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Discorso pronunciato a Genova il 2 gennaio 1848

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Discorso pronunciato a Genova il 2 gennaio 1848
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Mi permetterete alcune brevi parole. Ciò ch’io vi dirò sarà esposto peggio che da qualsiasi altro, ma credo che esprimerà il pensiero di quanti qui siamo. E vi hanno idee care cosí che non basta il pensarle, ma piace ripeterle a sé medesimi, e si sente la necessità d’incarnarle nella parola, come l’artista che vagheggia il suo concetto espresso nell’opera della sua mano. Concedete adunque che io per pochi istanti pensi, direi cosí, a voce alta ciò che pensate voi tutti nell’anima vostra.

È la seconda volta che noi, prima divisi dalla fortuna, ci troviamo stretti insieme. La prima volta fu il X Dicembre sul mortaio di Portoria, l’altra è questa; là sentimmo la necessità di essere uniti, qui la proclamiamo.

Cento anni silenziosi eran passati sul fatto che allora salutavamo — e di vero chi avrebbe potuto parlarne? o chi, potendo, l’avrebbe voluto?

Ma l’anno scorso i popoli della Penisola si agitarono, ed in quel giorno arsero subitamente gli Appennini. I potenti di Europa si guardarono stupiti, come le sentinelle poste sul sepolcro del Cristo, quando ne mirarono rovesciato il coperchio, e si avvidero di non aver vigilato sovra un cadavere. Thiers diceva in tal occasione alle camere francesi: «Sapete voi che ciò significhi? Ciò significa che in quel paese vi è la speranza: e chi spera vive». Sembrerà una scoperta molto facile questa, che cioè noi vivevamo; ma in que’ tempi per molti ciò era ancora molto dubbio.

L’Italia aveva coperta la sua face, poi, giunta alla faccia del nemico, rotto il vaso, come Gedeone, gli aveva sporta la fiamma sugli occhi, abbacinandolo.

L’Austria si avanzò sino a Ferrara, poi ad un tratto come disperata si, arrestò. E per verità che le restava a tentare? Se una Nazione tagliata in sette brani non è anche morta, ciò significa che l’ucciderla non è dato a forza umana.

Non crederete, spero, ch’io faccia risultare questi fatti dall’illuminazione dell’anno scorso e di questo, ma s’ella non li produceva, li esprimeva.

Una Nazione che festeggia un’insurrezione contro lo straniero, dice che non è schiava. Una Nazione, che legge all’Europa questa pagina della sua storia, dice che è decisa, irrevocabilmente decisa, ad essere grande. Il rimescolare interrogando le ceneri dei forti, senza avere la coscienza di esserlo, è la piú empia delle profanazioni. Ora chi facea ciò era il Popolo, e chi dicesse ch’ei facea una cosa empia direbbe una stolta parola, perocché sulle moltitudini discende lo spirito di Dio.

E lo spirito di Dio è disceso su noi — tutto che è grande è uno. Pensando al quarantasei abbiamo compreso questo santo pensiero che da tanto ci vagava quasi istintivo nell’anima, che cioè Dio ci aveva creati fratelli, e che è empio all’uomo separare ciò che Dio congiunse.

Però sul mortaio di Portoria ci si è rivelato tutto il secreto di un’era, la parola che cambierà la faccia dell’Italia e del mondo. Ed ora, che l’amore ci ha santificati cosí da battezzarci Popolo, pregheremo unitamente il Signore perché ci spiri quella «volontà», che dà solo una Fede, e in cui sola è la forza per adempiere alla grande missione, a cui i destini ci chiamano.

«Confidiamo in Dio, e nel Popolo — Viva la Nazionalità italiana!»