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I vecchi di Ceo

L'inno nuovo

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I vecchi di Ceo - IV L'inno antico Alexandros


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V


l’inno nuovo



     E Panthide a quell’ora era pur giunto
sotto l’aerea Iulide natale.
E vide in mare una bireme, e vide
che ammainando entrava già nel porto.
E dall’aerea Iulide e dal grande
leon di pietra accovacciato in vetta,
il popolo scendea lungo l’Elixo,
scendea dall’alto in lunga fila al mare.
Veniano primi i giovinetti a corsa,
dando alla brezza i riccioli del capo;
poi le donne altocinte, ultimi i vecchi,
spartendo tra due passi una parola.
Poi che giungea dall’Istmo, la bireme,
portando alfine i buoni atleti a casa,

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e quante niuno ancor sapea, ghirlande.
E trasse al lido anche Panthide, in seno
celando il fascio delle sue cicute.
Stava in disparte. Ed ecco dalla nave
scese una schiera di settanta capi
bruni, tutti fioriti di corimbi,
e su la spiaggia stettero. Un chiomato
citaredo sedé sopra un pilastro,
e presso lui gli auleti con le lunghe
tibie alla bocca. E il mare eterno, il mare
alterno, a spiaggia sospingea l’ondate,
le ricogliea, così tra il canto e il pianto.


     Stridè la tibia, tintinnì la cetra,
e il coro alzò tra il sussurrìo del mare
un inno di Bacchylide. In disparte
era Panthide, e il vecchio cuor batteva
contro la manna delle sue cicute.
L’onda ascendeva, discendeva l’onda;
e il coro andò, poi ritornò sul lido.


O sacra Ceo!
mosse ver te la fulgida
Fama che in alto spazia,
a te recando un messo
     pieno di grazia,
che nella lotta il pregio
     fu del valido Argeo;


e noi la grande
gloria, sull’istmio vertice,

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venuti dall’Euxanti-
d’isola dia, facemmo
     chiara coi canti
nostri, noi coro adorno
     di settanta ghirlande:


ed or la musa indigena
suscita il dolce strepito
     di tibie lyde
per onorar d’un inno
     il tuo figlio, o Panthide!



     Udì Panthide, e il cuor batté più forte
contro la manna delle sue cicute.
Ora poteva sciogliere la vita
felicemente, come alcuno un fascio
d’erbe e di fiori che nel giorno colse,
sfa, su la sera, che ne fa ghirlanda,
tornato a casa. Ché dei cinque figli
niuno lasciava senza lode in terra.
Gli avea ben fatto il Sole, e dalle Grazie
avea sortito ciò che all’uomo è meglio.
Ammirato dagli uomini mortali
tornava a casa, per pestare, il saggio
medico, l’erbe nel mortaio di bronzo.
E la notte era dolce, aurea; tranquillo
era il suo cuore. Ché il Panthide nuovo
s’era acquetato sul materno petto,
e il forte Argeo, stanco di mare e gioia,
dormiva, già sognando altre corone.
Buona, la sorte! buona! Ché concesso
non gli era mica di salire al cielo!