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ATTO V. (Entra fatante Mandvaeo). Manàvaco. Qual fortuna I II mìo sire nella reggia sen viene In compagnia d’Urvàsi, dopo chc fra le amene Plaghe del bosco Nàndano visse a lungo in diletto. Ed, intanto, per rendersi presso i sudditi accetto, È dover che il governo finalmente ei ripigli; E pure al pio sovrano — tranne il non aver figli — Non resta alcuna cosa di che s'abbia a lagnare ! Or che il giorno ricorre della festa lunare, Dopo essersi tuffato nella sacra corrente Del Gange e nella limpida Yamùna, immantinente Alla reggia è tornato: già, con unguenti ha cura Di profumar le membra.... n’andrò da lui... (Voce dalla scena) u Sciagura ! Quel rubino fiammante che ascoso nel fogliame Fu di rosei convolvoli, che — secondo le brame Del sire avrìa dovuto splendere sul suo serto — Da un avido avvoltoio subito fu scoperto E preso, chi l’augello suo cibo volle farne Avendolo scambiato con un brano di carne! » Manàvaco. Questa si ch’è sciagura ! Sommamente diletta £ al mio nobile amico cotesta gemma detta Dell’unione : or senza compire il consueto Abbigliamento, il sire si leva dal tappeto E qui corre alPistante. Su, vado alla sua volta Per cucirmi a’ suoi fianchi.... Pururàvasa. Qjiì, qui, Reciàco, ascolta... (finisce l’introduzione) 9