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rispettosamente bensì, ma siccome conveniva, rispose al signor cardinale, il quale fu sorpreso non per le tante addotte e fondate ragioni, ma per la tanta audacia di un filosofo; quindi acerrimamente riprendendolo, la cosa era divenuta molto seria, e certo andava a finire colla peggio del filosofo Pisano, se il gran duca Cosimo II non lo avesse tantosto levato di là, e fatto entrare in Toscana.

Il Galileo però in seno alla patria, in mezzo a’ suoi studi nella solitudine, vicino all’amicizia viveva giorni tranquilli e beati. Scrisse i suoi Dialoghi sul moto della terra, e furono pubblicati l’anno 1632. Si divulgarono per tutta Europa, e vennero ammirati ed accolti con universale soddisfazione. Ma siccome i trionfi del genio sono quasi sempre gravi delitti agli occhi della mediocrità; così allora piombarono addosso al Galileo tutti i fulmini della malignità, la quale da tutte le circostanze venne favorita.

Morto era Cosimo II, e Ferdinando, suo primo genito e successore, essendo in minor età, fu posto sotto tutela di Maria Maddalena d’Austria sua madre, e di Cristina di Lorena sua ava. Queste devote principesse, alle quali premeva ascrivere un loro cadetto nel numero de’ cardinali colla bella speranza, che un dì esser dovesse il quinto papa della casa de’ Medici, stavano attaccate santamente alla corte di Roma, pur nulla curando che il loro astronomo e primario matematico e filosofo, quell’uomo anzi, che rinnovò nel mondo le stesse matematiche e le vere dottrine filosofiche, cessasse d’insegnare virtù.

Era allora Urbano VIII sommo pontefice. A quest’ottimo e santo papa, il quale letteratissimo uomo era, ma poco o nulla nelle nuove scienze versato, venne fatto credere da’ nemici del Galileo, che nei pubblicati Dialoghi Sua Santità fosse messa in ridicolo, sotto il nome di Simplicio, ciocchè non era; ma bastò tanto, perché il Santo Ufficio chiamasse a Roma il Galileo, il quale vi andò, perché era morto Cosimo II.