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l’anima del Bellini; ed opportuni luoghi furono questi ove si svolsero i primi germi di quell’arte, che nata con Dafni e con Tirsi, trovò in lui il Maestro più ispirato e più sapiente.

Sin’anco il giorno terzo di Novembre del 1801, giorno in cui con le nebbie del tramonto si indugiano e si confondono le salmodie e gl’incensi che poc’anzi si sono alzate dalle zolle dei cimiteri, fu auspice di dolce tristezza, tra gli asfodeli e i crisantemi, che doveano intrecciarsi a perenne ghirlanda sopra la sua tomba.


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L’avo suo, Vincenzo anch’esso di nome ed abbruzzese di nascita, allievo della scuola severa del Durante, e Rosario, padre del portentoso bambino, godevano meravigliati quando i ditini dell’infante toccavano per istinto divino nella atavica virtù i tasti del clavicembalo, i cui accordi riempivano di gioia ineffabile il roseo volto e la piccola anima.

Appena adolescente il canonico Pulci gli apprendeva lettere italiane, e l’avo e il padre i