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e addì 6 marzo alla sua Pisa, dove lasciate le speranze contro Firenze, si volse a guerreggiare, quasi signorotto italiano, contro contro la terra e le fortezze di Lucca. E così Firenze, con la sua costanza ( che è la più modesta ma la più utile delle virtù politiche), avea salva l’Italia di tornar forse all’antica soggezione1.

Ma prima d’andar innanzi, io ho fretta di restituire a Dante la sua parte di virtù. Accade sovente, esser uno Stato in una via buona e giusta di politica generale, far tuttavia ingiustizie personali. Ingiusta la prima condanna di Dante; non fu costanza ma ostinazione repubblicana il resistere alle prime istanze di lui per ripatriare. Quindi l’ira del generoso; ira giusta, ma che passò i termini, forse, nelle ingiurie. Quindi la nuova ingiustizia della conferma d’esilio, dall’eccezione nell’amnistia. E qui Dante ebbe il merito di fermarsi primo. Avea mossa la lingua, s’astenne dall’armi. Egli stesso se ne vantava poi a ragione; e ce l’attesta Leonardo, dopo aver riferiti i

  1. Murat., Ann.an.1312,1313; Veltro, p.131.