinal Richelieu, che era allora appunto divenuto padrone assoluto del Regno di Francia, sotto nome di primo Ministro di Luigi XIII, e che repressi coll’espugnazione della Rocella gli Ugonotti, aveva rivolti tutti i suoi pensieri al gran disegno di abbassare la Casa d’Austria, non trascurò l’opportunità, che si offeriva di impegnare nella grande impresa un Re fortunato ed attivo, quale appunto si richiedeva per metterlo alle prese con gli Austriaci. Volle però, innanzi di stringere lega tra la Francia, e la Svezia, essere esattamente informato di quanto poteva fare questa Nazione, che da ben un secolo, dopo la morte di Gustavo Vasa, era caduta nel totale oblio dell’altre nazioni, e considerata per nulla, ancorché le ultime vittorie in Polonia cominciassero a ritirarla dall’universale non-curanza .

Istrutto quanto bastava da un suo segreto emissario del carattere, e della disposizione degli Svezzesi, e delle truppe, che la penisola potea trasportare in Germania, diede orecchio di miglior grado ai Ministri o Messaggeri che Gustavo aveva mandato a trattar con lui, e si convenne delle condizioni dell’alleanza, che poi si stipulò in Bernewal nella nuova marca del Brandenburgo, quando Gustavo ebbe con quindici mila combattenti passato il Sund, che era il primo difficil passo che gli toccava a fare. La Svezia non aveva ancora porti, né piazze nel continente. Il tragitto non si poteva fare più comodamente per altra parte, che per i porti della Pomerania, tanto più, che né per Danzica, né per Kiel nell’Holstein non gli sarebbe stato facile l’accesso amichevolmente.

Vismar, né Rostock nel Mecklenburgo, oltreché vi erano ancora presidj Austriaci, non gli riuscivano cosi opportuni; laddove entrando per l’imboccatura dell’Oder si avanzava co’ suoi legni di trasporto fino a Stettino. Viveva ancora Bogeslao XV ultimo Duca della Pomerania. Questi non era punto più disposto a ricevere ne’ suoi stati un’armata Svezzese, di quel che si fosse il Re di Danimarca, il quale geloso, ed emolo di Gustavo Adolfo, cercava a tutto potere di distoglierlo dall’impresa.

Ma invano Bogeslao XV cercò anch’egli di tener lontano da’ suoi porti il Re di Svezia, perché sapendo, che il buon Duca di Pomerania non aveva forze da opporgli, scese subito nell’Isola di Rugen, e di la passò a Usedome, e Wollin e s’avanzò rimontando l’Oder fino a Stettino. Prima però di sbarcare nelle terre, che fanno parte dell’Imperio Germanico, come ne fa la Pomerania, scacciò via da ogni parte le poche truppe Imperiali che parte si opponevano al suo passaggio, parte tenevano Bogeslao in soggezione, cosicché quando Gustavo ebbe occupato Stettino, convenne al Duca venir con lui ad accordo. Gustavo Adolfo, secondo l’uso già introdotto, pubblicò un manifesto, nel quale allegava le ragioni, che lo movevano a portar l’armi contro l’Imperatore. I pretesti e i titoli anche plausibili non gli mancavano.

Alcuni erano di causa pubblica, almeno nel senso de’ protestanti; cioè l’oppressione a cui questi erano ridotti, e il Duca di Meklenburgo spogliato degli Stati suoi. Gustavo aveva poi motivi particolari di nimicizia con Ferdinando II, il quale aveva mandati contro di lui ajuti potenti al suo rivale Re di Polonia; gli ricusava il titolo di Re, ed aveva con oltraggio non facile a dimenticarsi fatta escludere dai congressi di Lubecca i suoi Ambasciatori .

Restava ancora al valoroso Svezzese tutto il Brandenburgo da traversare, prima che potesse portar soccorso a’ Magdeburghesi, che l’aspettavano, e ai quali mandato aveva qualche suo officiale per incoraggirli ed assisterli nell’assedio, onde Tilly stringevali fortemente. All’Elettor Giorgio Guglielmo, come Principe Protestante, sarebbe forse convenuto di collegarsi collo Svezzese; poiché prevalendo l’unione, come era allora da sperare, egli si liberava dalla soggezione dell’Austriaco; conservava i Vescovadi occupati, e si facilitava l’acquisto di nuovi beni, e Stati Ecclesiastici.

Ma il suo Ministro Conte di Schwarzenberg era venduto a Ferdinando II come poi si seppe, e questi lo consigliò a ricusare il libero passaggio a Gustavo. L’esercito Svezzese avanzava tuttavia, e Giorgio Guglielmo fu forzato di cedergli ora Spandau, ora altre terre con diverse condizioni: sempre però titubante fra i due partiti. L’irresoluzione dell’Elettore di Brandenburgo ritenne in qualche sorta d’inazione il Re di Svezia, il quale non voleva inoltrarsi nella Sassonia con lasciarsi dietro alle spalle un Principe, che gli si mostrava nemico; e molto meno i presidj Imperiali, che erano nelle Marche Brandenburghesi. Gli fu d’uopo arrestarsi qua, e là ad espugnar Francfort sull’Oder, che prese d’assalto, e cacciar gl’Imperiali dove erano in presidio, e marciare così a rilento. Questo ritardo di Gustavo cagionò l’eccidio funestissimo di Magdeburgo.

Tilly non sapendo come opporsi ai progressi degli Svezzesi, si rivolse con maggior forza contro quella Città già messa al bando dell’Imperio, perché non aveva pagate le contribuzioni imposte da Ferdinando II, e perché non riceveva come Arcivescovo e Sovrano l’Arciduca Leopoldo suo figlio. I Magdeburghesi sperando di essere d’un giorno all’altro soccorsi da Gustavo ricusarono di rendersi alle domande, e alle minaccie del Generale Austriaco, il quale assaltò, prese ed abbandonò al sacco, ed alle fiamme l’infelice Città, di cui dicesi, che scampasse appena dal ferro e dal fuoco qualche centinajo d’abitanti.

Per l’eccidio di Magdeburgo, narrato particolarmente da infiniti scrittori di quel tempo, acquistarono egualmente biasimo e il Tilly che l’espugnò, e Gustavo, che non accorse alla difesa: l’uno per aver comandato o permesso il crudele saccheggio, e l’incendio, fu riguardato come un nuovo Attila, e l’altro rischiò di perdere la stima, che già s’era acquistata, e quella, che pareva dover acquistare.

Gustavo sentì il biasimo, che gli era dato, e per ovviare alle conseguenze, che ne poteva temere alienando gli animi de’ Protestanti, che l’avevano atteso come liberatore, fece pubblicare un’apologia, nella quale mostrò, che i Magdeburghesi troppo confidati nel soccorso straniero, che aspettavano, avean trascurato di agire per sé stessi, come poteano fare ancora; ed espose le circostanze, che lo avevano ritardato nella sua spedizione . Intanto vedendo, che troppo tardi, e inutilmente sarebbesi portato alle porte d’una Città deserta, e ridotta in cenere, come si suol dire, benché molti edifizi, e le Chiese specialmente rimanessero illese, si voltò contro Berlino, e costrinse con tal sorpresa l’Elettor Giorgio Guglielmo a far con lui accordo ed alleanza, con tai termini a un dipresso, che si era fatto al Duca di Pomerania.

Mentre verso l’Occidente e ’l Settentrione della Germania si andavan rinforzando l’unione e il partito Svezzese, la lega Cattolica, e il partito Imperiale crescevano ne’ circoli meridionali. Un corpo di truppe, che Ferdinando aveva mandate in Italia contro i Francesi, dopo la pace conchiusa in Cherasco a 6 d’Aprile del 1631, tornava in Germania sotto il comando del Principe di Furstemberg. Molti Principi Protestanti avevano poco innanzi stipulata in Lipsia una Convenzione, per cui promettevano reciprocamente di star neutrali, e lasciar l’Imperatore, e il Re di Svezia guerreggiare tra loro, e distruggersi, o indebolirsi l’un l’altro. Il Furstemberg passando per la Svevia e la Franconia costrinse que’ Principi a romper l’accordo. Tilly, e Pappenheim, che sotto lui comandava nella Sassonia, voleva obbligare l’Elettor Gian Giorgio I a rinunziare anch’esso a quella convenzione.

Per questa volta i consiglj de’ suoi Ministri accusati generalmente di favorire per proprio loro interesse il partito Imperiale, non valsero. L’Elettore tien fermo nella neutralità convenuta, e Tilly invade le sue provincie, ed occupa le Città di Messeburgo, e Lipsia, e mette a contribuzione, e a sacco gran parte della Misnia, e della Turingia.

L’Elettore per salvare il suo Stato dall’ultima rovina, ricorre al Re di Svezia, e gli dimanda il soccorso, che prima offertogli aveva ricusato a motivo della neutralità suddetta. Gustavo Adolfo per aver mostrato qualche freddezza, e fattosi consegnar Vittemberga, per maggior sicurezza conchiude con lui presso a Werben, dove era accampato, una lega offensiva, e difensiva nel primo di Settembre dello stesso anno 1631. Pare, che l’Elettor di Brandenburgo intervenisse anch’egli a quell’accordo . Quest’alleanza diede un gran tracollo al partito Imperiale, perché altrimenti né il Re di Svezia con le sue proprie forze, né alcuno de’ Principi dell’unione, e neppure molti insieme uniti non avrebbero potuto cimentarsi con Tilly. Appena con le truppe del Sassone, Gustavo trovavasi a forze eguali col General Cesareo, di modo, che egli si risolvette a stento di venir a giornata.

Ma l’Elettor di Sassonia ve lo determinò, facendogli comprendere, che l’Elettorato non poteva nudrir più lungamente ad un tempo stesso i due eserciti. Bisogna ben credere, che il timore di Gustavo fosse ragionevole, dacché Tilly volle venire a battaglia senza aspettare i rinforzi, che Tieffenbach gli conduceva, stimando di poter vincere con quelle forze che aveva. I primi successi di quella giornata giustificarono ancora e il timor dello Svezzese, e la risoluzione del Tilly, poiché questi ruppe subitamente, e mise in fuga l’ala sinistra che l’Elettore comandava .

Ma Gustavo vinse dal canto suo, ed accorse a ristabilire l’ala sinistra già messa in iscompiglio. La pugna durò ben cinque ore; ma alla fine la vittoria si decise in favore del Re, che passò la seguente notte sul campo di battaglia. Questa vittoria sì gloriosa per Gustavo Adolfo e sì fatale al Tilly e al suo Sovrano, seguì ai 7 Settembre; ed é sbaglio di Copista, o di Stampatore il trovar nel Compendio del Pfeffel notato 17 di Decembre. Tilly scampò a gran pena la vita, e riportò due ferite nel braccio, con cui parò i colpi, che un Capitano soprannominato Federico il lungo gli vibrava sul capo, dopo avergli in grazia offerto la vita, se si arrendeva. Il Re di Svezia e l’Elettor di Sassonia ebbero Magdeburgo, qual si trovava a loro disposizione, e vi posero per amministratore Lodovico d’Anhalt.

Essi andarono a Halla, seconda Capitale di quello stato, e residenza del Principe Vescovo; e colà trattarono della maniera di continuare la guerra. Si convenne, che Gustavo si porterebbe con la sua parte dell’esercito confederato nella Turingia, e nella Franconia, e che Gian Giorgio assalterebbe la Slesia, e la Boemia; l’uno, e l’altro ebbero successi vantaggiosi. Lo Svezzese si rendé padrone di Erfurt Capitale della Turingia, e tirò nella sua alleanza i Duchi di Weimar. Vedremo fra poco di quanta importanza riuscisse quest’alleanza alla unione Protestante. Entrò quindi nella Franconia, dove pure si diportò da padrone, benché con successi non sempre egualmente felici. Nella bassa Sassonia, i Duchi di Brunswick, e Luneburgo malcontenti della Corte Imperiale, fecero allora anche lega cogli Svezzesi. Due de’ Generali di Gustavo Orazio Tott, e Giovanni Bavero prendevano Vismar nel Mecklenburgo, e tutto cangiò faccia da quella parte.

Vi fu chi biasimò Gustavo Adolfo, perché dopo la vittoria di Lipsia non marciasse prontamente a Vienna, che in quello sbigottimento non avrebbe fatto difesa. Accusa assai volte ripetuta dopo l’esempio famoso d’Annibale, che dopo la vittoria di Canne non corse a Roma. Il savio, e intelligente Signor Pfeffel giustifica su questo fatto il Re di Svezia, mostrando che non avendo egli di soldatesca sua fida, e sicura da condur seco più che 16.000 uomini, mentre Tilly ne aveva ancora altrettanti, avrebbe avventurata la somma delle cose sue ad ogni rovescio che nel passar per la Boemia gli succedesse. Potrebbesi a questo anche aggiugnere, che Gustavo non si fidava totalmente dell’Elettor di Sassonia alleato per forza, e che sempre disposto a cangiar partito, sarebbesi dovuto lasciar alle spalle.

Stimò dunque miglior consiglio di volgersi nella Franconia, nella Svevia, e nella Baviera, per levar all’Imperatore ciò che restava. alla sua divozione, accrescere passo passo l’esercito suo, e alimentarlo con le contribuzioni degli stati Ecclesiastici, come s’era proposto di fare dal primo istante che entrò in Germania. Confidavasi dall’altro canto, che l’Elettor Gian Giorgio I anche per stimolo di vendetta, essendo stato dagli Austriaci maltrattato, e con la speranza d’ingrandirsi con gli acquisti, che poteva fare su i confini della Sassonia, avrebbe vigorosamente portato la guerra nella Boemia, avanzatosi eziandio nella Moravia e nell’Austria.

Entra il Sassone col suo esercito nella Boemia, prende Ausig, Leumeritz, e la capitale stessa del regno, la grande e ricca Praga, la quale in quel punto mal presidiata, gli apre le porte; rompe presso a Limburgo un corpo d’Austriaci, ed è pressoché padrone di tutta la Boemia. Gustavo Adolfo non cessava di spingerlo, mandando e uffiziali, e corrieri a sollecitarlo, perché entrasse nella Moravia e nell’Austria. Se Gian Giorgio avesse avuto il genio del suo agnato Bernardo di Weimar, la Germania era in procinto d’esser governata dal Sassone verso Oriente, e dallo Svezzese a Ponente. Ma o fosse per sé stesso invidioso della fortuna, e dell’ascendente, che aveva preso il Re di Svezia, o che ei fosse mal servito, mal consigliato e tradito da’ suoi generali e ministri, guadagnati dai maneggi della Corte di Vienna, e dall’oro di Spagna, egli v’andò lentamente, e lasciò campo al General Galasso di munir Pilsen con forte presidio, e d’impedire quindi all’esercito Sassone ulteriori progressi.

Capo VI

Wallenstein rimesso al comando supremo degli Imperiali. Sua potenza straordinaria. Giornata di Lützen e morte di Gustavo Adolfo

Né già per esser stato il Re di Svezia men pronto a profittar della sua vittoria, era però meno grande lo sbigottimento in cui quel successo gettò gli Austriaci. Ferdinando II. vedendo come la fortuna o l’antico valore abbandonasse il Conte Tilly, né stimando Galasso, e gli altri capitani capaci di stare a fronte al Re Sveco, e discacciare il Sassone dalla Boemia, si risolvette di richiamare al suo servizio il Waldenstein, comecché assai costasse all’orgoglio Austriaco di far questo passo. Con molti emoli, e nemici aveva il Waldenstein alcuni intimi amici nella corte, e nell’esercito di Ferdinando.

Tre di questi, un conte di Waremberg, un Signor di Ornestenberg, e il Principe Gian Ulrico d’Eggenberg furono dall’Imperatore l’un dietro all’altro mandati a Zuaim nella Moravia, dove il Waldenstein se ne stava tranquillo spettatore di ciò che seguiva, ad offerirgli il supremo comando di tutte le truppe. Non mancò l’accorto Capitano di farsi assai pregare ricusando le prime offerte; finché accettò alla fine le condizioni, che gli si proposero, e che erano quanto si possa mai credere onorevoli, e vantaggiose.

Gli articoli sono distintamente rapportati dal diligente e sincero Storico di Ferdinando II Francesco Khevenuller . Il primo portava che il Duca di Fridlandia (cosi chiamavasi allora quel Generale) creavasi Generalissimo non dell’Imperator solo, ma di tutta la Casa d’Austria, e perciò anche del Re di Spagna. 2° che il generalato gli si conferiva nella forma più assoluta. 3° che S. M. Imperiale non si dovesse mai trovare presente all’armata, e molto meno averne il comando. Che quando si fosse ricuperata la Boemia, la Corte vi si sarebbe trasferita a farvi la sua residenza. Questo, ed altre particolarità del terzo paragrafo mostrano un certo zelo, che il Waldenstein aveva per la sua patria. 4° che per assicurargli una ricompensa conveniente gli si assegnassero possessioni nelle provincie ereditarie della Casa d’Austria. 5° che gli si concedesse l’alto dominio nelle terre occupate. 6° che potesse confiscare, e condonare assolutamente di propria autorità, senza che il consiglio Aulico, né la Camera di Spira se ne impacciassero. 7° che tutte le confische, gl’indulti, e i perdoni stessero in arbitrio di esso Duca di Fridlandia, e che senza la sua conferenza niun salvocondotto, né perdono ottenuto dalla Corte Imperiale avesse forza. 8° che potesse egli solo perdonare i falli e dar premj a’ soldati, ed uffiziali a suo proprio arbitrio. 9° che qualora si trattasse di pace, si avesse riguardo al suo particolare interesse, e specialmente riguardo al Ducato di Mecklenburgo. 10° che tutte le spese per continuar la guerra gli venissero somministrate dall’erario Cesareo. 11° che in tutti gli Stati Ereditari di S. M. gli fosse libero di potersi ritirare con la sua armata. Aggiungono alcuni un’altra condizione ancora; ed era questa, che qualunque volta piacesse a Cesare di levargli il comando, dovesse farlo avvertito sei mesi avanti, né mai potesse obbligarsi a render conto della sua amministrazione .

Niun Prefetto Pretorio, niun General Romano sotto gl’Imperatori, non Stilicone, non Ezio, non Rufino ebbero mai podestà cosi assoluta, né mai fu immaginata una dittatura di questa sorte, che creava un legittimo despota nell’Imperio, e dava all’Imperatore stesso un vero padrone. Ad ogni modo nella prima operazione della campagna, dopo che ebbe ripigliato il comando, Waldenstein rispose mirabilmente all’aspettazione del suo Monarca; egli cacciò dalla Boemia i Sassoni; e voltosi nella Franconia minacciava di far provare a Norimberga la sorte, che provata aveva un anno avanti Magdeburgo. Vi accorre Gustavo, e salva quella illustre, e ricca Città dal pericolo, che correva. Era il Re di Svezia in sul punto di effettuare quello, che non avea osato fare l’anno innanzi dopo la battaglia di Lipsia.

Padrone in gran parte della Baviera Gustavo stava per entrare nell’Austria superiore, dove già aveva suscitata una ribellione contro l’Imperatore, mentre l’Elettore di Sassonia continuava la guerra in Slesia. Già si temeva un’altra volta, ch’egli s’impadronisse e della Boemia, e della Moravia. Waldenstein Boemo di nazione vedeva con affanno il pericolo in cui era la patria, di divenir provincia della Sassonia, o della Svezia.

Non ben certo di ciò, che per via di maneggi operava la Corte di Vienna per impedire i progressi del Sassone, volle aver la gloria di salvar egli stesso la Boemia, e lasciatasi addietro la Franconia, corre a devastare le provincie dell’Elettor di Sassonia, per obbligarlo a venir a difendere le cose proprie, e ritirarsi dalla Boemia . Esitava il Sassone sempre ambiguamente consigliato dal suo Ministro venduto, secondoché si credette comunemente, agli Austriaci. Waldenstein entra in Boemia, e senza trovar gran resistenza lo caccia fuori. Continuavano da ogni parte i negoziati.

Vennero a colloquio l’Elettor di Sassonia, e quel di Brandenburgo. Amendue desideravan la pace della Germania, e divisarono inutilmente i mezzi di procurarla. Gli Austriaci tentavano di staccare dal partito Svedese l’Elettor di Sassonia, o altri de’ suoi collegati; e il partito Protestante non si travagliava con meno ardore per rinvigorire, ed accrescere le forze sue. Riusciva tal volta agli uni, e agli altri di tirare a sé qualche riputato Capitano; nel che era sempre assai dubbioso il vantaggio. Certo é bensì, che il Sassone non agi mai con vigore, anche quando aveva le congiunture più favorevoli.

Tutto tendeva ad un conflitto decisivo anche fuori dell’intenzione del Re di Svezia. Waldenstein cacciati di Boemia i Sassoni si era spinto in Franconia; donde rivoltassi di nuovo contro la Sassonia, e s’avvicinò a Lipsia. Dall’altro canto Gustavo Adolfo dopo avere occupata la Baviera, e la Weteravia, s’avanzò anche nella Turingia, e di là nella Misnia dove Waldenstein si trovava. I due eserciti si erano ingrossati fortemente, né l’uno, né l’altro contava meno di sessanta mila combattenti.

Waldenstein accampatosi a Weisenfels, aspettava il General Pappenheim, che dalla Bassa Sassonia e dall’Hassia aveva chiamato a sé con un grosso corpo di truppe. Gustavo a fine di prevenire quell’unione s’affrettò di venire a giornata. L’uno da Weisenfels, l’altro da Neumburgo s’andarono i due eserciti ad affrontare sulle rive di un fiumicello presso a Lützen. Secondo le misure abilmente prese dal Generale Austriaco la vittoria pareva dovesse propendere dalla parte sua, e i primi colpi la presagivano. Gustavo per difetto di vista aveva dato l’assalto più presto, che non con veniva, avendo stimato il nemico più vicino, che non era difatto.

Nel primo assalto il Re viene colpito in un braccio da una moschettata d’un corazziere. Dissimulò alquanto il dolore, che gli dava quella ferita, e con faccia lieta incoraggiva i suoi, ma sentendosi sfinire chiese al Duca Francesco Alberto di Lavemburgo, che gli era vicino, che lo tirasse fuori del tumulto, perché si potesse riavere. Mentre cosi ritiravasi, un corazziere Cesareo gli tirò di dietro una moschettata, che poco stante lo fece cader da cavallo.

Vi fu chi disse, e non é un solo, che il fatal colpo venisse non dalla moschettata del nemico, ma dal Duca stesso di Lavemburgo, che lo accompagnava: il che se fu, non che scusabile, ma sarebbe de’ più esecrabili, e de’ più proditorii assassinamenti. Caduto di sella, e rimasto con un piede attaccato alla staffa, fu dal cavallo tratto in mezzo alla folla de’ nemici, dove fu finito di trucidare a colpi di sciabola, e di bajonetta da uno chiamato Schneeberg, nativo d’un villaggio dell’Abbazia di Paderbona. Il cadavere fu poi trovato in mezzo alla turba d’altri uccisi nella battaglia; ma non si tardò a sapere mentre ancora durava l’azione che il Re era morto.

Questo accidente, e l’arrivo del Generale Pappenheim che giunto durante l’azione andò ad unirsi al Waldenstein che già combatteva, invece di disanimare gli Svezzesi ed anche dispergerli, come si doveva temere, servi anzi a rianimarne l’ardore. Il Duca di Weimar, a cui toccò per la morte del Re il supremo comando, diede tale ordine, che la vittoria si decise in favor suo; e l’armata Imperiale cedette il campo. Avvenne questo a’ 6 di Novembre 1632. Restaron morti sul campo tra i due eserciti circa nove mila uomini. Il corpo di Gustavo Adolfo che si ebbe pena a riconoscere, perché era stato spogliato del ricco anello, della collana d’oro, e degli abiti, fu di subito condotto in Pomerania; poi di là con real pompa a Stocholm nell’anno seguente. L’Elettor di Sassonia, che aveva pur sempre in mira di farsi capo della Lega Evangelica, (così chiamavasi il partito Protestante) si tenne certo di conseguir il suo intento alla morte di Gustavo.

Ma Bernardo Duca di Weimar ritenne il comando delle truppe, e il Cancelliere Oxenstiern, che si trovava all’armata trasse facilmente a sé il maneggio politico di quella Lega. Il primo secondato dal General Horn cacciò da tutta la Sassonia quanti Imperiali restavano prima che l’anno finisse, e l’Oxenstiern dopo aver prima conferito coll’Elettor di Sassonia in Dresda, da poi in Berlino coll’Elettore di Brandenburgo, andò a Heilbronn nella Svevia a dirigere un Congresso, che colà si tenne dai Principi interessati in quella gran guerra. Di qui comincia la luminosa carriera di quell’uomo, che vedremo dettar condizioni a tutte le maggiori Potenze d’Europa, non che ai piccoli Principi della Germania.

Il Re Gustavo non avendo lasciata prole maschile, Cristina sua unica figlia fu dichiarata Regina senza contrasto; e come essa non poteva aver per ragion dell’età, e del sesso cognizione bastevole degli affari; tutto si governava a nome or della Regina, or della Corona da’ principali consiglieri, di cui l’anima era benché lontano Assalonne Oxenstiern. Uno de’ primi atti d’autorità, che da lui a nome della Regina emanarono, fu quello per cui il Duca Bernardo di Weimar veniva creato Duca di Franconia, e messo in possesso de’ due Vescovadi Principeschi di Wurzburgo, e Bamberga, che a questo fine si dichiaravano secolarizzati, per essere stati conquistati dall’armi Svezzesi, e da Gustavo promessigli. L’instromento di questa singolar donazione fu segnato dall’Oxenstiern a’ 10 di Giugno del 1633.