Rime (Guittone d'Arezzo)/Ahi, lasso, che li boni e li malvagi

Ahi, lasso, che li boni e li malvagi

../Ahi lasso! or è stagion de doler tanto ../Amor tanto altamente IncludiIntestazione 11 maggio 2024 100% Poesie

Guittone d'Arezzo - Rime (XIII secolo)
Ahi, lasso, che li boni e li malvagi
Ahi lasso! or è stagion de doler tanto Amor tanto altamente


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XX

In difesa delle donne.


     Ahi, lasso, che li boni e li malvagi
omini tutti hanno preso acordanza
di mettere le donne in despregianza;
e ciò, piú ch’altro far, par che lor agi.
5Per che mal aggia el ben tutto e l’onore
che fatto han lor, poi n’han merto sí bello!
Ma eo serò lor ribello,
e prenderò la lor, sol, defensione,
ed aproverò falso il lor sermone,
10e le donne bone in opera e in fede;
ma voglio che di ciò grazia e merzede
rendano voi, gioia gioiosa, amore.
     Non per ragion, ma per malvagia usanza,
sovra le donne ha preso om segnoria,
15ponendole ’n dispregio e ’n villania
ciò ch’a sé ’n cortesia pone ed orranza.
Ahi, che villan giudicio e che fallace!
Ch’a Deo e a ragione è l’om tenuto
e per onne statuto,
20sí come donna, a guardar de fallire;
e tanto avante piú, quant’è piú sire
e maggiormente ha saggia openione.
Adonqua avemo a veder per ragione
qual piú se guarda e che ’l blasmar men face.
     25Enbola, robba, aucide, arde e desface,
pergiura e inganna, trade o falsa tanto

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donna quant’om? Non giá, ma quasi santo
è ’l fatto so, ver ch’è quel d’om fallace.
Carnal talento è in loro d’un podere,
30al qual donna — saven — meglio contende;
e s’el giá la sorprende,
è perché lei n’è porto prego o pregio;
ma chi ’l porge in fallir dobl’ha despregio;
E qual remito è quel che se tenesse,
35s’una placente donna el richedesse,
com’om fa lei, de quanto el sa valere?
     Julio Cesar non penò tempo tanto,
né tanto mise tutto ’l suo valore
a conquistar del mondo esser segnore,
40talor non faccia in donna omo altretanto;
e tal è, che non mai venta divene!
Poi piú savere e forza en l’om si trova,
perché non sí ben prova?
Non vol; ma falla e fa donna fallare;
45adonque che diritto ha ’n lei biasmare?
Che non è meraviglia qual s’arende,
ma qual s’aiuta e difende,
poi d’entro e de for tanto assalto tene.
     Quant’è, piú ch’om, d’amore a ’nformar fera,
50piú feramente el ten, poi l’ha formato;
come ferro, che piú duro è tagliato,
e ten la taglia poi meglio che cera.
L’onor suo torna ad onta e ’l prode a danno,
senno d’amico, né Dio guarda fiore,
55a seguir bene amore;
e om no mette a ciò tanto ch’orranza,
tutto ragion non sia, s’el tene amanza;
e no ’nd’è un, d’amor tanto corale,
che ’nver sua donna stea fermo e leale:
60ma donna pur trov’om, for tutto enganno.
     Male san dir; ma non giá devisare
che Deo, che mosse sé sempre a ragione,

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de limo terre l’om fece e formone,
e la donna de l’om, sí come pare.
65Adonqua è troppo piú natoralmente
gentil cosa che l’omo, e meglio nata,
e piú sembra ch’amata
ella fosse da Dio, nostro segnore.
E maggiormente piú feceli onore,
70che non per om, ma per donna, salvare
ne volse veramente ed a sé trare;
e ciò non fu senza ragion neente.
     Vale per sé: neent’ho detto a sembrante;
apresso val, che fa l’omo valere,
75ché ’ngegno, forzo, ardimento e podere
e cor de tutto ben mettere avante
donali donna en su’amorosa spera;
for che, non saverìa quasi altro fare,
che dormire e mangiare.
80Adonqua il senno e lo valor ch’ha l’omo
da la donna tener lo dea, sí como
ten lo scolar dal so maestro l’arte:
ed ella quanto face a mala parte
da l’om tener lo po, simel manera.
     85Prov’altra no ’nde fo di ciò ch’ho detto;
ma miri ben ciascuno s’eo ver dico,
che giá no me desdico
de starne a confession d’omo leale;
e partase d’usar sí villan male
90solo cui villania pare e menzogna;
ché ’l remanente trar de sua vergogna
non será tal, ch’io giá n’aggia deletto.
     Gentil mia donna, fosse in voi tesoro
quanto v’è senno en cor, la piú valente
95fora ver voi neente;
e sed eo pur per reina vi tegno,
el vi corona onor, com’altra regno.
E tant’è ’n voi di ben tutto abondanza,

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che viso m’è, amor, che la mancanza
100d’ogn’altra prenda in voi assai restoro.
     Ad Arezzo la mia vera canzone
mando voi, amor, per cui campione
e servo de tutt’altre esser prometto.