Verno
Quarta pastorale

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Alexander Pope - Pastorali (1709)
Traduzione dall'inglese di Emidio De' Vincenzi (1767)
Verno
Quarta pastorale
Autunno Annotazioni
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V E R N O


QUARTA PASTORALE

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V E R N O.


QUARTA PASTORALE


ALLA MEMORIA DI MAD. TEMPEST.


LICIDA.


T
Irsi, di questi fonti gorgoglianti

     Mesto il suono non è, nè sì dolente,
     Come son quelle rime, che tu canti.
Nè i rivi susurrar sì dolcemente,
     5Che per le cupe Valli van girando,
     Nè scorrer sì soave unqua si sente.

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Or che le greggi giaccion riposando
     Su’ lor teneri velli, e in bel sereno
     Va tuttavia la Luna al Ciel montando;
10Or che muti gli augei lascian l’ameno
     Lor canto; Or canta tu di Dafni il fato,
     E spargi a Dafni lodi dal tuo seno.


TIRSI.


Ve’ tu che i boschi, or son dell’aunato
     Gelo d’argento resi rilucenti,
     15Già perduto il lor verde, e ’l brio seccato?
Qui proverò d’Alessi i dolci accenti
     Che di chiamare al piano ad ascoltare
     Le Driadi già furon sì possenti?
Le note udì Tamigi risonare
     20Lungo scorrendo, e fè comando all’onde
     D’imparar quelle Rime così care.

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LICIDA.


Così concedan pur piogge feconde
     L’umor vitale, e la futura messe
     Faccian, che al campo tuo di molto abbonde;
25Deh! canta, o Tirsi. Un tal comando impresse
     Dafni morendo = Voi pastor cantate
     Intorno al mio sepolcro = chiaro espresse.
Tu canta, ed insiem io sfogo i miei dolori
     Dietro la scura tomba, e insiem adorno
     30L’urna selvaggia di novelli allori.


TIRSI.


Lasciate, o muse, il cristallin soggiorno;
     Vengan le Ninfe, ed i Silvani, in doni
     Recando serti di Cipresso intorno.
Piangete, Amori, e fra dolenti suoni
     35Di Mirti il rio coprite, e via rompete
     Gli archi, siccom allor, che cadde Adoni.

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E cogli strali d’or, che già vedete
     Resi inutili, e van, su quel pietoso
     sasso i seguenti versi voi scrivete,

     40„Muti Natura, e Cielo, e Terra plore„

     „Mort’è la bella Dafni, e pers’è Amore„

Perdut’è il tutto; e già della natura
     Cadon i varj fregi. E non mirate
     Che d’atra nube il lieto dì si scura?
45Che le piante doccianti, tempestate
     Sembran di perle? e le lor grazie smorte
     An sul mesto feretro seminate.
Mira, come sul suol giaccion assorte
     De’ fior le glorie, già sì vive, e care;
     50Con lei fioriro, ohimè! con lei son morte.

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Natura a che ci diè beltà sì rare?
     Se non lice mai più beltade eletta,
     Morta la bella Dafni, qui trovare?
Per lei lascian le greggi dell’erbetta
     55Il verde cibo, nè ’l chiaro ruscello
     L’assetate giovenche più diletta.
I bei cigni d’argento il fato fello
     Piangon di lei con canto più dolente;
     Che quando il lor destin piangon con quello.
60Ne’ cavi spechi il dolce Ecco silente
     Giace; silente, o sol di replicare
     Il bel nome di lei, mesto si sente.
Quel Nom, che già diletto d’insegnare
     Ebbe alle sponde; ora che Dafni è gita,
     65Il diletto è converso in doglie amare.

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Non discende rugiada or più gradita
     Dal Ciel la sera, e i mattutini fiori
     Non spargon più gli odori a darci ajta.
Non più ricchi profumi dan ristori
     70Ne’ fertil campi; nè l’erbette olenti
     Spiran d’Incenso i lor nativi odori.
I balsamici zefiri, tacenti
     Dopo la morte sua, d’esser cessato
     Un più dolce respir, forman lamenti.
75L’aurea merce lor an pur sprezzato
     Le pecchie industri, che anco il dolce umore,
     Morta la bella Dafni, è reso ingrato.
Il rondine non più alle stess’ore,
     Che Dafni canta, rimarrà, sospesi
     80I vanni in mezzo all’aria ascoltatore.

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Non più ripeton gli usignuoi cortesi
     I suoi bei canti, o pur da’ ramoscelli
     Ascoltan muti, e da stupor sorpresi.
Non abbandoneranno più i ruscelli
     85I lor susurri, sol per più giulive
     Udir Canzone, e dolci più, di quelli;
Ma ben diranno alle sonore rive,
     Alle lor canne = Il brio de’ bei concenti,
     Morta la bella Dafni, ah! più non vive.


90I Zefiretti con sospiri ardenti
     Narrano susurrando il crudo fato
     Agli albor, che ne tremano dolenti;
Gli albor tremanti in ogni selva, e prato
     Recan rimormorando d’aspre pene
     95All’argentino rivo il crudo fato;

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Il rio d’argento, pria d’onde serene,
     Or del nuovo dolor gonfio si mira
     Ed inonda di lagrime l’arene.
Da venti, e piante, e rivi si sospira
     100Del crudo fato, e dice. Or Dafni è duolo
     Per noi, la nostra gloria ah! più non spira.
Ma tu deh! guata, ove con leggier volo
     Dafni n’ascende al Ciel maravigliosa
     Sovra le nubi, e lo stellato polo;
105Adornan quella scena luminosa
     Bellezze eterne, e sempre freschi i prati,
     E di boschetti sempre verdi a josa.
Or tu mentre ivi posi in su gli strati
     Amarantini, o gl’immortali fiori
     110Ne cogli da quei campi fortunati,

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Noi, che imploriam il tuo bel Nome, onori
     D’un gentil guardo, o Dafni or che se’ nostra
     Sovrana, e non più il duol de’ nostri cori.


LICIDA.


O come, Tirsi, al canto tuo si mostra
     115Intento il tutto! Tal silenzio ai canti
     Dell’usignuol la sera si dimostra
All’ore mute, quando susurranti
     Muovon le fronde i Zefiri languenti,
     E sulle piante muojono spiranti
120Lucida Dea! per te saran frequenti
     Vittime d’agni, se feconde fanno
     Le pecorelle mie greggi opulenti;
E fin, che gli albor l’ombre, o i fior ne danno
     I grati odori, il nome, l’odor, la laude
     125Gli eccelsi pregi tuoi fra noi vivranno.

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TIRSI.


Ve’ tu il tristo Orion, che sparge pallido
     La maligna rugiada? deh! sù Licida
     Sorgi. Che i pini ombra nocente spandono;
     Soffia il fiero Rovajo, e mancar sentesi
     130Natura; ch’ogni cosa il Tempo supera;
     E noi dobbiamo pur al tempo cedere.
     Addio! voi valli, e monti, e boschi, e rivoli;
     Addio! Pastori, amori, e canti rustici;
     Addio! mie greggi, addio silvan consorzio
     135Addio! o Dafni, e tutto il mondo addio!