Rime varie (Alfieri, 1912)/CXIV. Per la soppressione dell'Accademia della Crusca

CXIV. Per la soppressione dell'Accademia della Crusca

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CXIV. Per la soppressione dell'Accademia della Crusca
CXIII. Lo confortano, nella solitudine invernale, i suoi studi e la sua donna CXV. La morte di Frontino

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CXIV [clxiii].1

Per la soppressione dell’Accademia della Crusca.

L’idïoma gentil sonante e puro,2

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Per cui d’oro le arene Arno volgea,3
Orfano or giace, afflitto, e mal sicuro,4
4 Privo di chi il piú bel fior ne cogliea.5
Borëal scettro,6 inesorabil, duro
Sua madre spegne, e una madrigna7 crea,
Che illegittimo8 omai farallo e oscuro,
8 Quanto già ricco l’altro e chiaro il fea.
L’antica madre, è ver d’inerzia ingombra,
Ebbe molt’anni l’arti sue neglette,
11 Ma, per lei stava del gran nome l’ombra.9
Italia, a quai ti mena infami strette
Il non esser dai Goti10 appien disgombra!
14 Ti son le ignude11 voci anco interdette.


Note

  1. Il 7 luglio del 1783 Pietro Leopoldo I, granduca di Toscana, emanava un decreto, del quale riferisco la parte essenziale: «S. A. R., informata che l’Accademia Fiorentina, quella della Crusca e l’altra detta degli Apatisti, allontanatesi da quell’oggetto per cui furono istituite si trovano attualmente senza vigore ed attività, e volendo altresí che nella Città di Firenze sia animato e promosso con piú profitto lo studio delle Belle Lettere per cui si fa strada alle scienze, ha ordinato i seguenti provvedimenti. Che soppresse le tre suddette accademie ne sia formata una sola, la quale potrà denominarsi Accademia Fiorentina». Tale decreto può sembrare, a prima vista, arbitrario e anche odioso di fronte a Firenze, alla Toscana, all’Italia intera; ma, se si pensa che colui il quale lo emanò era uno de’ principi piú liberali vissuti in quella seconda metà del sec. xviii, che pur ne ebbe tanti, bisogna cercar del suo atto ragioni piú sodisfacenti, e forse colse nel segno Ferdinando Martini, allorché, commemorando nel gennaio del 1911 il centenario della ripristinazione della R. Accademia della Crusca, a proposito del decreto granducale del 1783, diceva: «Quella avversione [di Pietro Leopoldo] alla Crusca parrebbe inesplicabile, chi non considerasse l’indole dell’uomo e la condizione dei tempi. Cosí alle opere saggie come agli errori, Pietro Leopoldo fu persuaso dalle dottrine degli enciclopedisti: le quali nelle materie della lingua dovevano due anni dopo la promulgazione di quel motuproprio, avere plaudito illustratore e legislatore Melchior Cesarotti; quando già il Bettinelli augurava ai fiorentini compilatori del Vocabolario mezzo secolo di sonno ristoratore, e a Napoli il Galiani e a Milano i Verri e gli altri compilatori del Caffè, da tempo vantavano la solenne rinunzia alla purezza del parlare toscano.... Questi i tempi: all’uomo piaceva modellarsi su Federigo di Prussia e non può dirsi che nella scelta del modello sbagliasse: che Federigo ebbe la gloria (per usare le belle parole di Gino Capponi) di avere illustrato gli ultimi anni felici da Dio concessi alla Signoria dispotica. Ma il filosofo di Sans Souci nelle lunghe conversazioni col Maupertuis e col Voltaire pare disimparasse la propria lingua o imparasse a dispregiarla....» (L’Accademia della Crusca e Napoleone I, Firenze, Tip. Galileiana, 1911, 6 e segg.). Resta ora a spiegare un’altra cosa: come mai, solo tre anni dopo che l’editto era stato emanato, e precisamente il 18 marzo del 1786, l’A. scrisse il sonetto in difesa della soppressa accademia? Bisogna pensare, in primo luogo, che nel luglio dell’83 l’A. era fuori di Firenze, angustiato per tante ragioni, preoccupato prima dalla stampa delle sue tragedie, poi dalle critiche che si facevano ad esse, e che verso la metà d’ottobre lasciò l’Italia per recarsi in Inghilterra. Inoltre, l’A. dovette scrivere il suo celebre sonetto, quando gli Accademici della soppressa accademia avevano inutilmente tentata ogni via per far revocare il decreto, e mi inducono a supporlo quei due aggettivi del v. 5°: inesorabil, duro.
  2. 1. L’idioma gentil, sonante e puro è il fiorentino, di cui l’A. era andato tanto studiosamente in cerca, e per impadronirsi del quale, e per usarlo correttamente, sudavit et alsit. Quanto l’A. amasse la parlata de’ Fiorentini in ispecie, de’ Toscani in genere, è detto in cento luoghi delle sue opere. È poi da ricordarsi che già il Filicaia aveva scritto dell’Accademia della Crusca:
    Qui del puro natio dolce idioma
    L’oro si affina...
  3. 2. Var.: del ms:
    Per cui finissim’oro Arno volgea.
  4. 3. Orfano, privo della propria madre, l’Accademia della Crusca, come si dirà nella quartina che segue; afflitto per il grave colpo datogli dall’editto granducale; mal sicuro, poiché nessuno piú lo proteggerà, lo invigilerà, ne impedirà la corruzione.
  5. 4. «Il piú bel fior ne coglie» era ed è il motto dell’Accademia della Crusca, tratto dal verso del Petrarca (Rime, LXXIII):
    E l’onorate
    Cose cercando el piú bel fior ne colse.
  6. 5. Boreal Scettro, allusione a Pietro Leopoldo, figlio di Maria Teresa e fratello dell’Imperatore Giuseppe II, a cui succedette nel 1790. Dapprima l’A. aveva scritto: Sovran volere.
  7. 6. Una madrigna, l’Accad. fiorentina.
  8. 7. Illegittimo: l’Accademia fiorentina non conserverà puro il linguaggio come aveva fatto l’Accademia della Crusca.
  9. 9-11. I lavori dell’Accademia procedevano, da qualche tempo, stentatamente: l’ultima ristampa del vocabolario erasi fatta nel 1738; giova però osservare col Martini che, se l’Accademia sonnecchiava, «l’Italia sonnecchiava con lei e dopo Aquisgrana segnatamente il dormiveglia parve letargo». — Ma per lei stava del gran nome l’ombra; per virtú di lei rimaneva un vestigio dell’antica sua grandezza: nel ms. questo verso ha una var.:
    Ma fea pur forza del gran nome l’ombra.
  10. 13. L’aggettivo Goto, barbaro, va diritto diritto a colpire il Granduca; ma, se, (a parte quella colpa di essersi circondato da spie, alla quale già abbiamo accennato), principe non meritò di esser chiamato cosí, questi fu proprio Pietro Leopoldo; egli abolí in Toscana la pena di morte e la tortura, egli esonerò le farine dai dazi, egli istituí scuole per le fanciulle povere, egli invigilò scrupolosamente sulla tutela dei beni ecclesiastici, egli obbligò il clero a piú regolare condotta, fondò l’Archivio diplomatico, eresse l’Osservatorio astronomico, protesse e diè impulso agli studi botanici.
  11. 14. Ignude, semplici, pure: non che il pensiero, è impedito agli Italiani anche l’uso del loro linguaggio.