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La forma da darsi a questo stabilimento del Papato libero ed indipendente dai legami temporali, in mezzo ad un’Italia libera ed indipendente anch’essa dall’oppressione teocratica, non lo credo argomento da trattarsi in queste brevi pagine.

Se è difficile quella nuova sistemazione, non la credo però impossibile a trovarsi.

Ne diedi un cenno in una mia pubblicazione, l’anno scorso; d’allora in qua, non è accaduto cosa, che mi abbia indotto a modificare notabilmente le mie idee.

Potrebbe un alto dominio essere conservato al Papa su Roma; dominio equivalente a quello che la Francia gli offriva sulle Romagne quando ne voleva assegnare il Vicariato a Vittorio Emanuele; dominio, lo dichiaro apertamente, che dovrebbe essere esclusivamente titolo onorifico, ed assicurare al Papa il grado di principe, e la prerogativa sovrana della inviolabilità.

Roma esser dichiarata città libera e retta da un Senato eletto da cittadini. Questi, investiti di tutti i diritti d’ogni altro cittadino Italiano.

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Con questo od altro consimile ordinamento — chè potrebbe essere combinato in forme diverse col principio medesimo — verrebbe soddisfatto in qualche modo al voto di chi all’estero vuol conservata una qualunque sovranità al Papa, e gl’Italiani — tutti senza eccezione — si troverebbero finalmente liberi da un Governo che oramai bisogna considerare, piaccia o non piaccia, come caduto, e che la forza sola potrebbe riporre e mantenere in piedi.

L’importanza per ora sta nel persuadersi, che è vano prolungare l’occupazione di Roma, colla speranza che nell’aspettare possa nascere da sè una soluzione.

La soluzione non verrà mai, per la semplice ragione che la Curia Romana finchè sarà protetta, non avrà nessun motivo di cedere, e le converrà sempre aspettare il benefizio del tempo.

Si applichi invece alla questione romana quel rimedio medesimo che da tanto tempo l’Italia chiedeva all’Europa, e che solo poteva salvare l’una e l’altra, come le ha salvate in effetto, da sciagure impossibili a prevedersi. Se le applichi la massima del non intervento, e Roma sarà fatta uscire da una posizione fittizia, che contribuisce ad aumentare il suo accecamento, per venire a collocarla nella sua posizione reale.

Essa, vedendo ridotta a nulla la sua forza materiale, dovrà rinunziare alle armi della violenza. Conoscerà non rimanerle se non le armi apostoliche della parola e della mansuetudine dell’esempio, e sarà suo interesse circondarsi di quella forza morale che sola la rese vittoriosa, benchè inerme, contro l’antica società del mondo pagano.

Ben di rado è savio pensiero, a parer mio, sottrarre o un individuo, o un corpo morale, o un governo, o un [p. 64 modifica]culto, alla legge provvidenziale della necessità. Non è utile il toglierlo colla forza dalla sua situazione reale, per formargliene una artefatta. Nessuna forza al mondo può alla lunga vincere il vero.

La Francia lo prova da 12 anni a Roma: più vi starà, più cresceranno le complicazioni. Più presto ne partirà, e più presto le cose si comporranno per naturale gravitazione, a vantaggio comune: come più presto si avvicinerà quel giorno nel quale gl’Italiani non vedranno più nella croce di Cristo un’insegna austriaca, od un simbolo di violenza o di frode, e potranno riconciliarsi coll’idea religiosa, riconciliarsi col cattolicismo, purgato da’ suoi vizi e da’ suoi errori, riconciliarsi col Papato divenuto vero rappresentante in terra della verità, della carità, della giustizia divina.

Un’altra ben più alta e generale riconciliazione potrà forse aver luogo quel giorno: quella della ragione colla fede. Se questa non troverà numerose le adesioni delle intelligenze, troverà almeno più facilmente le adesioni de’ cuori, e non ecciterà più sdegni ed odii negli uomini ove questi non vedano più in essa l’istrumento delle loro miserie.

Ma Roma non si piegherà mai volontariamente: dirà sempre Non possumus; e noi usiamo un’altra delle frasi sue predilette, quella del Compelle intrare!

M. D’Azeglio.